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 Giant's Causeway, Irlanda del Nord... di Carla
 

"Devi scegliere, Anna: la tua scoperta o la Terra."
Deserto rosso - Nemico invisibile




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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 02/09/2016 @ 09:30:00, in Autori preferiti, linkato 3694 volte)

Ricordo ancora quella notte in cui, seduta sul mio letto, stavo leggendo la scena de “Il silenzio degli innocenti” in cui Clarice entra nella casa di Buffalo Bill.
Avevo le palpitazioni.
E non scherzo.
 
Ho letto tantissimi libri nella mia vita, alcuni davvero belli ed emozionanti, ma solo “Il silenzio degli innocenti” mi ha fatto sentire così. Mentre lo leggevo, io ero Clarice e, tra la paura e l’orrore, perlustravo quella casa in cerca della figlia della senatrice. Ero anche quella ragazza (non ricordo il suo nome) che, bloccata nel pozzo, implorava Clarice che non la lasciasse sola. Ma Clarice doveva prima trovare il serial killer, affinché entrambe fossero al sicuro.
 
Tutti i romanzi di Thomas Harris, per quanto siano solo cinque, hanno sortito in me lo stesso effetto: mi sentivo dentro la storia e dovevo leggere in qualsiasi momento, qualunque cosa stessi facendo.
Nessun altro autore è mai riuscito a catturarmi così tanto con la propria prosa da spingermi a leggere fuori dai luoghi e tempi soliti che dedico a questa attività. C’è qualcosa nel suo modo di narrare unico che è in perfetta sintonia con me, senza la minima sbavatura, per cui quando mi viene chiesto quale sia il mio autore preferito, intendo il primo in assoluto nella mia graduatoria, la risposta è solo una: Thomas Harris.
Gli altri vengono molto dopo.
 
Su di lui non si sa molto, essendo una persona molto discreta, sfuggente alla stampa. Sappiamo che in trentuno anni ha scritto cinque libri e che ne sono passati dieci dall’ultimo. Da ognuno di essi è stato tratto un film di successo, dal suo secondo libro “Red Dragon” (precedentemente pubblicato col titolo “Il delitto della terza luna” e “Drago rosso”) addirittura due. Pare che abbia riferito a Stephen King che per lui scrivere è una vera tortura e questo spiega il perché sia così poco prolifico.
Nel mio piccolo lo comprendo perfettamente. Scrivere è davvero una tortura, ma di certo lui è più fortunato di me, perché può permettersi poco più di un libro per decennio, visto il successo che hanno!
 
Come molti, l’ho conosciuto con “Il silenzio degli innocenti”, ma il mio preferito dei suoi libri è “Hannibal”, dove la figura di Lecter, il perfetto antieroe, viene mostrata in tutto il suo splendore al lettore. Non è un caso che il dottor Hannibal Lecter, il serial killer detto anche il cannibale, per l’abitudine di nutrirsi di alcuni organi delle sue vittime, sia anche il mio personaggio letterario preferito.
Ciò che adoro dello scrivere di Harris è la sua incredibile capacità di sviluppare un personaggio dalle chiare connotazioni negative, ma riuscire comunque a farmelo amare. Nessuno come lui riesce a stravolgere lo stesso concetto di bene e male.
In “Hannibal” in particolare non esiste un buono in senso stretto. C’è tanta di quella cattiveria nei personaggi che Lecter diventa l’eroe della storia a tutti gli effetti. E il modo in cui viene mostrato ciò che alberga nella sua mente (il palazzo della memoria) mi fa comprendere le sue motivazioni, il perché sia diventato quello che è, fino a immedesimarmi in lui e accettare le sue azioni, la sua cattiveria.
 
Harris mi ha dimostrato che un cattivo vero come Lecter (e lui lo è senza dubbio, poiché non vi è in lui alcun rimorso né la minima ricerca di redenzione) può essere l’eroe di un romanzo, apprezzato e riconosciuto come tale da tantissimi lettori.
 
Lecter fa la sua prima e breve comparizione in “Red Dragon”. Il primo film tratto da questo romanzo è “Manhunter - Frammenti di un omicidio” con William Petersen (il Gil Grissom di CSI), dove Lecter, qui stranamente chiamato Lecktor, è interpretato da Brian Cox. La sua seconda trasposizione cinematografica, “Red Dragon” con Edward Norton, vede invece Anthony Hopkins riprendere il suo ruolo nel 2002, dopo “Il silenzio degli innocenti” (1991) per cui vinse l’Oscar nel 1992 come migliore attore protagonista (lo vinsero anche Jodie Foster nel ruolo di Clarice, il regista Jonathan Demme, lo sceneggiatore Ted Tally e lo stesso film) e dopo “Hannibal” (2001).
L’ultimo romanzo della serie, “Hannibal Lecter - Le origini del male”, è stato pubblicato nel 2006 e racconta la gioventù del personaggio. La storia di Hannibal, invece, si conclude con “Hannibal” (pubblicato 1999), che ha un finale completamente diverso da quello del film.
A questo personaggio è stata anche dedicata una serie TV, “Hannibal”.
 
