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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 02/09/2016 @ 09:30:00, in Autori preferiti, linkato 1388 volte)

Ricordo ancora quella notte in cui, seduta sul mio letto, stavo leggendo la scena de “Il silenzio degli innocenti” in cui Clarice entra nella casa di Buffalo Bill.
Avevo le palpitazioni.
E non scherzo.
 
Ho letto tantissimi libri nella mia vita, alcuni davvero belli ed emozionanti, ma solo “Il silenzio degli innocenti” mi ha fatto sentire così. Mentre lo leggevo, io ero Clarice e, tra la paura e l’orrore, perlustravo quella casa in cerca della figlia della senatrice. Ero anche quella ragazza (non ricordo il suo nome) che, bloccata nel pozzo, implorava Clarice che non la lasciasse sola. Ma Clarice doveva prima trovare il serial killer, affinché entrambe fossero al sicuro.
 
Tutti i romanzi di Thomas Harris, per quanto siano solo cinque, hanno sortito in me lo stesso effetto: mi sentivo dentro la storia e dovevo leggere in qualsiasi momento, qualunque cosa stessi facendo.
Nessun altro autore è mai riuscito a catturarmi così tanto con la propria prosa da spingermi a leggere fuori dai luoghi e tempi soliti che dedico a questa attività. C’è qualcosa nel suo modo di narrare unico che è in perfetta sintonia con me, senza la minima sbavatura, per cui quando mi viene chiesto quale sia il mio autore preferito, intendo il primo in assoluto nella mia graduatoria, la risposta è solo una: Thomas Harris.
Gli altri vengono molto dopo.
 
Su di lui non si sa molto, essendo una persona molto discreta, sfuggente alla stampa. Sappiamo che in trentuno anni ha scritto cinque libri e che ne sono passati dieci dall’ultimo. Da ognuno di essi è stato tratto un film di successo, dal suo secondo libro “Red Dragon” (precedentemente pubblicato col titolo “Il delitto della terza luna” e “Drago rosso”) addirittura due. Pare che abbia riferito a Stephen King che per lui scrivere è una vera tortura e questo spiega il perché sia così poco prolifico.
Nel mio piccolo lo comprendo perfettamente. Scrivere è davvero una tortura, ma di certo lui è più fortunato di me, perché può permettersi poco più di un libro per decennio, visto il successo che hanno!
 
Come molti, l’ho conosciuto con “Il silenzio degli innocenti”, ma il mio preferito dei suoi libri è “Hannibal”, dove la figura di Lecter, il perfetto antieroe, viene mostrata in tutto il suo splendore al lettore. Non è un caso che il dottor Hannibal Lecter, il serial killer detto anche il cannibale, per l’abitudine di nutrirsi di alcuni organi delle sue vittime, sia anche il mio personaggio letterario preferito.
Ciò che adoro dello scrivere di Harris è la sua incredibile capacità di sviluppare un personaggio dalle chiare connotazioni negative, ma riuscire comunque a farmelo amare. Nessuno come lui riesce a stravolgere lo stesso concetto di bene e male.
In “Hannibal” in particolare non esiste un buono in senso stretto. C’è tanta di quella cattiveria nei personaggi che Lecter diventa l’eroe della storia a tutti gli effetti. E il modo in cui viene mostrato ciò che alberga nella sua mente (il palazzo della memoria) mi fa comprendere le sue motivazioni, il perché sia diventato quello che è, fino a immedesimarmi in lui e accettare le sue azioni, la sua cattiveria.
 
Harris mi ha dimostrato che un cattivo vero come Lecter (e lui lo è senza dubbio, poiché non vi è in lui alcun rimorso né la minima ricerca di redenzione) può essere l’eroe di un romanzo, apprezzato e riconosciuto come tale da tantissimi lettori.
 
Lecter fa la sua prima e breve comparizione in “Red Dragon”. Il primo film tratto da questo romanzo è “Manhunter - Frammenti di un omicidio” con William Petersen (il Gil Grissom di CSI), dove Lecter, qui stranamente chiamato Lecktor, è interpretato da Brian Cox. La sua seconda trasposizione cinematografica, “Red Dragon” con Edward Norton, vede invece Anthony Hopkins riprendere il suo ruolo nel 2002, dopo “Il silenzio degli innocenti” (1991) per cui vinse l’Oscar nel 1992 come migliore attore protagonista (lo vinsero anche Jodie Foster nel ruolo di Clarice, il regista Jonathan Demme, lo sceneggiatore Ted Tally e lo stesso film) e dopo “Hannibal” (2001).
L’ultimo romanzo della serie, “Hannibal Lecter - Le origini del male”, è stato pubblicato nel 2006 e racconta la gioventù del personaggio. La storia di Hannibal, invece, si conclude con “Hannibal” (pubblicato 1999), che ha un finale completamente diverso da quello del film.
A questo personaggio è stata anche dedicata una serie TV, “Hannibal”.
 
