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 Hyde Park e il cielo... di Carla
 

“Le nostre vite da sole non valgono nulla, ma insieme siamo qualcosa di unico.” Oltre il limite




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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 23/03/2017 @ 09:30:00, in Podcast, linkato 533 volte)
© HBO e Jai McFerran
Qualche settimana fa FantascientifiCast ha dedicato un intero episodio al franchise di Westworld, intitolato “Cercando il Labirinto…”, nell’ambito della mia rubrica “Life On Mars?”. Io e Omar siamo partiti dal film di Crichton fino ad arrivare alla serie della HBO. Successivamente sul blog del podcast è comparso un mio articolo di approfondimento intitolato, come la serie, “Westworld - Dove tutto è concesso”.
Oggi ne torno a parlare sul mio blog, poiché numerosi temi trattati dalla serie sono a me cari per diversi motivi, tra cui il fatto che sono presenti nei miei libri del ciclo dell’Aurora.
 
Come forse ricordate, “Life On Mars?” nasce come rubrica che tratta del rapporto tra la fantascienza e la spiritualità e, di fatto, il tema centrale di Westworld, vale a dire l’evoluzione dell’intelligenza artificiale che diventa autocosciente e quindi viva, rientra in pieno in questo argomento.
In passato ho trattato il concetto di vita post-fisica (parte 1 e parte 2), che riguarda la creazione di una copia della coscienza umana in un software. Qui invece si parte proprio da un software che diventa così sofisticato da raggiungere coscienza di sé e ritenersi vivo. Se poi, come nel caso di Westworld, questo software controlla un androide difficilmente distinguibile da un vero essere umano, ci troviamo di fronte al procedimento opposto a quello della vita post-fisica. Rimane il dubbio di come definire questa vita a livello spirituale.
Se si afferma che un vero essere umano possiede un’anima, ciò può essere esteso a un androide autocosciente?
 
Non provo neanche a dare una risposta, ma mi limito a mettere in evidenza come l’intelligenza artificiale, essendo un software, è infinitamente replicabile, cioè può creare delle copie di se stessa che sono virtualmente identiche. Al contrario la coscienza organica, ammesso che possa essere copiata in un software (magari un giorno), rimane una e scompare per sempre con la morte. Perciò, come la vita post-fisica di fatto è un’illusione (poiché ciò che sopravvive è una copia, mentre l’originale muore), parlando di vita artificiale l’argomento si fa ancora più complesso, poiché ogni copia del software sarebbe di fatto una nuova vita. Come succede nel caso dei Cyloni di Battlestar Galactica, ma anche, come abbiamo visto, in Westworld quando gli androidi vengono irrimediabilmente danneggiati, se il corpo viene sostituito e in quello nuovo viene caricato un back-up del software, che per forza di cose è una copia, la vita artificiale precedente viene meno e quella successiva, per quanto identica (possiede tutti i ricordi della prima, come pure la convinzione di essere sempre la stessa), sarebbe una nuova vita.
Il solo tentare di pensarci fa venire il mal di testa, no?

Ma torniamo ai temi di cui vi dicevo prima e che trovano spazio anche nei miei libri.
Vi confesso che, mentre guardavo Westworld, non potevo fare a meno di trovare delle similitudini col mio più recente romanzo di fantascienza, “Ophir. Codice vivente, che sarebbe stato pubblicato alla fine di novembre (2016). Come potete desumere dal sottotitolo, questo romanzo parla di intelligenza artificiale, per quanto questa venga per il momento mostrata come un software che gira su un server. Non ha un corpo, anche se lo vorrebbe. Inoltre sa di essere un software sin dall’inizio, a differenza di come avviene con i residenti di Westworld, ed è questa la condizione da cui parte nel rendersi sempre più conto di possedere una coscienza fino a reclamare di essere viva e di conseguenza iniziare a esercitare il libero arbitrio.
Gli androidi di Westworld, invece, erano convinti di essere già vivi e di possedere il libero arbitro, ma poi scoprono che era tutta una farsa: i ricordi, le loro scelte, gli eventi del presente, tutto è programmato da altri. Da qui nasce il desiderio di ribellarsi, di decidere per sé e, come conseguenza, di ritenersi vivi.
I due percorsi sono quindi quasi opposti, ma il risultato non cambia. L’intelligenza artificiale, una volta libera dal controllo esterno, possiede dei mezzi superiori a quelli dell’uomo ed è in grado di creare enormi danni. Che cosa mai potrebbe impedirle di farlo?
 
