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 Luna... di Carla
 

"Tu hai creato la nuova me."
Il mentore




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SINDROME
Cosa distingue la dedizione dall’ossessione?


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Di Carla (del 22/07/2016 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 432 volte)

Nell’uso comune il termine Scotland Yard è un altro modo per definire la Polizia Metropolitana di Londra, detta anche Met, che ha giurisdizione sull’area chiamata Greater London (ne è esclusa la City, che ha un corpo di polizia proprio), ma in realtà indica l’edificio dove essa ha sede, il cui nome completo è New Scotland Yard, spesso definito semplicemente come la Yard. Questa denominazione trae la sua origine dall’indirizzo della prima sede del corpo di polizia in Great Scotland Yard (1829), sebbene l’entrata principale fosse al numero 4 di Whitehall, e ha seguito gli spostamenti prima sul Victoria Embankment (1890), con l’aggiunta dell’aggettivo “New”, e poi sulla Broadway (dal 1967).
 
Accanto all’attuale sede della polizia londinese c’è la famosa insegna rotante (vedi immagini), che è diventata una vera e propria attrazione turistica (infatti anch’io non ho resistito alla tentazione di farmi una foto di fronte a essa; vedi sotto). Ma l’edificio al numero 10 della Broadway sarà presto abbandonato dalla Polizia Metropolitana. È stato, infatti, già venduto dal 2014 all’Abu Dhabi Financial Group (ADFG), nonostante sia comunque ancora utilizzato. Nell’ambito di una riorganizzazione delle proprietà immobiliari destinate alle forze di polizia, il quartier generale verrà trasferito, insieme alla sua insegna, entro la fine del 2016 (così dicono) nel Curtis Green Building (di nuovo su Victoria Embankment), che è tuttora in fase di ristrutturazione.
 
Non avete idea di quanti problemi questi ultimi sviluppi, le cui tempistiche sono tutt’altro che certe, mi abbiano creato durante la stesura di “Sindrome”, fino alla sua pubblicazione, e ancora me ne creeranno per l’ultimo libro della trilogia, “Oltre il limite”.
Dovendo scrivere dei libri ambientati alcuni mesi dopo la loro stessa stesura, mi sono ritrovata e mi ritroverò a dover tirare a indovinare riguardo al futuro.
Il mentore” fortunatamente è stato pubblicato prima che l’edificio della Broadway venisse venduto, ma per “Sindrome” sono stata costretta a spulciare le notizie sulla rete per capire quando il trasferimento al Curtis Green sarebbe avvenuto. Manco a dirlo, le informazioni erano poche e spesso contraddittorie. Una volta assodato che non avrebbe avuto luogo prima di questo giugno 2016 (ma per sicurezza prima di pubblicare il libro sono andata a controllare nella pagina dei contatti della Met che l’indirizzo fosse sempre lo stesso), mi sono limitata a fare cenno all’imminente trasloco all’interno del romanzo. Per il prossimo, però, la questione diventerà più complicata.
 
Oltre al limite” sarà ambientato alla fine di maggio 2017. In teoria per allora il trasferimento dovrebbe essere terminato, ma dubito di averne la certezza a novembre e dicembre, quando intendo scrivere la prima stesura. Sarò costretta a scegliere se mostrare che i miei personaggi si trovano già nella nuova sede o se dare a intendere che lasceranno a breve quella vecchia, poi a ridosso dell’uscita del libro dovrò accertarmi di quale sia la verità ed eventualmente modificare alcuni passaggi del romanzo.
 
© 2014 Hayes DavidsonC’è poi un secondo problema. L’attuale New Scotland Yard ospita uno dei tre laboratori di scienza forense della Polizia Metropolitana, cioè quello in cui lavora la squadra del detective Shaw nella mia trilogia. Considerando che il Curtis Green è un edificio più piccolo (l’immagine è un’illustrazione che mostra quello che sarà il suo aspetto finale), che la polizia sta cercando di ridurre i costi e che tra i progetti c’è la ristrutturazione del laboratorio che si trova a Lambeth, non ho proprio idea se la sede di lavoro dei miei personaggi verrà spostata nel nuovo quartiere generale o altrove o accorpata a un altro laboratorio. Finora non sono stata in grado di trovare informazioni in merito e dubito che ne troverò finché il cambiamento non sarà avvenuto. In questo caso la mia unica soluzione sarà scegliere una possibilità e attenermi a quella. La cosa più semplice è parlare di un semplice trasferimento al Curtis Green Building. Se questa sarà la verità, andrà bene. In caso contrario, diventerà un’altra delle tantissime licenze artistiche che ho preso nella creazione di questa storia!
 
Ma torniamo all’attuale sede, quella sulla Broadway (vedi sotto).
Essa comprende anche il Museo del Crimine, detto anche Black Museum, che contiene, tra i vari oggetti esposti, delle lettere presumibilmente scritte da Jack Lo Squartatore. Purtroppo non è aperto al pubblico, ma solo agli agenti di polizia di tutto il Regno Unito, tramite appuntamento. Questo verrà trasferito al Curtis Green e c’è la possibilità che venga aperto a tutti.
 
 
L’area in cui si trova New Scotland Yard è comunque molto interessante dal punto di vista turistico. È praticamente a metà strada tra l’Abbazia di Westminster, che è a due passi dal Parlamento, e la Cattedrale di Westminster (quest’ultima è cattolica), collegate dalla trafficata Victoria Street. La stazione della metro più vicina è St James’s Park, sulla stessa Broadway e vicino all’omonimo parco.
Vista la posizione, vale senza dubbio la pena andare a darci un’occhiata, prima del trasloco, se avete intenzione di fare un viaggio a Londra nei prossimi mesi. Chiaramente si può vedere solo dall’esterno, a meno che non abbiate intenzione di farvi arrestare!
 