Prima della serie di Lecter, Harris ha scritto “Black Sunday” (1975), un romanzo che racconta di un attentato terroristico con un dirigibile ai danni dello stadio di New Orleans, dove si sta disputando il Super Bowl. Anche in questo l’autore investiga nell’animo dei cattivi, mostrando senza filtri al lettore la logica delle loro intenzioni e delle loro azioni.
Ricordo di aver iniziato a leggere il libro nel 2001 e di essere stata costretta a interrompere momentaneamente la lettura dopo gli attentati dell’11 settembre, poiché mi risultava troppo realistica. L’ho poi ripreso anni dopo e terminato in pochissimi giorni.
 
Dopo “Hannibal - Le origini del male” mi sono chiesta cosa Harris avrebbe mai potuto scrivere, visto che la serie di Lecter pareva conclusa. Certo, ci sarebbe tanto da raccontare tra la fine di questo romanzo e l’inizio di “Red Dragon”, ma non so fino a che punto avrebbe senso farlo. Lecter è già perfetto così. Piuttosto sarei curiosa di sapere quali altri terribili personaggi dimorano nella sua mente. Vorrei conoscerli.
Non ho idea di cosa stia facendo Harris adesso, ma spero vivamente che si stia torturando almeno unultima volta per regalarci un’altra sua bellissima opera.
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Di Carla (del 01/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2554 volte)

 Il primo Bosch non si scorda mai
 
Non avevo mai letto nulla di Connelly in passato e ammetto che sono stata attratta da questa serie, poiché è stata portata alla mia attenzione dall’esistenza di una trasposizione televisiva prodotta da Amazon Studios. A parte ciò non sapevo nulla del protagonista, Harry Bosch, né avevo letto la trama di questo primo romanzo. Ho solo deciso di prenderlo e leggerlo, per poi rimandare i giudizi a dopo.
Be’, è stato un colpo di fulmine.
Sono subito riuscita a creare un forte legame con questo personaggio così pieno di difetti da essere un perfetto anti-eroe. Harry beve troppo, fuma troppo, dorme poco, mangia poco, è indisciplinato, cosa che l’ha portato a venire esiliato nella Omicidi di Hollywood. Ma Harry è scaltro, testardo, dotato di un grande intuito, che in passato gli ha procurato notevole successo. Nonostante la sua vita sia diventata problematica, fa di tutto per portare a termine il proprio lavoro, in particolare, come accade in questo libro, se si rende conto che in qualche modo è finito pure lui coinvolto nel caso.
Infatti non ci troviamo di fronte a un giallo, ma a un crime thriller. Il grado di coinvolgimento del protagonista sia con la vittima che con uno dei responsabili della sua morte lo rende parte integrante della trama principale, facendo sì che il personaggio subisca una crescita lungo l’arco della storia.
È anche vero che la delusione cui incorre (non specifico a che proposito per evitare spoiler) potrebbe bloccare questo processo e fare in modo che il personaggio si ripeta tale e quale nei libri successivi, ma l’esistenza di una sottotrama complessa mi fa ben sperare.
Ho trovato molto interessante la ricostruzione storica relativa ai topi delle gallerie in Vietnam. Una cosa che apprezzo parecchio nei romanzi che leggo è la loro capacità di insegnarti qualcosa di inatteso e “La memoria del topo” ci è riuscito.
Inoltre è suggestivo leggere una storia ambientata in un periodo in cui la gente usava ancora il telefono fisso per comunicare, non c’erano i cellulari e l’accesso ai computer era difficile persino per un detective della polizia. Tutto ciò rende l’investigazione più complessa e avvincente.
L’introspezione del personaggio è magnifica. Non si può non amarlo e non volerne sapere di più.
La trama è superintricata, non scade mai nella banalità, costringendoti a leggere con estrema attenzione tutto il romanzo.
La struttura in lunghe parti (suddivise nei pochi giorni in cui si svolge la storia) ti spinge a leggere il più possibile e così il romanzo scorre via veloce, nonostante il numero consistente di pagine.
Personalmente poi l’ho trovato di grande ispirazione durante la scrittura di un mio libro caratterizzato da un mood simile e questa scoperta è stata per una la ciliegina sulla torta che ha reso la lettura ancora più soddisfacente.
Insomma, in generale posso dire che si tratta di un gran bel romanzo e senza dubbio leggerò anche i successivi.
 
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Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
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Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
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Di Carla (del 31/08/2016 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 3556 volte)

Nel centro della capitale britannica, nel cuore della City of Westminster, contornato su tre lati dai Buckingham Palace Gardens, dal Green Park e dal St James’s Park, troviamo la residenza ufficiale del sovrano del Regno Unito: Buckingham Palace, detto anche semplicemente The Palace.
Nonostante sia una costruzione relativamente giovane, il suo nome di fatto viene usato per indicare la stessa monarchia britannica.
 
