Immagine
 Lago di Ledro... di Carla
 

“Mi chiedo cosa si provi a possedere un corpo.”
Ophir. Codice vivente

 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Una decina di giorni fa, esattamente il 5 e il 6 settembre, sono stata ospite di Sassari Comics and Games 2015. Ho parlato diffusamente di questa manifestazione nel mio articolo apparso su Destinazione Terra, di cui ero inviata. Lo potete trovare a questo link.
 
In questo post vorrei, invece, raccontarvi le mie impressioni personali su questa esperienza.
Si trattava della prima volta che mi capitava di essere ospite di un evento nella mia terra, la Sardegna, e ciò mi ha procurato un’emozione particolare. È stata anche l’occasione di incontrare di persona qualche conoscenza con cui ero entrata in contatto finora solo tramite il web (come Dario Tonani, Flora Staglianò e Dany&Dany), ma anche di fare qualche nuova amicizia con gli altri panelist e le altre persone dello staff di Sassari Cosplay. Non a caso nei giorni successivi il mio account di Facebook è stato tempestato di richieste di amicizia. In pratica, oltre a essere stata un’occasione per parlare dei miei libri di fantascienza e della mia collaborazione con FantaScientifiCast e Destinazione Terra, questo evento mi ha permesso di instaurare nuovi contatti più di qualunque altro in passato.
 
Tutto ciò mi fa riflettere sul vero valore di queste partecipazioni. Ci si va ovviamente per promuoversi, tant’è che ho pure venduto alcune copie cartacee dei miei libri, che difficilmente avrei potuto portare con me, se avesse avuto luogo fuori dalla Sardegna. Ma queste poi alla fine sono un modo per riprendere contatto con il mondo reale del mestiere dello scrittore o del fumettista (o altra figura che lavora nel campo dell’editoria), fatto di persone che sfruttano eventi del genere per confrontarsi tra di loro, conoscere i rispettivi lavori, lasciarsi stimolare dai progetti altrui, creare interazioni e sinergie, in altre parole, uscire dalla solitudine che spesso caratterizza il loro (e il mio) lavoro. E ciò cambia le prospettive, è un modo per evadere dal proprio mondo creativo e guardarlo con occhio critico, dall’esterno, per valutarlo, creando i presupposti per nuovi sviluppi e miglioramenti.
E così sono tornata da Sassari con nuove energie da mettere in campo!
 
A proposito del mio intervento, che tra l’altro ha inaugurato l’area panel, devo dire che mi sono particolarmente divertita. Ho visto l’attenzione e l’interesse del piccolo pubblico che poteva stare all’interno di quella stanza (quasi numeroso, considerando che erano le 11 di sabato mattina). E ho avuto conferma di tale sensazione quando, alla mia richiesta se ci fossero delle domande, si è scatenato un vero e proprio dibattito.
Sebbene abbia cercato di dare ampio spazio anche a “L’isola di Gaia” e persino al mio prossimo romanzo “Per caso”, inevitabilmente si è parlato perlopiù della serie di “Deserto rosso” e di Marte, sia perché manca davvero poco all’uscita al cinema di “Sopravvissuto - The Martian” (tratto da un romanzo originariamente pubblicato nel 2012 da Andy Weir come self-publisher) sia perché il tema dell’esplorazione del pianeta rosso è di grandissima attualità in questi anni.
Qualcuno, nientemeno che Giuseppe Lippi, il curatore di Urania (altra persona con cui finora ero entrata in contatto solo su Facebook e Twitter), chiedeva se ci fosse ancora qualcosa da dire a proposito di Marte nell’ambito della fantascienza, visto che è un tema da sempre sfruttatissimo. Personalmente credo che, per quanto un tema sia stato sfruttato, non si possano porre limiti alla fantasia che è sempre comunque in grado di tornare su di esso senza per questo necessariamente ripetersi o annoiare. Ma, al di là di ciò, questa semplice domanda ha provocato la reazione di un’altra persona del pubblico, un altro appassionato di Marte sia nella fantascienza che nella scienza (come me), che ha voluto sottolineare come solo adesso, grazie alle scoperte che vengono fatte quasi ogni settimana dai rover e dalle sonde della NASA e dell’ESA, stiamo imparando davvero a conoscere questo pianeta e ciò può spingerci ad ambientarvi storie completamente nuove, che fino anche a solo a qualche anno fa non potevano essere neppure concepite, mettendo ancora una volta in atto quel meccanismo con cui scienza e fantascienza interagiscono e si influenzano a vicenda.
 
Ciò accade anche nei miei libri. In “Deserto rosso” ho inserito come elementi integranti della trama molte conoscenze da me acquisite nei mesi e negli anni precedenti e adesso che sto iniziando a lavorare a “Ophir”, che in parte ha ancora Marte come teatro degli eventi, mi ritrovo a fare lo stesso. Di continuo prendo nota di quanto leggo negli articoli scientifici relativi alle ultime scoperte con l’intenzione di sfruttarle all’interno della storia, tanto che posso già dire che la presenza di acqua liquida perché ricca di sali sulla superficie di Marte (teorizzata in base ai rilevamenti del rover Curiosity) e l’osservazione di aurore verdi e blu in alcune regioni del pianeta (rilevate dalla sonda MAVEN) saranno incluse in questo romanzo, proprio perché mi hanno suggerito alcuni percorsi della trama. Probabilmente non saranno le uniche.
 
Una volta terminato il mio panel è iniziato il mio lavoro di inviata, nelle cui vesti ho cercato di seguire buona parte degli altri interventi e il resto della manifestazione che si è svolta nella piazza d’Italia. È stata un’esperienza diversa dal solito, perché mi sono ritrovata ad assistere agli altri panel cercando di fissare nella mente gli aspetti che mi avevano colpito di più (per fortuna, ho una buona memoria) e che pensavo potessero fare altrettanto con i lettori del blog di Destinazione Terra.
In particolare ho trovato molto interessante il panel di Dany&Dany (insieme a me nella seconda foto) in cui mostravano il percorso di creazione delle loro illustrazioni per i romanzi di Andrea Atzori della trilogia young adult “Iskìda della terra di Nurak”. Ammetto che l’ambientazione nuragica ha risvegliato il mio orgoglio sardo e ha contribuito ad accrescere il mio interesse, ma al di là di questo mi sono ritrovata per qualche momento a fantasticare di riprendere in mano la matita e la mia vecchia passione per la creazione grafica ormai relegata soltanto alle copertine dei miei libri.
Bello anche il panel di Massimo Dall’Oglio (casualmente, un altro sardo) che spiegava la narrativa del fumetto e tutti quei meccanismi che agiscono inconsciamente nella mente del fruitore del fumetto nei pochi secondi che dedica a ogni immagine.
A essere stimolata, nel panel su Mondo9 con Tonani, Lippi e Brambilla, è stata la mia esperienza degli ultimi anni nell’ambito dell’editoria. Hanno parlato forse più di aspetti tecnici che di ciò che il lettore avrebbe dovuto attendersi dal libro che stavano presentando. Vorrà dire che prima o poi mi toccherà leggerlo, per scoprirlo da me.
Anche se non amo particolarmente il fantasy, mi ha poi incuriosito il modo in cui è stata orchestrata la presentazione di Stefano Dicati del suo “Il principe dell’abisso” con la collaborazione di due inviati di ExPlay, la crociera a tema comics, games e cosplay che dopo il successo di quest’anno si ripeterà nel 2016.
Infine è stata molto simpatica la conversazione di Emanuele Manco e Gianluigi Gatti (e due persone del pubblico) sull’invasione del cinema da parte dei fumetti, con i vari supereroi di Marvel e DC.
 
E poi c’è stata la gara dei cosplayer in piazza. Non l’ho seguita tutta, ma, come potete vedere dalle ultime due foto di questo articolo, ho fatto qualche incontro interessante!
Questo e tanto altro è anche testimoniato dalle foto che potete trovare in un album sulla mia pagina Facebook (a questo link).
In chiusura posso solo dire che è stata davvero una bella festa, in tutti i sensi, e voglio ringraziare pubblicamente Antonio Mercurio (nella prima foto) per avermi invitata, ma anche Vincenzo Pilo, Roberta Giai, Eleonora Mercurio e tutte le altre persone dell’associazione Sassari Cosplay coinvolte in questa manifestazione che mi ha lasciato con tanti bei ricordi e tanta voglia di tornare al lavoro sui miei libri.
 
Di Carla (del 27/08/2015 @ 06:44:33, in Eventi, linkato 2560 volte)

Il 5 e il 6 settembre si terrà a Sassari, in piazza d’Italia, l’edizione 2015 di Sassari Comics & Games, organizzata dall’associazione culturale Sassari Cosplay in collaborazione con l’associazione culturale Deep Space One.
E tra gli ospiti di questa manifestazione ci sarò anch’io. Sarà il mio panel, previsto per sabato 5 settembre alle 11, ad aprire gli eventi dell’area panel, dopo il discorso di apertura da parte del direttivo dell’associazione e dell’Assessore alla Cultura.
 
L’evento, intitolato “Da Deserto rosso a Destinazione Terra”, sarà la mia occasione per presentare al pubblico sia il progetto di FantaScientifiCast e Destinazione Terra, che sono anche media partner della manifestazione, sia la mia attività di autrice di fantascienza, in particolare i libri della serie di Deserto rosso” e del ciclo dell’Aurora, che oltre al già pubblicato “L’isola di Gaia” includerà altri tre titoli in uscita nei prossimi anni (maggiori informazioni su www.desertorosso.net), più qualche anticipazione sul mio prossimo romanzo nell’ambito di questo genere della narrativa, intitolato “Per caso” e la cui uscita è prevista per il 30 novembre.
 
