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 Giant's Causeway, Irlanda del Nord... di Carla
 

"Devi scegliere, Anna: la tua scoperta o la Terra."
Deserto rosso - Nemico invisibile




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SINDROME
Cosa distingue la dedizione dall’ossessione?


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PER CASO
Conosci il tuo nemico.

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AFFINITÀ D’INTENTI
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Di Carla (del 23/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 227 volte)

 La resa dei conti di Bourne
 
Sontuoso finale della trilogia. Sebbene intricatissima, la trama è meno difficile da seguire di quella del primo e del secondo libro. Forse questo aspetto potrebbe essere considerato una mancanza, in base a quelli che sono i miei gusti personali (preferisco dover fare un po’ di fatica a seguire la trama di un libro), ma è compensata dall’abbondanza di eventi e dall’imprevedibilità della storia.
Credo che tra i tre libri il migliore sia il secondo, ma sono tutti di altissimo livello. E, soprattutto, creano dipendenza. Mi è spiaciuto dover rallentare la lettura per carenza di tempo e ciò mi ha impedito di godere appieno del romanzo.
Qui Ludlum dà fondo a tutta la sua inventiva, moltiplicando i luoghi e le scene d’azione. Lo scontro finale con lo Sciacallo e soprattutto il luogo dove avviene sono epici.
Peccato che il personaggio di Marie intervenga solo nella parte centrale del libro e che non sia coinvolto nella scena che rappresenta il climax del romanzo, ma riappaia solo nell’epilogo.
Quest’ultimo è un po’ malinconico. Anche se so che ci sono altri libri su Bourne, so anche che non sono veramente scritti da Ludlum, che aveva deciso di terminare qui la sua storia.
Ancora una volta noto che Ludlum non usa mai termini volgari, ma in compenso abbondano le bestemmie. Tutti i personaggi invocano invano Dio e Gesù nei modi più vari. Ciò rappresenterebbe una sorta di difetto, poiché riduce la caratterizzazione dei personaggi stessi (in quanto hanno tutti lo stesso modo di imprecare), ma allo stesso tempo è un suo marchio di fabbrica, come pure l’uso continuo dell’esclamazione “follia!” o “pazzia!”.
Stendiamo un velo pietoso sulla traduzione. A parte virgole e congiuntivi a caso, i refusi abbondano. Alcune frasi non hanno senso, poiché di certo qualche termine è stato tradotto in maniera errata. I personaggi, invece che girare su se stessi, piroettano, rendendo certe scene involontariamente comiche (mi immagino Bourne che balla!). Come avevo già commentato per il libro precedente, sarebbe proprio il caso che la Rizzoli facesse revisionare questi libri e pubblicasse delle vere e proprie nuove edizioni. Non c’è rispetto verso il lettore, se a distanza di decenni si insiste a usare gli stessi master di stampa per risparmiare spacciandoli per nuove edizioni.
Consiglio la lettura di questo libro (e di tutta la trilogia) quando si ha almeno un’ora da dedicargli al giorno, per non perdere il ritmo.
 
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Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
 
Anna è partita all’alba.
Si è addentrata nel deserto marziano, da sola.
Dove sta andando?
Quale segreto nasconde?
 
La storia di “Deserto rosso”, ambientata in un prossimo futuro, racconta le vicende di un gruppo di persone che, a trent’anni di distanza dal precedente tentativo fallito di raggiungere il pianeta rosso, ha accettato di consacrare il resto della propria vita all’esplorazione di Marte, divenendone i primi colonizzatori e scrivendo il proprio nome nella storia. Il primo libro, “Punto di non ritorno”, si apre a più di mille giorni dopo l’arrivo sul pianeta e si concentra sulla figura dell’esobiologa svedese Anna Persson, che una mattina prima dell’alba lascia di nascosto la struttura abitativa e si addentra da sola nel freddo deserto marziano con un rover pressurizzato, portando con sé provviste e aria per appena due giorni. Il suo sembra essere un gesto suicida. Ma, nel procedere in questo suo viaggio, Anna inizia a scavare nella propria memoria, riportando alla mente gli eventi che l’hanno condotta fino a quel punto, cosa e chi si è lasciata alle spalle, e lasciandoci intravedere le motivazioni del proprio gesto.
 