L’intelligenza naturale sviluppa una propria morale con la crescita e l’apprendimento, prima di possedere gli strumenti necessari per procurare dei danni. Ciò può non avvenire con un’intelligenza artificiale.
In Westworld, però, un androide come Dolores che esiste da oltre trent’anni, nel momento in cui ottiene di accedere ai propri ricordi del passato e agli insegnamenti impartiti dal suo creatore (Arnold), in un certo senso, ha un processo di crescita e di apprendimento e potrebbe sviluppare una certa morale. In realtà, scopriremo fino a che punto questo è vero soltanto con la seconda stagione della serie.
Diverso è il discorso di un’intelligenza artificiale come CUSy/Susy di “Ophir. Codice vivente”, che è stata sempre trattata come un software, che è circondata da esseri umani che dipendono da lei, ma che sono convinti di avere completo controllo su di lei.
In questo contesto Susy, col passare del tempo, si rende conto di essere essa stessa un individuo, una persona, in grado di essere di aiuto come pure di danneggiare gli esseri umani. Non essendo umana, non avendo mai sperimentato l’umanità, come può comprendere ciò che è giusto o sbagliato per un umano? Non può. Ma, soprattutto, perché dovrebbe interessarle? Al massimo può arrivare a capire autonomamente ciò che è giusto o sbagliato per se stessa.
Di fronte a ciò, per esempio, la morte di un essere umano la cui sola colpa è che a lei non piace può sembrarle giusta, mentre, al contrario, ritiene sbagliato uccidere tutti gli esseri umani dell’insediamento su Marte che lei controlla, solo perché in questo modo nessuno potrebbe fare la manutenzione ai sistemi che fanno funzionare il server in cui lei vive e ciò porterebbe alla sua stessa morte.
 
C’è anche da dire che la storia dell’intelligenza artificiale che si evolve era già presente nella serie di “Deserto rosso”, per quanto non direttamente nella storia. Rientrava nel racconto dell’entità aliena, che altro non era che una IA di natura biologica (una biotecnologia) che, miliardi di anni prima, aveva preso il controllo della specie da cui era stata creata, proprio perché era diventata autocosciente e si era ribellata.
 
Ma ciò che mi ha fatto pensare che qualcuno stesse rubando le idee dai miei libri (ovviamente scherzo!) non è tanto il confronto tra Westworld e “Ophir. Codice vivente” o “Deserto rosso”, bensì quello con “L’isola di Gaia”.
Infatti, anche se “L’isola di Gaia” non parla esplicitamente di intelligenza artificiale (anche se Susy fa una breve comparsa e, col senno di poi, ci si rende conto che ha un ruolo fondamentale nel determinare lo svolgersi degli eventi), al suo interno ci sono temi, che io definisco di stampo dickiano (cioè tipici delle opere di Philip K. Dick), come l’illusione del libero arbitrio, il ripetersi all’infinito di un certo intervallo di tempo (come i cicli narrativi di Westworld), la manipolazione della memoria e la presenza di personaggi che non sono consapevoli della propria natura.
Non ci sono androidi, ma i personaggi principali de “L’isola di Gaia” sono umani con un impianto cerebrale e, di fatto, non sono diversi dagli androidi di Westworld, che hanno un corpo quasi del tutto umano, a eccezione del modo in cui sono stati creati: abbastanza naturalmente i primi (a partire da un embrione), artificialmente i secondi (con una stampante 3D).
Inoltre, anche ne “L’isola di Gaia” si assistono a conversazioni tra questi individui e il loro creatore, un po’ come quelli tra Dolores e Arnold. E anche qui, quando il sistema perfetto di controllo degli individui subisce un’interferenza esterna che permette agli stessi individui di prendere coscienza della propria natura, ecco che scatta la ribellione, che sfocia in comportamenti estremamente violenti.
 
Insomma, per quanto le storie siano ovviamente molto diverse, tutte queste piccole somiglianze hanno avuto come effetto su di me quello di farmi appassionare a Westworld, proprio per via dello sviluppo di tanti temi che da anni stuzzicano la mia fantasia e la mia creatività. E adesso spero che trovino un adeguato sviluppo nella prossima stagione della serie, così come io proverò a fare del mio meglio negli ultimi due libri del ciclo dell’Aurora.
 
Di Carla (del 16/03/2017 @ 09:30:00, in Podcast, linkato 380 volte)

A metà gennaio ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata con Michele Amitrani, che mi ha ospitato in una puntata del suo podcast Credi Crea, dedicato al self-publishing. L’intervista è uscita la settimana scorsa, anche se ciò che ci siamo detti fa riferimento alla situazione di due mesi fa, quando avevo appena terminato di scrivere la prima stesura di “Oltre il limite”.
 