In un percorso quasi cronologico racconterò della nascita e dell’evoluzione del podcast in quello che ora è un blog dedicato alla fantascienza, di come questo si è intrecciato alla mia attività letteraria e toccherò alcune tematiche dei miei libri di fantascienza, quali l’immaginare degli alieni credibili in un contesto di fantascienza hard, Marte e la sua colonizzazione, gli antieroi e la soggettività del concetto di bene e male, transumanesimo e l’illusione del libero arbitrio (temi de “L’isola di Gaia”), l’inconciliabilità tra i diversi modi di concepire la realtà e la casualità come motore degli eventi (temi di “Per caso”), e l’emergere dell’intelligenza artificiale (tema del prossimo libro del ciclo dell’Aurora, “Ophir”, previsto per il prossimo anno).
 
Presso lo stand dell’associazione sarà inoltre possibile acquistare alcuni miei libri in formato cartaceo, in particolare: la raccolta di “Deserto rosso”, “L’isola di Gaia” e per la prima volta l’edizione cartacea del primo libro della serie marziana “Deserto rosso - Punto di non ritorno”.
A questo proposito vi informo che presto saranno disponibili anche gli altri tre libri della serie in questo formato molto più maneggevole di quello della raccolta.
Acquistando i miei libri o altro materiale presso lo stand, una parte del cifra pagata resterà come vostro contributo all’associazione Sassari Cosplay che, vi ricordo, organizza questo evento con ingresso completamente gratuito.
 
Oltre a me, nei due giorni della manifestazione, l’area panel vedrà l’intervento di altri ospiti, tra cui gli scrittori Dario Tonani, Stefano Dicati ed Emanuele Manco, le traduttrici Flora Staglianò (presidentessa dell’associazione Deep Space One) e Gabriella Gregari, il curatore di Urania Mondadori Giuseppe Lippi, fumettisti e illustratori, quali Massimo Dall’Oglio, Pier Gallo, Walter Venturi, Dany&Dany e Franco Brambilla, lo sceneggiatore di Topolino Mauro Enna, e ancora nell’ambito del web-comic sardo saranno presenti il collettivo Gnosis, Emiliano Longobardi e Mauro Mura.
 
Sono particolarmente felice di partecipare a questo evento poiché, dopo aver girato mezza Italia ed essere arrivata fino a Francoforte, finalmente ho l’occasione di essere ospite di una manifestazione nella mia Sardegna.
Quindi, se siete di Sassari e dintorni o prevedete di esserci il primo weekend di settembre, non mancate a Sassari Comics & Games 2015.
Ci vediamo lì!
 
Di Carla (del 09/01/2015 @ 08:45:42, in Eventi, linkato 5768 volte)

Lo scorso 17 dicembre ho tenuto una conferenza all’Università degli Studi dell’Insubria dal titolo “Come raccontare degli alieni credibili, autopubblicarsi e avere anche successo”, nell’ambito di una serie di eventi intitolata “Scienza e Fantascienza” organizzata dal prof. Paolo Musso del corso di laurea in Scienze della Comunicazione. È stato l’evento più lungo cui abbia partecipato finora, infatti ho avuto modo di parlare a un pubblico molto attento per oltre due ore, ma ciò l’ha reso particolarmente stimolante, poiché alla mia lunga disquisizione sono seguite alcune interessanti domande da parte dei presenti sia durante che dopo la stessa conferenza.
 
Come si può comprendere dal titolo dell’evento, ho dedicato gran parte del tempo a mia disposizione a parlare di self-publishing e della mia esperienza personale, in particolare con la serie di “Deserto rosso”. Ma nella prima mezz’ora mi sono, invece, soffermata su come sono arrivata a concepire il concetto di alieno su Marte pur mantenendomi fedele al sottogenere della fantascienza in cui mi stavo cimentando, cioè la fantascienza hard, in cui è necessaria una certa plausibilità scientifica.
 
Essendo io stessa una scienziata, nello specifico una biologa, anche se non lavoro più attivamente nel campo da anni, sono spesso portata da una sorta di deformazione professionale a cercare una spiegazione per ciò che mi circonda. E così, anche quando ho iniziato a scrivere “Deserto rosso”, mi è venuto spontaneo immaginare una realtà ambientata in un prossimo futuro che trovasse il più possibile un riscontro nelle conoscenze scientifiche attuali, pur tenendo conto di una possibile evoluzione delle tecnologie nell’arco di circa cinquant’anni.
Il mio problema era che, oltre a voler scrivere una storia su Marte, volevo anche che questa parlasse di alieni.
Ma come potevo scrivere di marziani in una storia di fantascienza hard, se i marziani non esistono?
Per fortuna, la fantasia è uno strumento molto potente.
 
Come sapete, Marte non è precisamente il posto più adatto per vivere.
È per certi aspetti molto simile alla Terra. È il quarto pianeta del sistema solare, quindi non troppo lontano dal Sole. È un pianeta roccioso che contiene più o meno gli stessi elementi del nostro. Il giorno (chiamato sol) su Marte dura poco più di 24 ore. Inoltre l’asse del pianeta è inclinato in misura simile a quello della Terra e ciò fa sì che siano presenti le stagioni, sebbene la loro durata sia doppia, poiché un anno marziano dura circa quanto due anni terrestri.
Ci sono alcune differenze poco influenti, tra cui le sue dimensioni e la sua massa, che sono decisamente inferiori a quelle della Terra. Il risultato è che la sua gravità è di 0,37 g, poco più di un terzo di quella terrestre, mentre la sua superficie totale è pari a quella delle terre emerse terrestri, quindi è molto inferiore a quella totale del nostro pianeta, ma non certo piccola.
E ci sono, però, anche altre differenze che potremmo definire drammatiche e che lo rendono difficilmente abitabile. La più importante è che sulla superficie di Marte non può esistere l’acqua allo stato liquido, perché la sua atmosfera è pari a circa 1% di quella terrestre e una pressione così bassa unita alle più basse temperature fa sì che questo prezioso elemento possa esistere sotto forma di vapore acqueo oppure di ghiaccio. L’assenza di acqua liquida impedisce l’esistenza della vita come la conosciamo, in cui le reazioni chimiche avvengono appunto in soluzione acquosa. A ciò si aggiunge il fatto che il pianeta non ha alcuna protezione nei confronti delle radiazioni ionizzanti provenienti dallo spazio, che si tratti raggi ultravioletti (poiché non esiste una fascia dell’ozono) o di raggi cosmici (poiché Marte non ha un campo magnetico permanente e quindi non ha una magnetosfera). Questo aspetto fa sì che se anche esistesse una qualche forma di vita verrebbe immediatamente uccisa dalle radiazioni.
 
Però sappiamo anche che Marte non è sempre stato così. La geologia del pianeta riporta chiare tracce della presenza di acqua sulla sua superficie in un tempo lontanissimo (l’immagine in alto è una possibile ricostruzione del suo aspetto di allora), quasi quattro miliardi di anni fa (le continue scoperte dei rover Curiosity e Opportunity della NASA non fanno che confermare questa certezza). Su Marte l’acqua c’era, quindi a quei tempi il pianeta godeva di migliori condizioni sia di pressione che di temperatura. Esso si trovava nelle stesse condizioni della Terra, che proprio in quel periodo assisteva la nascita della vita.
Ma, se sulla Terra è nata la vita dai 3,5 ai 4 miliardi di anni fa, non è così assurdo pensare che qualcosa del genere possa essere accaduto anche su Marte.
 
In teoria la vita potrebbe addirittura essere nata su uno dei due pianeti (o altrove) e poi essere stata trasportata, per esempio, tramite dei meteoriti. Di preciso non si sa come, dove e in che condizioni precise sia nata la vita, ma in base a quello che sappiamo potrebbe essere successo anche sul pianeta rosso.
È chiaro che i marziani in questione sarebbero dei batteri o dei protobatteri.
 
Poi Marte è cambiato. Per motivi ancora non del tutto chiariti (che vengono al momento studiati dall’orbiter MAVEN della NASA) ha perso la sua atmosfera e con essa la capacità di avere acqua in superficie, divenendo il deserto gelido e rosso che conosciamo.
Però ciò riguarda solo la sua superficie. Non sappiamo con certezza se su Marte ci siano delle riserve d’acqua sotterranea, magari termali, separate così bene dall’esterno da poter essere allo stato liquido. Sappiamo che ce sono tantissime sul nostro pianeta, quindi perché non dovrebbero esistere su Marte?
E supponiamo che da quasi 4 miliardi di anni in queste acque sotterranee abbiano continuato a vivere ed evolversi dei batteri estremofili (adatti a vivere in condizioni estreme) fino ai giorni nostri. Infatti proprio di recente sono state trovate delle concentrazioni elevate di metano nel pianeta la cui origine potrebbe anche essere biologica, sebbene non ce ne sia la certezza.
Insomma dire che da qualche parte nelle profondità del pianeta possano esistere dei microrganismi marziani è decisamente plausibile e quindi accettabile in una storia di fantascienza hard.
 
Il problema è che i batteri non sono precisamente degli alieni intelligenti. Creare una storia in cui si crei un certo conflitto tra gli umani e i marziani, se questi sono nei microrganismi, significa parlare al massimo di un epidemia e magari si rischia di scivolare nell’horror.
Io volevo degli alieni veri, con vere motivazioni per essere in conflitto con gli umani, che potessero comunicare con gli umani. Ma, visto che su Marte non ci potrebbero mai essere gli omini verdi e il massimo di alieno in cui ci si può imbattere è un organismo invisibile a occhio nudo, dovevo inventarmi qualcos’altro.
E così ho provato a guardare la cosa da un’altra prospettiva.
 