Il palazzo svolge questo ruolo dal 1837 ed è anche ufficio amministrativo del monarca, la Regina Elisabetta II. Si estende su una superficie di 77.000 mq e include qualcosa come 775 stanze.
Proprio di fronte a esso sorge il Victoria Memorial, un enorme scultura che raffigura su un lato la Regina Vittoria e sugli altri tre degli angeli, il tutto sormontato da una statua della vittoria alata attorniata da due figure sedute. Al di là di questo monumento parte la lunga via denominata The Mall che collega il palazzo all’Admiralty Arch, oltre il quale c’è Trafalgar Square.
 
 
Buckingham Palace è senza dubbio un’importante meta turistica per chi visita Londra. Durante l’estate i Saloni di Stato, che sono 19, sono aperti al pubblico.
È possibile ottenere maggiori informazioni sulla visita delle State Rooms, delle Royal Mews (le scuderie reali) e della Queen’s Gallery nel sito della Royal Collection, dove è anche possibile prenotare i biglietti e scoprire le attuali mostre.
 
Ma una cerimonia che attrae particolarmente i turisti durante tutto l’anno è il cambio della guardia, una vera e propria parata che si svolge tra la piazza antistante il palazzo e il suo cortile interno.
La prima foto che vedete in questo articolo è appunto stata scattata da me durante uno di questi eventi nel 2008, ma ne potete vedere delle altre nel profilo ufficiale della monarchia britannica su Flickr, per rendervi conto di quanto possano essere suggestivi.
 
Il palazzo, The Mall, Green Park e il cambio della guardia appaiono anche ne “Il mentore”, in uno dei post sul blog di Mina, dove la nostra serial killer percorre la lunga via e si ritrova in mezzo alla folla dei turisti, mentre sta pedinando Christopher Garnish. La sequenza poi continua e arriva fino al suo epilogo a Holloway.
Buckingham Palace è anche molto vicino a New Scotland Yard, la sede della Polizia Metropolitana, e alla stazione della metropolitana di St James’s Park, che, sempre ne “Il mentore”, è teatro di un inseguimento dello stesso Garnish da parte di Eric Shaw e della detective Miriam Leroux.
 
L’intera area che circonda il palazzo include altri luoghi di interesse turistico, come il numero 10 di Downing Street (residenza del primo ministro), la sede del parlamento col suo famoso Big Ben, l’Abbazia di Westminster e la Cattedrale di Westminster (cattolica; che compare in un altro mio libro: “L’isola di Gaia”).
 
Contrariamente a quanto molti credono, Buckingham Palace non appartiene alla Regina, ma è un bene statale, su di esso però la presenza di Elisabetta II viene segnalata dallo sventolare dello stendardo reale (come nella foto che mi ritrae davanti al palazzo nel 2011 e in quella della vittoria alata; non si distingue bene perché è piccola, ma vi assicuro che la bandiera che si vede sventolare è proprio lo stendardo).
In sua assenza, dal 1997, questo è sostituito dalla bandiera del Regno Unito, la Union Flag, che viene tenuta a mezz’asta in caso di lutto reale o nazionale.
 
Oltre che durante ogni cambio della guardia, che soprattutto la domenica richiama a sé moltissime persone, di recente la piazza di fronte al palazzo è stata invasa da una folla molto più consistente durante il giubileo d’oro della Regina nel 2002 (50 anni di regno) e durante quello di diamante nel 2012 (60 anni di regno).
 
In entrambi gli eventi sono stati organizzati dei concerti e degli artisti hanno suonato dal tetto del palazzo, ma, in particolare nel 2002, Brian May, chitarrista dei Queen (la band, non Elisabetta!), ha suonato dal tetto l’inno nazionale del Regno Unito “God Save The Queen, brano con cui di solito la band britannica conclude ogni suo concerto, accompagnato da Roger Taylor e altri musicisti sul palco nella piazza.
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Di Carla (del 30/08/2016 @ 09:30:00, in Cinema, linkato 2725 volte)

Ci sono tanti bei film che non arrivano nei nostri cinema e di cui difficilmente sentiremo parlare. “Another Earth” (2011) ne è un esempio. Anche se il film è stato poi doppiato e forse distribuito in qualche sala in Italia (ma non ne sono del tutto certa), di fatto ha potuto raggiungerci veramente grazie all’home video e soprattutto alle pay TV. Ma, se il 24 luglio del 2011 non avessi letto un brevissimo post di Gary Lightbody (cantante degli Snow Patrol) che affermava di volerlo vedere e allegava un link al trailer, difficilmente mi sarebbe venuto in mente di cercarlo, tra le tante scelte possibili di Sky o di altre fonti.
 
E invece è bastato un brevissimo post a incuriosirmi, ma poi il film è rimasto lì per anni prima che mi decidessi a guardarlo, qualche giorno fa.
 