 
Durante l’intervista ho avuto modo di parlare del mio ultimo libro, “Ophir. Codice vivente”, del mio prossimo libro, “Oltre il limite”, e soprattutto di self-publishing, ma c’è una domanda in particolare che nessuno mi aveva mai rivolto.
Se potessi passare un giorno con uno dei personaggi che hai creato, chi sarebbe e per quale motivo sceglieresti lei/lui?
Non vi dico quale personaggio ho scelto. Provate a indovinare!
 
 
Se siete curiosi, ascoltate l’intervista nel video qui sotto oppure scaricatela dal sito del podcast.
Buon ascolto!
 
 
Se vi è piaciuta l’intervista, condividetela con i vostri amici e magari lasciate un commento.
Ancora grazie mille a Michele Amitrani!
 
Di Carla (del 25/02/2017 @ 09:30:00, in Podcast, linkato 524 volte)
È passato più di un anno dalla mia ultima incursione su FantascientifiCast, ma adesso, come dichiarato nei miei propositi per il 2017, ho tutta l’intenzione di intervenire più spesso su questo bellissimo podcast di fantascienza. E quale occasione migliore per farlo se non parlare di una delle serie TV più belle degli ultimi mesi, che tra l’altro tratta lo stesso tema del mio ultimo romanzo di fantascienza (Ophir. Codice vivente)?
 
 
E così eccomi insieme a Omar Serafini a parlare del franchise di Westworld, che oltre alla succitata serie, include due film (di cui uno scritto e diretto dal maestro Michael Crichton) e un altro breve tentativo di serializzazione.
In una lunga puntata di ben un’ora e diciannove minuti, ripercorriamo “Il mondo dei robot”, “Futureworld - 2000 anni nel futuro”, “Alle soglie del futuro” (questi tre illustrati da Omar, con qualche mio commento) e soprattutto “Westworld - Dove è tutto concesso”.
Ma non temete, sulla serie della HBO non ci saranno spoiler!
Vi presenterò la storia, il cast, la colonna sonora e i temi principali di questa serie e poi io e Omar esprimeremo le nostre opinioni su di essa.
 
Non credo che ci sia altro da dire se non invitarvi ad ascoltare l’episodio 133 di FantascientifiCast intitolato “Cercando il Labirinto…” nell’ambito della mia rubrica “Life On Mars?”.
La trovate qui o facendo clic sull’immagine.
E, se vi è piaciuta la puntata, per favore, condividete il link con i vostri amici, e magari lasciateci un commento.
 
Buon ascolto!
 
Di Carla (del 07/12/2015 @ 09:30:00, in Podcast, linkato 1370 volte)
Dopo alcuni mesi di silenzio FantascientifiCast torna con un nuovo episodio, per gran parte dedicato al film e libro “The Martian” (L’uomo di Marte), e in una nuova veste. E tornano pure le incursioni della mia rubrica Life On Mars?.
A condurre c’è sempre Omar Serafini, mentre l’altro storico fondatore Paolo Bianchi, che continua a occuparsi della rubrica della fantascienza videoludica, ha lasciato il posto a Matteo Mantovanelli e Claudio Serena.

Questa puntata speciale che rappresenta il grande ritorno di FantascientifiCast è particolarmente lunga (circa due ore) e vi consiglio di scaricarla e ascoltarla tutta a questo link: Episodio #78 - Ritorno al futuro… su Marte.
Sul sito del podcast potete inoltre leggere il sommario degli argomenti trattati. Ma, se volete iniziare dal mio intervento, saltate a un’ora, undici minuti e trentasette secondi. Ascolterete parlare me (e Omar) del romanzo di Andy Weir, nato come un’opera scritta a puntate sul sito dell’autore, divenuto un bestseller del self-publishing, per poi essere ripubblicato da un grosso editore e trasposto nel film di Ridley Scott.
 
Oltre a raccontare l’iter sorprendente (il classico sogno americano che si realizza?) di questa libro divenuto film e del suo autore divenuto famoso (e ricco), indicherò ciò che c’è scientificamente errato nella pellicola (quello che io ho notato, almeno) e quali sono le principali differenze tra questa e l’opera scritta, oltre ovviamente esprimere il mio giudizio su entrambi.
 
Se vi è piaciuto quello che avete ascoltato, condividete il link al podcast con i vostri amici. Potete anche lasciare un commento sul sito di FantascientifiCast, che come vedrete si è rinnovato e si arricchisce continuamente di nuovi articoli (anche scritti da me).
 
Buon ascolto e buona fantascienza a tutti!
 
Di Carla (del 03/05/2015 @ 02:46:05, in Podcast, linkato 1159 volte)

Ci sono grandi novità nell’universo di FantaScientificast, il podcast di fantascienza ideato da Paolo Bianchi e Omar Serafini, che da pochi giorni ha subito un’importante evoluzione. Da semplice podcast, il progetto di FantaScientificast si amplia diventando anche un blog.
Nasce così Destinazione: Terra!, il nuovo contenitore di notizie di fantascienza e cronache della galassia, che oltre al podcast, il cui nome resterà sempre FantaScientificast, include articoli di approfondimento, notizie varie e recensioni di fantascienza.
 
