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 Fiordo svedese... di Carla
 

“Il fatto che le nostre specie sono nemiche non significa che anche tu e io dobbiamo esserlo.” Per caso

 

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 12/08/2011 @ 06:08:40, in Scrittura & pubblicazione, linkato 2152 volte)
Immagine proveniente da Google

Si è parlato tanto ultimamente della legge Levi, che dal prossimo 1° settembre inserirà dei tetti massimi di sconto nella vendita dei libri. Nel dettaglio si tratta del 15% per le librerie, incluse quelle online, e del 25% da parte degli editori (ma solo in promozioni particolari) che devono essere uguali per tutti coloro che vendono libri (cioè librerie, grande distribuzioni ecc...).
È la fine, insomma, degli sconti selvaggi del 30, 40 o addirittura 50%, che si vedevano costantemente in giro, tanto che i libri non venivano venduti mai al loro prezzo di copertina.
Notevole è lo sgomento da parte dei lettori nei confronti di questa legge, i quali si vedono defraudati della possibilità di risparmiare nell'acquisto dei loro prodotti preferiti.
Ma c'è davvero così tanto da preoccuparsi?
Le posizioni sono diverse e anche io vorrei dire la mia.
Prima di tutto ciò che noto è che si parla di percentuali di sconto, non di prezzi in senso assoluto. Queste sono senza dubbio diventate uno strumento di marketing, con cui le librerie "reali" e online si fanno letteralmente la guerra, soprattutto dopo l'arrivo in Italia di Amazon.it.
Ma siamo sicuri che più alto è lo sconto, maggiore è la convenienza?
Bisogna vedere se questo sconto interessa un articolo, che avremmo comprato in ogni caso, o se diventa la scusa per comprare qualcosa, solo perché "è conveniente". Il fatto che una cosa sia conveniente, perché scontata, spessissimo ci porta ad acquistare il superfluo, che parlando di libri può significare pessime letture. Certo che gli sconti possono interessare anche i nostri autori preferiti e comunque i libri che compreremmo in ogni caso, ma bisogna capire in quale misura.
Un'altra riflessione che va fatta è quella sul prezzo dei libri. Non so se ci avete fatto caso, ma questo sta salendo vertiginosamente anno dopo anno. Adesso quasi non ci stupiamo del fatto che ci sono libri in prima edizione rilegati che costano più di 20 euro e in brossura (in un formato non molto diverso dalla versione economica) che non scendono sotto i 12 euro. Oppure se hanno prezzi più bassi, sono talmente sottili, che potreste utilizzarli come segnalibro. Un esempio su tutti è "È nata una star" di Nick Hornby, che ha come prezzo di copertina 10 euro per poco più di 70 pagine di libro stampate anche abbastanza larghe (in pratica un racconto) e che seppur con uno sconto selvaggio del 40% costa sempre 6 euro: una cifra esagerata per qualcosa di così breve.
Vi rendete conto?
Il problema qui è un altro: i libri costano troppo.
Per quanto ci propinino favolosi sconti, continuano a costare troppo. Inoltre se riescono a venderceli a prezzi scontati tanto più bassi, continuando ovviamente a guadagnarci, non vi viene il dubbio che forse il prodotto in sé non vale poi quanto scritto sulla copertina?
È un po' come la storia dei saldi, durante i quali si aumenta il prezzo di partenza per poi apporvi lo sconto esagerato, ma alla fine poi il prezzo scontato non è mica tanto basso.
Adesso che non si potrà scontare a più non posso, che cosa succederà?
Tanto per iniziare Amazon.it ha sfruttato questa novità, di cui tanto si parla, per fare uno sprint finale di sconti, vendendo libri a minimo -40%. E tutti lì ad affannarsi ed afferrare l'occasione, spesso magari acquistando libri che mai si sarebbero sognati di prendere, solo perché possono portarseli via a pochi euro.
Ammetto che anche io sono tentata, ma cercherò comunque di acquistare dei libri che avevo già intenzione di prendere e che so che difficilmente usciranno fra qualche mese o anno in edizione economica. In caso contrario attenderò quest'ultima (ricordiamo che i libri non scadono!), che sicuramente avrà un prezzo molto inferiore anche di quello scontato.
Come me moltissimi si stanno facendo tentare e scommetto che in questo mese Amazon.it starà registrando un picco di vendite senza precedenti sul settore libri, tanto da fregarsene su eventuali minori guadagni futuri, tanto più che vende moltissimi altri prodotti (CD, elettronici, abbigliamento ecc...).
Ma prima o poi il primo settembre arriverà.
A differenza di quanto leggo più o meno ovunque nel web, io decisamente non mi lamento di questa legge, poiché essa imporrà per forza di cose un cambiamento radicale. E i cambiamenti, soprattutto laddove la situazione è stagnante (come il mercato dei libri con i suoi prezzi assurdi), non possono che fare bene. Io, personalmente, li adoro. Alla fine in qualche modo portano dei vantaggi a noi consumatori.
Non so di fronte a quale scenario ci troveremo da qui a un mese, ma nel frattempo non mi strappo i capelli. Ho la mia bella scorta di libri da leggere (più di 30), che sicuramente allungherò ancora un po' con un ultimo ordine superscontato da Amazon. Per il prossimo futuro, inoltre, ho da parte un paio di buoni regalo di Amazon comprati a metà prezzo da BuyVip (società di Amazon!), che sono certa riproporrà la cosa in futuro. Perché chiaramente la legge parla di sconti sui libri, non sconti sui buoni regalo, che possono essere usati per qualsiasi prodotto, compresi i libri! Insomma: fatta la legge e (già) trovato l'inganno.
Per il resto mi affiderò con piacere a venditori di libri usati, remainder (non so se saranno toccati dalla legge, ma dubito), mercatini, edicole e ovviamente ci sono sempre i libri prestati. Di certo non rischierò di rimanere senza leggere, se smetterò per un po' di acquistare in libreria (online o non).
Alla peggio poi posso comprare libri in inglese, sempre su Amazon, visto che all'estero i libri costano meno.
Di sicuro sopravviverò e sono altrettanto certa che nel frattempo qualcosa sarà cambiato, qualcosa che ci spingerà a comprare i libri anche senza i megasconti. Anche perché, se diminuiranno le vendite, dovranno pur fare qualcosa.
Magari, che so, abbassare i prezzi all'origine.