Si tratta di un film indipendente, quindi non attendetevi effetti speciali mirabolanti o un grande cast (grande nel senso di numero di attori), ma allo stesso tempo potete stare certi che ne rimarrete stupiti, poiché, essendo svincolati dalle logiche dei blockbuster che devono essere dei successi a tutti i costi per coprire le enormi spese per realizzarli, i film indipendenti (un po’ come le opere dei musicisti indipendenti o degli autori indipendenti) hanno il privilegio di poter osare.
A dirigere il film è Mark Cahill, un regista semisconosciuto che ha all’attivo tre film (di cui questo è il secondo), tutti indipendenti.
I ruolo della protagonista femminile è affidato a Brit Marling, anche lei al tempo inserita nello stesso circuito cinematografico, ma che successivamente ha recitato in film come “La Frode” (in cui interpretava la figlia di Richard Gere e Susan Sarandon) e “La regola del silenzio” (di Robert Redford).
Quello del protagonista maschile è di William Mapother, che gli amanti delle serie TV ricorderanno nel ruolo di Ethan Rom in “Lost”, ma che bazzica il grande cinema, sebbene in ruoli minori, già dal 1989.
 
La trama a prima vista parrebbe quella di un film di fantascienza o più genericamente di un film che rientra nel genere fantastico, facendo un po’ pensare a “Ai Confini della Realtà”.
Viene scoperto un pianeta abitabile, identico alla Terra, che si sta avvicinando a essa. Lo chiamano Terra 2, per semplicità. Il suo essere identico alla Terra non riguarda, però, soltanto la sua conformazione. Questo fatto già da di per sé dovrebbe spaventare tutti gli abitanti del nostro pianeta e fare credere loro di essere vittime di un’allucinazione collettiva, invece in una sorta di atmosfera surreale le persone ne sono appena incuriosite. Ma a rendere ancora più incredibile tale scoperta c’è il fatto che, dopo quattro anni, quando i due pianeti sono a distanza di comunicazione, ci si rende conto che Terra 2, almeno all’apparenza, ha gli stessi abitanti della Terra.
 
Staranno vivendo davvero la stessa vita identica?
 
In questo contesto si inserisce la storia di Rhoda Williams, che nella notte del primo avvistamento di Terra 2, un po’ alticcia dopo una festa, è alla guida di un’auto mentre cerca di ammirare quel nuovo puntino blu nel cielo notturno e, così facendo, provoca un incidente in cui muoiono due persone e una finisce in coma.
Non vi dico cosa succede dopo, perché il bello di questo film è seguire l’imprevedibile volgere degli eventi. Anzi, vi ho già rivelato troppo accennandovi all’inizio.
 
Vi basti sapere che è una storia drammatica, di redenzione, che sfrutta un contesto fantasioso per affrontare il tema delle seconde possibilità.
 
Può esistere una seconda possibilità per una persona che ha compiuto un atto talmente orribile che neanche lei riesce a perdonare a se stessa?
 
Rhoda cerca di scoprirlo nel rimettere insieme la propria vita e nel provare a fare ammenda, ma le cose non vanno esattamente nella maniera in cui aveva previsto.
In circa 90 minuti di film la seguiamo col fiato sospeso, solo parzialmente interessati alla vicenda della seconda Terra, che però si rivelerà cruciale, fino alla conclusione che si consuma negli ultimi 10 minuti finali, lasciandoci interdetti a riflettere su di essa per qualche minuto. Oppure per qualche altro giorno, come è capitato a me.
 
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Di Carla (del 29/08/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2264 volte)

 Mai lasciarsi ipnotizzare!
 
Questo breve thriller paranormale è un’altra piccola perla dell’estesa produzione letteraria di Matheson. Pur essendo un’opera abbastanza breve, riesce a essere un libro completo, grazie alla capacità dell’autore di usare un ritmo veloce, che non si perde in troppe chiacchiere, ma riesce a sintetizzare in uno spazio ristretto una trama complessa.
Come sempre nei suoi libri non hai idea di cosa possa succedere dopo, poiché è difficile etichettarli e quindi risalire dal genere al tipo di trama. Il suo muoversi con disinvoltura tra il fantascientifico e la fantasia pura fa sì che il lettore non sappia cosa attendersi quando prende in mano un suo libro.
Nonostante il romanzo sia datato, la prosa suona contemporanea (anche grazie anche alla traduzione).
Il personaggio principale, Tom, che dopo essersi lasciato ipnotizzare inizia a vedere e sentire cose strane, è caratterizzato da grande ironia e un pizzico di follia, che lo rendono affascinante. Forse i protagonisti di molti dei suoi libri tendono ad assomigliarsi, ma ciò non li rende meno interessanti.
L’unico aspetto negativo che riesco a individuare è la scelta del titolo italiano, che vuole evidentemente ricordare una sua opera più famosa, “Io sono leggenda”. È una scelta di marketing davvero pessima, poiché i due libri appartengono a generi abbastanza diversi e potrebbero attirare lettori con gusti differenti.
 
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Di Carla (del 26/08/2016 @ 09:30:00, in Scena del crimine, linkato 4399 volte)

Le impronte digitali sono uniche e per questo motivo sono considerate il metodo più efficace per stabilire l’identità di una persona insieme all’analisi del DNA, che però è molto più difficile da reperire sulla scena del crimine. Ma, a differenza del DNA che viene confrontato tramite a un procedimento strumentale il quale dà una risposta su cui, salvo manipolazioni del campione, non ci sono dubbi (per quanto fornisca solo un dato statistico), l’esame delle impronte digitali viene invece compiuto visivamente da una persona. Il computer può selezionare alcuni possibili profili che presentino delle somiglianze con l’impronta rilevata sulla scena, ma poi è il criminologo che deve fare un confronto visuale e prendere una decisione.
 