Deserto rosso - Punto di non ritorno” è una storia di fantascienza che permette al lettore di immaginarsi tra la polvere e le rocce di Marte, tra le sue enormi pianure e insidiosi canyon, conteso tra il desiderio di esplorare e quello di sopravvivere. Ma è anche la storia di una donna egoista e allo stesso tempo insicura che, pur avendo fatto delle scelte controverse, ha continuato ostinatamente ad andare avanti, senza pentirsene, fino a rischiare la propria vita, pur di dimostrare a sé stessa e agli altri che quest’ultima era destinata ad avere uno scopo più grande. Il suo lato oscuro emerge lentamente veicolato dai suoi ricordi, mentre affronta a viso aperto l’ignoto di un pianeta maledetto, che continua a portarsi via, in un modo o nell’altro, le vite di chi cerca di scoprirne i segreti. Filtrati dalle sue emozioni incostanti e dai suoi radicati pregiudizi, i fatti pian piano vengono mostrati agli occhi del lettore, coinvolgendolo in un’alternanza fra ricordi e presente in un graduale crescendo che lo accompagna fino all’epilogo, dal quale scaturirà il resto della serie.
 
 
DESERTO ROSSO - PUNTO DI NON RITORNO è in offerta in ebook a 49 centesimi su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play solo fino al 30 settembre 2016.
L’edizione acquistabile su Google Play è in ePub senza DRM e quindi leggibile su qualsiasi dispositivo (incluso Kobo e iPad).
 
È inoltre disponibile in edizione cartacea (a 4,99 euro) su Amazon e Giunti.
 
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Di Carla (del 16/09/2016 @ 09:30:00, in Varie, linkato 330 volte)
È stata una intensa estate nel mio blog. Per circa due mesi e mezzo ho pubblicato cinque articoli alla settimana, che sono stati letti da molti di voi che erano in vacanza (o lavoravano). Dedicarsi così completamente a queste pagine è stata un’esperienza interessante, ma dispendiosa in fatto di tempo. Da oggi fino alla fine dell’anno la scrittura dei miei libri pretende la mia attenzione, per cui ridurrò la frequenza dei post, ma continuerò comunque a portare avanti le serie di articoli inaugurate nei mesi passati.
 
Intanto, però, faccio un riassunto degli articoli pubblicati nelle ultime quattro settimane, per darvi la possibilità di recuperare quelli che avete perso.
Per quelli pubblicati tra luglio e il 12 agosto, vi rimando all’articolo di Ferragosto.
 
 
Per la serie Scena del crimine, che mette a confronto le scienze forensi nella realtà e nella finzione, vi ho proposto due nuovi articoli:
 
Per la serie Luoghi dei romanzi, che racconta le location in cui si svolgono i miei libri, ci troviamo ancora nella capitale britannica mostrata nei primi due libri della trilogia del detective Eric Shaw (“Il mentore” e “Sindrome”):
 
Per la serie Autori preferiti ho solo un articolo da proporvi, quello dedicato al mio autore preferito in assoluto: Thomas Harris: il padre di Hannibal Lecter.
 
 
Nel blog in questo mese mi sono anche occupata di serie TV e ve ne ho presentato due fra quelle che seguo oppure ho seguito, entrambe con un taglio investigativo, ma con approcci completamente opposti (scienza e paranormale):
 
Infine nell’ultimo mese ho ripreso ad andare al cinema e a guardare qualche film in TV e ciò ha ispirato altri tre articoli dedicati ad altrettanti film che mi sono piaciuti:
 
In chiusura vi segnalo anche le recensioni che ho pubblicato da luglio a oggi (tra parentesi trovate il mio voto). Magari tra queste individuerete una delle vostre prossime letture:
 
Auguro a tutti voi di iniziare al meglio questo autunno!
 
Di Carla (del 15/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 463 volte)

 Viaggio attraverso paesaggi mentali inimmaginabili
 
Ho affrontato questo libro di Dario Tonani con qualche incertezza, poiché si tratta di un’antologia di scritti di varie dimensioni inseriti nella stessa ambientazione e in parte collegati fra loro.
La prima parte è chiaramente una raccolta di racconti separati, ognuno dei quali tende a essere deprimente e a finire in maniera tragica. Non è stato per me un buon approccio, poiché non amo i racconti, in quanto per ovvi motivi non permettono di sviluppare delle trame approfondite, e nel contempo non amo lo storie tristi che finiscono male. La seconda parte, invece, mi è piaciuta molto di più. Si tratta, infatti, di una sorta di storia e puntate, ognuna delle quali termina con un buon cliffhanger.
La prosa di Tonani è audace e ricercata, ed è accompagnata da un world building immaginifico di altissimo livello. Il ritmo sincopato trasmette alla perfezione gli stati d’animo dei personaggi e facilita l’immedesimazione in essi. La trama nel suo complesso è caratterizzata da un’originalità assoluta, che mescola elementi fantascientifici e horror, e mostra la grande fantasia dell’autore. La presenza di inattesi colpi di scena la rendono imprevedibile.
Il linguaggio volutamente complicato richiede un’enorme concentrazione nella lettura. Di solito questo è un aspetto che amo, ma non necessariamente quando è dovuto al linguaggio in sé (preferisco che sia la complessità della trama a farmi concentrare e non il modo in cui viene narrata). Talvolta ho avuto difficoltà a visualizzare ciò che i personaggi stavano vivendo, perché mi distraevo a causa della concomitante presenza di un mondo completamente lontano dalla realtà e di una prosa complessa. Diciamo che non è una lettura riposante, però è un ottimo esercizio per chi scrive o per chi in generale ama sfidare la propria dimestichezza con la parola scritta, poiché lo stile di Tonani ti si attacca addosso, stimolando la tua creatività linguistica con conseguenze che si trascinano anche dopo aver raggiunto la fine del libro.
Quando leggo un libro, sento la necessità di legarmi a un personaggio in particolare e in questo caso si è trattato del mechardionico Asur. Visto il modo in cui la storia si è conclusa (con un finale aperto, che è un qualcosa che apprezzo parecchio), sarò curiosa di leggere il seguito, a patto che sia un vero e proprio romanzo.
 
