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 I personaggi di "Deserto rosso"... di Carla
 

“Le nostre vite da sole non valgono nulla, ma insieme siamo qualcosa di unico.” Oltre il limite

 

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 10/10/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & pubblicazione, linkato 3065 volte)

Vi ricordate il capitolo finale di “Deserto rosso”?
Abbiamo lasciato i protagonisti della serie a Londra e a Ophir, mentre assistevano alla nascita di un nuovo programma spaziale chiamato Aurora.
Ne “L’isola di Gaia”, ambientato 35 anni dopo, abbiamo conosciuto nuovi personaggi e nuove vicende, che rappresentano un ingresso alternativo in questo ciclo di libri. Alla fine abbiamo scoperto come si è effettivamente evoluto il programma Aurora e incontrato di nuovo due dei personaggi principali della serie marziana.
 
Il 30 novembre 2016, invece, ritorneremo su Marte, e sulla Terra del futuro, per scoprire cosa è accaduto in una parte di quei 35 anni.
Ritroveremo Melissa, Anna, Hassan e Jan, insieme ad altri personaggi di “Deserto rosso”. A loro si uniranno anche due personaggi già visti ne “L’isola di Gaia”.
 
E poi ci sarà lei, CUSy, che tutti chiamano Susy, l’intelligenza artificiale che veglia sulla vita degli abitanti di Marte.
È solo un software la cui personalità scaturisce da un codice informatico.
Ma è davvero soltanto un software? O è qualcosa di più?
 
Dovrete attendere ancora un po’ per scoprirlo, ma nel frattempo potete preordinare l’ebook di “Ophir. Codice vivente” al prezzo speciale di 2,99 euro su Amazon, Giunti Al Punto, Kobo, iTunes, Google PlayLaFeltrinelli e Mondadori Store.
 
L’ebook è senza DRM.
L’offerta è valida solo per l’Italia e il prezzo rimarrà bloccato dopo l’uscita solo fino all’11 dicembre. A partire dal 12 dicembre salirà a 3,49 euro.
 
Prenotate la vostra copia adesso e preparatevi ad ammirare il deserto rosso di Marte attraverso gli occhi di Melissa.
 

Ambientato nel prossimo secolo, “L’isola di Gaia” si apre nello scenario quasi alieno dell’Antartide, dove in un’isola al largo della Baia di Margherita un gruppo di persone vive isolato dal resto del mondo, costantemente sottoposto a un inganno. Ignari del fatto che le percezioni dei loro sensi siano alterate, gli uomini e le donne che abitano la città di Hope pensano di essere liberi e di lavorare insieme per la sopravvivenza di quel poco di umanità rimasta sulla Terra dopo un cambiamento climatico di portata globale. Ma niente del genere è veramente accaduto e, quando qualcuno dall’esterno entrerà in contatto con due di loro, Gaia e Rivus, ciò darà l’avvio a una serie di eventi che cambierà per sempre la vita degli abitanti di Hope. Nel tentare di sventare il progetto di cui loro malgrado fanno parte, i protagonisti di questo romanzo corale diventeranno bersaglio di uno sconosciuto nemico e sveleranno al lettore la loro vera natura. Le loro vicende si intrecciano con quelle degli scienziati inglesi Gabriel Asbury ed Elizabeth Caldwell, le cui ricerche potrebbero permettere all’Agenzia Spaziale Internazionale di superare l’ultimo scoglio che impedisce all’Uomo di compiere viaggi verso altri mondi: i limiti del corpo umano, perfezionato alla vita sulla Terra. Il romanzo si svolge trentacinque anni dopo la fine della serie di “Deserto rosso”, con cui ha delle strette connessioni, ma può essere letto anche in maniera indipendente. Esso rappresenta un ingresso alternativo al ciclo dell’Aurora.
 
L’isola di Gaia” è un techno-thriller fantascientifico ascrivibile al sottogenere del cyberpunk. In esso, però, il transumanesimo e la realtà virtuale sono solo degli strumenti per raccontare, attraverso un contesto fantascientifico, come la percezione della realtà da parte delle persone possa essere distorta a tal punto da vanificare il concetto stesso di libero arbitrio. Le scelte compiute dai personaggi del romanzo, apparentemente libere, sono invece condizionate da come le loro conoscenze e il modo stesso con cui percepiscono il mondo che li circonda sono manipolati dall’esterno.
 
 
L’ISOLA DI GAIA è in offerta in ebook a 1,99 euro su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play solo fino al 31 ottobre 2016.
L’edizione acquistabile su Google Play è in ePub senza DRM e quindi leggibile su qualsiasi dispositivo (incluso Kobo e iPad).
 
È inoltre disponibile in edizione cartacea (a 11,99 euro) su Amazon e Giunti.
 
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Di Carla (del 06/11/2016 @ 10:30:00, in Scrittura & pubblicazione, linkato 1836 volte)

Anche quest’anno per la quarta volta mi cimento nella sfida novembrina di scrivere le prime cinquantamila parole di un nuovo romanzo in trenta giorni. Precedentemente ho tentato e vinto la sfida nel 2012 con “Il mentore” (pubblicato nel 2014), nel 2013 con “Affinità d’intenti” (pubblicato nel 2015), che è anche l’unico mio romanzo scritto dalla prima all’ultima parola proprio in un mese (mi riferisco solo alla prima stesura), e nel 2015 con “Sindrome” (pubblicato lo scorso maggio), seguito de “Il mentore”.
 
In un certo senso per me novembre è diventato il mese in cui scrivo i thriller e quest’anno mi ripeto con “Oltre il limite”, libro finale della trilogia del detective Eric Shaw. Finora ho scritto poche scene del libro e ho in mano ancora un’outline incompleta, ma sto lentamente entrando nello spirito della storia, grazie soprattutto al fatto che ho appena completato la prima scena in cui compare il protagonista.
 
Calarmi di nuovo nella sua mente mi emoziona, nonostante trovi sempre più faticoso scrivere i libri successivi di una serie. Il personaggio di Eric Shaw mi dà una particolare soddisfazione, forse perché si tratta di un protagonista maschile. Nella maggior parte dei miei libri, infatti, il protagonista è una donna. L’unica altra eccezione è “Per caso”, scritto anch’esso durante una competizione simile, il Camp NaNoWriMo dell’aprile 2015. Invece, dover far girare una storia intorno a un uomo, ai suoi pensieri, alle sue emozioni e a quelle sue fragilità che cerca di nascondere (ma non può farlo con me!), rappresenta per me, in quanto donna, qualcosa di molto particolare, poiché si tratta di uno sforzo creativo che va decisamente oltre lo scrivere ciò che conosco e si sposta verso il conoscere attraverso ciò che scrivo.
È difficile spiegare il tipo di sensazione che ciò mi suscita, ma chiunque abbia mai dovuto creare dal nulla un personaggio completamente diverso da se stesso (per sesso, carattere, convinzioni, inclinazioni e così via) o immedesimarsi, per qualunque motivo, in una persona del genere può avere un’idea di cosa intendo.
 