Si sa che il fattore umano comporta sempre un margine di errore, eppure ci si è resi conto quanto questo possa essere vero anche nell’ambito del confronto delle impronte digitali solo quando si sono verificati dei casi clamorosi di errori giudiziari.
 
Uno dei più famosi riguarda l’attacco terroristico di Madrid del 2004. Sulla scena era stato trovato un sacco di plastica contenente dei detonatori. Su di esso era stata rilevata un’impronta digitale latente, che era poi stata digitalizzata e trasmessa all’Interpol. Il confronto automatizzato con il database di quest’ultima aveva fornito venti risultati. Tra questi ne era stato individuato uno che, secondo un esperto di impronte digitali dell’FBI, presentava una corrispondenza molto elevata, tanto da portarlo a dire di aver trovato il proprietario dell’impronta rinvenuta sulla scena. La sua conclusione venne poi confermata da altri due esperti sempre all’FBI.
L’impronta era di un canadese, di nome Brandon Mayfield, un avvocato di fede musulmana, sposato con una donna egiziana. L’uomo negò di avere a che fare con l’attentato, ma venne comunque arrestato in base al rinvenimento di una sua impronta digitale.
Successivamente un altro esperto indipendente confermò per la quarta volta la conclusione di quelli dell’FBI, ma poco tempo dopo la polizia spagnola dichiarò di aver trovato il vero colpevole, il proprietario di quell’impronta (un algerino, che è stato poi incriminato per l’attentato). In virtù di ciò Mayfield, che non aveva davvero niente a che fare col caso, venne rilasciato.
 
La domanda che ci si pone è: come è possibile che ben quattro esperti fossero convinti che l’impronta ritrovata era la sua? Alla luce di questo, quanto è davvero affidabile l’uso delle impronte digitali per stabilire la colpevolezza di qualcuno?
E questo caso non è neppure l’unico, sebbene sia il più eclatante.
 
Un altro, per esempio, è avvenuto nel Regno Unito, dove sulla scena di un omicidio (la vittima si chiamava Marion Ross) fu rinvenuta un’impronta poi attribuita a una detective (Shirley McKie) che lavorava effettivamente al caso. Si potrebbe pensare al classico esempio di contaminazione involontaria della scena da parte della polizia, ma la detective non era mai entrata nel bagno dove era stata trovata l’impronta e, siccome continuava ad affermarlo, venne accusata di spergiuro e perse il lavoro.
Successivamente si resero conto che l’impronta non era sua. C’era stato, appunto, un errore umano da parte del criminologo che aveva eseguito il confronto. La detective riottenne il lavoro, ma allo stesso tempo siccome era stato trovato il colpevole dell’omicidio (un certo David Asbury) sempre grazie a un’impronta digitale, la corte non accettò quest’ultima come prova e lui venne rilasciato.
Anche in questo caso era stato fatto un errore, con l’aggravante che aveva avuto un’ulteriore conseguenza negativa, quella di far rilasciare il vero colpevole.
 
Quanti altri errori del genere vengono compiuti senza che se ne sappia nulla? Quante persone sono state scagionato o, peggio, incriminate e magari incarcerate a causa di questi errori?
Non si sa, ma di certo tutto questo mette in evidenza come l’uso delle impronte digitali, o di altre prove fisiche la cui identificazione dipende in gran parte o esclusivamente da una decisione presa da un essere umano,potrebbe non dare affatto certezze.
 
Di certo si può ridurre il margine di errore con opportuni accorgimenti.
Nel caso di Mayfield l’errore era probabilmente dovuto al fatto che tutti gli esperti coinvolti sapessero che l’uomo era musulmano (cosa che può creare un pregiudizio) e nel caso della McKie il fatto che lei lavorasse al caso (altro pregiudizio), ma soprattutto i successivi al primo erano consapevoli della conclusione cui erano giunti i loro colleghi (i confronti, invece, avrebbero dovuto essere ciechi).
 
Tutto ciò riguarda la realtà, che ancora una volta si presenta molto più avara di certezze di quanto non sia la finzione.
Onestamente non ricordo un solo film, romanzo o serie TV in cui il criminologo di turno abbia sbagliato dell’identificare il proprietario dell’impronta. Nella finzione queste figure professionali sono mostrate infallibili e, se mai esiste errore, è dovuto a una manipolazione della scena da parte del colpevole oppure è volontario.
In quest’ultima casistica rientrano le vicende di Dexter Morgan, protagonista della serie TV “Dexter” (e dei libri di Jeff Lindsay da cui è tratta), l’ematologo forense che spesso altera le proprie conclusioni di esperto o manipola le prove durante le indagini per coprire il proprio operato come serial killer o per assicurarsi che una certa persona non venga arrestata in modo che lui stesso possa ucciderla.
 