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Di Carla (del 14/09/2016 @ 09:30:00, in Cinema, linkato 372 volte)

Come sarà capitato a molti di voi, ho avuto modo di conoscere per la prima volta la bravura di Jean Dujardin grazie alla sua interpretazione di George Valentin in “The Artist”, che gli è valsa il premio Oscar come miglior attore protagonista nel 2012. L’ho poi rivisto anni dopo in un ruolo drammatico in “French Connection”, altro film che ho apprezzato tantissimo.
In “Un amore all’altezza”, grazie agli effetti speciali, Dujardin si trova a interpretare addirittura il ruolo di una persona affetta da nanismo in una commedia a tratti esilarante che però spinge anche a riflettere.
 
Le sue qualità come attore sono ancora una volta indiscusse ed emergono ancora di più nei ruoli in cui non può sfruttare una delle sue qualità. In “The Artist” si trattava della voce e in questo film invece è la bellezza. Sì, perché Dujardin è indubbiamente un bell’uomo e riesce a mantenere intatto il proprio fascino anche nel ruolo di Alexandre, che raggiunge appena il metro e trentasei centimetri.
 
C’è da dire che gli effetti speciali, pur abbassandolo, non hanno reso in maniera fedele le proporzioni alterate che il nanismo provoca, ma applicando una certa sospensione dell’incredulità il tutto appare abbastanza convincente, soprattutto nelle inquadrature in cui non si vede il suo corpo per intero.
 
Al di là di questi aspetti tecnici, “Un amore all’altezza” è un film davvero carino.
 
 
Be’, i protagonisti sono tutt’altro che dei poveracci. Alexandre è un architetto di grido che vive in una villa con tanto di piscina insieme al figlio sognatore e ambizioso, che per il momento dipende economicamente da lui (ma è destinato al successo). Diane (interpretata dall’attrice belga Virginie Efira) è invece un’avvocatessa proprietaria di uno studio insieme all’ex-marito.
Tutto il contesto in cui si muovono è molto cinematografico: le feste, i vernissage, il paracadutismo (che pare quasi un gioco da ragazzi che potrebbe praticare chiunque), case che sembrano regge, i locali segreti e così via.
 
La distribuzione e i tempi della gag sono assolutamente perfetti, tanto che il film scivola via veloce tra una risata e l’altra.
Alexandre potrebbe essere il classico principe azzurro, affascinante, simpatico, di successo, ma gli mancano almeno quaranta centimetri a raggiungere la perfezione, quaranta centimetri che pesano parecchio.
Nonostante certi aspetti abbastanza volutamente irrealistici della trama, è facile calarsi nei panni di Diane, che pur innamorata di Alexandre, soffre il giudizio degli altri.
Infatti, può essere facile dire che l’amore permette di superare tutti gli ostacoli, ma nella realtà stare al fianco di qualcuno che è diverso crea molti problemi. Ignorarli e fingere che non abbiano un peso non li fa scomparire, ma ciò che questa piccola chicca cinematografica prova a trasmettere è che bisogna essere consapevoli e trovare insieme il modo di affrontarli giorno per giorno, come dovrebbe sempre succedere tra due persone che decidono di condividere la propria vita.
Certo, se poi si è ricchi come i protagonisti di “Un amore all’altezza” è indubbiamente più semplice!
 
Si tratta di un film, in altre parole, che unisce una riflessione non banale e situazioni comiche, rese magnificamente dalla bravura di tutto il cast (non solo dei due protagonisti).
Si esce dalla sala rinfrancati e di buonumore, ma senza aver del tutto spento il cervello per un centinaio di minuti.
 
Di Carla (del 13/09/2016 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 388 volte)

Un appassionato del grande schermo in visita a Londra non può certo fare a meno di recarsi a Leicester Square. Questa isola pedonale è infatti sede di due cinema di grande rilievo nel Regno Unito: l’Odeon Leicester Square (foto accanto) e l’Empire Leicester Square (che include 9 sale, di cui una con lo schermo più grande del Paese; foto sotto). In passato c’era anche l’Odeon West End, ora chiuso, mentre nelle vicinanze si trova il Prince Charles, in cui si proiettano i cosiddetti film cult.
 