Anche questo novembre (e una parte di dicembre) Eric mi accompagnerà in un’intensa avventura scrittoria, l’ultima che affronteremo insieme, almeno sotto forma di romanzo. E già mi sale un po’ la malinconia, perché inevitabilmente finisco per affezionarmi a queste persone immaginarie che nella mia mente sono del tutto reali. Lasciarle andare è difficile, ma è necessario, per consentire ad altre di emergere.
 
Nonostante si tratti del mio quarto NaNoWriMo (cui si aggiungono quattro versioni Camp) ogni volta la sfida è reale. So di essere in grado di scrivere 50 mila parole in 30 giorni, ma tra esserne consapevole e farlo c’è di mezzo un bel po’ di sofferenza.
Eppure c’è un motivo per cui torturo me stessa con questa sfida: il motivo è che funziona.
Ci sono sempre innumerevoli valide ragioni per non scrivere o per smettere di farlo prima del tempo, ma avere un obiettivo giornaliero per trenta giorni di fila evidenzia come, in fondo, ognuna di tali ragioni possa essere messa da parte senza troppa fatica.
Grazie al NaNoWriMo l’agonia che accompagna l’atto creativo, fatta di dubbi, incertezze e costrizioni, dura al massimo un paio di mesi, invece di trascinarsi per un anno o più. La disciplina mentale che un impegno come il NaNoWriMo ti conferisce, fatta di dichiarazioni pubbliche giornaliere del numero di parole scritte e di quelle che si intende scrivere o fatta dell’aggiornamento costante del conteggio sul proprio blog (o, come nel mio caso, di entrambe le cose) e ovviamente sul sito della competizione, per quanto mi riguarda non ha eguali.
 
Ogni anno mi ritrovo a osservare l’andamento della gara dei miei buddy sul sito del NaNoWriMo o di altri partecipanti sul gruppo ufficiale italiano su Facebook e noto una varietà di comportamenti. Molti di loro, spinti dalla paura di non riuscire a tenere il ritmo, partono di gran carriera, scrivendo svariate migliaia di parole nei primi giorni, ma poi rallentano e spesso si bloccano ben prima del traguardo. L’errore in alcuni casi nasce proprio dal fatto che non vogliono sentirsi con l’acqua alla gola, si prendono il sicuro con una partenza a razzo e poi si rilassano troppo, esaurendo presto la propria vena creativa.
Il vero scopo del NaNoWriMo è però un altro: scrivere in media almeno 1667 parole al giorno, cioè creare un ritmo produttivo costante. Non è quello di scrivere di più, per mettere parole da parte, quasi fossero dei risparmi, ma piuttosto di allenare la propria creatività a scrivere quelle 1667 in un tempo più breve e con maggiore facilità.
 
Ogni autore di certo ha un approccio diverso alla scrittura, ma credo che quasi per tutti spesso la parte più difficile sia l’atto di iniziare.
Per me iniziare una nuova scena è sempre un trauma. Per questo motivo ciò cui punto ogni volta che mi metto davanti al foglio bianco è proprio scrivere una sola scena, per non dover affrontare più di una volta il trauma dell’inizio. E, visto che l’obiettivo giornaliero sono quelle 1667 parole, la soluzione è scrivere ogni volta una scena che abbia almeno quella lunghezza (può essere inferiore, solo se si è un po’ avanti sulla tabella di marcia). Se per qualche motivo non riesco a raggiungere quella quota con una scena, torno indietro, la rileggo e la rimpolpo. Questo perché avere fretta nello scrivere non è una buona cosa. Certe volte si hanno così chiari in mente gli eventi da narrare che si rischia di cadere nell’eccesso di sintesi, che impedisce al lettore di immedesimarsi nelle problematiche dei personaggi.
Avere un obiettivo numerico minimo di parole per singola scena mi impedisce di finire in questa trappola e quindi mi consente di scrivere delle scene equilibrate, col ritmo giusto e una lunghezza tale da costringere il lettore a non staccarsi dal libro.
 
D’altra parte, una volta terminata la scena (a obiettivo numerico raggiunto), anche se so come andare avanti (perché ho comunque un’outline, anche se parziale) e, magari, avrei anche il tempo per farlo, invece mi fermo, perché sono anche consapevole che, se faccio passare un altro giorno, nuove idee e sviluppi migliori di quelli che ho già pensato di certo salteranno fuori, permettendomi di scrivere un libro migliore. Per questo motivo non ha senso, a mio parere, mettere parole e scene da parte, poiché la fretta può spingere la storia verso una direzione al momento più semplice, ma che col tempo potrebbe rivelarsi inadatta ai personaggi, compromettendo il risultato finale. Al contrario, domare la propria creatività e costringerla a certi ritmi permette ai personaggi di esprimersi e indicare all’autore la strada giusta.
 
Certo, c’è chi scrive e quindi partecipa al NaNoWriMo solo per il puro piacere di scrivere fine a se stesso, senza particolari ambizioni. In tal caso, deve solo seguire il proprio istinto, in quanto la disciplina di cui parlo non è affatto divertente, anzi, è una vera e propria tortura.
Ma chi, invece, sta scrivendo una prima stesura con lo scopo di trasformarla poi in un libro finito che verrà pubblicato addirittura in un giorno già stabilito nel futuro, come nel mio caso (l’uscita di “Oltre il limite” è prevista per il 21 maggio 2017), deve per forza di cose avere un altro approccio.
 
Chi non si è mai trovato in questa situazione potrebbe pensare che io faccia violenza a me stessa (in un certo senso non si sbaglia del tutto), ma come avviene per l’attività fisica anche nella scrittura la gratificazione raramente deriva dal compiere l’atto in sé, bensì dalla soddisfazione che si prova al suo completamento. Perciò il mese di novembre sarà un mese di sofferenza, ma alla fine di ogni sessione di scrittura in cui avrò raggiunto il mio obiettivo mi sentirò soddisfatta di me stessa. Alla fine tale soddisfazione raggiungerà il proprio apice quando digiterò quella cinquantamillesima parola. E sarà bellissimo, proprio come ciò che si prova quando, alla fine di una lunga corsa, ci si ferma per prendere fiato.
Quel traguardo, però, è ancora lontano. Nel frattempo, vi chiedo soltanto di tifare per me!
 