 
Di Carla (del 15/08/2011 @ 07:05:34, in Scrittura & pubblicazione, linkato 3203 volte)

Nella fantascienza e nella fantasy ci sono spesso degli elementi, che vengono introdotti nella storia senza particolari spiegazioni, che si tratti di qualcosa di soprannaturale o di ipertecnologico poco importa. Agli occhi di chi legge o di chi guarda un film è in ogni caso "magia". Le persone tendono spesso ad accettarla così com'è, senza farsi domande, grazie alla sospensione dell'incredulità, su cui si basa la finzione in generale.
È quindi opportuno spiegare questa magia o è meglio lasciare che venga acquisita così com'è?
Leggevo qualche giorno fa un articolo sull'argomento nel blog dell'editor Jason Black sui tipici errori degli scrittori, che mettono in evidenza la loro mancanza di esperienza nel raccontare delle storie. Se siete curiosi, l'articolo a cui faccio riferimento in particolare è questo.
Secondo Black non si dovrebbe mai spiegare la magia. L'esempio classico che fa è quello di "Star Wars: La Minaccia Fantasma", dove la Forza viene spiegata scientificamente (si fa per dire) con la teoria dei midichlorian.
Pressoché tutti i fan della saga sono d'accordo nel dire che questa spiegazione rovina la visione "mistica" che finora avevano avuto della Forza, grazie alla semplice spiegazione di Obi-Wan Kenobi in "Guerre Stellari", dove il personaggio dice che cos'è e insegna a Luke ad usarla, ma non dice come funziona. Questo perché era semplicemente superfluo. Noi tutti l'accettavamo così com'era, una sorta di potere sovrannaturale perfettamente credibile in una galassia lontana lontana.
Ovviamente anch'io non posso che essere d'accordo con Black su questo punto.
Ma c'è un "ma".
Star Wars è sì fantascienza, nel dettaglio space opera, ma nella vecchia trilogia presenta una notevole componente fantasy, dovuta sia alla Forza, che appare come un superpotere, che alla scelta di personaggi e armi che ricordano un contesto quasi medievale (cavalieri Jedi, spade laser, lord, imperatori, principesse ecc..). Si tratta, cioè, dello stesso tipo di elementi fortemente utilizzati nel cinema e nella letteratura fantasy classica. Questo suo essere un po' "crossover" tra i generi è forse uno motivi per cui questa saga ha avuto tanta presa nel pubblico sin dall'inizio. Pur essendo ambientata in una galassia lontana lontana, era piena di elementi facilmente riconoscibili.
Nel momento in cui ne "La Minaccia Fantasma" viene data una spiegazione scientifica della Forza, ecco che la magia viene meno e ci troviamo a storcere il naso. Questo perché si passa inaspettatamente da una fantascienza/fantasy ad una fantascienza pura e semplice.
Ed è proprio questo il punto a causa del quale non sono completamente d'accordo con le argomentazioni di Jason Black, che afferma che nella fantascienza la "magia" non deve essere mai spiegata. Nel caso specifico di Star Wars ha sicuramente ragione, ma non per tutta la fantascienza.
Personalmente non amo quei romanzi o film di fantascienza, cioè finzione basata sulla scienza (!), che non danno spiegazioni. Li trovo superficiali. È ovvio che non si possono dare spiegazioni scientifiche su argomenti inventati, ma si può anzi si deve provare a darne una pseudo-scientifica, che faccia riferimento anche soltanto in maniera marginale ad aspetti reali. Tant'è vero che molta fantascienza nasce da una vera e propria speculazione su reali tecnologie esistenti o sulle quali si stanno facendo degli studi. Talvolta addirittura si verifica l'effetto contrario: la fantascienza ha tali legami con la realtà che fa da spunto alla ricerca, indirizzandola verso determinate direzioni.
Inoltre c'è da dire che chi legge o guarda film di fantascienza è spessissimo interessato anche alla scienza in sé. O almeno questo succede a me. Per cui sicuramente si diverte ancora di più se accanto alla finzione ci sono delle spiegazioni basate sono conoscenze reali, soprattutto in storie ambientate nel presente o in un futuro prossimo o in generale in un'ambientazione legata alla nostra realtà (che non sia, insomma, una galassia lontana lontana o qualche altra dimensione del tempo e dello spazio). In questo modo la letteratura aiuta ad ampliare le proprie conoscenze, unendo l'utile al dilettevole.
Da persona affamata di conoscenza, quale sono io, non posso che affermare che, perché un libro o un film di fantascienza mi piaccia veramente, un po' della magia deve essere spiegata. Alla fine della lettura mi deve rimanere qualcosa. Voglio imparare qualcosa, per poco che sia.
È chiaro che però non bisognerebbe abusare delle spiegazioni, dovrebbero bensì essere inserite nella storia in maniera intelligente, senza dilungarsi troppo sugli aspetti che non hanno una qualche utilità nell'ambito della trama, altrimenti c'è il rischio che diventino noiose.
Tutto questo ovviamente lo dico da lettrice e mi limito ad esprimere i miei gusti rispetto a quello che mi piacerebbe trovare in un romanzo. Non posso affermare con assoluta certezza che si tratti di una regola generale da seguire per piacere a qualunque lettore.
D'altra parte il blog di Black non parla di gusti, ma di ciò che può permettere (o impedire) ad una storia di essere pubblicata. Noi tutti, però, sappiamo che esiste una fondamentale differenza tra ciò che vende bene e ciò che può piacere singolarmente ad ognuno di noi.
Sicuramente esistono delle regole generali da seguire, come quelle proposte da questo editor, per ottenere la prima cosa, ma purtroppo non può esisterne alcuna per la seconda.