Onestamente non ho idea di come sia l’interno di New Scotland Yard. Nel descrivere il laboratorio di scienza forense de “Il mentore” e “Sindrome” mi sono affidata all’immaginazione, ma durante le mie ultime ricerche ho trovato un articolo del Daily Mail che mostra vecchie foto dell’interno dell’edificio risalenti al periodo (1967) in cui la polizia vi si era trasferita. Le potete trovare a questo link. Sono davvero immagini d’altri tempi che raffigurano archivi pieni di carta, immensi centralini, enormi cartine e telescriventi automatiche che al tempo erano il massimo della tecnologia.
 
Chissà com’è adesso. Forse da qualche parte c’è un computer dell’ultima generazione (facciamo pure della prossima!) e un criminologo nerd, come Martin Stern, che si aggira per il dipartimento con una t-shirt di Darth Vader. Oppure c’è l’ufficio di un detective ispettore capo, come Eric Shaw, con una porta semitrasparente da cui scruta una giovane collega, come Adele Pennington. O forse c’è una sala riunioni, con un tavolo, uno schermo e tante sedie, in cui insieme alla detective di un Team di Investigazione della Omicidi, come Miriam Leroux, tutti i personaggi discutono degli indizi e delle prove fisiche per scoprire l’identità dell’assassino.
Non so se ci sono, ma mi piace comunque pensarlo.
 
 
Di Carla (del 21/07/2016 @ 09:30:00, in Interviste, linkato 329 volte)

Ultimamente pare che io stia diventando più chiacchierona del solito. Anche oggi, infatti, vi presento una nuova intervista, stavolta ospitata sul blog Peccati di Penna di Ornella Calcagnile.
 
Si è parlato ovviamente del mio ultimo libro, “Sindrome”, a iniziare da ciò che ne ha ispirato la trama, in particolare uno dei due casi oggetto di investigazione da parte del detective Shaw, quello che riguarda la Sindrome di Münchausen per Procura. Ornella mi ha inoltre chiesto quanto c’è di me in questo libro e cosa voglio comunicare con esso.
 
Ma abbiamo chiacchierato anche d’altro. Per esempio, le ho raccontato la trama del mio primissimo scritto (una sceneggiatura che aveva per protagonista un fantasma!), le ho confidato quale genere letterario non riesco proprio a leggere e, infine, ho detto la mia sul cosiddetto blocco dello scrittore e, come sempre (me lo chiedono tutti), sul self-publishing.
 
È una breve intervista, ma, a mio parere, molto interessante per via di quello che ho avuto modo di dire.
Vi invito a darci un’occhiata a questo link o facendo clic sull’immagine.
Leggetela e magari fatemi sapere cosa ne pensate. E, se vi va, condividetela con i vostri amici.
 
Colgo l’occasione per rinnovare il mio ringraziamento a Ornella per avermi ospitata sul suo blog. Grazie mille!
 
Di Carla (del 20/07/2016 @ 09:30:00, in Scena del crimine, linkato 295 volte)

Uno dei modi più comuni per scoprire il colpevole di un delitto, nella finzione, è fargli trovare addosso, o magari sulla sua auto, una minuscola prova fisica che lo colleghi senza dubbio alla scena o, meglio ancora, alla vittima. Oppure trovare una prova (sempre unica e piccolissima) sulla scena, o sulla vittima, che la colleghi con certezza a un sospettato.
Sembra facile individuare tali prove (Abby Sciuto di “NCIS”, nella foto accanto, lo fa di continuo) e, quando accade, questa scoperta diventa quasi schiacciante, spesso spingendo lo stesso sospettato alla confessione.
 
È classico l’esempio della vernice ritrovata su un’auto spinta fuori strada da un’altra. Che in seguito a un impatto violento dall’auto che ha colpito si possa trasferire un po’ di vernice è abbastanza comune, anzi succede quasi sempre. Pensate a tutte le volte che avete trovato un regalino sul paraurti della vostra auto da parte di qualcuno che si è appoggiato per parcheggiare o ha preso male le misure nell’uscite da un parcheggio.
Ma è davvero possibile risalire al modello e l’anno di fabbricazione dell’auto? In genere no, poiché le stesse vernici molto diffuse vengono usate in modelli diversi, spesso marche diverse, in periodi diversi e, anche ammesso che si stabilisca il tipo di vernice (oltre al colore, intendo), ciò non restringe più di tanto il campo della ricerca. L’unica eccezione si osserva se si ha a che fare con qualche vernice molto rara usata in un altrettanto raro veicolo, per esempio una serie limitata o un auto d’epoca con la vernice originale di cui esistano solo pochissimi esemplari. Di solito qui salta fuori un fantascientifico database che come per magia da un frammento di vernice analizzato con una ricerca che dura al massimo cinque minuti tira fuori la foto dell’auto che, guarda caso, è talmente rara che pochissime persone in tutta la città (e parliamo spesso di grosse città o addirittura metropoli, tipo New York) ne hanno una, tra cui un potenziale sospettato che mostra un altro piccolissimo legame con la vittima.
Il gioco è fatto: un tenue legame con la vittima più la vernice uguale a quella della sua auto e il sospettato crolla.
Sì, l’ho uccisa io!
 