Prima della serie di Lecter, Harris ha scritto “Black Sunday” (1975), un romanzo che racconta di un attentato terroristico con un dirigibile ai danni dello stadio di New Orleans, dove si sta disputando il Super Bowl. Anche in questo l’autore investiga nell’animo dei cattivi, mostrando senza filtri al lettore la logica delle loro intenzioni e delle loro azioni.
Ricordo di aver iniziato a leggere il libro nel 2001 e di essere stata costretta a interrompere momentaneamente la lettura dopo gli attentati dell’11 settembre, poiché mi risultava troppo realistica. L’ho poi ripreso anni dopo e terminato in pochissimi giorni.
 
Dopo “Hannibal - Le origini del male” mi sono chiesta cosa Harris avrebbe mai potuto scrivere, visto che la serie di Lecter pareva conclusa. Certo, ci sarebbe tanto da raccontare tra la fine di questo romanzo e l’inizio di “Red Dragon”, ma non so fino a che punto avrebbe senso farlo. Lecter è già perfetto così. Piuttosto sarei curiosa di sapere quali altri terribili personaggi dimorano nella sua mente. Vorrei conoscerli.
Non ho idea di cosa stia facendo Harris adesso, ma spero vivamente che si stia torturando almeno unultima volta per regalarci un’altra sua bellissima opera.
 
Di Carla (del 10/08/2016 @ 09:30:00, in Autori preferiti, linkato 1422 volte)

Non ricordo esattamente quando mi capitò di leggere il mio primo libro di John Grisham, né quale fosse, ma di certo avvenne già all’inizio degli anni novanta e ben presto questi diventò uno dei miei autori preferiti. A tutt’oggi nel controllare la lunga lista dei suoi romanzi, se escludiamo la serie per ragazzi di Theodore Boone e alcuni dei quali ho visto la trasposizione cinematografica (e quindi per ora ho lasciato da parte), scopro che me ne mancano solo sei, inclusa la raccolta di racconti “Ritorno a Ford County” e due di argomento sportivo, che non mi interessano particolarmente.
 
Grisham è veramente un avvocato che alla fine degli anni ’80 decise di cimentarsi nella scrittura con “Il momento di uccidere”, romanzo da cui venne tratto il famoso film con Samuel L. Jackson, Matthew McConaughey, Sandra Bullock e Kevin Spacey. Il suo secondo romanzo, “Il socio” (anche questo divenuto un film, con Tom Cruise, e più recentemente una serie TV, cui si riferisce la locandina in basso), diventò un bestseller e segnò l’inizio per lui di un drastico cambio di carriera.
 
Ai suoi libri viene affibbiata l’etichetta di legal thriller, ma in realtà ciò che veramente li accomuna è il fatto che al loro interno c’è quasi sempre l’elemento legale (frutto del suo background) che viene usato solo come pretesto per poi raccontare le storie delle persone. Alcuni suoi romanzi hanno effettivamente il ritmo, la suspense e il finale che ci si attende dai thriller, soprattutto la prima parte della sua produzione, ma nell’andare avanti nella propria carriera Grisham ha sempre più spesso proposto delle storie incentrate su una morale e con un finale realistico e, quindi, non sempre del tutto positivo per i protagonisti. Rientrano in quest’ultima categoria romanzi come “Il testamento” o “Ultima sentenza”.
 
Grisham ha anche provato ad allontanarsi del tutto dall’argomento legale con “Fuga dal Natale”, “L’allenatore” e “Il professionista”. Il primo potrebbe essere definito un romanzo umoristico, anche se ammetto di aver odiato il finale, che non ho trovato per niente divertente. Il secondo è fortemente incentrato sul football americano, sport che conosco appena, e ciò non mi ha permesso di apprezzarlo più di tanto. Il terzo ho deciso proprio di non leggerlo (o, se l’ho letto, devo averlo rimosso!), proprio perché tratta dello stesso argomento.
 
La casa dipinta”, pubblicato nel 2001, appartiene anch’esso alla narrativa non di genere, benché vi faccia una piccola apparizione anche l’argomento legale. Si tratta di un romanzo molto particolare, poiché la storia viene narrata da un bambino di sette anni. L’autore lo scrisse ben prima di diventare famoso e, proprio grazie alla fama raggiunta, poté in seguito ottenerne la pubblicazione.
Ricordo di aver letto questo libro nel periodo in cui uscì e di averlo particolarmente amato. Mi ha aperto gli occhi sulla bravura di Grisham nel ruolo di narratore che va oltre le etichette poste ai suoi romanzi.
 