 
Di Carla (del 04/10/2011 @ 19:42:20, in Scrittura & pubblicazione, linkato 2280 volte)
http://www.plottopunctuation.com/blog


Ci vuole poco per far contento un lettore accanito: basta regalargli un libro, uno qualsiasi. E così ieri, dopo aver saputo che avevo vinto una copia di "Lolita" (in inglese) nel contest Banned Book Week del blog di Jason Black (http://www.plottopunctuation.com/blog), ero chiaramente felicissima, anche se tra i sette libri in palio forse era quello che mi interessava di meno, perché conoscevo perfettamente la storia (avendo visto il film). In ogni caso a libro donato non si guarda in bocca (più o meno) e credo che sfrutterò l'occasione fare una lettura diversa. D'altronde i libri di seconda mano, soprattutto se regalati, portano con sé un che di speciale.
Oggi però è arrivata una "brutta" notizia. Il libro "L'affare Tutankhamon" di Jacq che avevo ordinato insieme ad altri ad agosto, per sfruttare gli ultimi supersconti, non è più disponibile. Sono cose che ti mettono la luna di traverso, perché ad averlo saputo prima ne avrei ordinato un altro a prezzo superscontato. E invece niente. Si vede che non era destino.
Adesso però mi ritrovo con un credito di 7,22 euro sul conto di Amazon.it, che finirà per spingermi a comprare altro (c'è poco da fare). Mah, si vedrà.
Nel frattempo continuo con le mie letture. Adesso sto leggendo "Il pianeta del silenzio" di Stanislaw Lem. Evito di fare commenti finché non è finito, ma ho l'impressione che la recensione sarà bella lunghetta, perché c'è molto da dire.
Anticipo solo che questa lettura mi ha ricordato uno dei miei post precedenti, quello sull'opportunità o no di raccontare la "magia" nei libri di fantascienza (cioè come funzionano le cose). Me lo ricorda, perché in questo libro di Lem si racconta fin troppo la magia, tanto da sembrare più un resoconto tecnico-(fanta)scientifico che un romanzo. Ma sono ancora a metà, quindi sospendo per il momento ogni giudizio.
Non a caso quel mio post era nato da una riflessione su di un articolo del blog di Jason Black e quindi, giusto per essere un po' ripetitiva, se siete tra quelli che oltre leggere amano anche scrivere (e che leggono l'inglese), la lettura di questo blog è un vero must. Anche se non si può forse essere d'accordo su tutto, fa comunque riflettere su come si stanno creando i propri personaggi.
Termino questo post quasi inutile (!), annunciando che sto finalmente iniziando l'ultima sospirata parte del mio romanzo e sto valutando l'intenzione di collegare questo blog ad un profilo pubblico su Facebook, in modo da aumentarne la visibilità.
Che ne pensate?
(Non spingete per rispondere: c'è posto per tutti! :)

 
Di Carla (del 20/10/2011 @ 12:15:48, in Scrittura & pubblicazione, linkato 2679 volte)
Troppo spesso mi ritrovo a leggere solo prima di andare a dormire o comunque mentre faccio altro (per esempio sulla cyclette), quindi con tempi molto ridotti, mentre è raro che prenda un libro in mano in alternativa a guardare la TV o uscire. Certe volte mi piacerebbe poterlo fare, ma la realtà è che il tempo è sempre talmente poco che, se dovessi mettermi a leggere piuttosto che dedicarmi a qualche forma di svago meno impegnativa (intellettualmente parlando), probabilmente finirei per sentirmi alienata. Passo già praticamente tutta la settimana a casa a lavorare da sola, quando non lavoro o faccio altre cose produttive (tipo scrivere il mio romanzo), ho voglia di non pensare, guardando un film o una serie TV. E durante il weekend ho decisamente voglia di uscire, anche soltanto per cambiare aria.
Raramente però può capitare di trovare del tempo solo per leggere, come la scorsa domenica, quando io (di ritorno dalla partita) e il mio ragazzo abbiamo preso i nostri rispettivi libri e ci siamo seduti l'uno accanto all'altra per immergerci nella lettura.
È qualcosa che mi piacerebbe fare più spesso. A dirla tutta il massimo sarebbe passare giorni interi soltanto a leggere e scrivere, ma, a meno che non vinca al superenalotto, non me lo posso proprio permette. E al di là di questo, mi sentirei un po' in colpa e forse alla fine mi stuferei, perché in fondo i piaceri è bello prenderli a piccole dosi, altrimenti rischiano di annoiare.
In questo periodo, poi, mi è capitato di leggere una serie di romanzi veramente belli, anche se per motivi diversi. Solitamente tendo ad alternare i generi, per evitare di trovarmi di fronte a storie troppo simili. E così leggo quattro tipologie di libri, seguendo un ordine rigoroso: fantascienza, antico Egitto (romanzi o saggi), altro (qualsiasi cosa non rientri nelle altre categorie) e uno dei miei autori preferiti (avendo da poco finito tutti i libri della Cornwell in mio possesso, sono passata a John Grisham). Ogni tanto mi assicuro di inserire un libro in inglese, sempre rispettando le tipologie sopra riportate. Infine, nel scegliere di volta in volta il libro da leggere, seguo l'ordine cronologico di acquisto.
Lo so, sono troppo precisa. Ma se non facessi così, ogni volta perderei ore a decidere cosa leggere, anche perché ho circa 40 libri in coda di lettura. Stabilire delle regole mi facilita decisamente le cose.
Ed ecco che, seguendo il magico ordine, mi sono ritrovata a leggere di fila: "Il pianeta del silenzio" (di Stanislaw Lem, potete trovare qui la recensione), "La battaglia di Tebe" (all'interno di un libro che contiene 3 romanzi di Nagib Mahfuz), "Il costruttore di bombe" (di Patrick Quinlan) e adesso "Ultima sentenza" di John Grisham.
Mi sono piaciuti i primi tre e ora sto divorando l'ultimo. In genere mi capitava di tanto in tanto qualche libraccio, che finisco giusto per dovere, ma questa volta no.
Sono libri estremamente diversi eppure tutti belli.
Quello di Lem mi è stato utile per approfondire le mie conoscenze fantascientifiche, che sono particolarmente utili se si vuole scrivere fantascienza.
Quello di Mahfuz raccontava una storia che già conoscevo, perché l'avevo letta nella trilogia della regina della libertà di Jacq, ma mi ha catturato come se fosse una storia completamente nuova. Forse anche perché era diversa, nonostante il finale fosse ovvio. Ne parlerò quando completerò la lettura della raccolta.
Quello di Quinlan è stato come ritrovarsi dentro un film alla Pulp Fiction. Adrenalina a mille. L'ho fatto fuori in quattro giorni, nonostante non abbia smesso di fare tutto il resto. Ammetto, però, che non potrei leggere due libri di questo genere di seguito.
E adesso Grisham, che devo ammettere che mi mancava un po'. Il modo in cui racconta le storie della gente comune, sebbene su uno sfondo "legale", è piacevole e rilassante.
Mi sto anche rendendo conto che il mio modo di scrivere viene in parte influenzato da queste letture così varie. Non so se sia un bene in senso stretto, in quanto involontariamente questa influenza potrebbe portare a delle differenze anche notevoli nel mio stile all'interno del romanzo che sto scrivendo.
Ma poco importa, fintanto che mi diverto a farlo.
 