Certe volte mi chiedo come mai questi criminali siano così maldestri o tanto sfortunati da usare dei veicoli rari per compiere i propri misfatti.
Queste eccezioni sono talmente inusuali nella realtà che non avvengono (quasi) mai. Di solito riuscire anche a risalire al colore e forse alla marca dell’auto costituisce solo un elemento in più per avvalorare i sospetti su una determinata persona, ma non aggiunge alcuna certezza.
Esiste però un caso in cui la vernice può essere importante e costituire una prova inconfutabile: quando un’auto è stata riverniciata diverse volte e si ritrova nella prova fisica la stessa stratificazione precisa.
Ma rimane sempre un dubbio. Siamo sicuri che il trasferimento sia avvenuto proprio durante il crimine e non in precedenza? Il più delle volte non lo siamo.
Questo è il problema che affligge qualsiasi tipo di residuo, che si tratti di vernice, vetro, terriccio e persino quello da sparo: non possiamo stabilire il momento preciso in cui si è depositato.
 
Pensiamo al vetro. L’assassino ha rotto un vetro per penetrare nella casa della vittima. Il sospettato ha un minuscolo frammento di vetro addosso. È il colpevole? Supponendo anche che il vetro sia dello stesso tipo, potrebbe anche essere qualcuno che è stato sulla scena dopo il crimine o magari dal vicino di casa, nello stesso edificio, cui si è rotto un vetro uguale.
Anche qui, come nella pittura, vale il caso di tipologie molto rare del materiale, ma rientriamo a tutti gli effetti nel colpo di fortuna.
 
E il terriccio? Be’, nelle serie TV come “CSI” non è inusuale che da microgranelli di terriccio presenti sotto la suola delle scarpe o sui vestiti di una vittima arrivino a scoprire con esattezza la scena primaria del delitto. Salta sempre fuori qualche polline di pianta esotica che cresce solo in un unico luogo nel raggio di centinaia o migliaia di chilometri, dove, nonostante dimensioni di svariati ettari, i nostri investigatori trovano in breve tempo altre mille prove fisiche per scoprire il colpevole. Ovviamente esiste un database apposito con tutti i pollini: basta che fai una banale ricerca per immagine. Mai una volta che si tratti di comunissimo terriccio o che il luogo d’origine sia così vasto da essere un vicolo cieco o che salti fuori che è finito sulla vittima in seguito a una catena di comunissime contaminazioni che non porta assolutamente a nessun risultato.
 
E poi ci sono i residui da sparo.
Quando si spara, dall’arma viene espulsa una nuvoletta di residui che contengono elementi come antimonio, bario e piombo, con una composizione in genere specifica per una certa arma con un certo tipo di pallottole.
Se una persona è stata uccisa con una certa arma, che è stata ritrovata, e sulla mano del sospettato viene rinvenuto lo stesso residuo da sparo da essa prodotto, è molto probabile che sia stato lui a tirare il grilletto.
Se ha usato i guanti? Be’, i residui potrebbero comunque essere finiti sui suoi vestiti, solo che in questo caso non ci sarebbe la certezza che abbia sparato. Potrebbe anche essersi trovato nelle vicinanze, mentre qualcun altro sparava, oppure addirittura essere entrato in contatto con l’assassino in un secondo momento e non avere nulla a che vedere col delitto. Ripensandoci, se avesse stretto la mano all’assassino poco tempo dopo lo sparo, anche lui potrebbe avere gli stessi residui da sparo, pur non essendo il colpevole. La cosa si fa ancora più complicata, se abbiamo a che fare con persone che usano le armi abitualmente e sono sottoposte da contaminazioni multiple da residui.
 
Insomma, tutte queste prove fisiche che vengono usate spessissimo nella finzione (e a noi piace tanto quando lo fanno) per inchiodare il colpevole, nella realtà il più delle volte sono totalmente inutili o quasi.
Ma nella finzione ci divertono eccome e noi autori di crime fiction si sguazziamo alla grande. Per esempio, ho accennato a dei residui da sparo nel secondo capitolo de “Il mentore”, nel quale il detective Shaw induce un uomo sospettato di essere un killer su commissione a confessare uno degli omicidi, dopo averlo incastrato con delle false impronte sull’arma del delitto. Il sospettato, un certo Damien Johnson, viene indotto a pensare di non poter dimostrare la propria innocenza (c’è anche il fatto che non è innocente) poiché, anche se durante il delitto portava dei guanti e quindi non avrebbe potuto lasciare impronte, aveva usato un’arma di recente durante il suo lavoro di guardia giurata e quindi il residuo da sparo insieme alla falsa prova lo inchiodava. Per confutarla avrebbe dovuto dire di aver usato i guanti, ma quella sarebbe stata comunque una confessione. Eric sa che i due residui potrebbero non combaciare, ma Johnson, che sa di essere colpevole, è talmente risentito per essere stato incastrato che non ci pensa neppure (magari neppure sa che i residui possono avere composizioni diverse: d’altronde non è mica un criminologo!) e decide di patteggiare. La storia poi continua velocemente, il personaggio viene messo da parte e il lettore non ci pensa più, se mai si fosse posto il problema.
 