Tale peculiarità fa sì che questa piazza veda spesso importanti attori e registi sfilare davanti al pubblico e ai rappresentanti dei media in occasione delle prime europee o addirittura mondiali di importanti film. Io stessa una volta, nell’autunno del 2004, passando per caso per Leicester Square mi imbattei nella prima britannica diGarden State” nell’ambito del London Film Festival e vidi sul tappeto rosso Zach Braff e una infreddolita Natalie Portman.
 
Leicester Square è situata nel West End (nella City of Westminster), proprio nel cuore di Londra. A pochi passi di distanza è circondata da altri luoghi di interesse turistico come Trafalgar Square, dove si affaccia la National Gallery (l’ingresso alla mostra permanente è gratuito), e Piccadilly Circus, con la sua famosa statua di Eros. Al centro della piazza è situato un piccolo parco, che è stato rinnovato nel 2012 in occasione delle Olimpiadi.
 
Moltissimi ristoranti delle nazionalità più varie punteggiano l’intera zona che è particolarmente frequentata la notte durante il weekend e in generale d’estate. E poi ci sono i teatri del West End (una quarantina in tutta la Theatreland), all’interno dei quali vengono rappresentati famosi musical anche per diversi anni di seguito. L’ultimo che ho visto, nel 2011, è stato “Chicago”. I biglietti possono essere un po’ cari, ma se si acquistano in anticipo sul web ve la potete cavare con poche decine di sterline.
 
 
Proprio nei pressi della piazza vi è il Leicester Square Theatre, che, inizialmente costruito come chiesa nel 1955, divenne negli anni ’60 del secolo scorso una location per concerti di musica dal vivo, cambiando più volte nome. Nel 1976, quando ancora si chiamava Notre Dame Hall, ospitò uno dei primi concerti dei Sex Pistols.
 
Sulla piazza si affaccia anche il casino Hippodrome e la sede di Global Radio, al cui interno si trovano ben otto emittenti radio.
Leicester Square è, inoltre, uno dei luoghi di Londra dove vengono organizzati degli eventi in occasione del Capodanno Cinese.
 
La stazione di metropolitana più vicina è appunto chiamata Leicester Square e ne “Il mentore” (il primo libro della trilogia del detective Shaw) il detective Eric Shaw e Adele Pennington sono proprio approdati a essa in un sabato di giugno del 2014, per poi andare a mangiare in un ristorante vicino. Quell’uscita improvvisata segnerà il passaggio da un semplice rapporto di lavoro all’inizio di qualcos’altro tra la giovane criminologa e il suo capo.
 
Dopo la cena si siederanno su un muretto, esattamente nello stesso punto dove io stessa mi sono seduta nell’agosto del 2012, pochi mesi prima di scrivere la prima stesura del romanzo, e ho scattato la seconda foto che vedete in questo articolo.
 
Credo proprio che, la prossima volta che andrò a Londra e passeggerò in Leicester Square, non potrò fare a meno di guardarmi intorno, quasi sperando di vederli passare di lì.
 
Di Carla (del 12/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 341 volte)


 Il testimone che non ti aspetti

In questo racconto lungo la bravissima Stefania Mattana mette provvisoriamente da parte le storie poliziesche, ma non la cittadina in cui sono ambientate, Tursenia, che questa volta ospita nientemeno che Raffaello Sanzio durante la creazione della Pala Baglioni.
A narrarci questa vicenda è un testimone insospettabile: la tela.
Mentre il pittore lavora su di essa, la tela vede e ascolta le conversazioni di Raffaello e Donna Atalanta, rivelando al lettore i drammatici avvenimenti delle Nozze Rosse.
L'autrice, che in questo frangente si cimenta per la prima volta nella narrativa in italiano (i suoi libri precedenti erano stati scritti originariamente in inglese), riesce a calarci nel contesto storico, grazie all'utilizzo di un registro elevato che mima senza esagerare la parlata dell'epoca. Allo stesso tempo tale registro mette in evidenza come la voce narrante, pur essendo un dipinto creato nel 1500, esista ancora, abbia assistito al passare dei secoli e di conseguenza il suo modo di esprimersi si sia evoluto.
Il finale di questa piccola perla della Mattana si ricollega alla sua produzione precedente e ci lascia con un sorriso.