Il mio preferito della sua produzione è, senza ombra di dubbio, “La giuria”, che è a tutti gli effetti un legal thriller. La storia è incentrata su una causa intentata contro un produttore di sigarette per conto della moglie di un uomo, un fumatore, morto di cancro ai polmoni. All’argomento di grande interesse si aggiunge il tema legale sviluppato dalla trama: le dinamiche di una giuria in una causa di questo tipo, a partire dalla sua formazione fino a tutti gli intrighi per pilotarne il verdetto.
Da questo romanzo è stato poi tratto un film con John Cusack, Rachel Weisz, Dustin Hoffman e Gene Hackman.
Se non avete mai letto un libro di Grisham, questo è sicuramente quello che vi consiglio.
La mia ultima lettura, invece, è “L’ombra del sicomoro”, in cui il tema legale è accompagnato da quello del razzismo, già visto ne “Il momento di uccidere”, di cui rappresenta una sorta di sequel.
 
Tra le mie recensioni che potete trovare in questo blog vi segnalo anche: “I contendenti”, “Io confesso”, “Il ricatto”, “L’ultimo giurato”, “Il re dei torti” e “Innocente. Una storia vera”.
 
Infine, vi riferisco una piccola curiosità. Io e Grisham, pur essendo così lontani come autori, sia a livello di tematiche che, soprattutto, di copie vendute (!), ci siamo però trovati per caso a rivaleggiare per la seconda posizione nella classifica generale del Kindle Store americano verso la fine dello scorso ottobre (2015), io con il mio “The Mentor” e lui col suo “Rogue Laywer” (che poi in Italia è uscito col titolo di “Avvocato canaglia”). Certo, poi tra i due libri c’era anche un’altra trascurabile differenza: il suo costava oltre sette volte il mio (che in quel momento era in promozione scontata)!
In ogni caso, trovarsi lassù con lui, che è uno degli autori da cui da sempre traggo ispirazione, è stata una grande emozione che non credevo che avrei mai avuto la fortuna di provare.
 
Di Carla (del 28/07/2016 @ 09:30:00, in Autori preferiti, linkato 2350 volte)
Immagine da http://www.telegraph.co.uk/content/dam/Travel/leadAssets/31/12/patriciacornwell_3112874a-large.jpg
Non avevo più di diciotto anni quando mi capitò di leggere il mio primo libro di Patricia Cornwell ed era in inglese. Si trattava di “Oggetti di reato” (Body of Evidence) e mi piacque così tanto che decisi di continuare con “Postmortem”. Solo allora mi accorsi non solo che erano collegati, ma che li avevo letti nell’ordine sbagliato! Un errore che non ho più ripetuto e che invito qualsiasi lettore che intenda avvicinarsi alle opere di questa autrice a non commettere.
 
Sicuramente la serie più famosa della Cornwell, che a oggi include ben venticinque romanzi (tra cui “Chaos” del 2016), è quella che vede come protagonista il medico legale Kay Scarpetta. Un personaggio di origine italiana che pare sia ispirato a una persona reale, la dottoressa Marcella Farinelli Fierro, con cui la stessa Cornwell ha lavorato negli anni ’80. La realtà e la finzione si mescolano nei suoi romanzi, nei quali racconta con minuzia di particolari il lavoro del medico legale e porta alla ribalta della narrativa il tema della scienza forense, tanto che pare che essi abbiano avuto un’influenza notevole nelle serie TV su questo argomento, come CSI.
 
La scienza forense è sicuramente un elemento essenziale in questa serie di romanzi. L’autrice attinge a piene mani dalla propria esperienza di lavoro presso l’Ufficio del Medico Legale Capo della Virginia. Lei non è un medico, ma lavorava come analista informatica, cosa che ha senza dubbio contribuito alla creazione in un altro personaggio, quello di Lucy Farinelli (ancora questo cognome), la nipote della Scarpetta.
Nei primi libri Lucy è una ragazzina con una grande abilità nell’uso del computer, ma poi la vediamo crescere e diventare un personaggio complesso e a tratti problematico. E infatti, benché i romanzi di questa serie rientrino nella cosiddetta crime fiction, ciò che davvero conta, ed il motivo per cui vanno letti in ordine, non è il singolo caso narrato, bensì le sottotrame che seguono Kay Scarpetta, Lucy, Pete Marino e tutti gli altri personaggi ricorrenti. Alla fine il criminale di turno, spesso e volentieri un serial killer (ma non sempre), è uno strumento per costruire atmosfere cupe, mostrare l’investigazione che parte dal cadavere della vittima e dalle altre prove fisiche, ma è solo uno degli elementi di conflitto dei singoli libri.
Non a caso, una cosa che notai già da quella prima lettura, è che la risoluzione,che spesso porta alla morte del cattivo, si realizza in fretta, nel giro di un paio di capoversi, tanto che ogni volta mi ritrovo a tornare indietro e a rileggere perché me la sono quasi persa!
 