Allo stesso modo nessuno si scandalizza se in “Bones” (vedi seconda foto), quando si esamina lo scheletro della vittima (chissà perché, poi, decidono di scarnificare tutte le vittime per scoprire come sono morte, anche quelle ritrovate tutte intere, mentre in altre serie una normale autopsia è più che sufficiente), si trovi sempre soltanto una minuscola traccia incastrata in un osso (capitano tutte a loro) da cui scaturisce tutta una serie di indizi che portano all’assassino. Se ci mettessimo a riflettere su ogni singola decisione presa dai personaggi, ci accorgeremmo che ne avrebbero potute prendere tante altre che queste li avrebbero portati completamente fuori strada. Che dire? Saranno pure dei geni (e Temperance Brennan lo rimarca di continuo), ma, pensandoci bene, si direbbe che sono soltanto molto fortunati!
 
Sarà per questo che nella finzione i casi si risolvono in un giorno e nella realtà spesso dopo anni di indagini, anche quando pare che siano risolti, non si è mai certi di aver preso il vero colpevole?
Eh sì, anche in questo caso non possiamo negarlo: sebbene la realtà spesso superi la fantasia, la finzione è molto più divertente e, soprattutto, rassicurante.
 
Un giorno per sopravvivere.
Un giorno per lasciar andare il passato.
 
 
Sotto la pioggia di un’estate inglese insolitamente calda, “Affinità d’intenti” segue le vicende di Amelia Jennings, un’agente in forza alla Polizia della City di Londra da appena una settimana, che viene inviata dal detective Monroe a lavorare sotto copertura nello studio legale Goldberg & Associates, flagellato da una serie di omicidi, opera di un killer su commissione. La sua carriera come investigatrice, però, termina prima ancora di iniziare. Quando Amelia si reca a tenere il colloquio finale, da cui dipende la sua assunzione, e incontra nella sala d’attesa un concorrente, Mike Connor, la sua unica preoccupazione è che quell’uomo possa sottrarle il posto di lavoro, vanificando gli intenti della sua squadra. Ma neanche cinque minuti dopo quella stessa sala diventa teatro di una sparatoria. Amelia, contravvenendo agli ordini del proprio capo, si getta all’inseguimento del killer e da questa scelta avventata scaturisce una serie di eventi che la portano a cambiare radicalmente la propria vita nel giro di appena ventiquattro ore. Tra rapimenti, uccisioni, incidenti stradali non precisamente accidentali, inseguimenti, sparatorie, esplosioni, la seguiamo in una calata all’inferno, in cui per sopravvivere dovrà capire di chi può fidarsi. Dotata di autoironia e di una fervida immaginazione, Amelia cercherà di venire a capo di ciò che le sta accadendo e, nel farlo, stempererà la drammaticità delle sue peripezie con riflessioni divertenti e fantasiose, e spesso ammiccanti. Al suo fianco c’è Mike, un uomo che pare più avvezzo di lei a essere bersaglio di una squadra di killer. Sebbene possano apparire due persone quasi opposte, nel corso di questa avventura Amelia e Mike scopriranno di avere qualcosa in comune.
 
 
AFFINITÀ D’INTENTI è in offerta in ebook a 1,99 euro su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play solo fino al 31 luglio 2016.
L’edizione acquistabile su Google Play è in ePub senza DRM e quindi leggibile su qualsiasi dispositivo (incluso Kobo e iPad).
 
È inoltre disponibile in edizione cartacea (a 7,99 euro) su Amazon e Giunti.
 
A partire dal 1° agosto il prezzo su Amazon, Giunti e Google Play salirà a 2,99 euro.
Il libro è acquistabile in ebook anche su Kobo, Apple, Mondadori Store, LaFeltrinelli e Nook (tramite l’app per Windows) al prezzo di listino di 3,49 euro ed è disponibile gratuitamente per gli abbonati di 24Symbols.
 
Di Carla (del 18/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 281 volte)

 Ingenuo cliché
 
Dovrei dire che la recensione contiene qualche anticipazione sulla trama, ma in realtà quest’ultima è talmente scontata che non credo che sia necessario.
Partiamo dai pochi aspetti positivi del romanzo.
La prosa è sicuramente molto bella e pulita, ed è esaltata da una buona traduzione. L’autrice ha un’ottima gestione del punto di vista della protagonista e nel complesso il testo ti porta a una lettura veloce, anche se devo confessare che ho avuto fretta di finirlo pur di liberarmene al più presto.
Ma, nonostante le ottime doti tecniche, la storia è soltanto un ingenuo cliché.
L’inutile prologo fa capire subito come si svolgerà la storia e come finirà: anticipa la morte del bambino (cosa che poi effettivamente avviene a circa l’80% del romanzo), che lei è sola e che c’è qualcosa di strano che riguarda il marito.
Tutto il resto si chiarisce nei primi capitoli.
Jenny, la protagonista, è assolutamente non credibile. Quando mai una madre single, divorziata, che quindi ci è già passata, a New York (mica in un paesino di zotici), si fida subito del primo tipo che si interessa a lei? Anzi, dovrebbe dubitare di questo interesse subitaneo. Lui le chiede di sposarla dopo una settimana! Qualunque donna sarebbe scappata a gambe levate e una come lei, che ha due figlie, più veloce di qualunque altra. Questa poca credibilità la rende un personaggio fastidioso per la sua eccessiva stupidità, debolezza e per la totale mancanza di carattere.
Il fatto che la storia sia ambientata negli anni ’80 può giustificare la trama trita a ritrita (al tempo lo era un po’ meno), ma non la sua pessima esecuzione e i suoi personaggi bidimensionali.
Lui ha un’aria sinistra già da subito. Dopo aver letto il prologo, viene naturale dubitare subito di lui, tanto più per via del suo modo di essere invadente e prevaricante con una donna appena conosciuta e cui si interessa perché è quasi identica alla madre morta, altro motivo per cui qualunque persona sana di mente sarebbe fuggita subito da lui.
I tentativi dell’autrice di confondere la carte e far dubitare della protagonista falliscono miseramente. Non una volta è riuscita a sviarmi dalla convinzione, maturata dal primo momento che ho incontrato Erich nel primo capitolo, che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui, che fosse lui la causa di tutto. L’inserimento tardivo di elementi di dubbio sembra un arrampicarsi sugli specchi e la tendenza della protagonista a dare credito a essi ne dà un’immagine ancora più stupida e debole.
Il finale è scontato. E come volete che finisca una storia del genere? Dai!
La citazione velata, ma neanche tanto, a Psycho avrà fatto rivoltare Hitchcock nella tomba.
Era la prima volta che leggevo un libro della Higgins Clark e, senza dubbio, sarà l’ultima.
 