Insomma, nella finzione si tende ad esaltare l’astuzia dei protagonisti e i difetti, quando ci sono, non riguardano mai la sfera lavorativa. Tipicamente l’investigatore beve (o addirittura si droga), mangia poco, dorme poco o niente e magari neppure si lava, ma quando si tratta di indagare su un omicidio è sempre lucidissimo!
 
Un esempio di questo cliché è la serie di libri di Michael Connelly che ha come protagonista il detective Harry Bosch, da cui negli ultimi anni è stata tratta la serie TV “Bosch” prodotta dagli Amazon Studios.
Nel secondo libro, “Ghiaccio nero”, c’è poi un caso di errore nell’identificazione del proprietario delle impronte digitali, ma si tratta di un qualcosa di voluto e orchestrato per sviare le indagini e non di un semplice sbaglio fatto da chi ha compiuto il confronto.
L’errore umano senza un secondo fine non funziona un granché nella finzione, forse perché è troppo realistico.
 
Io stessa ammetto che nello scrivere la trilogia del detective Eric Shaw non ho inserito e non intendo inserire errori del genere da parte dei protagonisti. Qualche volta possono lasciarsi sfuggire un dettaglio (perché la cosa torna utile alla trama), ma mai sbagliare il confronto di un’impronta. Gli errori al massimo li fa l’antagonista di turno.
Ciò non significa che non sfrutti il fattore umano. Il detective Shaw infatti sfrutta questo tipo di vulnerabilità delle scienze forensi per addomesticare le prove, come nel caso di Johnson ne “Il mentore”, in cui fa in modo che vengano trovate le sue impronte sull’arma del delitto per indurlo a confessare.
 
Ma cosa succederebbe se nel seguire il proprio istinto puntasse alla persona sbagliata? Mettiamo che sia straconvinto di aver trovato il colpevole e forzi la situazione, manipolando una prova in modo che quest’ultimo non possa sfuggire alla giustizia.
E se successivamente, magari anni dopo, saltasse fuori qualcosa che mette in dubbio la validità di quella convinzione?
È proprio questo possibile dubbio che esplorerò nel libro finale della serie, “Oltre il limite”.
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Di Carla (del 25/08/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1947 volte)

 Una realtà dura, struggente, imperdonabile
 
Questo romanzo mi ha catturato dalla prima pagina, grazie alla bella prosa, fantasiosa, evocativa e particolarmente ispirata dell’autrice, caratterizzata da un vocabolario ampio e un uso originale delle parole.
È facile immedesimarsi nei personaggi, anche quando nulla hanno in comune con chi legge, e nelle loro miserie, interiori ed esteriori. È impossibile non rimanerne colpiti e a volte a nauseati nel comprenderne le implicazioni.
Il colpo di scena finale non è del tutto inatteso, aleggiava lungo il libro, ma ti raggiunge quando ormai non ci pensi più, distratto da altro.
Il motivo per cui non riesco a dare più di quattro stelle a questo romanzo è che non ho apprezzato la scelta di mostrare gli eventi della storia prima dal punto di vista di un personaggio e poi da quello dell’altro (mi riferisco ai due protagonisti: Alice e Nico). Le porzioni delle scene completamente sovrapposte erano troppe. Ogni volta si tornava indietro, mentre io volevo sapere cosa sarebbe successo dopo. L’utilizzo di questa tecnica allunga il testo, ma non porta avanti l’azione. Mi ha indotto più volte a interrompere la lettura e sono stata tentata di abbandonare del tutto il libro.
Ho inoltre trovato molto difficile seguire i dialoghi in dialetto, che in alcuni casi erano per me totalmente incomprensibili.
 
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Di Carla (del 24/08/2016 @ 09:30:00, in Serie TV, linkato 3259 volte)

Nel panorama delle serie investigative, “Bones” ha l’originalità di presentare per la prima volta in TV la figura dell’antropologo forense, vale a dire la dottoressa Temperance Brennan, interpretata da Emily Deschanel.
Sebbene la serie presenti una coppia di protagonisti, con l’agente speciale dell’FBI Seely Booth che sarebbe almeno ufficialmente a capo delle indagini nei singoli casi, di fatto è la Brennan, che lui chiama appunto Bones (ossa) e che considera la sua partner (nonostante lei non appartenga alle forze dell’ordine), a essere coinvolta in prima persona nella loro risoluzione.
 