Eppure continuo a leggere i suoi libri, perché trova sempre un modo diverso di sorprendermi. Ci si potrebbe chiedere come sia possibile per un autore continuare a raccontare per venticinque libri gli stessi personaggi, riuscendo a rendere le loro vicende interessanti.
La Cornwell in qualche modo ci riesce, spesso sperimentando. Alcuni suoi libri sono scritti in prima persona, altri in terza, alcuni addirittura al presente. Nell’ultimo che ho letto, “Autopsia virtuale” (sono quasi sei romanzi indietro, ma li tengo da parte e me li leggo sempre con calma; tanto i romanzi non scadono!), riesce a sviluppare una storia in prima persona nell’arco di circa ventiquattro ore. Scarpetta non era presente all’omicidio, ovviamente, e partecipa solo in parte alle investigazioni, ma tramite tutta una serie di espedienti l’autrice riesce comunque a rendere il romanzo avvincente e a fare in modo che il caso tocchi da vicino i personaggi principali, divenendo un’unica cosa con le sottotrame.
Questa sua capacità fa sì che i suoi libri siano dei crime thriller e non dei gialli o polizieschi.
 
Ma la Cornwell non ha scritto soltanto la serie di Scarpetta. Si tratta solo della sua serie più famosa e che continua a sviluppare per via nel successo che continua ad avere.
Ha provato a scrivere altro e, come spesso capita, il suo tentativo non è stato apprezzato da molti dei suoi fan (soprattutto quelli che rientrano nella poco interessante categoria di lettori che amano fossilizzarsi in un certo tipo di letture).
 
Un’altra sua serie che conta solo tre libri (“Il nido dei calabroni”, “Croce del sud” e “L’isola dei cani”) è quella di Judy Hammer e Andy Brazil. Nel terzo si scopre che è ambientata nella stessa realtà della serie di Scarpetta (che appare in un breve cameo), ma non ha nulla a che vedere con le storie di quest’ultima.
Abbiamo sempre a che fare con dei crimini, ma il tono è molto più leggero, ironico. Durante la lettura ci si ritrova spesso a ridere. L’autrice sperimenta mostrando delle scene persino dal punto di vista degli animali (ne “L’isola dei cani” ce n’è una favolosa dal punto di vista di un granchio!) e si sofferma a raccontare interessanti storie sulla gente del posto. Il primo dei libri di questa serie è diventato nel 2012 anche un film per la TV con Virginia Madsen.
 
Poi c’è la serie di Win Garano, costituita da due brevi romanzi (“A rischio” e “Al buio”), che ha come protagonista un detective di colore, ma di origini italiane. I toni sono più cupi, ma la storia galoppa ad alta velocità e ha la caratteristica di essere narrata al presente in terza persona, quasi fosse una sceneggiatura. E guarda caso entrambi i romanzi sono stati tradotti in film per la TV con Daniel Sunjata e Andie MacDowell (in entrambi la stessa Cornwell è apparsa nel ruolo di una cameriera), anche se la storia di questi ultimi ha delle differenze rispetto ai primi e il finale è diverso.
 
Non ho avuto invece modo di leggere alcuna delle sue opere di non-fiction, come per esempio quella su Jack Lo Squartatore, perché non mi interessano particolarmente o per niente (specialmente i libro di ricette della Scarpetta!).
Comunque sia, posso tranquillamente dire che Patricia Cornwell è uno dei miei autori preferiti, e soprattutto uno dei pochissimi di cui compro sempre il libro cartaceo. Sono affascinata dal suo modo di scrivere tanto che da qualche tempo a questa parte ho deciso di non acquistare le edizioni in italiano (anche perché nelle ultime che avevo letto la qualità della traduzione era diminuita drasticamente, con un’imbarazzante carenza di congiuntivi) e di leggerla in lingua originale. Però, da sua ammiratrice, sia come lettrice che come autrice di crime thriller (come la trilogia del detective Eric Shaw, in cui ho preso in prestito l’espediente del blog all’interno del romanzo, che viene usato ne “L’isola dei cani”), mi auguro che riesca a svincolarsi (editore permettendo) di nuovo dalle grinfie della Scarpetta (non sarà il caso che vada in pensione?) e che ci mostri presto la propria bravura con nuove storie e nuovi personaggi.
 
Potete trovare un elenco completo dei suoi libri su Wikipedia, ma in particolare vi consiglio di leggere la sua pagina in inglese, perché è più completa.
 
Pagine: 1

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