Di Carla (del 30/11/2016 @ 00:00:00, in Scrittura & pubblicazione, linkato 2113 volte)
CUSy è l’IA che gestisce gli habitat marziani.
CUSy veglia sugli abitanti di Marte, assicura il loro benessere, controlla i sistemi che li mantengono in vita.
Ma chi controlla CUSy?
Anna Persson, Hassan Qabbani, Jan De Wit e, soprattutto, Melissa Diaz, che assurge al ruolo di protagonista, ritornano in “Ophir. Codice vivente”, che riprende le loro storie poco tempo dopo l’epilogo della serie marziana. Sono infatti passati appena tre anni terrestri dall’inizio del programma Aurora, che ha permesso la ripresa dei rapporti tra i colonizzatori di Marte e l’Agenzia Spaziale Internazionale (ISA) sulla Terra. Anche grazie a esso, Ophir è ora diventata una piccola città e, in cambio, gli scienziati terrestri hanno potuto attingere alle tecnologie avanzate sviluppate dai suoi residenti e da quelli degli altri insediamenti presenti su Marte. La leader degli abitanti del pianeta rosso, Melissa, non è però soddisfatta della lentezza con cui il programma sta progredendo. Con l’aiuto dell’IA (intelligenza artificiale) CUSy, detta anche Susy, riesce a violare i sistemi di comunicazione dell’ISA e a infiltrarsi nella rete globale terrestre per cercare un alleato tra i più dotati studenti del mondo, finché non ne individua una giovanissima e particolarmente brillante: Elizabeth Caldwell. Ma ciò che Melissa ignora è che Susy, col passare degli anni, si sta evolvendo ben oltre il proprio codice iniziale. È diventata curiosa, sta coltivando interessi e ambizioni, forse sta persino sperimentando dei sentimenti, e tutto ciò rappresenta l’espressione dell’emergere in lei di qualcosa assimilabile a una coscienza e che potrebbe spingerla ad azioni imprevedibili e potenzialmente pericolose.
 
 
Ophir. Codice vivente” è ora disponibile in formato ebook a 2,99 euro (in offerta fino all’11 dicembre) su Amazon, Giunti Al Punto, Google Play, iTunes, Kobo, Mondadori Store, LaFeltrinelli, Nook (attraverso l’app di Windows), Smashwords e 24Symbols (gratuito per gli abbonati) e in edizione cartacea a 11,99 euro su Amazon e Giunti.
L’edizione ebook è senza DRM in tutti i retailer.
 
 
In occasione dell’uscita della terza parte del ciclo dell’Aurora fino all’11 dicembre sarà possibile acquistare l’edizione ebook delle prime due parti, la raccolta di “Deserto rosso” (4 libri) e il romanzo “L’isola di Gaia”, a soli 1,99 euro ciascuno su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play.
Ecco i link.
Deserto rosso”: Amazon, Giunti Al Punto e Google Play.
L’isola di Gaia”: Amazon, Giunti Al Punto e Google Play.
 
Se non siete mai stati su Marte (e in Antartide), non lasciatevi sfuggire l’occasione di andarci con le prime tre parti del ciclo dell’Aurora: potrete scaricare ben sei libri a meno di 7 euro!
 
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L’offerta è valida solo in Italia.
A partire dal 12 dicembre il prezzo di “Ophir. Codice vivente” salirà a 3,49 euro in tutti i retailer e i prezzi di “Deserto rosso” e “L’isola di Gaia” su Amazon, Giunti e Google Play torneranno rispettivamente a 3,99 e 3,49 euro.
 
Quando una settimana fa ho scritto l’ultima frase della prima stesura di “Oltre il limite”, dopo una sessione di scrittura ininterrotta di otto ore e mezza, non mi sembrava vero. Avevo iniziato la scrittura del libro il 1° novembre e 75 giorni dopo, circa 116 mila parole dopo, era finito. Con esso mi ritrovavo a completare il mio dodicesimo libro e a chiudere una trilogia che era nata come un libro singolo, “Il mentore”, scritto quasi per caso nel novembre del 2012 per provare a partecipare al NaNoWriMo e poi pubblicato nel 2014, ed è finita per diventare una delle mie serie più lunghe, avendo infatti sorpassato come numero di parole la quadrilogia di “Deserto rosso”.
 
La scrittura di “Oltre il limite” è stata un’altalena di emozioni, a iniziare dall’ansia dei primi giorni, in cui mi ero imposta di seguire il ritmo del NaNoWriMo (una media di 1667 parole al giorno, anche nel weekend), pur avendo a disposizione un’outline solo parziale. Nell’affrontare la sfida ero consapevole di non essere del tutto pronta, poiché avevo avuto poco tempo per prepararmi. Per fortuna esiste il NaNoWriMo (che ho vinto anche quest’anno), che mi ha spinto a iniziare comunque, a spingermi a creare anche se non ne avevo voglia e quindi a dare origine a una delle storie più intricate in cui mi sia cimentata finora. Grazie a esso entro il 30 novembre avevo già scritto oltre 50 mila parole, anche se poi, per la prima volta, ho sentito la necessità di rileggere tutto il lavoro fatto fino a quel momento per capire quanto di buono ci fosse e trovare gli spunti necessari per continuare. Ciò che non sapevo era che non mi trovavo neppure a metà del lavoro!
 
Come sempre, quando all’inizio ci sono solo alcune idee, ma richiedono spazio per assumere uno sviluppo logico, per andare di pari passo con l’evoluzione dei personaggi (in questo caso dettata dall’esigenza di dare una conclusione alla trilogia) e per fare tutto questo rispettando i ritmi imposti dalla competizione (non riesco a scrivere più di una scena per sessione, perciò durante il mese di novembre le scene sono state quasi tutte sopra le 1667 parole e ho finito per mantenere questo ritmo anche a dicembre e nelle prime due settimane di gennaio), tali idee si sono tradotte in un testo ricco di dettagli, di introspezione, di eventi, molti dei quali sono giunti inaspettati, ma incredibilmente capaci di incastrarsi alla perfezione nella trama, che l’hanno reso decisamente lungo, sebbene la storia principale si svolga in appena tre giorni.
Nonostante la lunghezza, sono convinta che sia una lettura rapida, che spero vi terrà incollati alle pagine e in ansia per le sorti dei protagonisti.
Io, pur avendo il controllo su di esse, lo ero!
 