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Di Carla (del 09/09/2016 @ 09:30:00, in Cinema, linkato 593 volte)

Se mi dovessi basare sulla visione dei film incentrati su questo personaggio, di cui di recente ho rivisto anche i primi tre, arriverei alla conclusione che Jason Bourne non dorme (e se ci prova è perseguitato da incubi), non mangia, gira mezzo mondo perlopiù in treno e la cosa sembra non stancarlo minimamente, non ha paura di nulla, non gli importa di nessuno (a parte di Marie, che proprio per questo è stata eliminata nel secondo film), le rare volte che viene ferito diventa più forte e non ha neanche bisogno di portarsi un’arma: al momento opportuno, quando si trova ad affrontare non meno di tre addestratissimi agenti, li mette fuori combattimento in pochi secondi a mani nude e prende una delle loro pistole.
Insomma, è indistruttibile.
 
Sì, certo, ha avuto quella brutta amnesia e i suoi ricordi riaffiorano comodamente poco alla volta, tanto da imbastire la trama di un altro film. Ma più ricorda, meno pare emergere dell’uomo che c’era prima: il fantomatico David Webb.
 
Ciò che noto andando avanti nei film è il venire meno dell’empatia del personaggio, che man mano si disumanizza muovendosi sempre più velocemente da una scena d’azione mozzafiato all’altra.
In “The Bourne Identity” mi sono chiesta insieme a lui chi fosse, ho provato preoccupazione per lui e per la donna che aveva deciso di fidarsi di lui e aiutarlo. Solo anni dopo, quando ho letto il libro di Robert Ludlum cui era ispirato, ho saputo che questo è l’unico film della serie ad avere un qualche legame con i romanzi. E si vede, poiché il Bourne del primo film è un personaggio con un certo spessore. Pur comportandosi istintivamente come una macchina da guerra, è pieno di dubbi e timori, come il suo alter ego letterario. La trama è un po’ diversa, anche perché il contesto in cui si svolge è molto più avanti nel tempo, cosa che ha richiesto degli adattamenti. Inoltre il mezzo cinematografico impone una certa riduzione e semplificazione di un romanzo che, invece, è estremamente intricato.
 
Però, dal momento in cui ci si stacca dall’opera di Ludlum (che ha ispirato, lo ammetto, il mio action thriller “Affinità d’intenti”), chi ne subisce di più le conseguenze è proprio il personaggio di Bourne. Viene meno del tutto ciò che la caratterizza: il suo essere un po’ folle, il suo oscillare tra la personalità normale di Webb e quella assetata di vendetta di Bourne, il suo essere fallibile.
Il Bourne dei film, infatti, sbaglia di rado. È sempre un passo avanti agli altri. E questa sua caratteristica si accentua col venire meno dei legami con altre persone, a partire da Marie (interpretata dalla bravissima Franka Potente), per quanto a muoverlo sia, almeno in teoria, un desiderio di vendetta oltre che quello di sopravvivenza, unito all’assenza di alcun timore della morte.
 
In questo contesto le trame si ripetono. Qualcuno vuole farlo fuori, in genere qualcuno della CIA, che si tratti o meno di una decisione ufficiale e approvata. Gli sguinzagliano contro i più spietati asset (quanto mi piace questo termine per indicare un sicario!). Cattivissimi. Fanno fuori chiunque si trovi sulla loro strada, ma mai una volta che riescano a far fuori Bourne.
D’altro canto, quando lui fugge in auto o in moto in compagnia di qualcuno, questo qualcuno finisce per beccarsi la pallottola destinata a lui.
E non sapete quanto mi abbia dato fastidio capire che sarebbe successo anche in questo ultimo film. Guardavo il lungo inseguimento ad Atene e ricordavo quello in India all’inizio di “The Bourne Supremacy”. Era scontato che sarebbe finito così. E in entrambi i casi mi è dispiaciuto, poiché venivano eliminati due personaggi (gli unici) con i quali lui aveva un legame che dava continuità alla trama.
 
 
Jason Bourne” è un ripetersi di tutti questi elementi, tenuti insieme da un segreto da scoprire che riguarda il padre del protagonista e che rappresenta l’unico elemento di novità. Il resto è azione, azione e ancora azione.
Non che mi stia lamentando. Io adoro l’azione.
Sono rimasta per tutta la durata del film incollata alla poltroncina del cinema a seguire il vorticoso succedersi degli eventi e gli stacchi continui della macchina da presa, accompagnata dalla certezza che Bourne avrebbe sempre avuto la meglio. Il bello era scoprire come ci sarebbe riuscito, cosa si sarebbero inventati per fargli superare ogni ostacolo, quale altra famosa città avrebbero messo a ferro e fuoco e in che modo lui avrebbe comunque lasciato gli altri con un palmo di naso.
 
E poi ci sono gli inseguimenti in auto. Non importa se il suo avversario guida un Humvee, che fa saltare gli altri mezzi come fossero birilli, e Bourne una normalissima auto. Quest’ultima si ammaccherà, ma andrà sempre forte, anzi, ancora più forte di prima. Lui, che sa fare tutto, guiderà senza fermarsi, scansando le auto che gli vengono incontro, perché non può certo fare a meno di infilarsi in contromano in qualche strada trafficatissima. Non importa se Bourne è ferito e non indossa la cintura di sicurezza. Quando l’auto cappotterà e lui ne uscirà zoppicando, sarà ancora in grado di combattere a mani nude col suo avversario. Rischierà di soccombere, ma alla fine un colpo di reni lo salverà.
 
