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 Ilheus (Brasile)... di Carla
 

"Tu ami essere un astronauta, fa parte della tua essenza." Deserto rosso - Ritorno a casa

 

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 12/05/2012 @ 07:50:28, in Lettura, linkato 3217 volte)


 Azione e divertimento

Ho iniziato a leggere questo libro senza sapere esattamente di cosa trattasse, ma già dalle prime righe mi ha catturato. L'incipit è quasi traumatico. Tutto avviene in un unico lungo periodo e a quel punto devi andare avanti per sapere cosa accadrà dopo.
La storia è quella di un americano che si trova costretto a lavorare per una banda messicana che traffica droga attraverso il confine con gli Stati Uniti. Si vede l'ascesa del personaggio da uomo comune, che deve fare tesoro delle proprie conoscenze per rendersi indispensabile al suo nuovo "capo", evitando così la propria morte e quella di sua figlia, a trafficante esperto e criminale senza scrupoli.
Il ritmo è quello di una storia d'azione, ma la suspense è tipica di un thriller. Nell'accompagnare il personaggio verso la sua discesa all'inferno ci si chiede sempre più come farà a uscire da quella situazione, venendo di tanto intanto sconfessati nelle nostre teorie dall'ennesimo colpo di scena.
Lo stesso titolo "Borderline Case" ha il doppio significato di caso di confine e caso di un paziente borderline, sottolineando la doppia lettura della storia.
Nonostante sia raccontato in terza persona, di fatto il romanzo segue quasi esclusivamente il personaggio principale, Eric, a eccezione di alcune scene, in questo modo lo si finisce per conoscere alla perfezione e simpatizzare per lui. Gli altri personaggi sono quasi tutti descritti in maniera abbastanza superficiale, forse volutamente per non distrarre troppo il lettore dal problema principale (la sopravvivenza di Eric) e fare in modo che non se la prenda troppo nel caso in cui facciano una pessima fine. Cosa che accade spesso.
Se fosse un film visto al cinema, direi che il biglietto è costato veramente poco, se il prezzo viene diviso per il numero di morti. E questo aspetto, se si parla di traffici di droga e soprattutto azione, è senza dubbio positivo.
Davvero un'eccellente lettura.

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Di Carla (del 22/04/2012 @ 13:33:29, in Lettura, linkato 6496 volte)


 Alla riconquista dell'Egitto

Leggere un libro di Jacq è come visitare un vecchio amico. Sebbene le storie siano diverse, le atmosfere, il carisma dei personaggi, i sentimenti descritti e la loro fierezza convergono nel raccontarci la personale visione che l'autore ha dell'antico Egitto, un po' mitica, un po' magica e po' storica.
La figura del faraone nubiano, per quanto si discosti in origini e indole da quella tanto celebrata di Ramses o a quella dei faraoni della trilogia de "La regina libertà", finisce inesorabilmente per conformarsi all'immagine maestosa, fiera e allo stesso tempo divina dei suoi predecessori, raggiungendo la loro stessa credibilità, così come avviene per la sua regina. Accanto a lui si sviluppano tutta una serie di personaggi, che a loro volta ricordano quelli già visti in altri libri.
Nonostante il ripetersi di questo schema nella maggior parte dei suoi romanzi, la storia non annoia, in quanto l'autore trova sempre nuovi espedienti per raccontarcela e soprattutto mostrarci gli aspetti più sconosciuti di questa grande civiltà del passato che da sempre affascina l'immaginario dei lettori.
Ci si immerge in un mondo in cui la magia è reale, governato da valori imprescindibili, dove l'onore e l'impegno preso valgono più di qualsiasi altra cosa, che sia nei confronti di una persona o dell'intero Egitto. La prosa di Jacq e le parole dei suoi personaggi sono caratterizzati da una poesia che sa di un passato glorioso e che grazie ad esse ridiventa attuale. Ci ritroviamo così a vivere nella valle del Nilo, a combattere al fianco del suo faraone per riconquistare questa terra sacra e riportare Maat nel cuore e nella vita dei suoi abitanti.
Le pagine scorrono leggere in questo bellissimo sogno e, quando arriviamo all'ultima, non possiamo che chiudere il libro con un ampio sorriso.

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Di Carla (del 13/04/2012 @ 07:47:21, in Lettura, linkato 3221 volte)


 Perché?