Ma, se state leggendo questo post, forse volete sapere qualcosa della storia, no?
Vi accontento subito.
Come dicevo, “Oltre il limite” chiude l’arco narrativo, iniziato da “Il mentore” nel 2014 e continuato con “Sindrome” lo scorso anno, che lega il detective Eric Shaw e la sua allieva (di cui non cito il nome per evitare anticipazioni a chi non avesse ancora letto il primo libro).
Il romanzo fa riferimento a un vecchio caso cui la squadra di Eric aveva lavorato nel gennaio 2014 (prima dei fatti de “Il mentore”) e che era stato risolto con l’arresto del colpevole, il dottor Robert Graham, specializzando in chirurgia plastico-ricostruttiva: un omicida seriale chiamato col soprannome di ‘chirurgo plastico’, che era poi stato condannato per aver ucciso tre donne e rapito una quarta, Megan Rogers. Il salvataggio di quest’ultima, ritrovata nella casa degli orrori del killer dalla detective Miriam Leroux nel gennaio 2014, è la scena con cui si apre “Oltre il limite”, per poi andare avanti nel tempo fino a domenica 21 maggio 2017 (che è anche la data di uscita del romanzo), quando una donna viene trovata morta nel celebre museo delle cere Madame Tussauds. Questo è solo una delle numerose location famose di Londra teatro degli eventi di “Oltre il limite”.
Sarà Eric, giunto con la sua squadra sulla scena del crimine, il primo a rendersi conto di un’inquietante somiglianza con i delitti del ‘chirurgo plastico’, cosa che farà sorgere in lui per la prima volta un pesante dubbio. E se oltre tre anni prima avesse compiuto un errore e mandato in prigione la persona sbagliata?
La storia si sviluppa in appena tre giorni, dal 21 al 23 maggio (che occuperanno i primi 7 degli 8 capitoli del libro), durante i quali, con un susseguirsi di colpi di scena e di omicidi, il complesso intreccio che porterà alla risoluzione del caso verrà svelato al lettore.
 
Le investigazioni su questo caso non sono, però, l’unico problema che il nostro Eric dovrà affrontare. Davanti a lui c’è adesso la prospettiva di una promozione a capo di tutta la sezione scientifica della Polizia Metropolitana di Londra (attualmente è solo a capo di una squadra), con il concomitante passaggio dal grado di ispettore capo a quello di sovrintendente.
Non è però l’unico ad ambire a quel ruolo. In lizza c’è anche il detective ispettore capo George Jankowski, un altro caposquadra della Scientifica che i lettori hanno già conosciuto in “Sindrome”. Troviamo quest’ultimo impegnato nel tentativo di gettare delle ombre sull’operato di Eric per favorire la propria promozione e, per farlo, si mette a scavare nel passato lavorativo del collega, che, come sappiamo, non è esente da problematiche.
 
 
Parallelamente a tutto questo ci sono i problemi personali di Eric. Quelli con Adele Pennington, la sua giovane compagna che è tornata ad avere un ruolo importante nella sua vita alla fine di “Sindrome”, e quelli con Miriam Leroux, la sua figlioccia, con la quale ha avuto un duro scontro, sempre nell’epilogo del libro precedente, cui è seguito un lungo periodo di lontananza anche lavorativa. Il ritorno del ‘chirurgo plastico’ sarà l’occasione che costringerà Eric e Miriam a lavorare di nuovo insieme e forse a recuperare il loro rapporto e chiudere per sempre un capitolo del passato.
Mentre il caso del serial killer verrà risolto entro i primi sette capitoli del romanzo, l’ultimo fungerà, invece, da epilogo della trilogia, portando a risoluzione i problemi di Eric con Miriam, Jankowski e Adele.
 
Il finale drammatico sarà, come sempre, aperto (lascerò a voi il compito di immaginare cosa accadrà dopo), ma di certo risolutivo. Nonostante la drammaticità, sarà un finale positivo per Eric, una sorta di happy ending con tinte di nero, in cui il nostro protagonista dovrà rispondere alla domanda che funge da slogan di “Oltre il limite”: fin dove sei disposto a spingerti, per proteggere un segreto?
La risposta definitiva di Eric la troverete nell’ultima frase del romanzo.
 
Di Carla (del 28/02/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & pubblicazione, linkato 2306 volte)

 Tradito dal finale
 
La storia di questo romanzo è originale e piena di cambi di direzione imprevedibili. Ricorda per certi aspetti la serie di Dexter, ma è evidente il tocco britannico nel modo di ragionare, parlare e agire del personaggio principale (ma anche degli altri)... e dal numero impressionante di tè che vengono preparati!
L’aspetto e il nome del protagonista non vengono mai riportati nel testo, lasciando al lettore la scelta di immaginarlo come preferisce. Nonostante il fatto che abbiamo a che fare con una persona che uccide a sangue freddo per soddisfare le proprie pulsioni, l’autore ci fa immedesimare così bene nella sua mente che, dopo lo smarrimento iniziale, finiamo per tifare per lui, soprattutto nel momento in cui incontra Rachel e perde il controllo del proprio mondo distorto per via del fatto che si è innamorato.
Per il 90% del libro l’autore ci fa letteralmente ridere delle avventure di un serial killer e poi alla fine tutto crolla. L’autore mette le mani avanti, facendo dire al personaggio che nelle favole ci sono i lieti fini, ma nella vita reale le cose sono diverse. E no! Io non stavo leggendo un resoconto di vita reale, ma finzione. Nella vita reale non avrei mai simpatizzato con un serial killer e riso dei suoi delitti. E anche alla fine, per coerenza, mi attendevo lo stesso sguardo surreale e una conclusione che non ricadesse nella “normalità”, ma che con un altro colpo di scena che non avrei mai potuto prevedere mi lasciasse con il sorriso. Invece la storia si fa melodrammatica e sfocia in un finale prevedibile in un contesto realistico, un finale che temevo sarebbe arrivato dal momento stesso che ho visto la trama del libro e ho deciso di leggero, eppure speravo di sbagliarmi.
Peccato, perché l’autore non ha voluto o saputo osare e purtroppo alla fine l’apprezzamento di un libro da parte del lettore dipende proprio nel fatto che trovi un finale degno del resto della storia.
Gli ho dato quattro stelline, nonostante non mi sia piaciuto il finale, perché mi ha tenuta incollata all’ereader finché non l’ho finito, perché mi ha fatto ridere tanto, perché è scritto davvero bene e lo stile dell’autore è davvero coinvolgente, e perché ho amato follemente il protagonista fino alla fine. Ottima anche la traduzione e l’edizione in generale (ho notato solo pochi refusi).
 