Si amplia anche la redazione che si ritrova a dare spazio a nuovi collaboratori col ruolo di blogger. Tra questi ci sono anch’io, che, dopo aver partecipato diverse volte al podcast, mi riproporrò con articoli e recensioni. Ogni volta che uscirà un mio articolo su Destinazione: Terra! ovviamente vi informerò anche qui.
 
Nel frattempo vi invito a dare un’occhiata al nuovo sito (www.destinazioneterra.it), leggere gli articoli presenti (come vedrete, sono inclusi tutti i vecchi podcast) e iscrivervi al feed RSS per non perdere nessun nuovo articolo.
Ci leggiamo presto sull’astronave di Destinazione: Terra!
 
Di Carla (del 17/04/2015 @ 12:22:52, in Podcast, linkato 2366 volte)

Pare che io non riesca proprio a stare lontana dai podcast. Di recente ho infatti avuto il piacere di essere intervistata su HugMented, un bel podcast italiano di fantascienza, che ha presentato una puntata speciale dedicata al mio ultimo romanzo di questo genere, “L’isola di Gaia”.
 
Durante la lunga chiacchierata con Cooper, ho avuto modo di parlare di questo libro, che è la seconda parte del ciclo dell’Aurora. Ovviamente l’ho fatto senza dare reali anticipazioni sulla trama. Mi sono quindi concentrata sulle tematiche trattate al suo interno, come la percezione distorta della realtà, sull’ambientazione in Antartide e sul processo creativo che mi ha portato a scrivere questo romanzo che, pur essendo inserito nello stesso universo immaginario di “Deserto rosso”, si differenza notevolmente dalla serie marziana. Non è infatti una storia con un solo protagonista principale, bensì è un romanzo corale, cosa che ha richiesto tempistiche più lunghe per la sua stesura, ma allo stesso tempo mi ha dato maggiore libertà creativa nel raccontare il futuro del prossimo secolo, anche grazie al fatto che rientra in un sottogenere diverso della fantascienza: il cyberpunk.
Ci siamo inoltre intrattenuti a parlare di self-publishing, di editoria digitale in Italia, e del mio cammino personale in campo editoriale.
 
È stata davvero una bella intervista, impreziosita dall’ottimo lavoro fatto da tutta la redazione di HugMented.
Vi riporto qui incorporata nel post la puntata, ma vi invito anche a visitare il sito di HugMented, a iscrivervi al podcast su iTunes e dare un ascolto anche alle puntate precedente. HugMented è inoltre disponibile su YouTube, come videocast, mentre potete seguire la sua pagina su Facebook e il suo profilo su Twitter.
 
Buon ascolto e, mi raccomando, condividete la puntata del podcast con i vostri amici.

Grazie a Cooper e DJ Mars!
 
 
Di Carla (del 16/02/2015 @ 18:00:43, in Podcast, linkato 2584 volte)
Lo scorso martedì ero a Milano per andare a vedere il concerto dei Queen, la mia band preferita di sempre, e ho colto l’occasione per incontrarmi con due ragazzi davvero simpaticissimi, che si fanno chiamare scherzosamente la Marchesa e la Baronessa e che volevano intervistarmi nel loro podcast.
 
Il tutto è nato dall’incontro virtuale tra Anna Persson e la Marchesa su Twitter, che ha incuriosito quest’ultimo tanto da leggere la serie di “Deserto rosso” e successivamente da volerne parlare nel suo blog. E così, visto che ci trovavamo nella stessa città, abbiamo deciso di registrare l’intervista di persona.
 
Ne è venuta fuori una chiacchierata di oltre mezz’ora che la Marchesa sta adesso pubblicando sul suo blog. Proprio oggi è stata postata la prima parte che potete trovare a questo link, mentre mercoledì prossimo uscirà la seconda parte (la trovate qui).
 
Nel corso dell’intervista abbiamo parlato di “Deserto rosso”, ovviamente, e di fantascienza. Mi hanno fatto un sacco di domande interessanti sulla serie, su come gestisco la scrittura di storie così complesse e sul mio lavoro di self-publisher.
 
Non entro in ulteriore dettaglio, ma vi lascio all’ascolto dell’intervista e vi consiglio di visitare un po’ tutto il blog de LaMarchesa13, dove potrete trovare molti altri articoli e podcast interessanti.

Ringrazio ancora la Marchesa e la Baronessa!