Non dimentichiamoci puoi la sua astuzia e sfrontatezza. Bourne osserva da lontano (ma neanche tanto) quell’unico personaggio della CIA che tutto sommato non lo considera una minaccia e anticipa le sue mosse. Era già accaduto con quello interpretato da Joan Allen in “The Bourne Supremacy” e in “The Bourne Ultimatum”, e adesso è la volta di Alicia Vikander, che, pur essendo brava e pur avendola apprezzata molto in altre pellicole, non riesce proprio a essermi simpatica in questo film per via del suo modo di pensare prima di tutto a se stessa. Ma non preoccupatevi: Bourne l’ha capita bene. Ve lo dimostrerà alla fine.
 
Insomma, questo film ha tutto quello che serve per piacermi, ma l’ho apprezzato meno del primo e del terzo, e non so se più o meno del secondo. Forse dipende dalla progressiva glacialità mostrata dal protagonista. O forse semplicemente perché non mi è andato giù il modo in cui viene trattata Nicky Parsons, interpretata da Julia Stiles, che è una delle mie attrici preferite. Ultimamente è sempre più relegata a ruoli secondari e speravo che, dopo “The Bourne Ultimatum”, dove invece era uno dei personaggi principali, ciò si sarebbe ripetuto in “Jason Bourne”.
 
Be’, comunque sia, me ne farò una ragione. E, se ci sarà un seguito (dal finale aperto si direbbe proprio di sì), mi toccherà andare a vedere anche quello. D’altronde, non posso mica perdermi un film con Matt Damon.
 
Di Carla (del 08/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 363 volte)

 Chi ha ucciso Edward Kitchener?
 
Il secondo libro della trilogia di Greg Mandel è per certi versi un vero e proprio giallo. Gli elementi ci sono tutti: un morto, un luogo isolato, un numero ristretto di possibili colpevoli, molti dei quali avrebbero avuto un buon motivo per ucciderlo, e apparentemente non è stato nessuno di loro. Per riuscire a capire chi è l’assassino, devi scegliere il meno probabile, ma non puoi in alcun modo immaginare cosa ci sia sotto. L’elemento fantascientifico è quello che fa la magia, lasciandoti a bocca aperta.
Come sempre nei libri di Hamilton i personaggi sono credibili e ben approfonditi, e persino simpatici. La sua prosa elegante ti coinvolge trasportandoti nella loro mente e mostrandoti la realtà attraverso i loro occhi.
Il romanzo però non regge il confronto col primo. Eliminata la sorpresa nello scoprire e comprendere a fondo le capacità di Mandel, fornitegli dalla sua ghiandola, l’autore ha dovuto creare una nuova storia slegata alla precedente, tanto che il romanzo sarebbe in piedi da solo. Ciò è reso anche possibile dai numerosi riassunti sugli avvenimenti passati e sulla situazione storica e politica, che da una parte rallentano il libro e dall’altra annoiano il lettore che si era già sorbito tutte quelle spiegazioni in “Mindstar Rising”. Capisco la necessità di metterli, ma non quella di farli così lunghi.
Nonostante l’intricato caso trattato in questo romanzo sia completamente nuovo, ho trovato troppi elementi simili al libro precedente che mi hanno provocato un senso di déjà-vu. Ci sono troppe descrizioni. Nel primo libro erano essenziali, perché il lettore stava conoscendo un nuovo mondo. Nel secondo diventano pesanti. In generale, a esclusione dell’ultima parte, che ha un ottimo ritmo, il libro presenza un’azione molto lenta (succedono relativamente poche cose per un libro di 376 pagine scritte in caratteri microscopici) e nel contempo non riesce sempre a tenere il lettore interessato con elementi nuovi e originali.
L’ultimo capitolo, però, è molto carino e risolleva il mio giudizio sul libro.
 
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Sappiamo bene che la finzione altera molti degli aspetti relativi all’analisi delle prove fisiche durante un’investigazione. Prima di tutto esalta la sua importanza, quando nella realtà il più delle volte le prove fisiche portano a ben pochi risultati conclusivi per l’individuazione del colpevole.
 
In secondo luogo, le tempistiche non corrispondono a quelle reali. I tempi morti non sono divertenti, perciò nella finzione tutto avviene in maniera molto rapida, bastano pochi minuti o secondi per trovare un riscontro, perciò il colpevole viene individuato in un giorno (nelle serie TV) o in pochi giorni (nei film e nei romanzi).
 