Normal (Kindle, brossura) su Amazon.it.
Normal (Kindle) su Amazon.com.
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
 

Il 21 maggio 2017 uscirà l’ultimo libro della trilogia del detective Eric Shaw, “Oltre il limite”. In quello stesso giorno inizieranno gli eventi narrati nel romanzo, che vedranno il detective Shaw e la sua squadra del Servizio di Scienze Forensi di Scotland Yard alle prese col presunto ritorno di un serial killer che pensavano di aver fermato oltre tre anni prima.
Questa investigazione, oltre a essere l’ultimo suo impegno come caposquadra prima di una sua possibile promozione, rappresenta per Eric l’occasione per prendere un’importante decisione per il futuro. Dal 2014, infatti, custodisce insieme alla sua allieva un terribile segreto, che adesso rischia di venire alla luce.
 
Dopo la rivelazione recata da “Il mentore” (bestseller internazionale con oltre 170 mila lettori in tutto il mondo) e il tentativo di Eric di opporsi, senza riuscirci, alla realtà in “Sindrome”, “Oltre il limite” segnerà il momento di compiere una scelta definitiva, da cui non potrà tornare indietro.
 
“Oltre il limite” uscirà il 21 maggio 2017, ma è già prenotabile in formato ebook a 2,99 euro su Amazon, Giunti, Kobo, LaFeltrinelli, Mondadori Store, Nook (tramite l’app di Windows) e iTunes.
L’ebook è senza protezione DRM, quindi potrà essere visualizzato in un numero illimitato di dispositivi.
 
Se lo prenotate adesso, allo scoccare della mezzanotte del 21 maggio verrà recapitato sul vostro dispositivo e potrete iniziare subito a leggerlo!
 
Ai primi di maggio sarà prenotabile anche su Google Play e in formato cartaceo (circa 550 pagine), mentre su 24Symbols sarà disponibile a partire dal giorno della pubblicazione.
 
 
Ecco la descrizione del libro.
 
 
Fin dove saresti disposto a spingerti, per proteggere un segreto?
 
Il corpo senza vita di una donna in abito da sera viene scoperto nella sala delle feste del museo delle cere. Tutto farebbe pensare a un suicidio, ma il detective Eric Shaw, caposquadra della Scientifica di Scotland Yard intervenuto sul posto con la criminologa Adele Pennington, nota subito delle similitudini con il caso del serial killer soprannominato ‘chirurgo plastico’, risolto tre anni prima con l’arresto di un uomo: Robert Graham.
Forse qualcuno lo sta emulando oppure Graham aveva un complice, ma esiste una terza possibilità ed è questa in particolare a preoccupare Eric, che all’epoca, certo della colpevolezza del sospettato, aveva falsificato una prova fisica per assicurarne la condanna.
E se avesse compiuto un errore e mandato in prigione la persona sbagliata?
 
Le indagini lo riportano a lavorare con Miriam Leroux, la giovane detective della Omicidi che fino all’anno precedente collaborava con la sua squadra, e insieme a lei si ritroverà a seguire le tracce di un inafferrabile assassino, in una corsa contro il tempo lunga tre giorni.
Questo potrebbe anche essere il suo ultimo caso importante prima di un’eventuale promozione a sovrintendente, se non fosse per il fatto che il detective George Jankowski, in lizza per lo stesso avanzamento di grado, ha deciso di giocare sporco per mettere in cattiva luce il collega e favorire la propria carriera.
Nel farlo, però, questi finirà per avvicinarsi pericolosamente all’inconfessabile segreto custodito da Eric e dalla sua allieva.
 
 
Per sapere di più sulla trilogia del detective Eric Shaw, vi invito a visitare il minisito dedicato alla serie: www.anakina.net/detectiveshaw
 
Di Guest blogger (del 30/03/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & pubblicazione, linkato 4177 volte)

Oggi ho una nuova ospite sul blog. Si tratta di Annamaria Bortolan, autrice del romanzo “I colori dell’autunno“. Annamaria ci illustra le analogie e le differenze esistenti tra la fantascienza e il realismo magico nell’ambito della narrativa.
L’immagine accanto è stata realizzata dall’autrice.
 
Il realismo magico è una corrente artistica che riguarda sia le arti figurative che la letteratura. La sua tipicità consiste nel proporre il fantastico come datità che non necessita di spiegazione. Ad esempio ne “La metamorfosi” di Kafka la trasformazione del protagonista in insetto è proposta come realtà fattuale su cui l’autore non si sofferma in relazione alle sue possibili cause.
 
La fantascienza, pur avvalendosi di meccanismi narrativi logici (la scoperta di qualche nuova teoria nell’ambito della fisica, per esempio), analogamente propone al lettore la realtà di mondi paralleli senza supportarla attraverso una serie di prove che possano essere effettivamente considerate inoppugnabili. Ciò dona immediatezza al testo e rende possibile l’immedesimazione del lettore. La narrativa fantascientifica ha così saputo coniugare la presenza di elementi fantastici con la divulgazione di messaggi filosofici o politici con immediatezza ed incisività. E, non di rado, il potere di un testo di penetrare acutamente la realtà è inversamente proporzionale agli elementi fattuali e oggettivi che mette in scena. Se poi tutto ciò è condito da una certa piacevolezza ci troviamo di fronte a un bel romanzo. E i testi di fantascienza lo sono, ecco perché li leggo e li consiglio volentieri. Esistono ovviamente anche numerose differenze fra realismo magico e fantascienza. Leggete questo articolo se volete approfondire la questione.
 