Di Carla (del 24/10/2011 @ 16:50:56, in Scrittura & pubblicazione, linkato 5291 volte)
More about The Screenwriter's Workbook

L'altro giorno mi è capitato di guardare un film ambientato nel mondo del cinema hollywoodiano, "Love Shooting", una commedia molto divertente con Meg Ryan e William H. Macy, e così involontariamente mi sono ritrovata a pensare agli anni '90, quando il mio amore per il cinema era ai suoi massimi livelli e scrivevo sceneggiature. Lo facevo nello stesso periodo in cui studiavo all'università, nonostante gli orari terribili e il pochissimo tempo. Scrivere per immagini mi trasportava fuori dalla realtà quasi quanto vedere i film al cinema.
Era un lavoro lungo e in un certo senso "doloroso". Dal '93 al 2000 scrissi tre sceneggiature, due thriller e una commedia sentimentale. Le prime due erano assolutamente inadatte al cinema italiano e questa riflessione mi spinse a scrivere la terza. Non che avessi qualche reale speranza di vederle in un film italiano. In realtà il cinema italiano non mi piace un granché. Comunque, rileggendo quelle pagine mi rendo conto come il mio stile e la mia stessa immaginazione fosse molto acerba all'inizio, ma era poi migliorata parecchio negli anni.
Un giorno mi piacerebbe riprendere in mano quel tipo di scrittura, anche se in un certo senso mi dà la sensazione di essere tempo perso, perché non ho nessuna chance che le mie sceneggiature diventino film. Non è "facile" come pubblicare un libro. Non è immediatamente fruibile da un utente. Certo si può far leggere una sceneggiatura, ma non è la stessa cosa di un romanzo.
Nonostante questo, ultimamente la cosa ha ripreso ad attirarmi, forse perché il caso ha voluto che da più parti sentissi parlare di sceneggiatura o, meglio, della loro struttura.
A suo tempo imparai gran parte di quello che so sull'argomento sui libri di Syd Field. In particolare avevo un manuale in inglese acquistato tramite un catalogo (a quei tempi non c'era mica internet), "The Screenwriter's Workbook", che ho letto più volte e che spiegava passo passo come scrivere una sceneggiatura.
Uno dei soliti manuali, direte. In realtà l'ho trovato utilissimo. Probabilmente sarà molto difficile che io acquisti un manuale di scrittura creativa, perché se si vuole scrivere della prosa (racconti, romanzi), sebbene delle regole esistano, queste non sono poi così strette e molte di esse possono essere infrante (ovviamente non quelle grammaticali o sintattiche).
Scrivere una sceneggiatura è qualcosa di totalmente diverso. Non ci si può improvvisare sceneggiatori. Almeno le regole principali della stesura di una sceneggiatura si devono conoscere e vanno rispettate, poiché essa ha una struttura molto più rigida.
Non mi voglio dilungare sull'argomento, perché è davvero complesso, ma ciò che voglio mettere in evidenza è appunto la caratteristica delle sceneggiature (e quindi dei film) di essere suddivise in tre atti. Semplicisticamente si può dire che nel primo atto (lungo un quarto del film) si presenta la storia, nel secondo (lungo circa due quarti del film) questa si sviluppa con tutti i suoi conflitti e nel terzo (l'ultimo quarto del film) essa giunge ad una risoluzione.
Praticamente tutti i film sono fatti così. D'altronde, se ci pensate, è abbastanza logico.
E i romanzi?
Be', questi ultimi non devono sottostare a regole così rigide, ma spesso involontariamente in un modo o nell'altro finiscono per ricadere in questa struttura. Altri però se ne distaccano completamente e sono liberissimi di farlo. In ogni caso la regola dei tre atti tende a saltare fuori quando meno te lo aspetti.
E così sta accadendo anche a me durante la stesura di questo mio primo romanzo originale. Sebbene sia suddiviso in cinque parti, in cui la terza è lunga il doppio rispetto alle altre, e quindi si dissoci apparentemente dallo schema dei tre atti, qualche giorno fa, mentre ci riflettevo, mi sono improvvisamente resa conto che ognuna delle parti in realtà conteneva i tre atti.
In pratica ho scoperto che sto scrivendo un romanzo che potrebbe essere diviso in cinque episodi.
Forse sono io che ho una visione troppo cinematografica, o in questo caso direi da serie TV (ne guardo troppe?), oppure è proprio vero che questa benedetta struttura in tre atti tende a venire fuori spontaneamente quando si racconta una storia.
Chissà!
Concludo con una massima di Syd Field, che a mio parere è una verità assoluta: "La cosa più difficile quando si scrive è sapere che cosa scrivere".

 
Da un po' di tempo, come avrete notato, sto dedicando un certo numero di post del mio blog alle recensioni dei libri che leggo e, visto che ho appena acquistato un ebook reader, vorrei dare spazio anche ad autori emergenti e indipendenti in cerca di un po' di promozione in più sul web (che non fa mai male). 
 Se avete pubblicato un libro, che abbia una scheda anche su aNobii (così posso riportare la recensione anche lì), e foste interessati ad una recensione nel mio blog, lasciate un commento qui o sulla mia pagina Facebook.
 Per poter leggere il libro mi servirebbe in formato pdf o, preferibilmente, mobi (ho un Kindle DX), una breve descrizione (cioè la quarta di copertina) e un'indicazione del genere letterario.
 Leggo un po' tutti i generi (ma non fantasy, mi spiace), ma eventualmente potete orientarvi sulle mie preferenze dando un'occhiata al mio profilo su aNobii. Leggo solo romanzi, niente raccolte di racconti, e aggiungo che mi piacciono i romanzi lunghi.
 Eventualmente posso essere interessata a qualche saggio di argomento scientifico, ma per favore niente contro il nucleare o che avvalori la teoria del riscaldamento globale di origine antropica o quelle sui conseguenti ipotetici cambiamenti climatici. Sono aperta a saggi scientifici su argomenti meno strumentalizzati dai media. Tenete conto che io sono una biologa, quindi magari non sono adatta a leggere di argomenti molto complessi che siano lontano dal mio campo, però sono pronta a cimentarmi in letture fuori da esso, che siano di un livello comprensibile anche a chi non è un esperto, per esempio relative all'astronomia. Leggo anche volentieri saggi storici o archeologici dedicati all'antico Egitto, ma che non abbiano a che fare con alieni o teorie non scientificamente provate.
 Non posso promettere al 100% che leggerò il vostro libro, perché ne ho davvero tanti da parte e sono costretta a fare delle scelte, motivo per cui non partecipo a catene né voglio ricevere in genere libri cartacei, ma vi assicuro che, se lo leggerò, scriverò e pubblicherò senza dubbio la recensione.
 Se avete qualche domanda, lasciate un commento. E, se volete, condividete questo post con chi pensiate possa essere interessato all'iniziativa.
 