Nella notte un grido su Amazon.it.
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
 
Di Carla (del 15/07/2016 @ 09:30:00, in Rassegna stampa, linkato 429 volte)

Ecco una lista di articoli, recensioni, citazioni e interviste relative a “Il mentore”.
L’elenco verrà aggiornato man mano che nuovi articoli verranno pubblicati.
 
 
 
Il thriller italiano che conquista Inghilterra e Usa, su La Repubblica (11 ottobre 2015):
 
IL MENTORE di Rita Carla Francesca Monticelli: l'autrice non si smentisce, sul blog di Barbara Reishofer:
 
“Il mentore”, il nuovo libro di Rita Carla Francesca Monticelli, La Provincia del Sulcis Iglesiente:
 
 “Il mentore”: vendetta consumata a Londra, romanzo di Rita Carla Francesca Monticelli, su La Gazzetta del Sulcis-Iglesiente, numero 688, 4 settembre 2014:
 
L'ebook della scrittrice sarda Carla Monticelli è un bestseller su Amazon (citato anche in prima pagina), su La Nuova Sardegna:
 
Scrittrice sarda scala la classifica di Amazon, su Il Tirreno:
 
Editori addio, col self publishing Rita Carla Monticelli è una bestseller su Amazon, su Tiscali News:
 
La stella di Carla brilla nella galassia del self-publishing, su Amazon.it:
 
Scrittrici italiane che scalano gli USA con un ebook, su L’Eco di Bergamo (10 gennaio 2016):
 
Autrice sarda domina le classifiche di Amazon negli Stati Uniti, Regno Unito e Australia: il thriller “The Mentor” di Rita Carla Francesca Monticelli, su Tottus In Pari:
 
Pieno successo del thriller “The Mentor” di Rita Carla Francesca Monticelli, su La Gazzetta del Sulcis-Iglesiente, numero 741, 22 ottobre 2015:
 
L’autrice sarda Rita Carla Francesca Monticelli è ai vertici delle classifiche di Amazon negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia, su La Provincia del Sulcis Iglesiente:
 
Il successo de “Il mentore” e il futuro di AmazonCrossing in Italia, su Penne Matte:
 
Il thriller “The Mentor” di Rita Carla Francesca Monticelli, su Sarda News:
 
L'autrice Rita Carla Francesca Monticelli domina le classifiche di Amazon negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia, su Sardegna Reporter:
 
Il futuro dell’editoria, nell’era degli “e-book”, su VareseNews:
 
Hai pubblicato un ebook e vuoi tradurlo? Le strade da seguire, su Wired:
 
Quali sono i 10 nuovi migliori ebook italiani autopubblicati?, su Wired:
 
Auto-editoria e no, sul blog Da dove sto scrivendo:
 
Recensione e intervista sul web magazine Thriller Nord:
 
Citazione in varie interviste ad Alessandra Tavella, acquisitions editor di Amazon Publishing Italia, su:
 
 
 
 
 
“Il mentore” è disponibile in formato ebook a partire da 2,99 euro su: Amazon, Giunti, Kobo, Mondadori Store, laFeltrinelli, iTunes, Google Play, Nook (tramite l’app per Windows), 24Symbols e Smashwords.
Disponibile inoltre in brossura a 7,99 euro su Amazon e Giunti.
 
Di Carla (del 14/07/2016 @ 09:30:00, in Scena del crimine, linkato 554 volte)

Da appassionata di crime thriller, sia come autrice che lettrice e spettatrice, sono sempre stata incuriosita dal modo in cui la realtà delle procedure investigative, in particolare per ciò che riguarda la scienza forense, viene reinterpretata nella finzione per presentarla in una maniera comprensibile e in grado di intrattenere il pubblico. Una cosa che ho sempre notato è che chiunque sia il protagonista della storia, che si tratti di un detective, un medico legale, un criminologo, un pubblico ministero, un avvocato o addirittura un antropologo, tale personaggio assurge automaticamente a un ruolo fondamentale nell’investigazione.
 
Certo, le procedure cambiano da una paese all’altro e per quanto riguarda gli Stati Uniti, frequente scenario in cui un lettore/spettatore si imbatte, addirittura da stato a stato, per cui non è assurdo pensare che a seconda della location in cui si svolge la storia le dinamiche tra le persone che lavorano per scoprire il colpevole di un qualche crimine (solitamente si tratta di omicidio) siano regolate in maniera diversa.
Ma, al di là di casi particolari, sono più propensa a pensare che questo fenomeno sia semplicemente frutto di licenze artistiche. Al di là del protagonista detective, che per definizione ha il ruolo di investigare, tutte le storie che vedono altre figure come protagonista devono per forza piegarsi al volere del proprio creatore, affinché l’azione passi attraverso il personaggio principale e quindi la storia funzioni.
 