Se nella science fiction il rapporto con la tecnologia è positivo e fondamentale nell’ambito della narrazione, il realismo magico può farne a meno o, addirittura, porsi in maniera critica nei confronti delle scoperte scientifiche.
Nel romanzo “Cent’anni di solitudine” di G. García Marquez, Macondo è un paese i cui abitanti vivono in uno stato di innocenza primordiale: non conoscono l’utilizzo della calamita, della dentiera e del cannocchiale, né comprendono le leggi fisiche che regolano l’universo. Di fronte agli zingari che propongono loro tutte queste cose, compreso qualche giro aereo su una magica stuoia volante, i nativi si mostrano affascinati e stupefatti ma, a parte un bizzarro esponente della famiglia Buendia, un alchimista dedito a strampalati esperimenti, si limitano ad usufruirne senza cercare di proporre a loro volta qualche singolare novità realizzata per mezzo delle conoscenze tecniche di cui, del resto, appaiono mancanti. Macondo è un luogo immaginario dove i miracoli possono accadere, un mondo appartato dove nessuno è mai morto di morte naturale (almeno fino all’arrivo dei nomadi) in quanto ogni abitante conduce pacificamente la sua vita. E, forse, proprio questa mancanza di tecnologia che sembra caratterizzare la cittadinanza di questo villaggio irreale conferisce agli abitanti quella ingenuità da bimbi che rende possibile l’accettazione del magico nella vita quotidiana.
Macondo è un monito per tutti noi: non esiste solo un mondo fatto di leggi della scienza ma anche quel quid di imperscrutabile proprio del mistero stesso della vita a cui non pensiamo quasi mai. Per scorgerlo, talvolta è necessario lasciarsi alle spalle la rigidità della ragione per aprirsi alla fluidità dei sentimenti e della magia che è dentro di noi.
 
Realismo magico e fantascienza possono aiutarci: per questo apprezzo molto sia l’uno che l’altra. Non a caso mi sono servita del primo per arricchire il mio romanzo pubblicato di recente come ebook e intitolato “I colori dell’autunno” con un risultato finale davvero sorprendente.
Il valore di un testo non sta semplicemente nella verosimiglianza ma piuttosto nella sua capacità di mettere in discussione i luoghi comuni e nella riflessione che ne scaturisce.
 
Per approfondire le tracce di realismo magico presenti nella letteratura mondiale, ecco un interessante articolo relativo al bellissimo romanzo “Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy, un’altra opera da non perdere insieme al capolavoro di Marquez.
 

 
ANNAMARIA BORTOLAN, insegnante di ruolo, ha collaborato a partire dagli anni dell’università con diversi periodici, occupandosi soprattutto di antropologia del sacro e, in quest’ambito, ha pubblicato due saggi: “I simboli del sacro” (Torino 2007) e “I misteri del mito” (Torino 2009).
Ha inoltre lavorato con l’antropologo Massimo Centini firmando alcune prefazioni ai suoi libri.
 
I colori dell’autunno” è il suo primo romanzo del quale firma anche le illustrazioni che posta sulla sua omonima pagina Facebook.
 
 
SpaceX Interplanetary Transport System
Oggi ho il piacere di ospitare sul mio blog un autore e appassionato, come me, dell’esplorazione e della colonizzazione dello spazio: Adriano V. Autino. Nell’articolo che segue spiega perché l’espansione della civiltà umana al di fuori dei limiti del nostro mondo non sia solo auspicabile, ma addirittura necessaria.
L’immagine a corredo di questo articolo è una rappresentazione dell’Interplanetary Transport System di SpaceX.
 
Ho già detto molto, in molti articoli e paper, circa un aspetto principale dell’espansione della civiltà nello spazio: la possibilità di accedere a risorse materiali ed energetiche virtualmente infinite, nel sistema solare, a partire dalla Luna, dagli asteroidi vicini alla Terra, dalla enorme quantità di energia che fluisce dal nostro Sole e che può essere raccolta 24/24h, senza più limiti geografici, meteorologici né di alternanza giorno/notte. Con lo sviluppo delle attività civili nello spazio geolunare e, progressivamente, su Marte, nella cintura asteroidea, sulle lune di Giove, e oltre, la crisi globale che attanaglia la nostra economia planetaria sarà definitivamente rovesciata e sconfitta!
 
Con la fiducia nel futuro e l’aumento progressivo delle opportunità di lavoro e di crescita sociale, diminuiranno progressivamente i conflitti, le guerre, e la brutale regressione che tanto ci terrorizza, nelle ristrettezze del nostro mondo chiuso, nelle ore buie che precedono l’alba del rinascimento civile nello spazio. Può sembrare folle parlare di un’epoca così luminosa, in questi giorni, mentre le potenze del mondo sembrano orientate a nuovi confronti militari e a utilizzare lo spazio, sì, ma come arena di combattimento tra fantascientifici sistemi d’arma completamente robotizzati. Ma, proprio in questo contesto apparentemente così scoraggiante, è ancora più importante parlare di alcuni altri aspetti antropologici dell’espansione, che non sono solo quello pur importante e prioritario dell’economia.
 
Lo spazio è un ambiente estremo, in cui la vita dipende totalmente dalla capacità umana di costruire habitat tecnologicamente all’altezza della situazione. Svolgere attività civili nello spazio, ad esempio attività minerarie, industriali, turistiche, logistiche, svilupperà le nostre capacità di consapevolezza situazionale (situational awareness). Quel senso che forse i nostri antenati all’età della pietra avevano più sviluppato di noi moderni, quando dovevano difendersi da predatori molto più forti e dalle forze della natura. La situational awareness dei nostri antenati li spinse all’evoluzione sociale, culturale e tecnologica. E così succederà anche nello spazio, quando dovremo difenderci dalle radiazioni cosmiche, dai danni derivanti dalla gravità zero o della bassa gravità, dal pericolo di incrinature e forature delle pareti dei nostri habitat, dovuti a micrometeoriti o a nostri errori.
 
Ci troveremo a vivere e lavorare fuori del pozzo gravitazionale, e questo ci obbligherà a pensare in tre dimensioni... si svilupperà una cultura completamente nuova e differente, che possiamo a stento immaginare, noi che viviamo sul fondo del pozzo gravitazionale terrestre. O meglio tante culture differenti. Di certo i Lunari penseranno in modo diverso dai Terrestri, ma anche dai Cinturiani (colonizzatori della Cintura Asteroidea), dai Marziani e... chissà che storia vivranno i coloni di Ganimede, Europa, Io, Callisto, ... per non parlare di coloro che, nei secoli a venire, si espanderanno nel sistema solare esterno, a colonizzare la fascia di Kuiper, e a prelevare ghiaccio direttamente dalle comete della Nube di Oort! La nostra meraviglia da sola non può neanche lontanamente contenere la fantastica diversità di culture, di storie, di evoluzioni che si svilupperanno, in contesti tanto diversi, ciascuno caratterizzato dai problemi ambientali e di sopravvivenza i più disparati e difficilmente immaginabili. Si svilupperà una biodiversità culturale immensa, e la nostra specie, dopo un periodo iniziale in cui dovremo imparare a vivere e svilupparci fuori dall’utero materno della nostra Terra, ricomincerà a crescere numericamente e culturalmente.
 