Che la vita nell’universo esista al di fuori della Terra è praticamente una certezza. Là fuori ci sono innumerevoli galassie con innumerevoli stelle e innumerevoli pianeti situati nella fascia abitabile (laddove esiste l’acqua allo stato liquido) per cui è impossibile che non esista altra vita. E se quella che vogliamo è una vita intelligente, magari evoluta quanto quella umana in modo da essere riconoscibile come tale, per esempio perché è in grado di captare e produrre onde radio con cui comunicare, anche in questo caso la probabilità che tale vita esista o sia esistita nell’intero universo è altissima. Mi sento di dire che sia un’altra certezza.
Il problema è che l’universo è immenso e, se anche tale vita esistesse (e diciamo che è così), la probabilità che tale specie aliena allo stesso nostro stadio di sviluppo (o magari superiore) si trovi abbastanza vicina a noi adesso da poter essere rilevata e riconosciuta è invece bassissima. D’altronde non l’abbiamo ancora trovata.
 
È ragionevole pensare che la probabilità che due specie, originatesi separatamente e che si trovino a uno stadio evolutivo simile nello stesso momento, siano anche vicine (diciamo nell’arco di qualche decina di anni luce, che è una distanza insignificante) rasenta quasi lo zero. È estremamente più difficile che vincere al superenalotto! Certo, non è impossibile, ma sarebbe un tantino poco plausibile, volendo usare un eufemismo.
 
La chiave di tutto, però, è proprio la contemporaneità.
L’universo esiste da oltre 13,5 miliardi di anni, in confronto l’Uomo è nato ieri, tanto più se consideriamo da quanto tempo siamo in grado di osservare lo spazio. Ma, se invece di considerare la probabilità di avere un’altra specie aliena evoluta vicina a noi adesso, considerassimo quella di una sua esistenza in qualche altro momento nel tempo, per esempio tra i 3,5 e i 4 miliardi di anni fa, quindi il caso di due specie intelligenti evolute ma vissute in tempi completamente diversi, be’, questa probabilità sarebbe ragionevolmente più alta.
 
Mettendo insieme tutte queste riflessioni, ho immaginato che quattro miliardi di anni fa esistesse una specie aliena intelligente, molto più evoluta di noi umani in questo momento, capace di viaggiare molto più lontano di noi nello spazio, che vivesse in un pianeta orbitante intorno a una stella relativamente vicina al Sole. Adesso sarebbe estinta o una sua successiva evoluzione potrebbe aver lasciato da miliardi di anni questa regione dell’universo. Questa specie, inoltre, proveniva da molto più lontano, proprio grazie alla sua tecnologia evoluta, e come tutte le forme di vita tendeva a espandersi ed esplorare altri luoghi. Qualcuno di questa specie potrebbe essere giunto nel sistema solare, proprio quando Marte aveva dei bellissimi laghi oppure oceani e sembrava proprio un bel luogo da esplorare, e in qualche modo questo alieno potrebbe aver lasciato qualcosa di sé che gli esseri viventi marziani pre-esistenti (i batteri di cui dicevo prima) hanno fatto loro e tramandato al loro interno fino ai giorni nostri. Qualcosa di biologico. Un codice.
 
Mi fermo qui, senza dire come si arriva da questo codice alla possibilità di interagire ed entrare in conflitto (nel senso narrativo del termine) con dei veri alieni. Ciò che volevo mostravi in questo post è piuttosto come la fantasia può utilizzare degli elementi reali, scientifici, per creare qualcosa di abbastanza plausibile, come dei marziani credibili.
Questo in fondo è solo un esempio.
Chi ha letto “Deserto rosso” ha capito a cosa mi sto riferendo, gli altri magari potrebbero scoprirlo avventurandosi a loro volta nel ciclo dell’Aurora, che ha come filo conduttore, che lega tutte le sue parti (“Deserto rosso”, “L’isola di Gaia” e le altre tre che verranno), proprio questo alieno.
 
Con questo terzo e ultimo articolo concludo le mie riflessioni dopo la partecipazione come relatrice all’evento intitolato “Think Local, Act Global: How to Reach a Global and Successful Audience through Self-Publishing” presso lo stand di Kobo durante la Fiera Internazionale del Libro di Francoforte.
 
Nel primo articolo ho parlato in generale dell’opportunità per un self-publisher di uscire dai propri confini linguistici e pubblicare i propri libri tradotti in un’altra lingua. Nel secondo mi sono soffermata sul mercato in lingua inglese analizzando se e quando vendere un libro in quest’ultimo sia più facile rispetto ai mercati minori.
 
Voglio chiudere adesso questa serie riportando le informazioni che ho raccolto dalle parole di Matthias Matting, ospite insieme a me dell’evento, a proposito del mercato in lingua tedesca.
Ve le propongo di seguito, per comodità, in maniera schematica.
 
 
1) Dimensione del mercato. Secondo quanto affermato da Matting, il mercato degli ebook in lingua tedesca è il secondo al mondo dopo quello in lingua inglese, che include cioè tutti i paesi anglofono. In particolare il mercato degli ebook nella sola Germania è il terzo dopo quello degli USA e del Regno Unito. Ciò si riferisce ovviamente alle dimensioni economiche del mercato, che dipende da quanti ebook si vendono effettivamente e dal loro costo, e non al numero di potenziali lettori, che è superiore per lingue parlate da molte più persone nel mondo.
Questo dato va preso con la dovuta cautela, ricordando che comunque tra i due mercati linguistici c’è ovviamente una differenza abissale.
 
2) Costo della traduzione. Proprio per via delle dimensioni ridotte del bacino linguistico e allo stesso tempo dell’interessante giro d’affari che comunque genera, far tradurre un libro in tedesco può essere relativamente più costoso rispetto a lingue più diffuse come inglese o spagnolo, per le quali esiste maggiore concorrenza tra i traduttori.
 
3) Copyright sui titoli. In Germania i titoli dei libri sono coperti da copyright, quindi è importante verificare che nessuno abbia già usato lo stesso titolo in lingua tedesca che intendete usare, altrimenti si può andare incontro a problemi legali (e relativi costi).
Chiaramente questa regola dipende dalla situazione. Un titolo molto comune, che probabilmente è stato già usato da molti, non può essere coperto da copyright e quindi può essere utilizzato senza problemi, ma, se esiste solo un libro pubblicato con un certo titolo, allora è meglio sceglierne un uno diverso per il vostro.
 
4) Prezzo fissato per gli ebook. In Germania la legge impone che gli ebook abbiano lo stesso prezzo in tutti i retailer in cui sono in vendita. Ciò impedisce di fatto di attuare delle promozioni specifiche per un solo retailer, incluse quelle gratuite. Bisogna inoltre stare attenti che eventuali conversioni da altra valuta (come nel caso si usi un distributore come Smashwords in cui si impostano i prezzi in dollari) portino al medesimo prezzo finale.
 
5) Tolino. Ovviamente anche nel mercato in lingua tedesca il Kindle Store di Amazon è il principale retailer per la vendita degli ebook, ma subito dopo viene Tolino, che si contende una consistente fetta del mercato (30%). Avere il proprio ebook in vendita su Tolino (acquistabile direttamente dal dispositivo) non è però semplicissimo. Tolino fa accordi diretti con editori tradizionali, con alcuni autori (è possibile chiedere informazioni in merito sul sito dell’ereader) e con specifici distributori di self-publishing (molti di questi prevedono delle tariffe, cioè non sono completamente gratuiti).
 
6) Prezzo medio più elevato degli ebook. La buona notizia è che il mercato di ebook pubblicati da self-publisher in lingua tedesca ha dei prezzi medi più elevati rispetto a quello italiano, sebbene siano comunque più bassi rispetto al mercato anglofono. In altre parole, i lettori di lingua tedesca non pretendono di acquistare libri di centinaia di pagine a meno di un euro (come succede purtroppo qui in Italia), anzi, tendono a guardare con sospetto i libri troppo economici.
 
7) Vendere ebook dal proprio sito. Se si risiede in Germania è possibile vendere i propri ebook direttamente (fintanto che sono i propri e non di altre persone) senza dover aprire una partita IVA. A questo proposito però, visti i continui cambiamenti a livello di legislazione europea in ambito IVA, è meglio informarsi con un commercialista locale per verificare le modalità e i limiti di tale vendita diretta e se questa sia ancora possibile (le informazioni che ho si riferiscono all’ottobre 2014).
 
8) Edizione cartacea. In Germania è diffuso un servizio di print on demand chiamato BoD (Books On Demand), che pare essere migliore come costi, qualità e servizi rispetto a CreateSpace.
 
9) Distribuzione dell’edizione cartacea tramite un editore tradizionale. Come già avviene spesso negli USA, anche in Germania alcuni self-publisher di successo sono riusciti a stipulare dei contratti di distribuzione della propria opera per quanto riguarda la sola edizione cartacea con grossi editori tradizionali.
 
Come potete vedere la situazione del mercato in lingua tedesca è abbastanza particolare ed è necessario valutare i pro e i contro prima di decidere se far tradurre il proprio libro.
 
 
E con ciò chiudo questa serie di articoli, in cui ho riportato solo una parte di quanto discusso a Francoforte, limitandomi agli argomenti che avrebbero potuto interessare il self-publisher italiano.
Se però siete curiosi di sapere cos’altro è stato detto durante l’evento, potete leggere la serie di articoli che sto pubblicando sul mio blog inglese. Essi sono rivolti ai self-publisher stranieri che potrebbero pensare di far tradurre il loro libro nella nostra lingua, perciò contengono delle mie considerazioni sul mercato italiano e un resoconto della mia esperienza personale maturata dall’inizio del 2012 fino a oggi.
 