Il ruolo del medico legale è uno dei più gettonati. Ricordate “Quincy”? È una serie andata in onda sulla NBC a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 che ha come protagonista un anatomopatologo che si ritrova a indagare in prima persona in casi di omicidio. Allora ero troppo piccola, ma mi è capitato di vederla più recentemente su Sky e, nonostante l’effetto del passaggio degli anni, la trovo sempre molto avvincente.
Allo stesso filone appartengono altre serie come “Crossing Jordan”, “Body of Proof” o la recentissima “Rosewood”, senza dimenticarsi di quella letteraria di Kay Scarpetta nata dalla penna di Patricia Cornwell: tutte serie in cui gli anatomopatologi o i medici legali (c’è sempre molta confusione sulla terminologia, che le traduzioni in italiano non fanno che peggiorare) si danno un sacco da fare per scoprire il colpevole, quasi fossero dei detective, e spesso rischiano la propria vita.
 
La figura del criminologo, invece, deve molto al franchise di CSI, che forse per la prima volta l’ha messa in luce, tanto che ha creato notevole interesse nei suoi confronti da parte dell’opinione pubblica e ha fatto crescere il numero di giovani che desiderano intraprendere questo tipo di carriera, per poi magari scoprire che è molto meno emozionante e determinante nella risoluzione di un caso di come appare in TV! A questo proposito in un articolo di due anni fa ho parlato del cosiddetto “Effetto CSI.
 
Nella costante ricerca di un nuovo possibile protagonista delle investigazioni che non sia il classico detective si è arrivato persino all’antropologo forense della serie “Bones, tratta dai romanzi di Kathy Reichs (che è veramente un’antropologa forense), dove la dottoressa Temperance Brennan insieme al resto dei colleghi del Jeffersonian Institute (che nella realtà non esiste!) di Washington risolve efferati casi di omicidio. Okay, insieme a lei c’è l’agente speciale dell’FBI Seeley Booth, ma, diciamocelo, il motore di tutto è la Brennan.
 
La realtà su come si svolgono le indagini su un omicidio è di certo diversa, ma ciò non ha alcuna importanza, poiché non stiamo parlando di documentari, bensì di finzione. Ciò che conta è che la storia funzioni e che il lettore/spettatore si diverta.
E, comunque, le licenze artistiche vanno ben oltre i ruoli del personaggi. Basta pensare all’abbigliamento sulle scene del crimine. Chi ha visto anche solo una puntata di “CSI: Miami” (nella foto a lato, Horatio Caine interpretato da David Caruso) avrà notato criminologi aggirarsi tra i cadaveri in eleganti completi (gli uomini) o impeccabili tailleur con tanto di scarpa con tacco vertiginoso (le donne). E tutto questo nella caldissima Florida. Dove sono le tute protettive, i copriscarpe, le cuffiette e tutto il resto? Il massimo che vedi loro addosso sono un paio di guanti in lattice!
Per non parlare del fatto che al momento opportuno diventano tutti perfetti tiratori o abili negoziatori oppure che è sufficiente la più insignificante prova fisica (es. la solita fibra) per inchiodare l’assassino, poiché esiste un database di tutto.
Le licenze artistiche sono, insomma, ovunque e non sempre siamo in grado di individuare il confine tra realtà e finzione. E, tutto sommato, neppure ci interessa.
 
Personalmente, essendo una biologa, sono affascinata delle scienze forensi, ma più che altro a livello teorico. Avendo lavorato in passato in un laboratorio universitario (anche se le mie “indagini” erano nel campo dell’ecologia, quindi decisamente molto più allegre!) so perfettamente che si tratta di un mestiere fatto di procedure lente, spesso non del tutto attendibili, costellato di ripetizioni e risultati inconcludenti, in cui si produce una marea di dati dei quali solo una piccola parte è davvero utile o comunque utilizzabile. Se le storie dovessero davvero raccontare cosa vuol dire analizzare tutte le prove presenti sulla scena di un crimine, i loro fruitori si annoierebbero a morte.
Ecco perché si arriva alla licenza artistica: nei libri, film o serie TV, ogni evento deve muovere l’azione e poco importa come si vestano i personaggi, quali sia le loro capacità o quali dovrebbero essere esattamente i loro ruoli.
 