Ho scoperto questa serie quando è arrivata su Sky nel 2008, per curiosità seguendo David Boreanaz dalla sua precedente, “Angel” (il vampiro con l’anima di “Buffy l’ammazzavampiri”, che invece non ho mai guardato, di cui rappresenta uno spin-off) e mi ha subito appassionato.
Adoravo il personaggio di Brennan, estremamente intelligente, pragmatica, razionale, che diceva ciò che pensava senza filtri, in pratica la ex-secchiona di successo, ma senza cadere in facili cliché da nerd. La Brennan era brillante sia per il suo talento sia per il fatto che era stato affinato dall’intenso studio e dalla passione quasi ossessiva per quest’ultimo. Devo dire che nel mio piccolo, essendo io stessa tendente al perfezionismo, un po’ mi ci immedesimavo. Queste sue caratteristiche la rendevano imprevedibile, non sapevi cosa avrebbe detto o fatto in ogni puntata, e quasi magica. Le bastava, infatti, un’occhiata alle ossa delle vittime per stabilire sesso, razza, talvolta età e persino la tipologia del lavoro che faceva.
Quello tra lei e l’agente Booth, intuitivo, sentimentale e credente, era quindi un conflitto sempre stimolante che manteneva alto l’interesse, indipendentemente dai singoli casi.
 
Con l’andare avanti delle stagioni qualcosa è necessariamente cambiato. I due personaggi hanno finito per interagire fino allo scontato epilogo romantico e le differenze fra i due sono state smussate. Come ho detto, era necessario, perché in tante stagioni non si poteva pretendere in mantenere lo stesso schema, che avrebbe finito per diventare ripetitivo e noioso, una volta esaurita la sorpresa iniziale, ma forse è anche uno dei motivi perché storie di questo tipo funzionano meglio in un contesto più breve, come i film e le miniserie.
 
 
Di fronte a questo cambiamento gli sceneggiatori hanno fatto del loro meglio per far accrescere l’interesse negli altri personaggi, le cui sotto trame sono molto ben curate, mentre i vari crimini sono sempre rimasti un po’ in secondo piano.
Fanno eccezione alcune storie che sono state spalmate su più puntate, come quella del serial killer cannibale Gorgomon della terza stagione o del cattivissimo hacker Christopher Pelant, che compare addirittura in tre di esse (la settima, l’ottava e la nona), e ovviamente il fatto che ogni stagione tenda a terminare con un cliffhanger, facendo sì che la vicenda venga ripresa all’inizio di quella successiva.
Le restanti puntate sono autoconclusive e, se non fosse per piccoli elementi delle sottotrame, perderne qualcuna non ha quasi mai effetto sulla comprensione generale della serie.
 
La somma dei pregi e dei difetti di “Bones” ha fatto sì che venisse rinnovata di anno in anno e recentemente la Fox ha annunciato la preparazione di una dodicesima stagione, che sarà anche quella conclusiva. Senza dubbio si tratta quindi di una serie di successo giunta al suo termine fisiologico.
 
Come molti sanno, il personaggio di Temperance Brennan deve il suo nome alla protagonista della serie di romanzi di Kathy Reichs.
In realtà il legame è abbastanza debole, poiché i due personaggi hanno come elementi comuni, a parte il nome, solo il mestiere di antropologa forense. Nessuna delle puntate è tratta da un romanzo specifico. Anzi, pare che l’idea di base fosse nata dal progetto di un documentario sulla stessa Reichs, che è appunto un’antropologa forense, e quindi la Brennan di “Bones” sarebbe più che altro una trasposizione sul piccolo schermo della stessa autrice. Infatti, a un certo punto della serie la Brennan inizia a scrivere dei romanzi la cui protagonista si chiama Kathy Reichs, mescolando ancora di più realtà e finzione. La Reichs, inoltre, afferma che la serie potrebbe essere più che altro vista come un prequel dei suoi romanzi, visto che la sua Brennan è meno giovane del personaggio interpretato dalla Deschanel.
Comunque lo si guardi, siamo di fronte a un intreccio tra narrativa, TV e vita reale, che rende, se possibile, la serie di “Bones” ancora più originale.
 
La scienza forense è, invece, illustrata in maniera così rapida che, a mio parere, non offre spunti particolarmente interessanti. La presenza di prove fisiche è funzionale alla scoperta dell’assassino e quest’ultima è facilitata da tecnologie alternative, per non dire fantascientifiche, che hanno lo scopo di intrattenere, spesso attraverso l’elemento comico, più che far apprendere allo spettatore l’aspetto scientifico.
 
A ciò si aggiungono alcune guest star di tutto riguardo, come Ryan O’Neal nel ruolo del padre dal passato criminale della Brennan o la popstar Cyndi Lauper, che interpreta una sensitiva, entrambi personaggi ricorrenti, e una buona dose di dark humour, che aleggia in tutte le stagioni, alleggerendo le tematiche forti.
In ogni puntata c’è, infatti, almeno un cadavere scarnificato e/o smembrato, ma viene sempre rappresentato in maniera non eccessivamente raccapricciante, evitando di mettere l’accento sull’evidente brutalità dei crimini, anche se la visione ai bambini è tutt’altro che consigliata.
Il tutto è condito, a mio parere, da un eccessivo buonismo (da TV generalista) e una distinzione netta tra ciò che è assolutamente giusto e ciò che è assolutamente sbagliato, non lasciando alcun spazio all’esistenza delle situazioni intermedie, che sono invece la normalità nel mondo reale.
 
È comunque una serie divertente che si lascia guardare senza costringerti a troppe riflessioni e che, volente o nolente, ti porta a seguirla fino alla fine.
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Due nemici potranno mai fidarsi completamente l’uno dell’altro?
 