Di Carla (del 12/11/2011 @ 06:11:56, in Scrittura & pubblicazione, linkato 2526 volte)


Forse paura è una parola grossa. Si tratta più che altro di un sottile timore. Penso che chiunque si dedichi alla scrittura creativa si sia imbattuto almeno una volta in questa sensazione.
Dopo aver scritto tanto, ci apprestiamo finalmente ad affrontare l'ultimo capitolo o l'ultima scena, che magari ci è ronzata in testa per mesi e mesi ed è diventata così familiare da sembrarci quasi banale, scontata. Da qui nascono i dubbi. Ci chiediamo se il finale riuscirà ad avere la stessa tensione del resto della storia, se ci ricordiamo davvero tutto, se per la fretta di finire non stiamo scrivendo le scene in maniera troppo approssimativa. Sì, perché la paura di finire, può sembrare strano, ma va a braccetto con la fretta di finire.
Insomma abbiamo tenuto (o almeno speriamo di esserci riusciti) il lettore incollato alle pagine, magari tante, e adesso dobbiamo chiudere la storia assicurandoci che non ne rimanga deluso, perché non importa quanto sia straordinario quello che abbiamo scritto finora: se la fine non è buona, il romanzo stesso non lo è. Almeno non agli occhi del lettore.
Pensiamo a quante volte, leggendo un libro, questo ci stava piacendo molto, ma poi alla fine ci ha deluso. Probabilmente tutti i libri (o film), che abbiamo giudicato "brutti", avevano di fatto un brutto finale. D'altra parte quante volte abbiamo rivalutato una storia intera, magari mediocre, ma con un finale geniale?
Inutile girarci intorno, la fine è la parte più importante. Puoi avere una trama fantastica, un inizio accattivante, una parte centrale che ti incolla alla storia, ma, se giochi male le tue carte nel finale, sei fregato.
Non stupisce quindi che si provi questa paura nello scriverlo, esattamente come talvolta la prova un lettore davanti ad un libro, che gli sembra il più bello che abbia mai letto, quando si avvicina alle ultime pagine.
Come lettrice mi è capitato tante volte di imbattermi in un romanzo che mi prendeva come pochi, sia per la trama che per lo stile dell'autore, per poi beccarmi la cocente delusione di un finale insipido, che fa pure più male, se hai delle aspettative. Ti senti tradita. E quando ho scritto la recensione di questi libri, ci sono andata giù pesante, spulciandoli per mettere a nudo tutti i difetti possibili.
Adesso, però, sto affrontando la scrittura dell'ultimo capitolo del mio primo romanzo originale. Non è però la mia prima volta con questa paura. Ho scritto e finito altri lavori creativi lunghi in passato, tre sceneggiature e una fan-fiction, e sono riuscita ad avere la meglio su di essa, anche con una certa soddisfazione personale per il risultato. So quindi a cosa vado incontro. Conosco già i rischi del connubbio paura-fretta.
E credo che la soluzione, come sempre, sia una sola: scrivere. Punto. Come viene viene.
D'altronde ciò che scriviamo non verrà inciso indelebilmente nella pietra, ma potrà essere modificato o addirittura stravolto più avanti. L'importante, però, è finire.
E così ieri, dopo aver rimandato per quasi due settimane (come scusante c'è anche il fatto che oggettivamente non ne avevo avuto il tempo), mi sono messa di fronte al foglio bianco con la sola dicitura del capitolo 20 e ho iniziato a scrivere.
Il risultato è stato che in appena 3 ore ho tirato fuori oltre 2000 parole (un'intera scena). Roba da record.
Rileggendola oggi non sembrava poi tanto male. Ho anzi sfruttato l'ispirazione del momento (scaturita mentre lavavo i piatti!) per aggiungere dei paragrafi, con una lucità maggiore di quella che potevo avere alle 7 del mattino, che definivano meglio il comportamento del personaggio narratore, rendendolo più plausibile.
Adesso mi trovo a due scene dalla fine. La paura per qualche giorno rimarrà quieta in disparte, ma la fretta un po' meno.
Per la cronaca aggiungo che, per pura curiosità, sono andata a vedere nelle statistiche del file quante parole avevo scritto finora: circa 115.000. Caspita.
Certo che, se davvero l'anno prossimo mi cimenterò nel NaNoWriMo, non potrò certo pretendere di scrivere un intero romanzo in un mese, visto che si parla di "appena" 50.000 parole, che già sono un'enormità in soli trenta giorni per chi non fa lo scrittore a tempo pieno.
Per mantenere il ritmo, mi ci vorrebbero quasi tre NaNoWriMo di fila!