Questa semplice domanda mi aleggiava in testa durante tutta la lettura del romanzo. Seguivo le vicende ripetitive e dolorose di questo protagonista senza nome, tempo o luogo preciso (un transessuale sado-masochista) e mi chiedevo dove l'autore volesse andare a parare.
 Sicuramente riesce a colpire il lettore con il suo linguaggio crudo nel descrivere alcune scene, ma il coinvolgimento si perde più volte durante le pagine e pagine di monologo interiore, in cui il protagonista letteralmente vomita tutto il suo disagio psicologico. E qui fa capolino la noia.
 Eppure ci sono delle belle scene, soprattutto nei flashback, dove succede qualcosa, dove le emozioni dei personaggi giungono nitide al lettore, senza che vengano inutilmente spiegate, in altre però le continue interruzioni del pensiero del protagonista diventano irritanti. I ricordi inoltre non riescono a chiarire del tutto cosa porti esattamente il personaggio alla condizione in cui si trova al tempo della narrazione. Si ha la sensazione che continui a mancare qualche tassello.
 A ciò vanno aggiunti degli eventi che neppure la sospensione dell'incredulità può spiegare, tipo omicidi impuniti, equipaggiamenti da CIA nelle mani di una cassiera che va matta per il gossip e nel contempo fa lunghi monologhi usando un linguaggio che non sembra calzarle per nulla (forse perché non lo farebbe con nessuno). Per non parlare della totale assenza di persone almeno vagamente normali in tutta la storia, giusto per dare un minimo appiglio realistico, a cui il lettore posse ancorarsi.
 Arrivati verso la fine si spera se non altro in un cambiamento. In fondo se si racconta una storia sotto forma di romanzo, qualcosa deve pur succedere.
 E invece no.
 Ci sono i pressupposti per il cambiamento, ma il protagonista ci rinuncia e decide (non si capisce bene perché) di continuare a "vivere" in quel modo.
 È normale che poi alla fine uno si chiede il perché di tutto ciò. L'unica spiegazione che mi viene in mente è che l'autore abbia scritto questo romanzo divertendosi a mischiare le carte e a presentare vicende del tutto improbabili, proprio per spiazzare il lettore.
 Di certo è riuscito in questo intento, ma siamo sicuri che questo sia piaciuto al lettore?
 A me non particolarmente. Mi ha lasciato per lo più perplessa.
 Spero non me ne voglia l'autore.
 Mentre leggo le ultime righe, però, ecco che arriva l'illuminazione. Immagino di sfrondare pagine e pagine di concetti ripetuti e monologhi interiori, di ridurre all'osso i dialoghi, e ottenerne una bella novella di un'ottantina di pagine o magari un racconto ancora più piccolo.
 Così avrebbe avuto un senso.

 Una breve nota sull'edizione. A parte i numerosi refusi, non capisco alcune scelte di punteggiatura sul discorso diretto. Non so se dovute all'autore o all'editor.
 Lo stile del primo, se non altro, è interessante.

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Di Carla (del 06/04/2012 @ 06:35:29, in Lettura, linkato 5285 volte)
More about The Case for Mars


 Ma perché non siamo ancora andati su Marte?