 
In un lontano futuro, il pianeta Thalas è teatro di una lunga guerra tra la colonia degli umani, arrivati dalla Terra per esplorarlo e forti dei propri mezzi e del proprio sviluppo tecnologico e sociale, e la specie autoctona delle sirene. Queste creature umanoidi, dall’intelligenza sopraffina e perfettamente adattate a un pianeta la cui quasi totale superficie è ricoperta da un unico immenso oceano, non hanno mai cercato di comunicare con i colonizzatori e, nonostante siano ormai ridotte in numero, continuano a combatterli tramite atti terroristici in maniera cieca e rifiutando ogni possibilità di pace.
Questo è il contesto che, in “Per caso”, fa da sfondo alla storia di una (im)possibile amicizia tra un umano e un alieno, due nemici che una sequenza di eventi casuali ha portato a confrontarsi.
Doc è un ufficiale del Corpo della Difesa della colonia umana di Thalas. Il suo lavoro è uccidere le sirene. Di ritorno alla stazione spaziale Poseidon, dopo una ricognizione nel dominio sirenico insieme alla sua partner, s’imbatte nel relitto di una nave stellare, adibita al trasporto di trecento passeggeri in animazione sospesa e di cui si erano perse le tracce diversi decenni prima. La Chance, così si chiama l’astronave, è ormai un cimitero, poiché da tempo non ha abbastanza energia per sostenere la criostasi del suo carico, ma, durante l’investigazione per scoprire cosa abbia provocato la sua scomparsa, Doc si ritrova a conoscere da vicino l’incomprensibile mentalità delle sirene, inaccettabile per il modo di ragionare degli esseri umani, ma che getta luce sulle azioni degli individui di questa specie, pronti a immolarsi pur di uccidere uno solo di coloro che definiscono invasori. Ma forse, al di là della guerra, al di là del terrore, può ancora esistere l’amicizia.
 
 
PER CASO è in offerta in ebook a 1,99 euro su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play solo fino al 31 agosto 2016.
L’edizione acquistabile su Google Play è in ePub senza DRM e quindi leggibile su qualsiasi dispositivo (incluso Kobo e iPad).
 
È inoltre disponibile in edizione cartacea (a 7,99 euro) su Amazon e Giunti.
 
A partire dal 1° settembre il prezzo su Amazon, Giunti e Google Play salirà a 2,99 euro.
Il libro è acquistabile in ebook anche su Kobo, Apple, Mondadori Store, LaFeltrinelli e Nook (tramite l’app per Windows) al prezzo di listino di 3,49 euro ed è disponibile gratuitamente per gli abbonati di 24Symbols.
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Di Carla (del 22/08/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1794 volte)

 Strano, ma divertente
 
La fantascienza classica è un universo variegato che riserva interessanti scoperte. Una di questa è senza dubbio “Memorie di una astronauta” (o “Memorie di un’astronauta donna”, secondo l’edizione) di Naomi Mitchison, uno strano e folle libro in cui una donna astronauta racconta le vicende di cui è protagonista in maniera discorsiva.
L’autrice mostra una fantasia esagerata nell’inventarsi i mondi e gli alieni più bizzarri e nell’intessere trame imprevedibili all’interno dei singoli episodi narrati. Il personaggio principale è Mary, un’esperta di comunicazioni che ha l’occasione di mettere in pratica le proprie conoscenze nei modi più disparati. Lo stile è colloquiale, dando l’impressione che Mary ti stia raccontando la sua vita, mentre vi fate quattro chiacchiere.
In linea generale il libro mi è piaciuto, altrimenti non gli avrei dato quattro stelle, ma ci sono alcuni aspetti che mi hanno impedito che aggiungessi la quinta.
Purtroppo si vede parecchio il passaggio del tempo (il romanzo è del 1962), soprattutto nel modo assurdo in cui viene immaginata vita sessuale del futuro. A quanto pare, viene ritenuto “moderno” o “futuristico” che le persone abbiano rapporti sessuali con l’unico scopro di procreare, ma non necessariamente per creare una relazione stabile (i figli li cresce qualcun altro), e che la parte di intrattenimento relativa al sesso sia passata di moda, poiché tutti sono impegnati a esplorare mondi e fare ricerca scientifica. Il sesso per le donne diventa un passatempo che serve a fare figli in grande numero (non si capisce come ciò possa essere accettabile, vista la sovrappopolazione) da vari padri. E basta. Al massimo dopo una certa età, quando vanno in pensione, decidono di prendere uno di questi padri come compagno definitivo.
Che cosa triste!
A questo aspetto che mi ha reso estremamente difficile la sospensione dell’incredulità, si aggiunge lo stile colloquiale, che non favorisce l’immedesimazione nella testa della protagonista.
È comunque una lettura interessante e gradevole, in particolare per chi ama immergersi nella fantascienza un po’ ingenua e “vintage”, e rendersi conto quanto questo genere letterario possa essere vario e come si sia evoluto in tutti questi anni.
 
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