Poco prima di Natale arriva anche l’ultimo evento dell’anno cui partecipo. È inserito all’interno di una serie di conferenze denominata “Scienza e fantascienza” e organizzata dall’Università degli Studi dell’Insubria (Varese) e dal prof. Paolo Musso, nell’ambito dei corsi da lui tenuti di Filosofia della Scienza e Scienza e Fantascienza nei Media e nella Letteratura. Alle conferenze partecipano scrittori (come me), fumettisti e scienziati. Gli eventi sono patrocinati da FantaScientificast, SETI Italia, Sergio Bonelli Editore, UraniaMania e ComicArte.
 
 
Il primo evento, “Godzilla e i suoi fratelli: gli alieni nel cinema di fantascienza”, si è tenuto lo scorso 5 novembre e ha visto l’intervento di Antonio Serra, creatore di Nathan Never.
 
Il secondo evento, “La vita nel cosmo tra scienza e fantascienza”, avrebbe dovuto aver luogo il 14 novembre con l’astronomo Giovanni Bignami e la scrittrice Giovanna Bellon, ma è stato rimandato a data da destinarsi (verrà presto recuperato).
 
Altri cinque eventi si terranno tra dicembre e gennaio, e tra questi c’è “Come raccontare degli alieni credibili, autopubblicarsi e avere anche successo”, che mi vedrà protagonista mercoledì 17 dicembre nel padiglione Morselli, aula 10 TM, in via Rossi 9 a Varese, a partire dalle 14.30.
 
Durante questa conferenza parlerò di come ho immaginato la possibilità di una vita aliena a partire dalle mie conoscenze nel campo dell’astrobiologia, di come abbia inserito questa mia idea all’interno della serie di fantascienza “Deserto rosso”. Coglierò l’occasione per parlare di self-publishing e dalle strategie da me messe in atto per raggiungere gli appassionati di questo genere, quasi ignorato dall’editoria tradizionale, e portare la mia serie a un discreto successo.
 
Gli altri quattro eventi sono:
Immaginare l’inimmaginabile: gli alieni nei fumetti di fantascienza” con Patrizia Mandanici (Sergio Bonelli Editore, disegnatrice di Nathan Never), il 3 dicembre;
A caccia di civiltà extraterrestri: il programma SETI” con Stelio Montebugnoli (Responsabile del SETI Italia) e Claudio Maccone (Direttore Tecnico della International Academy of Astronautics), il 10 dicembre;
Una nuova cosmologia: le scoperte della missione Planck sull’origine dell’universo” con Marco Bersanelli (Università degli Studi di Milano, Responsabile scientifico satellite Planck), il 21 gennaio 2015;
Una nuova fisica: la scoperta del bosone di Higgs e le sue conseguenze” con Lucio Rossi (Responsabile del progetto Alta Luminosità di LHC, CERN, Ginevra), il 28 gennaio 2015.
 
Gli eventi sono gratuiti e aperti a tutti.
È possibile scaricare la locandina a questo link, mentre nel sito dell’Università degli Studi dell’Insubria (pagina Eventi) è possibile leggere le ultime novità sulle conferenze.
 
Se siete nei pressi di Varese, o contate di esserci, il 17 dicembre, vi aspetto per parlare di alieni!
 
Nell’articolo precedente di questa serie, in cui riporto alcune riflessioni dopo la mia partecipazione come relatrice all’evento intitolato “Think Local, Act Global: How to Reach a Global and Successful Audience through Self-Publishing” presso lo stand di Kobo durante la Fiera Internazionale del Libro di Francoforte, ho affrontato in generale l’argomento dell’opportunità per un self-publisher di uscire dai propri confini linguistici e pubblicare i propri libri tradotti in un’altra lingua.
In questo articolo mi voglio soffermare sul mercato straniero più grande in assoluto: quello in lingua inglese.
 

Lo skyline di Francoforte. Nelle foto sotto: Camille Mofidi, European Manager di Kobo Writing Life, Matthias Matting, self-publisher tedesco, e io durante l'evento.
 
È chiaro che, quando un self-publisher italiano (o di un altro Paese di lingua non inglese) parla di pubblicare una versione tradotta del proprio libro, si riferisce al 99% a una sua edizione in lingua inglese. Il motivo è ovvio: è quello che contiene il maggior numero di potenziali lettori. Non mi riferisco solo a coloro che vivono in una nazione anglofona. E già qui si parlerebbe di un numero enorme, visto che proprio nelle nazioni anglofone è più diffusa la lettura digitale (e nel caso del self-publishing quando diciamo libro ovviamente ci riferiamo soprattutto all’ebook). Ma oltre a questi nativi di lingua inglese c’è di fatto tutto il resto del mondo, poiché le persone che sono in grado di leggere in questa lingua si trovano ovunque. In altre parole, avere il proprio libro in inglese significa darlo in pasto al mercato globale.
Alla possibilità di vendere di più aggiungerei che, trattandosi di un mercato più maturo, gli ebook vengono venduti a prezzi significativamente più elevati rispetto all’Italia, portando a un guadagno maggiore per copia.
 
È naturale, quindi, che il mercato in lingua inglese sia la prima ambizione di un autore che intenda far tradurre il proprio lavoro. Ma il fatto che si tratti del mercato con maggior numero di lettori significa anche che è quello in cui è più facile vendere il proprio libro?
 
Prima di dare una risposta a questa domanda bisogna fare delle considerazioni.
La prima e più ovvia è che, sebbene ci siano molti più lettori, è anche vero che ci sono molti più autori e libri, cioè c’è maggiore competizione. Si tratta di autori perlopiù madrelingua che mettono nel mercato pressoché tutto il proprio sforzo promozionale e possono, almeno in teoria, farlo molto meglio di qualcuno che sta all’estero, anche perché, non dimentichiamolo, non esiste solo la promozione su internet. E, per quanto riguarda i libri, invece, l’esistenza di un numero enormemente superiore di titoli ha come conseguenza la maggiore difficoltà di finire nelle classifiche di genere (parlo delle macroclassifiche, quelle più esposte allo sguardo di potenziali lettori), di essere recensiti e/o citati nei siti o magazine che contano, insomma, più in generale, di acquisire una certa popolarità, che in ultima analisi porta alle vendite.
 
Inoltre è necessario distinguere tra la capacità di vendere il proprio libro da nuovi arrivati e quella che si acquisisce, con relativi risultati, una volta che si è entrati a far parte del meccanismo editoriale del mercato.
 
Se si fa parte della prima categoria (nuovi arrivati), come nel caso di uno di noi che decida di pubblicare in inglese per la prima volta un proprio libro, la risposta alla domanda è: vedere nel mercato in lingua inglese è difficile come in qualsiasi altro mercato in cui non si sia mai pubblicato nulla.
Infatti, il punto della questione è che tutto ciò che noi abbiamo fatto e che sappiamo del nostro mercato (quello italiano) non conta affatto, o quasi. Stesso discorso vale per i risultati. Possiamo aver venduto decine di migliaia di copie in Italia, ma fuori dai nostri confini linguistici, ahimè, non siamo nessuno. Pensare di poter riprodurre all’estero la stessa catena di eventi che ci ha portato al successo è pura utopia, poiché gli elementi in gioco (inclusa la fortuna) sono completamente diversi.
Ciò che bisogna fare, invece, è iniziare di nuovo da capo, esattamente come abbiamo fatto in Italia. E affinché ci troviamo nella stessa situazione in cui ci siamo trovati quando abbiamo iniziato in Italia è necessario: conoscere le regole del mercato (come dicevo anche nel post precedente di questa serie), parlare inglese ed essere quindi in grado di interagire con la gente in inglese, di creare un blog in inglese e in generale di gestire la propria promozione all’interno di questo mercato globale.
 
Dici niente, direte voi, no? E questi sono solo i prerequisiti. Ciò significa che non è affatto detto che bastino per ottenere dei risultati.
 
È vero che nel mercato inglese esistono, però, degli strumenti di promozione a pagamento che nei mercati minori sono del tutto assenti. Questi possono davvero fare la differenza nella fase iniziale (e in quelle successive). Ma sono talmente tanti che bisogna essere in grado di comprendere quali siano adatti nello specifico al proprio prodotto editoriale, altrimenti si rischia di buttare via dei soldi senza ottenerne alcun beneficio.
 
Badate bene, tutto questo non significa che io intenda scoraggiarvi, ma solo mettere in evidenza che si tratta di una sfida. Sì, perché queste difficoltà riguardano i novellini del mercato inglese. Il discorso cambia radicalmente dal momento in cui ha luogo quello che io chiamo l’evento d’innesco.
 
Se avete una certa popolarità nel nostro mercato è quasi sempre perché è successo qualcosa, in genere fuori dal vostro controllo (chiamatelo colpo di fortuna o in qualche maniera più colorita), che vi ha portato in un istante alla ribalta. Può essere la citazione in un blog letterario, in un web magazine, in un podcast (nel mio caso è stato, infatti, l'approdo a FantaScientificast), il suggerimento di un opinion leader, il fatto che Amazon abbia deciso di inserire il vostro libro in una promozione, e potrei andare avanti così all’infinito. Magari alcuni di voi non sanno quale sia stato questo evento d’innesco, ma sicuramente c’è stato.
Sebbene la fortuna avrà giocato un ruolo essenziale, quasi sempre la fortuna è stata aiutata dai costanti sforzi fatti per promuoversi.
Ecco, anche nel mercato anglofono (e in qualsiasi altro mercato) all’inizio si deve lavorare tanto, apparentemente con poco risultato, per perseguire il verificarsi di questo evento, perché è da qui che cambia tutto.
 