Così, quando mi sono ritrovata a scrivere per la prima volta un crime thriller procedurale, “Il mentore”, se da una parte ho cercato il più possibile di mantenere una certa logica intrinseca all’interno della trama oltre che una notevole plausibilità scientifica, di fatto da autrice sono stata io a creare le regole che governano il mondo in cui si muovono i miei personaggi.
È nata così la mia versione personale della sezione scientifica di Scotland Yard, dove i criminologi sono quasi tutti anche poliziotti (cosa che non è affatto vera nella realtà) e, come tali, non solo possiedono un’arma (la maggior parte dei poliziotti britannici non sono armati), ma la usano con estrema facilità. Inoltre, da nessuna parte specifico se stiano indossando qualche protezione particolare sulla scena, a parte i soliti guanti in lattice, ma d’altronde non dico neppure il contrario.
La stessa spiegazione del loro grado all’interno della polizia è ridotta al minimo in funzione delle necessità della trama. Per esempio, il protagonista, il detective Shaw, dirige una squadra della scientifica, ma solo nel secondo libro chiarisco che è un detective ispettore capo, poiché si accenna a una sua eventuale promozione, che poi rientrerà nella trama del libro finale della trilogia: “Oltre il limite”. Allo stesso modo nel secondo libro scopriamo che l’agente Mills è diventato sergente: il motivo è dare un’ulteriore dimostrazione del fatto che sono passati due anni.
Talvolta, inoltre, i personaggi hanno a disposizione tecnologie futuristiche da me inventate (come il programma usato da Martin Stern in “Sindrome” per creare al computer una ricostruzione esplorabile della scena del crimine) che si affiancano a quelle reali, per le quali ho compiuto delle specifiche ricerche (la rilevazione delle impronte con la polvere nero-argento o del sangue col luminol).
 
Ammetto anche che solo metà di tali ricerche derivano dallo studio di tecniche e procedure usate nella realtà, attraverso un corso online che ho seguito (creato dall’Università di Leicester) e ovviamente Google, mentre l’altra metà è figlia del mio background televisivo, cinematografico e letterario.
D’altronde il lettore usa quest’ultimo come termine di confronto e, in fondo, riproporre alcuni aspetti già visti in un libro o in TV non fa altro che rafforzare la sospensione dell’incredulità e, in ultima analisi, aumentare il godimento del romanzo.
Lo scopo è quello di intrattenere e la licenza artistica è e sempre sarà un elemento essenziale nel raggiungimento di questo scopo, anche quando si parla di argomenti più rigorosi, come appunto la scienza.
 
Di Carla (del 13/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 348 volte)


 Realistico, inquietante, imprevedibile

Non è un caso che Marc Elsberg venga paragonato a Frank Schätzing. Questo suo romanzo è davvero un bellissimo techno-thriller europeo, che dà molti numeri alle opere dei colleghi d’oltreoceano. La storia di un blackout esteso per tutta Europa è particolarmente inquietante poiché gli scenari descritti sono molto realistici. Non si parla del futuro, ma di qualcosa che potrebbe accadere anche in questo momento. Siamo abituati a dare per scontata la disponibilità di corrente elettrica, ma cosa accadrebbe se questa venisse a mancare per giorni o settimane? Quali sarebbero le conseguenze? Ma, soprattutto, quale o chi ne potrebbe essere la causa?
Tutti questi aspetti vengono esplorati in “Blackout”.
La parte tecnica è molto accurata e interessante, segno che l’autore deve aver fatto grandi ricerche (sebbene lui stesso ammetta di essersi preso diverse licenze), ma, nonostante l’abbondanza di informazioni, non è mai noiosa.
Il romanzo può essere definito corale, in quanto in esso si muovono tanti personaggi, all’inizio apparentemente separati gli uni dagli altri, ma le cui vicende finiscono per convergere. E, anche se sono numerosi, Elsberg riesce a caratterizzarli bene. In particolare mi sono sentita coinvolta nelle peripezie di Piero, che è quello che potrebbe essere indicato come protagonista.
La scelta di dare il ruolo di eroe a un italiano è sorprendente, essendo stata fatta da un autore tedesco. Anzi, praticamente tutti i personaggi più positivi del romanzo non sono tedeschi, mentre questi ultimi fanno spesso la figura di quelli che sbagliano (talvolta in maniera fraudolenta) o sono troppo rigidi nelle proprie posizioni e quindi incapaci di trovare reali soluzioni.
Ho letto un altro romanzo su un argomento simile, intitolato “Cyberstorm”, di Matthew Mather (autore canadese). Parlava del blocco di internet e del conseguente venir meno della fornitura di elettricità in una New York flagellata da una lunghissima tormenta di neve. Ma “Blackout” è, a mio parere, un’opera migliore poiché illustra uno scenario più realistico e soprattutto è un vero techno-thriller, in quando racconta il fenomeno del sabotaggio alla rete elettrica e di come tutti i cerchino di venirne a capo fino alla sua risoluzione. “Cyber Storm”, invece, si concentra sul dramma del protagonista che non ha idea di cosa stia accadendo e non ha nulla a che vedere con le investigazioni. Inoltre la tecnologia è solo accennata, facendo scivolare la trama nell’americanata post-apocalittica. Non c’è nulla da fare: in certi ambiti creativi gli europei hanno la capacità di uscire dai cliché, di pensare fuori dalle righe e di creare delle storie originali e dagli sviluppi imprevedibili. Mentre gli autori di oltreoceano tendono a ricadere su certi temi. Probabilmente è perché gli americani di fatto conoscono poco le altre culture (anche per motivi geografici) e finiscono per interpretare tutto attraverso la loro, mentre gli europei sono già di per sé un guazzabuglio di culture in continua interazione e che ricevono da sempre le conoscenze di quelle esterne, prendendo da ognuna diversi aspetti e creando così innumerevoli combinazioni originali.
È ottima persino la traduzione, cosa più unica che rara al giorno d’oggi. Dal tedesco in un certo senso è più facile ottenere un italiano perfetto, vista la notevole somiglianza a livello di sintassi. Comunque è bello leggere finalmente un libro in italiano che non sembra tradotto.
Lo stesso personaggio di Piero, un hacker di Milano, è credibile. Non ci sono le solite forzature che si vedono nelle opere di autori stranieri quando descrivono dei personaggi italiani.
Infine devo dire che, pur essendo un libro molto lungo, l’ho fatto fuori in pochi giorni. Non riuscivo a smettere e non vedevo l’ora di rimettermi a leggere.
Ho provato a pensare quale potesse essere un aspetto negativo di “Blackout”, in relazione ai miei gusti, ma in tutta onestà non ne ho trovato uno.