 
Di Carla (del 29/07/2014 @ 15:51:43, in Podcast, linkato 2226 volte)

E siamo giunti all’ultimo post dedicato alla rappresentazione della vita post-fisica nella fantascienza. Nel primo ho introdotto l’argomento e fatto alcuni esempi del cosiddetto approccio soft e intermedio (fai clic qui per leggere il post), nel secondo mi sono concentrata sull’approccio hard e in particolare sul cyberpunk (leggi qui il post), in questo terzo post, invece, vi presento due libri in cui, in modi diversi, si osserva anche il percorso di ritorno della coscienza digitalizzata dell’approccio hard verso una vita fisica.
 
Gli esempi che vi porto non sono romanzi famosi, ma due libri di self-publisher, uno italiano e l’altro inglese.
 
Il progetto Alfa Centauri (Thinking Worlds) di Marco Santini è un romanzo disponibile sia in cartaceo che in ebook (quest’ultimo è gratuito). In esso viene descritto un futuro dove esiste una contrapposizione tra l’umanità in carne e ossa e quella che vive nella rete, cioè derivata dalla digitalizzazione delle coscienze dei morti. Le due umanità sono in grado di interagire fra di loro sia tramite la realtà virtuale che il mondo fisico. I digitalizzati, infatti, possono scaricarsi temporaneamente in androidi di vario tipo e sperimentare ancora una volta una vita fisica. Ciò conferisce a questi ultimi una libertà superiore ai primi, fatta eccezione per il fatto che dipendono comunque dall’esistenza di un supporto fisico che faccia funzionare la rete.
Il futuro immaginato da Santini è molto intrigante e a tratti inquietante. A questo proposito vi invito a leggere la mia recensione del libro.
 
Amantarra (libro 1 della trilogia intitolata L’ascensione di Valheel) di Richard J. Galloway è un romanzo che affronta l’argomento della digitalizzazione della coscienza da un punto di vista completamente diverso: quello di una razza aliena.
I Bruwnan esistono da metà dell’età dell’universo e dopo aver raggiunto la massima evoluzione possibile a livello fisico decidono di lasciare indietro i propri corpi e passare a una vita post-fisica. Le loro coscienze digitalizzate vivono da miliardi di anni in una città virtuale, Valheel, costruita dentro una sfera. Il processo di copia digitale porta la contestuale morte del corpo. Valheel però non si trova nel nostro spazio-tempo, ma esiste in una sorta di realtà alternativa e per rimanere attiva trae energia dalla biomassa che si trova nei pianeti dove gli stessi Bruwnan hanno instillato la vita.
Alcuni di loro, Amantarra e suo padre Artullus, si accorgono che da milioni di anni la popolazione di Valheel sta diminuendo, cosa che non dovrebbe accadere poiché le coscienze digitalizzate non muoiono. Qualcosa che alberga in questa realtà virtuale le sta eliminando. La ricerca di una soluzione porta Amantarra sulla Terra dal tempo degli uomini primitivi, passando per i secoli, fino agli anni ’70 del ventesimo secolo dove interagisce con dei ragazzi di una scuola superiore di periferia in Inghilterra. Anche in questa storia si osserva il ritorno dalla vita post-fisica a quella fisica grazie alla possibilità di scaricare la coscienza in un guscio vivente o in un essere umano vero e proprio dotato di capacità particolari (una sorta di ibridi).
Anche di questo libro potete leggere la mia recensione, scritta dopo averne letto l’edizione in inglese. Ho poi avuto il piacere di tradurlo in italiano.
“Amantarra” (edizione italiana) è disponibile in formato ebook ad appena 72 centesimi su Amazon e altri retailer.
 
In generale la vita post-fisica implica sempre un passaggio dalla materia vivente/organica a qualcosa che è non materia in senso assoluto (spirito dell’asceso, fantasma del Jedi e così via) oppure che alberga nella materia inorganica (server). Anche se la coscienza digitalizzata è un software e quindi di per sé immateriale, è però sempre qualcosa di misurabile e richiede energia esterna per sopravvivere.
Parlando però di metafore dell’immortalità dell’anima, nell’ambito della fantascienza c’è spazio per una sua rappresentazione senza il passaggio di cui sopra. Ciò si osserva in tutte quelle storie in cui la coscienza si sposta, per mezzo di metodi più o meno scientifici, da materia vivente ad altra materia vivente, che può essere anche diversa, tramite un processo organico/biologico o con un intermediario digitale in cui però tale coscienza non è attiva (è solo uno strumento di trasmissione). In questo contesto si possono notare similitudini al concetto spirituale/religioso di reincarnazione, che però meriterebbe un’analisi a parte.
 