Ma l’aspetto antropologicamente più importante, per le generazioni dei colonizzatori del sistema solare, sarà quello che nessun filosofo del secolo scorso è riuscito a immaginare né focalizzare: il “nemico” con cui gli umani dovranno confrontarsi sarà molto più crudele e insidioso di qualsiasi nemico umano. Sarà lo spazio stesso. E questo svilupperà un nuovo sentimento di solidarietà tra gli umani. Qui, nelle ristrettezze del nostro mondo piccolo e chiuso, non vediamo all’orizzonte nessun nuovo fattore che possa spingere le persone a unire gli sforzi. Anzi, proprio il fatto di essere sette miliardi e mezzo, rinchiusi e con risorse ormai scarse, alimenta semmai il distacco, il torpore anaffettivo, il fastidio e l’avversione per i nostri simili, se non l’istinto omicida tout-court, preparando il terreno a terribili passi indietro, nella scala evolutiva.
 
Nelle difficili condizioni ambientali dello spazio potrà invece verificarsi qualcosa di simile a un nuovo spirito di fratellanza universale. Nello spazio si svilupperà su larga scala ciò che, in piccolo, abbiamo già visto sulla MIR e poi sulla ISS: non ci sono stranieri né barriere etniche, quando si vede la Terra intera, da un oblò di un’astronave in orbita, o dalla Luna... C’è invece solidarietà umana, amore, nostalgia e tenerezza per i nostri simili, per il nostro pianeta e per tutta la vita in esso contenuta. Un nuovo romanticismo ci aspetta lassù, una grande sfera emotiva, che unirà i terrestri migranti in un abbraccio, nonostante le enormi distanze, e gli inevitabili ritardi nella comunicazione. Un astro-romanticismo, che i migliori scrittori di fantascienza hanno saputo anticipare nella loro opera. E, a ben pensarci, si tratta anche di qualcosa parzialmente già sperimentato, sul nostro pianeta, da quando i navigatori hanno cominciato ad andare per mare...
 
Il mio nuovo libro “Un mondo più grande è possibile!” parla dei futuri diversi che ci aspettano, e del presente che dobbiamo assolutamente governare e indirizzare, se vogliamo che si realizzi il futuro più favorevole alla nostra specie e, ancora più importante, alla nostra civiltà. Vi è una grande differenza, tra Stati Uniti ed Europa, nella considerazione dello spazio come area di possibile espansione. Tuttavia, persino negli Stati Uniti, dove questa discussione è di gran lunga più avanzata, si fa fatica a superare il vecchio paradigma dell’esplorazione spaziale fine a se stessa, che ha caratterizzato la strategia dell’agenzia spaziale più grande e avanzata del mondo, la NASA. Al punto che persino la NASA si è trovata spesso a doversi reinventare strategie di comunicazione, finalizzate a non farsi mancare il denaro pubblico necessario alla propria sopravvivenza.
 
Personalmente sono sempre rimasto sbigottito e senza parole: perché non dichiarare finalmente che, se non si espanderà nello spazio entro questo secolo, la nostra civiltà può considerarsi prematuramente finita? Perché non riconoscere che l’espansione oltre i limiti del nostro mondo natale è una necessità assoluta e vitale, per una civiltà che si avvicina a superare gli otto miliardi di individui? Le molteplici ragioni di tale schizofrenia, di questo non accettare la propria missione principe, da parte delle agenzie, sono politiche, economiche, militari. E anche filosofiche, profondamente radicate in quello che chiamo paradigma pre-copernicano del mondo chiuso. Tutte queste “ragioni” mi sono poi diventate chiare, grazie a un paziente lavoro di informazione e di discussione con altri entusiasti spaziali, grazie a quella grande risorsa sviluppatasi negli ultimi vent’anni: la rete globale. Ma lo scopo di questo lavoro non è tanto quello di denunciare pedissequamente le responsabilità di un pur deprecabilissimo ritardo, bensì quello, ben più importante, di mettere insieme, in modo coerente e integrato, le ragioni profondamente morali di una strategia finalmente e maturamente espansionista.
 

 
ADRIANO AUTINO, nato a Moncrivello (VC) nel 1949, è co-fondatore e presidente della Space Renaissance Initiative, dal 2010 Space Renaissance International (SRI), un'associazione internazionale senza scopo di lucro, la cui missione è l'apertura della frontiera spaziale: accesso allo spazio a basso costo, turismo spaziale, industrializzazione dello spazio geo-lunare, utilizzo degli asteroidi vicini alla Terra, pieno sviluppo della space economy. Diplomato in Elettronica Industriale, dal 1971 progettista di software diagnostico e test engineering, poi project manager e imprenditore nel settore dei sistemi di automazione real-time. La sua insaziabile curiosità e il desiderio di impegnarsi in campi di frontiera lo hanno portato a operare nell’ambiente aerospaziale, e a ideare e sviluppare un sistema software integrato, di supporto al system engineering e al project lifecycle management.
Ha recentemente pubblicato il saggio “Un mondo più grande è possibile!”.
Su Facebook potete trovare la pagina di Adriano e quella di Space Renaissance Italia (sito web).
 
Di Guest blogger (del 13/04/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & pubblicazione, linkato 3240 volte)
© Michele Amitrani
Oggi ho il piacere di ospitare sul mio blog l’autore di fantascienza Michele Amitrani, che in questo articolo ci parla di uno dei temi tecnologici che fa spesso la propria comparsa nei romanzi di questo genere e che forse un giorno potrebbe diventare realtà: l’ascensore spaziale.
 
Guardate in alto. No. MOLTO più in alto.
Avete di fronte l’oggetto più imponente mai costruito dal genere umano.
Si tratta sostanzialmente di un cavo, un cavo molto lungo, più lungo della circonferenza della Terra, ma anche molto sottile, appena qualche centimetro di spessore, e composto interamente da nanotubi di carbonio.
Ci sono delle vetture che lo percorrono in alto e in basso, e ognuna di queste trasporta su base giornaliera persone e materiali oltre l’orbita terrestre.
I razzi non sono più necessari per raggiungere le stelle, così come non lo sono costosi carburanti. La probabilità di incidenti è quasi azzerata. L’impatto sull’ambiente è nullo. E la buona notizia è che anche tu puoi permetterti di salire a bordo, perché il costo di un biglietto è quello che pagheresti per un viaggio su un aereo.
 