E qui viene la differenza principale, se ci spostiamo nel mercato anglofono. In Italia, questo evento improvviso ci ha resi magari popolari, di certo non ricchi, però abbiamo iniziato a ricevere con piacere dei bonifici un po’ più consistenti.
Ma, se questo evento d’innesco avviene in un mercato globale come quello in lingua inglese, le proporzioni cambiano in maniera drastica. Se nel rispondere alla domanda posta nel titolo di questo post ci riferiamo alla situazione di un autore che ha già superato questo scoglio, la risposta non può che essere: diamine, sì!
Nel momento in cui si inizia ad acquisire una certa popolarità nel mercato inglese, i numeri di copie vendute possono, almeno in teoria, essere di uno o due (e più) ordini di grandezza maggiore rispetto a quello italiano. Non a caso il mercato anglofono è ricco di esempi di self-publisher che vivono della loro scrittura o che comunque ne traggono dei guadagni consistenti, che, uniti ad altre attività correlate, permettono loro di vivere da self-publisher. Si tratta di autori che nel tempo hanno pubblicato un sufficiente numero di titoli e continuano a raccogliere un numero tale di lettori affezionati da fornire loro dei guadagni costanti. E non serve affatto vendere milioni di copie per riuscirci, anche perché vivere di scrittura non significa diventare ricchi. D’altronde chi scrive per diventare ricco ha proprio sbagliato mestiere!
 
Morale della favola: vendere nel mercato inglese all’inizio non è facile, ma le prospettive di successo sul lungo termine sono così interessanti che valgono tutti gli sforzi (di tempo e di soldi) che siamo disposti a fare per raggiungerlo. Alla fine ciò che fa la differenza è quanto è buono il nostro prodotto editoriale e quanto crediamo in esso.
 
 
Se aspettavate di leggere in questo articolo una formula magica per far avverare quell’evento d’innesco di cui parlo, purtroppo rimarrete delusi, perché non esiste una formula magica. Chi vi dice il contrario mente. Ogni prodotto editoriale (e ogni autore) è una storia a sé. Ma gli autori che sono riusciti in questa impresa esistono, quindi non si tratta di uno scopo inarrivabile.
 
Io stessa sto cercando di metterlo in atto. Ho pubblicato due libri in inglese (i primi due della mia serie di fantascienza “Deserto rosso”), ma l’ho fatto sapendo che avrebbero venduto poco o nulla, in quanto non possedevo ancora una base di lettori. Ero una nuova arrivata e lo sono ancora. Ciò che faccio è portare avanti la mia strategia che include prima di tutto pubblicare dei libri di qualità. I primi due sono già usciti e ora sto lavorando al terzo, poi seguirà il quarto. Intanto sto iniziando a farmi conoscere sul mercato internazionale interagendo con altri autori, mantenendo aggiornato il mio blog inglese, partecipando a eventi internazionali (questo di Francoforte è stato il primo), entrando in contatto il più possibile con i miei lettori target (nello specifico appassionati di Marte e spazio; e in questo senso sto collaborando con l’associazione Mars Initiative), cercando di sfruttare i social network (per ora solo col profilo Twitter di Anna Persson che mi sta dando qualche piccola soddisfazione), regalando il libro a vari opinion leader (persone che lavorano nell’ambito della ricerca spaziale oppure nell’ambito della fantascienza; spesso sono le stesse persone), partecipando a dei podcast (come è successo con Mars Pirate Radio), provando qualche promozione a pagamento (che cerco di scegliere con giudizio) e così via. Tutto questo lo sto facendo, mentre mi appresto a pubblicare il mio settimo libro in italiano (il 30 novembre, “L’isola di Gaia”), continuo a portare avanti la promozione dei libri precedenti, partecipare ad eventi (il prossimo a dicembre all’Università dell’Insubria, a Varese) e svolgo tutte le attività di un editore, quale di fatto sono, dalle semplici pubbliche relazioni, alla programmazione del lavoro per il prossimo anno, a collaborazioni e negoziazioni più importanti, che avranno conseguenze spero positive nei mesi che verranno.
 
In tutto questo gran lavorare sto forse (e ripeto, forse) iniziando a individuare una strada, una serie di elementi che dovrebbero portarmi a raggiungimento di quell’evento. Gli ottimi risultati raggiunti da altri colleghi (non solo italiani) mi fanno ben sperare. Se ce l’hanno fatta loro, posso riuscirci anch’io. E anche voi.
Nel frattempo ciò che conta è dedicarsi al proprio progetto con passione e umiltà, e soprattutto non smettere mai di divertirsi nel portarlo avanti.
 
Lo scorso 9 ottobre sono stata protagonista insieme all’autore tedesco Matthias Matting e alla manager europea di Kobo Writing Life, Camille Mofidi, di un evento che si è tenuto nell’ambito della Fiera Internazionale del Libro di Francoforte (Frankfurter Buchmesse 2014), intitolato “Think Local, Act Global: How to Reach a Global and Successful Audience through Self-Publishing”. È stata un’esperienza costruttiva, poiché mi ha permesso di confrontarmi in un contesto internazionale con un autore di un altro Paese e davanti a un pubblico attento di addetti ai lavori dell’editoria, non ostile nei confronti del self-publishing, diversamente da quanto ancora accade in Italia, e da cui sono emerse delle domande rilevanti, segno di una conoscenza approfondita di questo modello editoriale.
 

La raccolta di “Deserto rosso” tra i libri esposti nello stand di Kobo alla Frankfurter Buchmesse 2014.
Nelle foto sotto: Camille Mofidi, Matthias Matting e io durante l'evento.
 
L’argomento della nostra discussione era relativo all’opportunità per un self-publisher di uscire dai propri confini linguistici e pubblicare i propri libri tradotti in un’altra lingua.
Ogni mercato è diverso e le strategie da seguire variano secondo le sue caratteristiche, ma alcuni aspetti sono dei prerequisiti imprescindibili per riuscire ad avere successo in una tale impresa.
 
Il primo fra tutti è, come sempre, pubblicare il miglior libro possibile, sia per quanto riguarda il contenuto che la sua confezione (copertina, descrizione, formattazione). Può sembrare una cosa ovvia, visto che parliamo di un autore che ha già pubblicato lo stesso libro nella propria lingua, ma non lo è affatto, poiché il libro deve andare incontro a un processo di traduzione.
 
Il problema non è solo economico. Tradurre un libro costa tanto per via della sua lunghezza, ma ancora più difficile è trovare il traduttore giusto per quel libro. Pagare poco o molto per il suo lavoro non sempre è un indice della qualità del traduttore, anche se è chiaro che, se si paga poco, non ci si può poi lamentare se il risultato non è perfetto.
In realtà il processo di traduzione di un libro, in particolare se si tratta di narrativa, non consiste semplicemente nel prendere il testo e tradurlo in un’altra lingua. Si tratta, invece, di un processo di transcreazione, cioè il testo deve essere compreso a fondo, il suo contenuto deve essere trasferito nella lingua di destinazione, pur mantenendo, oltre al contenuto, lo stile e la voce dell’autore. E in ultima analisi deve apparire agli occhi di un lettore come se fosse scritto da un autore madrelingua.
Il traduttore letterario deve essere un bravo scrittore nella sua lingua, ma deve anche conoscere il genere letterario in cui il libro è scritto, che può avere una terminologia precisa, deve documentarsi sulle tematiche trattate (luoghi, argomenti storici, scientifici e così via), se già non le conosce, per essere certo di comprendere ciò che sta leggendo e di tradurlo nella maniera corretta, deve revisionare la traduzione più volte per assicurarsi di avere sempre trasferito correttamente il significato, di non aver inserito errori grammaticali o di sintassi dovuti alla lingua d’origine (pensate a quanti libri tradotti dall’inglese sono carenti di congiuntivi: questi errori sono dovuti al fatto che il congiuntivo in inglese non esiste).
Anche se ha fatto bene tutte queste cose, il suo lavoro non sarà mai sufficiente. Allo stesso modo di come il vostro libro originale deve essere letto e giudicato da altre persone oltre a voi durante la fase di revisione e correzione di bozze, anche la traduzione deve essere corretta da almeno un revisore. Il traduttore deve affidarsi ad almeno un’altra persona per assicurarsi che il testo scorra bene, che tutto abbia senso al suo interno, che siano rispettate le regole base di stile e ortografia della lingua di destinazione (es. evitare l’uso smodato di avverbi di modo quando non esiste un verbo specifico corrispondente; la punteggiatura deve essere adattata alle regole della propria lingua, anche per quanto riguarda il discorso diretto, gli incisi, i pensieri, e così via), e soprattutto che non ci siano errori grammaticali, sintattici e i famigerati refusi.
 
Insomma, si tratta di un lavoro complesso, che deve essere controllato con attenzione. Se l’autore non ha la minima conoscenza della lingua di destinazione o ne ha una conoscenza non approfondita (a meno che non sia bilingue, certe cose comunque non è in grado di coglierle mai), questa fase essenziale della pubblicazione del proprio libro all’estero può diventare molto delicata. La cosa migliore sarebbe rivolgersi sempre ad almeno due professionisti: un traduttore e un correttore di bozze (proofreader) madrelingua.
Chiaramente questo implica dei costi maggiori, ma, se il libro alla fine non è ben tradotto, difficilmente avrà qualche possibilità di essere apprezzato nel mercato di destinazione e potrebbe compromettere l’immagine dell’autore nello stesso mercato anche per libri futuri.
 