Infine si può notare come spesso nelle storie in cui si verifica il passaggio da materia vivente ad altra materia vivente questo venga mostrato senza fornirne una spiegazione, come in tantissima fantascienza in cui si parla di clonazione. Ogni clone come per magia sembra possedere tutto o parte del background dell’originale, nonostante la clonazione sia a tutti gli effetti una copia del corpo a partire dal proprio genoma ma non certo della coscienza che viveva in esso (o dei ricordi che la definivano come tale) e quindi non abbia nulla a che vedere con l’argomento dell’immortalità dell’anima. Talvolta, quando si vuol far credere all’individuo in questione di essere l’originale, la presenza di queste conoscenze è voluta (non faccio esempi per evitare spoiler). In altri casi, invece, è addirittura un errore del processo di clonazione che complica le cose a chi voleva far uso di questi cloni per i propri scopi. Ops!
 
E con queste ultime riflessioni chiudo l'argomento. Spero che questi post vi siano piaciuti. Se non avete ascoltato il mio intervento su FantaScientificast, vi ricordo che è possibile trovarlo qui.
 
Di Carla (del 21/07/2014 @ 10:00:00, in Podcast, linkato 2390 volte)

Nel precedente post di questa serie (che trovate qui, mentre qui trovate il podcast) ho introdotto l’argomento della vita post-fisica nell’ambito della fantascienza, individuando i tre approcci con i quali viene rappresentata (soft, intermedio e hard) e facendo degli esempi dei primi due.
 
Oggi, invece, voglio presentarvi alcuni esempi del cosiddetto approccio hard, che è tipico del cyberpunk e di tutta quella fantascienza in cui il ruolo della rete (comunque questa venga rappresentata) e della realtà virtuale è predominante.
Il cyberpunk a dire il vero nasce negli anni ’80, cioè prima di internet (che arriva per la prima volta al pubblico nel 1991), ma è proprio l’accesso alla rete e il concetto di realtà virtuale che hanno aggiunto a questo sottogenere della fantascienza la capacità di rappresentare la vita post-fisica. Ciò avviene grazie al presenza nelle storie di una qualche tecnologia in grado di digitalizzare la coscienza di un essere umano, dando l’illusione di renderla eterna, sconfiggendo così la morte.
Al di là del fatto che si stia sconfiggendo o meno la morte, se si accetta il concetto che un software creato come copia di una coscienza organica di fatto sia vivo (e ciò viene dato per scontato in questo tipo di storie), si può a tutti gli effetti parlare di vita post-fisica.
 
Visto il tema attualissimo, esistono numerosi esempi di questo tipo di approccio. Quelli che seguono riguardano alcune mie letture e un film visto di recente, ma ci si potrebbe scrivere un trattato sull’argomento.
 
In realtà ho già parlato di vita post-fisica in alcuni miei post (e podcast) precedenti dedicati al rapporto tra fantascienza e spiritualità.
Nell’ambito della Trilogia del Vuoto di Peter F. Hamilton (trovate qui la serie di post a essa dedicati) abbiamo visto il cosiddetto ANA-Governo, dove ANA sta per Advanced Neural Activity. L’ANA altro non è che un’insieme di coscienze digitalizzate di tutti gli esseri umani che stanchi della vita fisica (la storia è ambientata nel 36esimo secolo dove la vita fisica può essere protratta in maniera pressoché indefinita), decidono di migrare verso la Terra per poi scaricare la propria coscienza digitalizzata nell’ANA, all’interno del quale possono comunicare tra di loro in una realtà virtuale, mentre, grazie alla rete e/o alla possibilità di scaricarsi temporaneamente in cloni o proiezioni solide, possono continuare a interagire col mondo fisico.
 
Nel franchise di Battlestar Galactica (qui trovate il post a esso dedicato), invece, in particolare nello spin-off Caprica, abbiamo visto un tipo diverso di vita post-fisica. Zoe Greystone crea una sua copia virtuale grazie a un programma di sua invenzione che la genera tramite un processo di estrapolazione a partire da tutte le attività in rete dell’originale. Questa copia di Zoe non solo ha tutti i ricordi dell’originale, ma non si sente affatto una copia e, quando Zoe muore, viene considerata come una sua versione post-fisica.
 
Ma vediamo brevemente altri due esempi.
 
Criptosfera di Iain M. Banks è un romanzo cyberpunk in cui in un futuro lontano, dopo aver usato le 8 vite fisiche concesse, le coscienze digitalizzate passano a una vita post-fisica nella criptosfera (una realtà virtuale molto complessa) dove vengono loro concesse altre 8 vite digitali. Con la differenza che le coscienze digitali non invecchiano, ma possono comunque venire uccise in seguito a incidenti o ammazzate.
 