Anche la tecnologia è ben lontana da quella reale. A parte la rappresentazione di apparecchiature fantascientifiche, vale a dire che non esistono (ancora), i laboratori di scienza forense vengono sempre descritti come estremamente moderni e che possono contare sulle ultime tecnologie sul mercato, inoltre hanno un personale numeroso e molto tempo per dedicarsi ai casi, senza nessun lavoro arretrato.
Nella realtà i finanziamenti per questi laboratori non sono mai così abbondanti, il personale non è sufficiente per stare al passo con i crimini e quindi il lavoro arretrato è la normalità, diventando uno dei principali motivi per cui la risoluzione dei casi può richiedere mesi o anni, quando vengono risolti.
Inoltre, alcuni laboratori possono persino essere assenti nel territorio in cui è avvenuto il crimine, quindi le prove vengono inviate altrove, rendendo ancora più lenta la procedura. Per esempio, lo scorso maggio ho avuto l’opportunità di visitare una caserma della Polizia di Stato nella mia città, Cagliari, dove ci è stato brevemente spiegato anche il ruolo della Polizia Scientifica (da non confondere col RIS, il Reparto di Investigazioni Scientifiche, che fa parte dell’Arma dei Carabinieri e svolge un lavoro analogo). E ho scoperto che a Cagliari non c’è un laboratorio biologico, quindi eventuali analisi del DNA sui reperti vengono fatte a Roma. D’altronde trovare una sorgente di DNA nelle prove fisiche è abbastanza raro e, fortunatamente, i crimini violenti da queste parti sono tutt’altro che comuni, quindi pensandoci bene tutto ciò ha una certa logica, ma, considerando il problema geografico (siamo in un’isola) e la mole di lavoro che di certo esiste già nei laboratori di Roma, non si tratta di una situazione ideale.
Questo già di per sé rappresenterebbe una motivazione sufficiente a impedirmi di ambientare uno dei miei libri nella mia città (oltre al fatto che qui non ci sono mai stati dei serial killer, nel senso moderno del termine).
 
Infine c’è da considerare la valutazione che questo lavoro poi ottiene in tribunale. Sappiamo che l’effetto CSI può dare l’impressione che i casi vengano risolti e i colpevoli condannati laddove esistono sufficienti prove fisiche, quando in realtà nella maggior parte delle situazioni sono altri tipi di prove a determinare il risultato di un processo.
 
C’è però un altro aspetto che viene rappresentato in maniera distorta nella finzione che si occupa di scienze forensi: i vari ruoli delle persone che partecipano alle investigazioni.
Nella finzione vediamo le stesse persone raccogliere le prove sulla scena del crimine, analizzarle in laboratorio, identificare i sospetti, interrogare questi ultimi, i testimoni e le vittime (se non sono morte!), e addirittura compiere degli arresti.
 
La realtà è spesso diversa. Ci sono i cosiddetti investigatori della scena del crimine, che raccolgono le prove sulla scena. Poi ci sono gli scienziati forensi che le analizzano ed eventualmente un medico legale, nel caso di un omicidio. Mentre l’identificazione dei sospetti, gli interrogatori e gli arresti vengono svolti dagli agenti e gli investigatori (i detective, in contesto anglosassone) della polizia. Gli esperti forensi e i medici legali, poi, possono rientrare in gioco nell’aula di un tribunale per illustrare alla corte i risultati dell’esame delle prove fisiche.
 
Questa compartimentazione, oltre ad avere uno scopo organizzativo (ognuno si specializza in un aspetto, fornendo così una migliore prestazione), è importante per mantenere l’oggettività durante un’investigazione. In certi contesti geografici la separazione tra i vari ruoli è meno netta, ma in altri è totale. Talvolta è tale che, come spesso accade nel Regno Unito, gli investigatori della scena del crimine e/o gli esperti forensi potrebbero non essere affatto dei poliziotti.
Allo stesso tempo però tutte queste persone interagiscono fra di loro, si consultano, perché se ciò non avvenisse si avrebbe una riduzione dell’efficienza. Si cerca, insomma, di trovare un giusto equilibrio che permetta di ottenere il miglior risultato. Poi questo, al contrario di come si osserva nella finzione, può non arrivare o, peggio, essere errato, poiché si parla sempre di persone che possono compiere degli errori.
 
Esistono poi delle terminologie specifiche che nella finzione non vengono usate o vengono semplificate, anche perché quelle reali tendono a cambiare da un paese all’altro o semplicemente sono troppo lunghe o astruse per essere usate in narrativa.
 