Ho appena descritto il Santo Graal di ogni scrittore di fantascienza hard che si rispetti, un oggetto teorizzato per la prima volta nel 1895 dal fisico e scienziato russo Konstantin Ciolkovskij (che nel suo saggio “Sogni sulla Terra e sul cielo” si ispirò alla Torre Eiffel per ipotizzare un’analoga struttura) e impresso a fuoco nell’immaginario collettivo nel 1979 dallo scrittore Sir Arthur Clarke nel suo insuperato best-seller “Le fontane del Paradiso”.
Un’idea presa in prestito dalla fantascienza, dunque, ma vi sorprenderebbe scoprire la semplicità del principio alla base di un ascensore spaziale.
 
Pensateci. Se io attaccassi l’estremità di un filo su una palla da tennis e l’altra estremità alla mia testa e cominciassi a girare su me stesso, il filo rimarrebbe teso e la palla continuerebbe a seguire il mio movimento rotatorio. La Terra ruota a una velocità molto maggiore di quanto io potrò mai fare.
Se seguissi questo esempio e attaccassi un filo incredibilmente resistente sulla superficie terrestre all’altezza dell’equatore e l’altra estremità a una massa abbastanza grande, come ad esempio un piccolo asteroide oltre l’orbita geostazionaria del pianeta per tenere il filo teso, otterrei niente di meno che un collegamento stabile tra la Terra e lo spazio.
Una volta costruito il cavo che collega le due estremità, posso agganciarvi vetture capaci di viaggiare su e giù, in grado di trasportare cargo in orbita senza l’uso di costosi razzi.
 
A questo punto molti di voi si staranno facendo la seguente domanda: se l’ascensore spaziale è un’idea così appetibile, perché continuiamo a usare razzi e a spendere milioni di dollari per un lift-off?
 
Le ragioni sono diverse. Una delle più pressanti è che, sebbene abbiamo a disposizione i mattoni teoricamente in grado di costruire l’ascensore spaziale (sappiamo come creare nanotubi di carbonio), la nostra capacità di metterli assieme è molto, ma MOLTO limitata (non abbiamo idea di come creare un cavo di nanotubi che sia lungo anche solo quanto il nostro braccio. E noi avremmo bisogno di un cavo lungo parecchie migliaia di chilometri per realizzare un ascensore spaziale!).
 
Per quanto suoni assurdo, comunque, al giorno d’oggi sempre più persone trattano questa idea come un’alternativa capace di abbassare i costi dei viaggi spaziali.
E non prendete quello che dico io per oro colato.
 
Michio Kaku (ne parla in questo video), uno dei fisici teorici e futuristi più famosi del pianeta, è uno dei più grandi sostenitori dell’idea dell’ascensore spaziale.
E che cosa dire di Neil deGrasse Tyson (ne parla in questo video), il famosissimo astrofisico e divulgatore scientifico direttore dell'Hayden Planetarium del Rose Center for Earth and Space di New York che si è visto addirittura protagonista di un documentario che sponsorizza questo titanico mezzo di trasporto?
 
Ci sono centinaia di esperti pronti a puntare tutto sull’idea dell’ascensore spaziale, e molti di loro hanno un profilo su Wikipedia lungo quanto l’Enciclopedia Britannica.
Per quanto riguarda il sottoscritto, mi ritengo semplicemente una persona che osserva con curiosità i possibili sviluppi dell’idea, anche se riconosco i suoi limiti.
 
A modo mio, mi sono cimentato in un esercizio di prognostica che ha cercato di superare quegli stessi limiti, e l’ho fatto scrivendo e pubblicando il romanzo di fantascienza “Onniologo”, il primo di una serie di quattro libri che cercano di rispondere alla domanda: “L’umanità riuscirà mai a diventare una civiltà spaziale?”
Per compensare i limiti insiti nell’idea dell’ascensore spaziale ho dovuto forzare alcune componenti, ma soprattutto ho dovuto creare un personaggio alquanto eterodosso, ossessionato dall’idea di rendere l’umanità una civiltà stellare, qualcuno insomma incapace di accettare un ‘no’ come risposta e abbastanza sognatore da credere che l’impossibile sia soltanto una possibilità che non è stata scoperta da nessuno.
 
Oggigiorno l’idea dell’ascensore spaziale rimane confinata nei libri di fantascienza, su alcune riviste scientifiche di avanguardia e in blog post come quello che state leggendo.
Ma ci sono delle verità innegabili che rendono il concetto incredibilmente affascinante.
Abbiamo la tecnologia. Abbiamo le menti. Mancano la volontà politica e gli investimenti.
 
Sir Arthur Clarke stesso disse che potremo costruire un ascensore spaziale cinquanta anni dopo che tutti quanti avranno smesso di ridere a un’idea apparentemente così assurda.
Ebbene, diverse persone hanno smesso di ridere da un bel pezzo, e non vedono davvero l’ora di rendere la fantascienza il vostro prossimo viaggio.
 
E tu? Che cosa pensi dell’idea dell’ascensore spaziale? Destinata a rimanere fantascienza o una possibilità in grado di far progredire l’umanità in una civiltà spaziale?
 
 
In occasione dell’uscita del quarto e ultimo volume della serie dell’Onniologo, “Dodekatheon” (di cui è riportata la copertina nella figura sopra), dal 17 al 20 aprile 2017 tutti i libri della serie saranno in offerta su Amazon a 99 centesimi.

 
MICHELE AMITRANI è un autore indipendente nato e cresciuto a Roma. Dopo aver vissuto in due continenti e viaggiato in diverse dozzine di paesi, oggi vive a Vancouver, nella bellissima Columbia Britannica. Michele pubblica indipendentemente dal 2011.
Da autore indipendente duro e puro, scrive, corregge, traduce, pubblicizza i suoi lavori e pianifica le copertine dei suoi libri comportandosi a tutti gli effetti come una vera e propria casa editrice
Ha pubblicato il racconto “Quando gli Uomini Sognavano Petrolio”, il saggio di Scienze Politiche “L’Alfa e l’Omega del Dragone”, il libro di Self-Help “Confessione di un Autore Indipendente” e la sua serie di fantascienza Onniologo, tradotta in inglese con il titolo Omnilogos.
Potete trovare Michele, oltre che sul suo sito personale, anche sui principali social network: Twitter, Facebook, Google Plus, LinkedIn, YouTube e Pinterest.
 
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