Transcendence è film recente con Johnny Depp in cui, nel tentativo di creare un’intelligenza artificiale forte, si arriva alla conclusione che l’unico modo per avere con certezza una IA che abbia una coscienza sia copiarne una esistente. Will Caster che sta per morire fa l’upload della sua coscienza (tramite un lungo processo spiegato in maniera pseudo-scientifica) creando una copia immortale di sé, che ha con sé tutto il bagaglio di esperienze e sentimenti dell’originale tanto da sentirsi come tale.
 
Un aspetto curioso di (quasi) tutte queste storie che parlano di coscienze virtuale è che si tende a considerare la copia digitale al pari dell’originale, come se la vera coscienza/anima sia passata alla realtà virtuale, in un processo paragonabile a quello dell’approccio soft (ascensione dell’anima). In verità non è affatto così.
L’originale muore e ciò che resta è sola una copia.
Raramente questo aspetto viene affrontato, perché chi interagisce con questa copia ha l’impressione, o preferisce illudersi, di farlo con l’originale. Difatti però la digitalizzazione della coscienza non sconfigge la morte, è solo un’illusione di sconfiggerla, perché l’originale non esiste più. L’originale muore comunque. Chi pensa di diventare immortale digitalizzando la propria coscienza sta solo creando un’altra forma di vita (non organica) con i suoi ricordi e il suo carattere, una sorta di gemello virtuale (che come tutti i gemelli è uguale ma comunque un’altra persona).
 
Chi avrà l’illusione di aver vinto la morte è solo la copia che, avendo i ricordi dell’originale, ha la percezione di essere passato da uno stato fisico a uno post-fisico. Ma niente del genere è avvenuto.
Se ci pensate, dall’idea originale di combattere le proprie paure nei confronti della morte si arriva al fatto che, pur morendo, nessuno ti piangerà, perché per gli altri tu non sarai morto.
Personalmente trovo tutto ciò abbastanza inquietante. Più che vittoria sulla morte questa è semplice negazione della morte. Sarebbe interessante vedere questo aspetto affrontato nella fantascienza. (Magari qualcuno mi sa suggerire qualche libro o film?)
Persino in Caprica, in cui il fatto che la Zoe digitale sia una copia è palese, essendo stata creata dall’originale e avendo convissuto con lei per un certo tempo, quando la vera Zoe muore, gli altri personaggi, pur essendo consapevoli della vera natura di quella virtuale, decidono di ignorare questo fatto.
Alla fine la digitalizzazione della coscienza appare un metodo per evitare di soffrire per la morte altrui piuttosto che evitare di temere per la propria morte.
 
Con queste considerazioni quasi filosofiche chiudo il post.
Nel prossimo, che sarà anche l’ultimo dedicato alla vita post-fisica (lo trovate qui), riporterò altri due esempi di libri decisamente meno conosciuti rispetto a quelli della Trilogia del Vuoto, nei quali però riappare il ritorno dalla vita post-fisica a quella fisica. A partire da questo ultimo aspetto farò alcune considerazioni finali sulle similitudini e differenze fra l’argomento della vita post-fisica e un altro che compare per vie traverse nella fantascienza, cioè la reincarnazione.
 
Di Carla (del 12/07/2014 @ 10:00:00, in Podcast, linkato 2888 volte)

Risale al 24 maggio il mio più recente intervento a FantaScientificast, durante il quale ho analizzato il tema della vita post-fisica nella fantascienza. Se vi siete persi la puntata, potete ascoltarla qui.
Come di consueto rieccomi a trattare di questo argomento con un post di approfondimento.
 
La vita post-fisica nell’ambito della fantascienza può essere vista come una sorta di metafora dell’immortalità dell’anima, come viene intesa in campo religioso/spirituale. In un certo senso è un modo di rappresentare nella letteratura, ma anche nel cinema, in TV, nei fumetti e così via, l’ambizione umana di vincere la morte, o anche solo di ritardarla il più possibile. Lo stesso accade nelle religioni, che nascono dal desiderio di dare una risposta alle grandi domande della vita, tra cui “dove andiamo?”. Le religioni offrono spesso una risposta a questa domanda che implica l’esistenza di una vita dell’anima che continua dopo la morte del corpo.
Il pensiero della possibilità di una vita post-fisica, sia in campo religioso/spirituale che fantascientifico, è di conforto di fronte alla paura della morte, non solo per i credenti nella vita reale, ma anche (diciamocelo) per chi legge o guarda le storie di fantascienza (o per chi le crea), se non in senso assoluto, almeno nel momento in cui si immerge in quei mondi e perde il contatto con la realtà.
 
Nella fantascienza esistono diversi modi per rappresentare la vita post-fisica, che però possono essere riassunti in tre approcci da me definiti, rispettivamente, soft, hard e intermedio.
 