 
Di Carla (del 22/11/2011 @ 23:12:58, in Scrittura & pubblicazione, linkato 4148 volte)

Seguo in maniera assidua alcuni blog, sia italiani che stranieri, che si occupano esclusivamente di scrittura e discutono su vari argomenti relativi ad essa, dispensando consigli e regole. Alcuni di questi blog appartengono a scrittori o editor professionisti, insomma gente che con la scrittura ci campa.
La prima cosa che si nota, di solito, è che la maggior parte degli scrittori professionisti (ma non tutti) hanno un approccio più soft, raccontano le loro impressioni e i loro metodi, quasi mai pretendono di avere la verità in tasca. Il loro blog (o Twitter o Facebook) è uno strumento di marketing e apparire simpatici li aiuta a vendere. In ogni caso ciò che trasmettono risulta spesso molto interessante e utile.
Gli editor professionisti invece si concentrano su ciò che non andrebbe fatto e sono abbastanza bacchettoni, ma d'altronde si tratta di una deformazione professionale. Il loro lavoro non è creare ma correggere quello creato dagli altri. Non possono e non devono apparire troppo umili e insicuri, altrimenti se ne metterebbe il dubbio la capacità di fare il loro lavoro.
In entrambi i casi ci sono delle eccezioni, ma più o meno la situazione è questa.
Il discorso cambia quando non si ha a che fare con professionisti (nell'accezione che ho riportato sopra), ma con chi lo fa per hobby o sta iniziando a farne un lavoro, ma non ci campa di certo.
Stranamente i non professionisti hanno quasi sempre qualcosa da insegnare. Al di là del fatto che quello che scrivono sia valido oppure no, il più delle volte si tratta di opinioni trasformate in verità assolute, per cui la prima domanda che sorge è: che titolo hanno per insegnare agli altri?
Non so voi, ma io lo trovo fastidioso. Queste stesse persone poi dicono che gli autori esordienti sono presuntuosi (dare del presuntuoso agli altri non potrebbe essere a sua volta presunzione?).
È vero sì che c'è un sacco di gente che scrive e non conosce neppure la grammatica e la sintassi, ma qui parlerei più di ingenuità che di presunzione.
È anche vero che l'autore esordiente si infastidisce se riceve delle critiche, ma questo riguarda chiunque faccia un lavoro (creativo o no). Tutti si infastidiscono. Ognuno ama quello che scrive e ci crede. Rimane male davanti alle critiche su di esso, persino gli autori di bestseller mondiali. E ha difficoltà ad eccettare che gli altri ci mettano mano, poiché si tratta di un'intrusione in qualcosa di intimo, che rischia di essere snaturato.
Gli scrittori professionisti hanno gli editor che spesso stravolgono ciò che loro scrivono, ma questo non significa che  faccia loro piacere. La differenza sta nel fatto che sono pagati per vedere il loro lavoro stravolto. Non scrivono più per il semplice piacere di farlo, come un esordiente. L'approccio e le motivazioni sono totalmente diverse.
Se mai dovessi avere la fortuna che qualcosa che ho scritto suscitasse l'attenzione di un editore che mi vuole pagare un anticipo sui diritti (sognare non costa nulla), a quel punto sarebbe liberissimo di far massacrare il mio testo. Se però non paga o addirittura sono io a dover pagare, è normale che storca il naso. Come minimo.
Come forse sapete, la mia occupazione principale sono le traduzioni e in questo ambito mi capita spesso di dover fare la revisione del lavoro di altri. Nel fare una revisione succede una cosa strana: più il testo è scritto bene più si cerca il pelo nell'uovo, per giustificare la spesa del cliente, più è scritto male più si è permissivi, affinché il compenso accordato non sia troppo inferiore al lavoro fatto.
Si tratta di un meccanismo inconscio, non voluto. Ci si abitua allo standard che si ha davanti e ci si fa influenzare da esso. Il secondo dei due è abbastanza comprensibile. In ogni caso il testo viene migliorato in maniera commensurata al prezzo. Ma il primo talvolta può essere pericoloso, poiché porta ad una eccessiva interferenza del revisore nel testo.
Finché si parla di traduzioni poco male. Ma, se trasferiamo questo ad un testo originale, non c'è il rischio di snaturarlo a livello stilistico? E poi siamo sicuri che questo cambiamento, che è soggettivamente gradito all'editor che l'ha fatto, sia un reale miglioramento?
Se si parla di editor esperti pagati da un editore, che quindi rendono il testo più in linea con la possibilità di venderlo, è un conto. Queste persone sono pagate a prescindere, anche se si limitano a cambiare poche virgole, purché il risultato finale sia come vuole l'editore. Non devono dimostrare nulla all'autore.
Ma se si tratta di editor freelance, pagati dall'autore, per migliorare il testo prima di inviarlo ad un editore, mi sembra che ci sia il reale rischio di buttare via dei soldi, perché l'editor tenderà a voler dimostrare all'autore di essere, come minimo, più bravo ed esperto di lui (se non lo fosse, a che servirebbe?).
Perdonate questo post leggermente polemico, ma l'argomento è controverso e talmente pieno di sfumature che è difficile capire cosa sia meglio, ma comunque, a mio parere, merita una certa riflessione.
 
Di Carla (del 01/12/2011 @ 16:05:27, in Scrittura & pubblicazione, linkato 4380 volte)