Una volta che si è sicuri di avere un prodotto editoriale di ottima qualità, bisogna risolvere il secondo grande problema: fare in modo che il prodotto arrivi ai potenziali acquirenti. Anche in questo aspetto non ci discostiamo dalle problematiche del nostro mercato d’origine, ma all’estero le regole posso essere diverse. Ed ecco quindi il secondo punto essenziale per andare avanti in un tale processo: conoscere il mercato di destinazione.
Bisogna conoscere quali sono i retailer più importanti. Amazon è il primo praticamente dappertutto, ma non esiste solo Amazon. Come sapete, in Italia Kobo ha un’importante fetta del mercato, grazie all’accordo con inMondadori e laFeltrinelli. Allo stesso modo Kobo ha accordi importanti su altri mercati, come quello britannico. Sul mercato americano c’è anche Barnes & Noble, che è ancora molto forte e col suo Nook sta iniziando a muoversi all’esterno. In Germania c’è Tolino, col suo lettore proprietario. In India ha un ruolo importante Flipkart (ci si arriva tramite Smashwords). E così via.
Questo vale anche per il cartaceo, sebbene per un self-publisher l’attenzione principale vada all’ebook. A parte negli Stati Uniti dove ormai la penetrazione degli ereader o delle app per leggere gli ebook è maggiore che in qualsiasi altro Paese, in altri ci potrebbe essere la possibilità di farsi un piccolo spazio nel mercato dei libri stampati.
Un altro aspetto di cui tenere conto sono i prezzi. In Italia i prezzi medi degli ebook dei self-publisher sono bassi, poiché i lettori sono poco propensi a spendere più di 3 euro per acquistarli, anzi la stragrande maggioranza è poco propensa a spendere più di 99 centesimi.
I prezzi però sono un po’ più alti nel mercato tedesco e ancora di più in quello americano. In generale nei mercati dove i prezzi sono in media più alti, il lettore potrebbe guardare con sospetto un ebook che costa poco e ciò potrebbe avere delle conseguenze importanti sul successo del libro.
In altre parole, bisogna studiare a fondo il mercato di destinazione per individuare la strategia migliore per commercializzare il proprio libro.
 
E arriviamo al terzo punto fondamentale. Anche questo lo conosciamo bene, se già pubblichiamo nel nostro Paese. Si tratta di fare in modo che i potenziali acquirenti comprino il libro.
La cosiddetta discoverability del libro in parte dipende dai fattori sopra riportati, relativi a retailer, diverse edizioni e prezzi, ma manca l’elemento essenziale che serve per mettere in moto le vendite: la promozione.
Ora, se conosciamo la lingua del mercato di destinazione, le cose sono relativamente più semplici. È necessario rimboccarsi le maniche e, prendendo spunto dalle strategie promozionali vincenti di altri autori (come si è già fatto nella propria lingua), costruire la propria presenza online da zero. Possibilmente sarebbe meglio iniziare a farlo prima di pubblicare. Parlo delle solite cose: blog, social network, associazioni, forum e gruppi di altri autori indipendenti, web magazine, siti e podcast che si occupano del proprio genere, e così via. Ogni mercato è un mondo a parte da scoprire.
In certi mercati, come quello in lingua inglese, ci sono degli strumenti pubblicitari a pagamento basati sul direct e-mailing marketing alla portata delle tasche di un self-publisher (come Bookbub), che possono essere efficaci secondo il target del proprio libro. Niente del genere esiste in Italia (gli strumenti DEM sono carissimi e per niente specifici per il target dei lettori di ebook), per cui sono uno strumento in più da conoscere.
 
 
E se non conosciamo la lingua del mercato di destinazione?
Qui le cose si complicano. Non possiamo sperare in un colpo di fortuna, né piazzare il libro su Amazon KDP Select (laddove c’è Amazon) e metterlo gratis per cinque giorni sperando che questo basti per scatenare le vendite. Magari si è fortunati, magari il libro ha un tema così irresistibile che si scatena il passaparola e questo basta, ma nella maggior parte dei casi non sarà così. E non possiamo certo investire tanti soldi per tradurre un libro per poi affidarci alla dea bendata.
Come possiamo fare allora?
Abbiamo bisogno di un alleato, un altro autore nel mercato di destinazione, col quale riusciamo a comunicare bene (conosce la nostra lingua o conosciamo entrambi un’altra lingua, tipicamente l’inglese), che scriva nello stesso genere, che sia popolare (ciò significa che conosce bene il proprio mercato, non solo che ha molti fan) e che abbia almeno un libro pubblicato nella nostra lingua o intenda pubblicarlo e quindi abbia bisogno di noi nel mercato italiano. Con questo alleato possiamo iniziare un proficuo rapporto di collaborazione fatta di scambi di promozione, guest post, interviste, podcast e tutto quello che vi viene in mente.
Possiamo anche pensare di pubblicare qualcosa insieme. Per esempio, possiamo fargli scrivere la prefazione del nostro libro e ricambiare il favore nel suo. Far inserire alla fine di un suo libro un nostro breve racconto (e ancora ricambiare). Possiamo chiedergli di revisionare il nostro libro prima della pubblicazione e fare altrettanto col suo (così si può fare a meno di pagare un proofreader  e assicurarsi di avere un prodotto editoriale di alta qualità).
È essenziale che questa persona apprezzi i nostri libri e che noi apprezziamo i suoi, poiché verranno proposti ai rispettivi lettori che nessuno dei due vuole in alcun modo deludere.
 
Tutto ciò, come potete immaginare, porta via un sacco di tempo, ma solo all’inizio. Una volta che si riesce a innescare il meccanismo del passaparola e il proprio libro prende piede nel mercato straniero, si può ridurre il proprio impegno in questo senso e dedicarsi ad altro.
Se il mercato in questione è particolarmente ricco di lettori nel genere del nostro libro, si possono ottenere delle buone soddisfazioni. Inoltre non bisogna dimenticare che essere presenti in più luoghi possibili aumenta la probabilità di imbattersi di opportunità interessanti, di ricevere proposte, di iniziare nuove collaborazioni, in grado di stimolare la nostra creatività, migliorare la qualità dei nostri libri e la nostra immagine, e di guadagnare di più e soprattutto di divertirci nel portare avanti questo nostro mestiere.
 
Finita l’estate, riprendo ad andare un po’ in giro e inizio questa nuova stagione con un evento davvero importante: la Fiera Internazionale del Libro di Francoforte.
 
Sono stata invitata da Kobo Writing Life a partecipare a un evento in cui parlerò insieme all’autore tedesco Matthias Matting e alla manager europea di KWL Camille Mofidi della possibilità per noi self-publisher di uscire dal mercato linguistico locale e pubblicare le nostre opere in altre lingue. Nello specifico io avrò modo di parlare della mia esperienza con la traduzione di “Deserto rosso” in inglese, resa possibile dalla mia collaborazione con l’autore inglese Richard J. Galloway, che mi ha permesso di iniziare questa avventura senza dover fare veri e propri investimenti in denaro (ma solo in tempo). Attualmente due dei quattro libri della serie sono disponibili in lingua inglese, mentre il terzo e il quarto usciranno nel 2015.
I dettagli sull’evento sono riportati nell’immagine sotto.
 

Per visionare la lista degli eventi organizzati da Kobo Writing Life, fate clic qui.
 
Quest’anno la Frankfurter Buchmesse avrà luogo tra l’8 e il 12 ottobre. I primi tre giorni sono riservati ai trade visitor (tutti coloro che lavorano nell’editoria) e ovviamente ai giornalisti e blogger. Per poter partecipare è necessario registrarsi al sito come trade visitor o come stampa. Se si acquista il biglietto d’ingresso online si risparmia il 30%.
 
Spero che questo evento sia una buona occasione, oltre che per fare un’interessante conversazione con Matthias e Camille, anche per entrare in contatto con altri colleghi e addetti ai lavori dell’editoria europea e mondiale.
Al mio ritorno, ovviamente, vi farò un resoconto di questa esperienza.
 

Quando l’amico e collega Francesco Zampa (autore della serie di gialli del Maresciallo Maggio) mi ha proposto di unirmi a lui per un evento sul self-publishing a Todi, non sapevo esattamente cosa attendermi. Reduce dalla partecipazione al Salone Internazionale del Libro di Torino, appena una settimana dopo, il 16 maggio, mi sono recata in Umbria per partecipare all’evento “Leggere e scrivere ai tempi di internet”, il secondo della rassegna “Lettura tra fruscio di carta, silenzio di bit e calore di voce” organizzata da Fabiola Bernardini insieme al Comune di Todi presso la Biblioteca Comunale nell’ambito della manifestazione “Il Maggio dei Libri”.
L’evento è stato moderato da Sonia Montegiove, giornalista ed esperta di web, che a ottobre era stata come me relatrice durante l’evento COM:UNI:CARE Live Conference all’Università di Salerno e che qualche mese fa mi aveva intervistato per Girl Geek Life.
 
Nell’atmosfera accogliente e intima della biblioteca ci siamo ritrovati a discutere di lettura digitale e di self-publishing di fronte a un pubblico interessato e attento, proprio perché conosceva poco dell’argomento.
Non sto a riassumervi tutto quello che è stato detto, anche perché lo spazio sul blog non me lo consente. Francesco Zampa ha già commentato l’evento su un bel post sul suo blog (che vi invito a leggere) aggiungendo a esso le proprie riflessioni.
Qui, invece, io vorrei proporvi le mie.
 
Ancora prima che l’evento iniziasse ufficialmente, ci siamo ritrovati a parlare con alcuni dei presenti a proposito di self-publishing e di come in questo modello editoriale verrebbe meno la cosiddetta funzione di “controllo di qualità” da parte dell’editore per quanto riguarda la correttezza della lingua.
Una persona del pubblico ha messo in evidenza come, quando uno legge un libro, dia per scontato che l’italiano in esso utilizzato sia corretto, tanto che la gente legge proprio per migliorare l’uso della propria lingua.
Se nel libro ci sono degli errori e il lettore non ha gli strumenti per accorgersene, c’è il rischio che questi li prenda come buoni e li faccia suoi. L’editore, in teoria, dovrebbe assicurare che tali errori siano assenti e, se il suo ruolo viene meno, questa certezza della correttezza del testo verrebbe quindi meno a sua volta.
 