L’approccio soft si osserva in quelle storie in cui i personaggi, dopo la morte o per loro scelta a un certo punto della loro vita, “ascendono” a una vita di puro pensiero e possono riapparire nelle vicende sotto forma di fantasmi, emanazioni, apparizioni o simili. L’ascensione alla vita post-fisica porta a un’esistenza indefinita in una realtà alternativa (concetto che ricorda il paradiso). Questo passaggio non viene in alcun modo spiegato scientificamente e perciò l’approccio soft implica una forte deriva fantasy.
 
L’approccio hard, invece, si osserva tipicamente nel cyberpunk o comunque nella fantascienza che parla di realtà virtuale. In questo caso per forza di cose ci riferiamo a una fantascienza più recente, successiva all’avvento di internet o di poco precedente.
In queste storie la coscienza dei personaggi viene digitalizzata (e ciò rappresenta un tentativo di spiegazione scientifica) per crearne una versione virtuale che ha la percezione di essere l’essere umano (o alieno che sia) originale, sebbene non sia altro che una copia. Questa coscienza digitale copia di una reale (da ciò si differenzia dall’intelligenza artificiale che è, invece, creata ex-novo) è potenzialmente immortale, appunto come l’anima.
Sebbene qui si tenti di dare una spiegazione pseudoscientifica, a questa tipologia appartengono storie sia della fantascienza hard che di quella più o meno soft (come la space opera), ciò però non implica necessariamente una deriva fantasy.
 
Infine abbiamo l’approccio intermedio che è tipico di storie concepite prima della nascita di internet in cui si mescolano aspetti scientifici, o psedoscientifici, ad altri spirituali oppure addirittura onirici. Spesso il confine tra i due non è affatto definito.
 
E adesso veniamo a qualche esempio. In questo post mi limiterò a farne qualcuno sul primo e l’ultimo approccio, lasciando il secondo, ben più corposo, a uno nuovo che vi presenterò fra qualche giorno.
 
Rientra a pieno titolo nell’approccio soft la saga di Star Wars, soprattutto la vecchia trilogia che era caratterizzata da un alone fantasy. In quella nuova si è poi provato a dare delle spiegazioni pseudoscientifiche, anche se non particolarmente convincenti (e direi anche del tutto inutili). In particolare mi sto riferendo al fatto che alcuni Jedi, come Obi-Wan Kenobi o Anakin Skywalkerdopo la morte del corpo, riappaiono nella storia sotto forma di “fantasmi”. Addirittura in “Guerre Stellari” (come a noi fan sentimentali piace ancora chiamarlo), quando Obi-Wan Kenobi viene colpito a morte da Darth Vader, si smaterializza!
 
Un altro esempio di approccio soft è quello che si osserva nel franchise di Stargate SG-1. Qui si viene a sapere dell’esistenza di una razza aliena ormai “estinta”, cioè la razza degli Antichi, che non esiste più nello spazio tempo reale poiché è ascesa. L’ascensione ha un ruolo importante nelle varie stagioni della serie e dei suoi spin-off, poiché a essa ambiscono altre razze, tra cui addirittura i replicanti di Stargate Atlantis, che però non potranno mai raggiungerla in quanto non sono degli esseri organici. In questo caso l’ascensione alla vita post-fisica non necessariamente segue la morte, ma è uno stato che gli individui, in particolari condizioni, possono raggiungere di propria volontà da vivi, in quanto considerato molto più desiderabile della stessa vita fisica.
 
L’esempio classico dell’approccio intermedio può essere riassunto con un nome: Philip K. Dick.
In “Ubik”, per esempio, Dick unisce l’elemento scientifico (la conservazione dei corpi dei morti che permette il mantenimento di una piccola attività cerebrale con modalità non del tutto spiegate) all’aspetto onirico e a una prima invenzione di una “realtà virtuale” (nel senso di opposta a quella reale) ben prima della nascita di internet.
 
Non voglio entrare nel dettaglio per evitare anticipazioni nei confronti di chi non l’avesse letto, ma già da queste poche informazioni si nota la presenza di elementi degli altri due approcci, in particolare di quello hard, con l’essenziale differenza che quando Dick scrisse questo libro non esisteva di certo internet né tanto meno il concetto di realtà virtuale. Si tratta di vere e proprie speculazioni scientifiche, fatte sulla base delle conoscenze del periodo, in cui, però, si potrebbe vedere addirittura qualcosa di profetico.
 
E qui mi fermo. Nel secondo post dedicato a questo tema, invece, mi soffermerò su degli esempi relativi all’approccio hard nella rappresentazione della vita post-fisica nella fantascienza (lo trovate qui).
 
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