Magari vi chiederete perché parlo di questi due argomenti nello stesso post. Apparentemente hanno poco a che vedere l'uno con l'altro. I primi rappresentano un metodo alternativo di fruizione della letteratura, i secondi sono uno strumento di marketing. Ciò che li accomuna è la tendenza di entrambi di fornire un'interpretazione dell'opera letteraria, che può sostanzialmente divergere da ciò che il lettore s'immaginerebbe autonomamente leggendo un libro.
Il bello della lettura è che abbiamo davanti un testo scritto e nient'altro e su quelle parole creiamo nella nostra mente un mondo unico. Ognuno di noi s'immagina qualcosa di totalmente diverso per quanto riguarda le ambientazioni, l'aspetto dei personaggi, le loro voci, le loro emozioni. La lettura è un'esperienza molto intima, personale. Ciò che rende bello o brutto un libro siamo prima di tutto noi, con i nostri gusti, la nostra sensibilità e il nostro stato d'animo del momento. Questo suo essere così speciale differenzia notevolmente la narrativa da altre forme d'arte che ci raccontano delle storie, come il teatro o il cinema, poiché prevede un ruolo più attivo da parte del suo fruitore.
Ma se qualcuno legge per noi un libro, interpretandolo con la voce e mettendo quindi del suo in questa sua interpretazione, e se a questo si aggiunge qualche musica o qualche effetto sonoro, per forza di cose la nostra fantasia viene influenzata e viene meno gran parte della creatività che ognuno di noi mette nella lettura, trasformandola in qualcosa di più passivo.
Probabilmente in questo modo si perde una parte del divertimento, che dipende strettamente anche dal dare i nostri tempi alla lettura, soffermarsi su certi passaggi piuttosto che sorvolare su altri, accelerare e rallentare, tutte cose che rendono il libro un po' nostro.
Allo stesso modo, se prima di leggere un libro vediamo un booktrailer, non c'è il rischio di venirne influenzati?
Se questo è particolarmente complesso, con tanto di attori e ambientazioni ben definite, il rischio c'è eccome, come pure è molto facile che ciò che vediamo non abbia niente a che vedere con ciò che la nostra immaginazione sarebbe in grado di tirare fuori da un libro. Si tratta infatti della visione di un'altra persona, che con molta probabilità potrebbe non piacerci.
In tutta sincerità raramente ho visto un booktrailer che mi sia piaciuto.
Talvolta si tratta di video imbarazzanti costruiti mettendo insieme foto e musiche famose usate senza il permesso dell'autore, che definirei il contrario di qualsiasi forma di pubblicità. Altri sono estremamente elaborati, tanto da trasformarsi in piccolissimi cortometraggi, che sarebbero pure carini, se non pretendessero di pubblicizzare un libro.
Gli unici che considero belli, perché efficaci nel far nascere in me l'interesse verso il libro, sono prima di tutto cortissimi (30 secondi, il tempo di uno spot o di un trailer corto di un film, oltre il quale l'attenzione sul web tende a calare e cresce la noia), non mostrano praticamente nulla (niente volti distinti, ambientazioni non ben definite o comunque che appaiono troppo velocemente per essere chiare), usano slogan accattivanti e musiche originali, simili a quelle di un film. In pratica si tratta di spot pubblicitari.
Ma il booktrailer serve davvero?
È una pratica sempre più diffusa, ma nonostante questo, sia dalla mia esperienza personale da lettrice che leggendo le impressioni di altri, sembra più che altro uno strumento a doppio taglio, che costa e, se non fatto come si deve, rischia di svilire l'opera o darne un'immagine non appetibile per tutti.
La mia opinione è che una delle cose più belle del porsi davanti a un libro è il non sapere cosa c'è dentro, a parte il genere in cui si colloca. Niente ti incuriosisce di più dell'avere davanti una copertina accattivante e un titolo efficace, magari con l'aggiunta di uno slogan, una frase a effetto presa dal testo. Talvolta aiuta anche la quarta di copertina, se fatta con criterio (sarebbe da scriverci un post a riguardo!), che deve dare una vaga indicazione del tipo di storia. Perciò una qualsiasi forma di pubblicità dovrebbe mettere in evidenza unicamente questi aspetti e lasciarci liberi di fantasticare sul resto, tanto da essere così incuriositi da volere quel libro.
Tutto il resto è superfluo, fuorviante e potenzialmente controproducente.

Un esempio di booktrailer/spot di grande livello: "Red Mist" di Patricia Cornwell (avrete capito che è una delle mie autrici preferite, no?).

Red Mist (rilegato) e Red Mist (ebook per Kindle), ovviamente in inglese trattandosi del suo ultimissimo romanzo, su Amazon.

 
Di Carla (del 13/12/2011 @ 04:17:10, in Scrittura & pubblicazione, linkato 2749 volte)
Visita il Kindle Store di Amazon.it