Questo ragionamento apparentemente giusto presenta però a sua volta due errori di fondo.
Il primo è che nel caso di un self-publisher l’editore non esista. Il secondo è che gli editori tradizionali, inclusi quelli più grossi, pubblichino libri esenti da errori (e con questo termine non mi riferisco solo ai refusi, che sono fisiologici, ma alla grammatica e la sintassi).
Entrambe le affermazioni sono false.
 

Nella foto da sinistra verso destra: Sonia Montegiove, Francesco Zampa, io e... i nostri libri. Potete vedere altre foto qui.
 
Il self-publisher è un editore. Essere self-publisher significa coordinare la preparazione e pubblicazione dei propri libri, invece che quelli di altri autori. E uno dei compiti fondamentali del self-publisher in quanto editore è assicurarsi che questi siano esenti da errori, coinvolgendo nel proprio team editoriale delle persone competenti, né più né meno di come dovrebbe fare qualsiasi altro editore, incluso quello tradizionale, che si differenza dal primo in quanto possiede un’azienda e pubblica (anche) i libri degli altri. Quell’anche tra parentesi si riferisce a piccoli editori che, oltre a pubblicare libri degli altri, pubblicano i propri attraverso la propria azienda editoriale (casa editrice).
Il self-publisher che non si cura di questo aspetto è semplicemente un cattivo editore.
 
Ma i cattivi editori si trovano anche nell’editoria tradizionale, poiché di libri scritti in un italiano non corretto, vuoi per scelta stilistica (?), vuoi per incompetenza di autore, editor e correttori di bozze vari, ne è pieno il mercato. E non parlo solo di piccoli o medi editori. Ci sono libri di tutti grandissimi editori (non facciamo nomi, ma pensate a quello più grande) che sono scritti male, con espressioni palesemente tradotte alla lettera dalla lingua originale, che nella nostra significano poco o sono sbagliate, affetti da carenza cronica di congiuntivi, da virgole che separano soggetti e verbi, dal verbo piovere usato con l’ausiliare avere, da quantità impressionanti di refusi che vanno ben oltre il loro tasso fisiologico e da mille altri problemi.
Cosa succede al lettore sprovveduto che prende in mano questi libri, convinto che essi contengano il vero italiano, quello corretto?
Ve lo potete immaginare.
Se non altro, se questo prende in mano il testo di un self-publisher, parte dal presupposto (pregiudizio?) che il suo contenuto non vada preso per oro colato.
 
È quindi priva di vero fondamento l’accusa rivolta ai self-publisher di diffondere un italiano non corretto nei confronti dei lettori incapaci di rendersene conto, poiché tutti gli editori, grandi e piccoli, lo fanno di continuo. Forse l’hanno sempre fatto, ma lo fanno ancora di più adesso che tutto deve andare veloce proprio a discapito della qualità, poiché, essendo delle aziende nell’ambito di un mercato, quello editoriale italiano, tutt’altro che florido, ciò che per loro conta è prima di tutto il profitto. È normale, perché, se non producono profitto, falliscono.
 
Il self-publisher, al contrario, non ha l’assillo del profitto. Non ha velleità di campare esclusivamente di questo mestiere, anche perché in genere ha anche un altro lavoro (o comunque altra fonte di sostentamento), né tanto meno di far campare dei dipendenti con i profitti derivanti dai propri libri. Libero da questa esigenza, il self-publisher può pubblicare ciò che l’editoria tradizionale non pubblica, perché non appetibile per la grande massa dei lettori e quindi non in grado di generare un profitto sufficiente. Il self-publisher può rivolgersi alle nicchie di lettori (che tanto piccole non sono, perché comprendono migliaia di persone: un numero sufficiente per un self-publisher, ma non per tenere a galla un’azienda editoriale dalla struttura più complessa), a quelli che vogliono leggere qualcosa di diverso, alternativo. Il self-publisher può sperimentare, può passare da un genere all’altro (come sto facendo io con la pubblicazione de “Il mentore”, passando senza alcun timore dalla fantascienza al crime thriller). Può scrivere ciò che sente suo. Non ha nulla da perdere.
Il suo scopo primario non è il profitto, ma diffondere il proprio messaggio, in altre parole comunicare, senza filtri, senza controllo.
 
Una seconda riflessione che voglio fare riguarda l’evento in sé. Mi sono divertita davvero tanto, mentre vi partecipavo, più che in quelli precedenti, poiché l’atmosfera raccolta ha permesso di creare delle connessioni dirette con le persone del pubblico. Questo ascoltava in perfetto silenzio, attento, annuendo di tanto in tanto e reagendo spontaneamente con esclamazioni e commenti alle nostre parole.
In tale contesto ho ritrovato il piacere del contatto diretto con le persone, con un mondo diverso da quello distorto con cui noi autori ci misuriamo sui social network, tramite lo strumento che usiamo per scrivere, il computer, dove siamo circondati da altri scrittori, con tutte le loro fisime, le piccole invidie e le inutili fissazioni dei “nazisti” dello stile.
 
La gente comune non si interessa di queste cose. La gente comune, i lettori comuni, quelli che comprano i libri, vogliono che venga loro raccontata una bella storia. Loro ti ascoltano, mentre racconti la trama del tuo libro, quasi pendono dalle tue labbra, vogliono essere stupiti, sedotti dalle tue parole.
 
Quando ho accennato alla storia di Anna Persson (la protagonista di “Deserto rosso”) che decide di partire alla volta di Marte per colonizzarlo e non tornare mai più sulla Terra, il pubblico ha avuto delle reazioni di stupore. Hanno commentato con parole come “inquietante”. È bastato poco per trasmettere loro il senso di angoscia alla base della storia, prima ancora che aprissero il libro per leggerla, poiché loro, come tutti i lettori (me inclusa), non vogliono altro che trovarsi di fronte a una storia nuova e immedesimarsi nei personaggi, per vivere nell’arco di tempo della lettura una vita diversa dalla loro.
E sono queste stesse persone uno stimolo per l’autore a creare nuove storie. Per questa ragione è proprio tra la gente che l’autore dovrebbe cercare e trovare le idee, non solo quella con cui interagisce virtualmente, ma anche e soprattutto quella che ha modo di sperimentare di persona nella vita reale, utilizzando tutti i sensi.
 

Lo scorso 9 maggio ho partecipato in qualità di relatrice all’evento “Self-publishing: i sogni si pubblicano, non si chiudono nel cassetto” nell’ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino 2014.
È stata un’esperienza molto interessante ed è un peccato che avessimo solo 50 minuti per l’evento, perché ci sarebbe stato da parlare per ore.
Insieme a me c’erano, oltre Alberto Grandi di Wired, che coordinava l’evento, Camille Mofidi e Diego Marano di Kobo, e Antonio Tombolini di Narcissus.
È stato molto bello conoscere tutti loro. Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere sia prima che dopo l’evento. Ma è stato molto piacevole ascoltarli e discutere con loro davanti al numeroso pubblico che ha affollato l’area Book To The Future del Salone.
 
Ho apprezzato particolarmente il discorso fatto da Antonio Tombolini su cosa significa essere self-publisher oggi e su come il self-publishing digitale non sia vanity press, ma anche il contributo di entrambi gli inviati di Kobo. Diego Marano, che è italiano, è manager per il Regno Unito di Kobo Writing Life, mentre Camille Mofidi è la manager europea sempre della piattaforma di self-publishing di Kobo. Diego Marano ha integrato il discorso di Tombolini, concentrandosi sul contributo di Kobo Writing Life nell’ambito del self-publishing, e Camille Mofidi ha riferito riguardo alla situazione a livello europeo. A questo proposito vi rimando a un articolo sull’evento di Equilibri Digitali che ne parla più diffusamente.
 
Per quanto mi riguarda, sono stata introdotta per prima da Alberto Grandi per parlare della mia esperienza con la pubblicazione della serie di “Deserto rosso” tra il 2012 e il 2013 e, successivamente, sono intervenuta in altre tre occasioni (incluse due domande a me rivolte dal pubblico). Probabilmente sono quella che ha parlato di più.
In questo post vorrei però fare alcune riflessioni su due argomenti emersi durante l’evento e che ritengo particolarmente significativi.
 
Il primo è venuto fuori in seguito a una domanda che è stata posta proprio a me, dopo che ho riferito di come io interagisco con i miei lettori tramite i social network e come questo sia alla base dei meccanismi di promozione di un self-publisher (e non solo).
L’insieme di questi metodi di promozione costituisce il self- branding, cioè il fare di sé un marchio autorevole. In questo contesto l’autore interagisce nella rete con i lettori o i possibili lettori, sfruttando le tematiche dei propri libri e qualunque aspetto a essi legato, come nel mio caso l’esplorazione di Marte e la stessa serialità della pubblicazione, che mi ha permesso di coinvolgere in parte le persone anche nella fase creativa.
In poche parole, l’autore deve sapersi “vendere”, esporsi in prima persona, interagire con persone competenti del proprio genere, deve essere egli stesso un personaggio, un marchio.
Ed ecco che mi è stato chiesto se non ci potrebbe essere il “rischio” che la gente compri i libri per via dell’autore e non per il loro valore intrinseco o del loro contenuto.
 
Ammetto che per mezzo secondo ho fissato la mia interlocutrice come se fosse una marziana (lei!). Il pensiero successivo è stato: e allora?
Ho cercato di spiegarle che fa tutto parte del gioco dell’essere un autore, che insomma il mondo gira così.
 
Ditemi voi. Qual è la differenza tra il self-branding e i grandi editori che spendono fior fior di quattrini in pubblicità, creando nel lettore la necessità di leggere un libro che poi magari non vale quanto viene pubblicizzato?
 