Un classico esempio è quello dei termini anatomopatologo, medico legale e coroner. Sono tre cose diverse che spesso nella finzione coincidono e possono farlo anche nella realtà, ma non è sempre così. L’anatomopatologo è uno specialista che individua e analizza le alterazioni di tessuti e organi dovuti a malattia. In genere lavora sui vivi, non sui morti. Può però essere coinvolto in un’investigazione oppure diventare un medico legale, poiché la sua specializzazione è particolarmente adatta per l’individuazione della causa della morte o di altre lesioni nel cadavere di una vittima.
Il medico legale è, in sintesi, la persona che si occupa delle autopsie. Non deve però essere necessariamente specializzato in anatomopatologia. Si tratta di un tipo di carriera lavorativa dove possono convergere dei medici che si sono specializzati in qualcos’altro. Mi viene in mente a questo proposito un esempio della finzione: “Body of Proof”, dove la protagonista è un neurochirurgo che in seguito a un incidente non può più esercitare e quindi si è messa a lavorare come medico legale (e, come si vede dalla foto sopra, si mette persino a perquisire la scena del crimine).
Infine il coroner è una figura tipicamente anglosassone, anche se il nostro background di finzione americana e britannica può portarci a pensare che esista ovunque. Si tratta di un ufficiale giudiziario che in caso di morti sospette ha il compito di stabilire le circostanze del decesso e l’identità della vittima. Il coroner può essere un avvocato o un medico, quindi talvolta è un medico legale, ma spesso non è così. Ciò dipende anche dalle leggi del singolo paese o addirittura, nel caso di paesi federali (come gli Stati Uniti d’America), dello stato/regione.
 
E poi c’è la distinzione tra criminologo e criminalista. I due termini hanno significati diversi in paesi diversi.
In inglese, il criminologo (criminologist) è un esperto di scienze forensi, quindi può essere un investigatore della scena del crimine e/o un tecnico forense. Il termine “criminalista” (criminalist) può essere inteso sia come esperto di scienze forensi che come sinonimo di penalista e di psicologo o psichiatra penale. La scelta dell’uno o dell’altro termine varia secondo la diversa variante linguistica (americana, britannica, canadese, australiana, neozelandese, ecc…) e l’uso comune. Tra i due prevale soprattutto il termine “criminologo”, anche perché è quello usato nella finzione. I britannici spesso evitano il termine “criminologo”, che è più americano, ricorrendo a quelli specifici di “investigatore della scena del crimine” (crime scene investigator) e “tecnico forense” o “scienziato forense” (forensic scientist).
 
E in Italia? Qui l’uso è ancora diverso. La persona che analizza le prove fisiche è definita criminalista.
Il criminologo, invece, è un esperto di criminologia, vale a dire quella scienza che studia i reati, i loro autori, le vittime, i tipi di condotta criminale, la prevenzione dei crimini e il reinserimento dei colpevoli nella società, dopo aver scontato la propria pena. È insomma un campo interdisciplinare che unisce competenze nell’ambito del diritto penale, la psicologia, la biologia, la sociologia e tante altre discipline e che si focalizza sul “chi”, non sul “dove” o il “come”, quindi non partecipa alle indagini né ai processi.
 
Chi, come me, scrive romanzi in cui si parla anche di scienze forensi deve tenere conto nel target dei lettori, di cui io stessa faccio parte, sia per quanto riguarda le conoscenze terminologiche sia dal punto di vista geografico. Per evitare confusione nel lettore, nei libri della trilogia del detective Eric Shaw ho cercato di utilizzare dei termini semplici, comprensibili e di uso comune. Per questo motivo parlo di “medico legale” e non dell’eventuale specializzazione del dottor Dawson o del suo assistente, il dottor Collins (che compare per la prima volta in “Sindrome”). Uso, solo una volta, anche il termine “coroner”, visto il contesto anglosassone, in una scena de “Il mentore” a indicare la presenza di questa figura o di un suo rappresentante in una scena del crimine con un cadavere. In realtà nomino il furgone del coroner, senza specificare chi sia il coroner.
 
Dovendo poi indicare il ruolo dei personaggi che lavorano per la scientifica di Scotland Yard con un termine unico e di largo uso nella finzione, ho usato il generico “criminologo” (se la storia fosse stata ambientata in Italia sarebbe stato sbagliato) invece che “investigatore della scena del crimine” o “scienziato forense”, che suonano troppo tecnici o semplicemente ingombranti in un romanzo per indicare la persona che sta parlando, sebbene siano quelli più corretti in un contesto britannico.
 
Infine, per fare onore all’abitudine di serie TV, film e altri romanzi di utilizzare i personaggi in tutte le fasi delle indagini, i miei criminologi vanno sulla scena, fanno le analisi in laboratorio, ma sono anche tutti quanti poliziotti (cosa non sempre vera nel Regno Unito), non solo il detective ispettore capo che dirige la squadra (Eric Shaw), quindi interrogano le persone, partecipano agli inseguimenti e arrestano i criminali, e a differenza della maggior parte dei veri poliziotti britannici portano addirittura un’arma da fuoco.
 

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