Parlando del mercato editoriale italiano, il termine rivoluzione è ancora prematuro, ma sicuramente rende l'idea di cosa sta accadendo da poco più di due settimane, da quando, cioè, Amazon ha aperto il Kindle Store nel nostro paese.
I suoi effetti, soprattutto nei paesi anglofoni, sono stati e sono tuttora tali da giustificare la parola rivoluzione. Il Kindle ha costretto il mercato editoriale statunitense (e sta facendo lo stesso negli altri paesi anglofoni) a cambiare radicalmente. La possibilità di acquistare, scaricare e iniziare a leggere un libro un minuto dopo averlo visto su Amazon, ovunque ci si trovi (grazie alla possibilità di acquistare direttamente dall'ebook reader), ha modificato il rapporto col libro stesso, aprendo sempre più spazio al cosiddetto acquisto compulsivo fatto in un qualsiasi momento e con un solo semplice click e reso più semplice, a livello sia psicologico che materiale, anche dai prezzi più contenuti degli ebook rispetto alle versioni cartacee.
A soli 13 giorni dall'apertura dello store italiano, che sta sicuramente registrando un successo di vendite sia degli ebook reader che di conseguenza degli ebook, grazie alla vicinanza del Natale, i suoi effetti iniziano a vedersi. Basta andare a leggere i vari forum, social network e blog di lettori o che comunque si occupano di editoria per rendersi conto che tutti ne parlano.
La rivoluzione, insomma, sta iniziando e ci sono tutti i presupposti che assuma caratteristiche simili a quella dei paesi anglosassoni, se non nelle dimensioni (per un'ovvia differenza di numeri), sicuramente nelle sue modalità.
È certo che, se si parla di grossi autori e di grossi editori, le edizioni economiche, che si possono trovare ovunque (edicole comprese) e con prezzi bassissimi, la fanno ancora da padrone, quando si parla di acquisto compulsivo, ma i due fenomeni vanno a braccetto e di fatto poco si disturbano.
Il lettore di bestseller, che ha fretta di leggere l'ultimo libro del suo autore preferito, può averlo in pochi istanti ad un prezzo più basso rispetto alla versione cartacea, senza aspettare di trovarlo in libreria o che gli venga recapitato dalla posta. Quello che non ha fretta, continuerà ad attendere le versioni economiche (o i mercatini dell'usato), ma, se ha un ebook reader, lo utilizzerà per sperimentare diversi tipi di autori, i libri dei quali in versione cartacea hanno sempre prezzi eccessivi rispetto alla loro notorietà, che non si trovano in libreria e non sono sempre disponibili in tutti i negozi online, che vengono pubblicati solo come ebook: insomma i libri dei cosiddetti "autori indipendenti".
Ma chi sono gli autori indipendenti?
Questo termine dal suono elegante non è altro che un modo di definire gli autori che si autopubblicano. Accostando le due parole se ne riceve, però, una percezione diversa.
In Italia si usa ancora la parola autopubblicazione invece che editoria indipendente (sentite come suonano diverse?), implicando un suo valore inferiore rispetto alla pubblicazione tramite gli editori. I motivi di questa sua accezione negativa sono tanti.
Prima di tutto si tende a pensare che se un libro vale o un autore è di talento prima o poi, se si impegna abbastanza, troverà sicuramente un editore disposto a investire su di lui per pubblicare il suo libro. Questo sarebbe vero in un mondo perfetto, dove ci sono editori disposti a leggere e valutare seriamente ogni opera, che abbiano la facoltà (economica) di pubblicare e promuovere qualsiasi libro. La realtà non è così. Come sappiamo, nel mercato editoriale, così come in quello musicale o cinematografico, conta solo ciò che vende, affinché la spesa fatta (e si parla di molti soldi) porti ad un altissimo introito (medio o alto non basta). In un sistema del genere i grandi editori, che sono quelli veramente in grado di valorizzare un libro, devono fare delle scelte che sono prima di tutto economiche. La qualità viene molto dopo o mai.
Allora all'autore valido, del quale parlavo prima, cosa resta? I piccoli-medi editori, che magari sono più attenti al singolo individuo o prodotto, anche perché non hanno i mezzi per gestirne molti, ma che per lo stesso motivo non sono in grado di valorizzarlo come merita (rendendolo pressocché invisibile nel mercato). Ma c'è anche un altro fatto: molti di questi editori non possono contare su personale preparato (ricordate? non hanno soldi), perciò la fase di selezione e di editing lascia spesso moltissimo a desiderare. E poi ci sono quelli che addirittura ti chiedono soldi per pubblicare. Quelli sì che pubblicheranno il tuo libro al 100% e guadagneranno alle tue spalle, mentre tu continuerai ad essere invisibile.
Tutti si prendono i diritti sull'opera.
Nonostante questo, si tende a pensare che questo autore, solo perché ha trovato un editore anche piccolissimo, che ha pubblicato il suo libro (gratuitamente o a pagamento), sia stato sottoposto ad un filtro serio e rigoroso e di consequenza, anche se si ammette l'esistenza di un certo fattore fortuna, sia comunque un buon autore. Molte di queste persone che pensano questo, in realtà poi i libri degli esordienti neppure li leggono, perché altrimenti saprebbero che non è proprio così.
Per quello che si autopubblica invece si parla di vanity press. Si pensa che sia qualcuno che scrive, pensando di essere bravo, ma non lo è visto che nessuno l'ha voluto pubblicare, e che, dopo aver scritto la prima stesura di un libro, prenda e lo pubblichi così com'è.
In realtà molti di questi autori indipendenti sono serissimi nel loro approccio alla scrittura. In Italia esiste da parte loro ancora molta ingenuità e scarsa conoscenza, ma se ci spostiamo negli Stati Uniti scopriamo che c'è tutto un fittissimo sottobosco di autori indipendenti che campano scrivendo. Sì, avete letto bene.
Prima di tutto scrivono tantissimo e in forme tra le più svariate: romanzi, saggi, racconti, novelle, storie a puntate. Pubblicano in continuazione qualcosa di nuovo, perché più si pubblica più si vende. Si rivolgono a professionisti per la grafica di copertina e l'editing (professionisti veri, non gente improvvisata), per la formattazione del testo, per la produzione di un audiolibro e tutto quanto riguarda il loro libro. In altre parole investono sul loro prodotto.
Sono espertissimi di tutti i sistemi di marketing online e non, e continuano a studiarne di nuovi.
Ma soprattutto pubblicano al 99% esclusivamente ebook (e, al massimo, audiolibri). I pochi libri cartacei in circolazione sono utilizzati solo a scopo promozionale o per i parenti o per ricordo personale. Pochissimi vengono venduti, perché con l'autopubblicazione non possono fare concorrenza ai prezzi dei formati economici dei bestseller. Ma possono farlo con gli ebook, partendo da cifre come 99 centesimi fino a pochi dollari, giocando con questi prezzi e magari dando qualche libro in regalo per fidalizzare nuovi lettori.
Insomma sono dei professionisti a tutti gli effetti.
Dinanzi a personaggi del genere è chiaro che il termine autore indipendente acquisisce ben altro valore. Tanto di cappello a queste persone, che evidentemente hanno del talento e non parlo solo di quello di scrivere bene. E quest'ultimo suppongo che ci sia, se migliaia di persone ogni mese acquistano i loro libri e li giudicano positivamente.
Forse non tutti saranno dei geni della scrittura, ma ciò vale anche per gli autori di bestseller.
Nel riflettere su tutto questo, mi sono posta una domanda: un sistema del genere potrebbe essere vincente anche in Italia?
Premesso che i tempi non sono ancora maturi, perché manca la preparazione da parte degli autori, perché è difficile individuare dei veri professionisti ai quali appoggiarsi per editing e tutto il resto e neppure i lettori forse sono ancora pronti, se non altro perché l'ebook reader sta ancora iniziando a diffondersi, non è comunque agevole rispondere a questa domanda.
Ciò che permette a molti autori indipendenti americani o comunque anglofoni di avere successo è il fatto che hanno a disposizione un numero di lettori immenso, pressoché infinito. Oltre al fatto che, mettendo insieme i paesi madrelingua inglese, il pool di possibili lettori è già di per sé enorme, c'è da aggiungere che in realtà tutto il mondo più o meno parla inglese. Magari non tutti sono in grado di leggere un libro, ma una buona parte di essi lo è.
I numeri in gioco sono ben diversi rispetto a quelli relativi alla lingua italiana, considerando che l'Italia non brilla per essere un paese di forti lettori.
È anche vero però che i grandi numeri del panorama anglofono non riguardano solo i lettori, ma anche gli autori indipendenti. C'è, di conseguenza, una maggiore concorrenza. Anche se costano poco, un lettore non può comprare i libri di tutti, altrimenti va in bancarotta e poi non avrebbe il tempo di leggerli.
In Italia la potenziale concorrenza è sicuramente minore, quella effettiva, al momento, è quasi nulla. Questo perché di autori indipendenti con le capacità e le conoscenze che ho descritto sopra ce ne sono ancora pochi, molti di essi non ne sono del tutto coscienti.
Quelli che per primi avranno il coraggio di mettersi in gioco potrebbero forse farcela?
Non ci resta che attendere e vedere cosa accadrà.

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