Se non altro, un lettore che interagisce con l’autore è in grado di valutare prima dell’acquisto se ha davanti a sé una persona di un qualche valore. Ne può apprezzare la competenza, le capacità scrittorie (l’autore interagisce scrivendo, per esempio, nel proprio blog, ma anche nei social), la sua disponibilità, il suo valore umano.
Mi sembra una motivazione migliore per comprare un libro rispetto al vederlo sbattuto davanti agli occhi ovunque.
È chiaro che, se poi il potenziale lettore non è interessato al contenuto, con tutta probabilità non comprerà comunque il libro, anzi è poco probabile, in primo luogo, che arrivi a interagire con l’autore, visto che non hanno gli stessi interessi.
In ogni caso non l’autore si può prescindere dal self-branding, che non basta, ma è un punto di partenza fondamentale.

Nella foto sopra: Antonio Tombolini, Alberto Grandi, io (!), Camille Mofidi e Diego Marano durante l'evento. Potete vedere altre foto qui.
 
Il self-branding è la versione dell’author-branding applicata al self-publisher. L’autore pubblicato da un editore, uno grosso ovviamente, può contare su una squadra di persone che si occupa della sua promozione e quindi dell’author-branding. Il self-publisher fa da sé.
 
Ma in realtà il self-branding ormai esiste in tutta l’editoria. Tutti gli autori sono tenuti a essere presenti in rete, a interagire, a farsi conoscere, a mostrarsi disponibili, simpatici. Nei casi di autori si può trattare di qualcuno pagato per impersonarli, ma il meccanismo è lo stesso.
Autori di fama mondiale come Patricia Cornwell pubblicano foto e post su Facebook, rispondono ai tweet su Twitter, uno per uno. Magari non a tutti, ma ci provano.
L’autore britannico Peter F. Hamilton, che è forse il più grande autore contemporaneo di fantascienza del suo Paese, tra le altre cose su Facebook risponde alle domande su dove acquistare certi suoi libri. Lo dico perché ha risposto a me e io ho seguito il suo suggerimento. Addirittura si è preso la briga di leggere tre miei articoli dedicati a una sua serie di libri, che avevo linkato sulla sua pagina Facebook, e di commentarli. E so per certo che li ha letti, visto che l’ha dimostrato col suo commento ben argomentato.
È normale che, se un giorno dovessi scegliere tra l’acquistare un suo libro e quello di un altro autore di fantascienza, mi sentirei più portata a prendere il suo. Ma è altrettanto chiaro che, se non mi piacesse come scrive o la fantascienza, non mi sognerei di spendere i miei soldi, fosse solo un euro, né impegnare il mio tempo (scrive dei tomi di 800 pagine) con i suoi libri solo perché è simpatico.
 
Il secondo argomento è stato in parte affrontato nella domanda posta da uno del pubblico a Tombolini e Marano. Ho poi avuto modo di parlarne diffusamente con una persona di Meetale.com con cui mi sono intrattenuta qualche tempo dopo l’evento.
Il quesito è questo.
 
Ma se abbiamo già i nostri lettori perché non vendiamo i libri direttamente a loro invece di passare attraverso i retailer che si prendono una fetta del prezzo del libro?
Non arriverà un momento in cui i self-publisher non avranno più bisogno di un distributore o addirittura di un retailer, visto che avranno già i loro lettori?
 
La risposta è no, perché nei grandi retailer ci sono i lettori. Lì i libri vengono categorizzati per genere, finiscono quindi nelle classifiche, dove i lettori, tantissimi lettori, li possono trovare.
Ciò che segue forse non è stato ben chiarito dagli altri relatori, sia perché il loro non è il punto di vista di un autore, sia perché il discorso interessa soprattutto il retailer per eccellenza: Amazon.
 
Lo zoccolo duro di lettori di un self-publisher fa sì che al lancio del libro questo salga in cima alle classifiche di genere, rendendolo visibile ad altri lettori. Questi, comprandolo in massa, lo tengono in alto e permettono che venga inserito in breve tempo nei suggerimenti della pagina del prodotto di libri simili.
Si crea quindi un circolo virtuoso che, per esistere, richiede due elementi essenziali: 1) i lettori fidelizzati che lo innescano; 2) il retailer con altri potenziali lettori che lo alimentano.
Il risultato è il successo (eventuale) del libro, che non dipende solo da quante copie si vendono, ma soprattutto dal fatto che il mondo là fuori ne abbia la prova, determinando di conseguenza la vendita di molte altre copie.
 
Nel mio piccolo, io cerco come posso di sfruttare questi semplici meccanismi.
Sono riuscita tramite il self-branding a creare un certo numero di lettori affezionati, molti dei quali sono diventati quasi degli amici, tanto è costante la nostra interazione. Queste stesse persone sono state essenziali nel lancio del mio ultimo libro, Il mentore, avvenuto lo scorso mercoledì (21 maggio 2014).
 
Qui c’è da fare una piccola premessa. Questo libro è un thriller, mentre i miei libri precedenti erano di fantascienza. Il target di lettori non è lo stesso, anche se in parte si può sovrapporre. Nell’editoria tradizionale non avrei mai potuto fare questo cambio di genere, a meno che non fossi stata già un’autrice molto famosa. Come self-publisher, invece, potevo, ma sapevo che avrei potuto perdere una parte dei miei lettori appassionati di fantascienza, che magari non leggono thriller.
Comunque sia, ho deciso di “rischiare” (si fa per dire).
 
In occasione del lancio, ho messo il libro in promozione a 99 centesimi per soli tre giorni (su Amazon), spingendo i miei lettori ad acquistarlo in massa in un breve lasso di tempo. Da una parte coloro che mi seguono con costanza sono stati premiati perché hanno avuto il libro a poco, dall’altra hanno ricambiato diffondendo la notizia e generando altre vendite esterne.
Così il libro nello stesso giorno di pubblicazione è entrato nella top 100 del Kindle Store e nella top 20 del genere thriller e ci è rimasto per i tre giorni successivi, incluso il primo in cui non era più presente la promozione.
Ora il prezzo del libro è salito a 2,69 euro. Questo prezzo è stato scelto perché è poco sopra la soglia di raddoppiamento della percentuale di diritti sulle vendite applicata da Amazon. Questo lo dico per spiegare che non ho alzato il prezzo perché voglio lucrare sui miei lettori, ma sto cercando di evitare che Amazon lucri eccessivamente su di me. Stiamo comunque parlando di una cifra irrisoria se paragonata a 9,99 euro dei romanzi appena usciti dei grossi editori, ma ancora molto bassa nei confronti dei 4,99 euro di quelli di editori più piccoli.
Ovviamente le vendite sono scese in numero e pure la posizione in classifica, ma intanto il libro è comparso nei suggerimenti di molti altri libri simili (e il loro numero cresce di continuo) e continua a vendere in maniera costante.
 
Cosa succederà adesso non so dirlo, ma niente di questo sarebbe potuto succedere, se non avessi creato un seguito di lettori grazie al self-branding e se non avessi potuto contare su un retailer in grado di mettere in evidenza i risultati dei miei sforzi di promozione.
 
Dovendo tirare le somme di questa esperienza al Salone Internazionale del Libro di Torino, possono affermare che è stato senza dubbio un evento di successo grazie al quale ho creato anche qualche interessante contatto.
Al di là dell’aspetto personale, credo poi che sia stato un ulteriore passo in avanti nell’affermazione di come il self-publishing, anche in Italia, sia un fenomeno in crescita sia a livello di numeri che soprattutto di qualità.
 
Pagine: 1 2 3 4

Do you speak English?
Click to visit the English blog!

Iscriviti alla mailing list
per non perdere le nuove uscite

Ci sono 178 persone collegate

ATTENZIONE: La navigazione su questo sito implica l'accettazione della
Privacy Policy Cookie Policy
Follow on Bloglovin

Comprami un caffè

Acquista i miei libri su









Questo sito partecipa al programma di affiliazione di Amazon.


Puoi acquistare i miei libri anche su:
   
   Acquista gli ebook su Mondadori Store!   Acquista gli ebook su laFeltrinelli!
Ebook acquistabili direttamente dall'ereader in Svizzera 



Otto anni di "Deserto rosso"!






Segui Anna Persson su Twitter

Official MI Representative

Italian Mars Society

Titolo
- Categorie - (5)
Autori preferiti (3)
Calcio (6)
Cinema (26)
Eventi (34)
Interviste (38)
Links (2)
Luoghi dei romanzi (15)
Miscellaneous (2)
MP3 (2)
Musica (138)
Podcast (29)
Poems (8)
Rassegna stampa (11)
Riconoscimenti (2)
Sardegna (1)
Scena del crimine (7)
Scienza (17)
Scrittura & Lettura (465)
Serie TV (9)
Stories (1)
Thoughts (5)
Varie (17)
Viaggi (3)
Video (7)

Catalogati per mese:

Gli interventi più cliccati

Ultimi commenti:

Powered by Disqus
< luglio 2021 >
L
M
M
G
V
S
D
   
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
 
             

Titolo
Qual è il genere di romanzi che preferite leggere?

 Narrativa non di genere
 Thriller, gialli, noir
 Fantasy classico (maghi, elfi, ecc...)
 Gotico, horror, paranormale (vampiri, fantasmi, ecc...)
 Fantascienza
 Rosa
 Classici
 Storie vere
 Avventura
 Storico


Scarica gratuitamente la fan fiction
"LA MORTE È SOLTANTO IL PRINCIPIO"
cliccando sulla copertina.
La morte è soltanto il principio
Disponibile su Smashwords.




Titolo

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.

Gli autori non sono responsabili di quanto contenuto in siti esterni i cui link sono riportati su questo sito.



Copyrighted.com Registered & Protected
 



27/07/2021 @ 14:13:40
script eseguito in 171 ms

Amazon International Bestseller