Blackout (Kindle e brossura) su Amazon.it.

Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina

 
Di Carla (del 12/07/2016 @ 09:30:00, in Interviste, linkato 383 volte)

Nelle scorse settimane mi è stato richiesto di partecipare ad alcune interviste in relazione al mio lavoro come self-publisher e al mio ultimo libro, “Sindrome”.
Due di queste sono già state pubblicate e oggi ho il piacere di presentarvele, insieme ai siti dove sono apparse.
 
La prima mi è stata fatta dal collega Cesario Picca, giornalista di cronaca nera e giudiziaria e autore dei romanzi gialli della serie di Saru Santacroce, ed è ospitata sul suo sito.
 
Le domande che mi ha posto mi hanno permesso di fare una carrellata su chi sono, cosa ho fatto in passato e cosa faccio adesso. Ho parlato della difficoltà a porre delle etichette di genere ai miei libri, di ciò che mi spinge e mi stimola a scrivere, di quali sono i libri che leggo e i miei autori preferiti (e anche il mio personaggio letterario preferito) e poi, inevitabilmente, di self-publishing, del background dei miei libri, dei miei progetti futuri, del mio rapporto con i lettori e, infine, brevemente di “Sindrome”. In particolare mi è stato chiesto quale sia stata la parte più difficile dello scrivere questo libro.
 
Non vi anticipo le risposte, ma vi invito a leggere l’intervista per scoprirle!
 
La seconda è invece apparsa sul blog The Symphony of Books.
 
Si tratta di un’intervista abbastanza lunga in cui mi è stato chiesto di parlare del ruolo che la fortuna ha avuto nel mio recente successo con “The Mentor (la versione inglese de “Il mentore” pubblicata da AmazonCrossing) negli Stati Uniti.
Dopo un po’ di notizie su di me e sulla mia recente carriera letteraria (ho pubblicato il primo libro nel 2012), ci siamo addentrate (io e l’intervistatrice) sull’argomento self-publishing in maniera abbastanza specifica. Abbiamo parlato di royalty e degli aspetti fiscali a esse legati, dei problemi dell’autoeditoria (o, meglio, degli autoeditori), sull’eventuale ruolo dei siti, blog e forum nel successo di un libro, sul perché non ho deciso di scrivere romanzi erotici per vendere di più (è stata lei a chiedermelo!), sulle doti che un autore indipendente deve possedere e sull’effetto delle critiche. Infine ho avuto l’occasione di parlare un po’ di “Sindrome” e delle mie opinioni sul futuro del self-publishing.
 
Come vedete gli argomenti sono tanti e, a mio parere, molto interessanti. Date un’occhiata all’intervista a questo link.
 
Se poi vi sono piaciute queste interviste, per favore, condividetele con i vostri amici sui social.
 
Ringrazio ancora una volta Cesario Picca e Shanmei per l’opportunità di parlare di me e dei miei libri sui loro siti.
 
 
 
Infine, vi ricordo che “Sindrome”, il secondo libro della trilogia del detective Eric Shaw, è disponibile in ebook a partire da 2,99 euro su Amazon, Giunti, Kobo, Google Play, Mondadori Store, LaFeltrinelli, iTunes, 24Symbols (gratuito per gli abbonati) e Smashwords.
L’edizione cartacea è in vendita a 10,99 euro su Amazon e Giunti al Punto.
 
Sindrome” è il sequel de “Il mentore”, che è un bestseller internazionale con oltre 165.000 lettori in tutto il mondo. Anch’esso è disponibile negli stessi retailer.
 
Il libro finale della trilogia, “Oltre il limite”, uscirà nel 2017.
 
 
Di Carla (del 11/07/2016 @ 09:30:00, in Rassegna stampa, linkato 304 volte)

Ecco una lista di articoli, recensioni, citazioni e interviste relative a “Per caso”.
L’elenco verrà aggiornato man mano che nuovi articoli verranno pubblicati.
 
 
 
Vita da self-publisher: intervista a Rita Carla Francesca Monticelli su Clarke è vivo:
 
Marte oltre The Martian, ecco la fantascienza che parla italiano, intervista su Tom’s Hardware:
 
Umani alla conquista dello Spazio: saremo gli invasori, recensione su Tom’s Hardware:
 
“Per caso”, il nuovo romanzo di Rita Carla Francesca Monticelli, La Provincia del Sulcis Iglesiente:
 
Mettiamo tanti libri sotto l’albero, su La Rivista di LeggereOnline:
 
Nuovo libro per Rita Carla Francesca Monticelli, su Sardegna Reporter.it:
 
Terrorismo nel pianeta Thalas, fantarealtà di un altro mondo, Gazzetta del Sulcis-Iglesiente, n° 749, 17 dicembre 2015
 
 
 
 
Per caso” è disponibile in formato ebook a partire da 2,99 euro su: Amazon, Kobo, Mondadori Store, laFeltrinelli, Giunti, Google Play, Apple, Nook (tramite l’app per Windows), 24Symbols e Smashwords.
Disponibile inoltre in brossura a partire a 7,99 euro su Amazon e Giunti.
 

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