È la domanda che mi è sorta spontanea più volte, leggendo questo saggio originariamente datato 1996. Sono passati 16 anni e ancora nessun uomo è arrivato su Marte, né se ne parla come una cosa che avverrà in tempi brevi. Eppure, leggendo questo libro del fondatore della Mars Society, la tecnologia per arrivarci, esplorarlo e tornare indietro c'è già. Anzi, c'era già 16 anni fa.
Ma allora perché siamo ancora tutti qui?
Bella domanda, ma ad essere bello è ancora di più questo libro, che è assolutamente un must per qualsiasi amante dell'astronomia e anche della fantascienza.
Tempo fa avevo letto "First Landing" dello stesso autore. Quella volta si trattava di un romanzo, ma che immaginava una missione sul pianeta rosso utilizzando la tecnologia effettivamente esistente al tempo (per la cronaca il romanzo è stato pubblicato nel 2001).
In questo saggio invece Zubrin affronta l'argomento da un punto di vista più tecnico, ma non per questo meno godibile. La mole di informazioni fornite è davvero enorme. Va da quanta energia serve per lasciare l'orbita terrestre, a come produrre carburante, acqua e ossigeno su Marte, passando per la costruzione di serre sul pianeta (per coltivare le piante), per i costi dei terreni durante la colonizzazione, fino addirittura alla terraformazione.
Nel leggerlo si realizza veramente che siamo di fronte a un pianeta molto simile alla Terra, sebbene più piccolo, relativamente molto vicino, ricco di risorse e di conseguenza con tutte le caratteristiche necessarie non solo per essere colonizzato, ma anche per essere trasformato in tempi umani in un luogo ben più confortevole, più simile al nostro pianeta. Inoltre ci si rende anche conto di come una conquista del genere avrebbe delle ripercussioni enormi sullo sviluppo della civiltà umana, sia sulla Terra, che in prospettiva di una nostra ulteriore conquista dello spazio.
Vengono anche affrontati tutta una serie di argomenti di natura socio-politica, poiché questo libro oltre a informare ha lo scopo di fare propaganda per spingere chi ha il potere per farlo a trasformare questi progetti in realtà.
Può sembrare a prima vista come una battaglia contro i mulini a vento, vista l'enormità della faccenda, ma Zubrin ci spiega in maniera dettagliata (talvolta molto tecnica, ma sempre comprensibile), quanto la conquista di Marte sia del tutto alla nostra portata. Se siamo arrivati sulla Luna oltre 40 anni fa, in un ambiente a gravità zero, senza atmosfera, né risorse, caratterizzato da temperature estreme, e siamo tornati indietro con successo, perché Marte adesso continua a sembrarci così irraggiungibile? Il fatto che sia lontano non è un motivo sufficiente, visto che ci vogliono da sei a dieci mesi di viaggio per arrivarci. Sono più dei tre giorni per arrivare sulla Luna, ma in proporzione sono davvero pochi considerando che si parla di viaggiare attraverso 400 milioni di chilometri. Tutti gli altri timori, che Zubrin spiega uno dopo l'altro, non sono meno inconsistenti.
E allora perché non siamo ancora andati su Marte?
Questo libro non ha la risposta, ma è in grado di spiegarci in dettaglio come, prima o poi, ci andremo.

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Di Carla (del 31/03/2012 @ 04:25:58, in Lettura, linkato 4678 volte)


 Il tic. La pausa.

Molto legal e poco thriller, questo romanzo di Grisham torna dopo "L'ultimo appello" e "Innocente" a parlare di pena di morte e a denunciare il sistema giudiziario americano, degli stati in cui è ancora applicata, per il modo in cui viene di fatto usata a scopo politico e con eccessiva leggerezza.
Lo slogan riportato sulla copertina ("Un innocente sta per essere giustiziato. Solo un criminale può salvarlo") fa pensare erroneamente a un thriller, sebbene così venga definito. In realtà questa storia inventata, ma del tutto plausibile (ed è questo che fa paura), ancora una volta parla della gente, nel bene e soprattutto nel male. I suoi personaggi sono dannatamente reali, a iniziare da Travis Boyette, quello che confessa, che con i suoi tic e le sue pause, la sua personalità controversa di criminale con i sensi di colpa, perché qualcuno sta pagando per un suo reato, provoca nel lettore fastidio, disgusto, ma anche pena. Non è il classico cattivo, ma un personaggio che vive nella zona d'ombra tra la luce e il buio, qualcuno nel quale nonostante tutto ci si può immedesimare.
Qui si vede la bravura di questo scrittore, che con il raggiungimento di una fama stabile può prendersi la libertà di raccontare le sue storie, che come nella realtà non hanno un colpo di scena finale né un lieto fine. Ma sono vere, quasi più della realtà.
Per quanto la trama si sviluppi intenzionalmente in maniera lenta, saltando da un luogo all'altro, non si perde affatto la concentrazione, ma si rimane catturati da essa fino alla fine. E per quanto lasci l'amaro in bocca, allo stesso tempo c'è qualcosa di consolatorio, che ci fa chiudere il libro con un senso di soddisfazione. Quella che si prova solo dopo aver letto un buon libro.

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Di Carla (del 19/03/2012 @ 00:16:44, in Lettura, linkato 4125 volte)
More about New York


 Un indimenticabile viaggio nella storia della Grande Mela

In questo bellissimo libro, Edward Rutherfurd, specialista delle saghe familiari, ci racconta la storia della più importante città americana (nonché una delle più affascinanti in tutto il mondo), vista attraverso le vicende della famiglia Master, dal momento in cui è stata fondata dagli olandesi (col nome di Nuova Amsterdam) fino ai giorni nostri.
Rutherfurd, originario di Salisbury, a cui dedicò un libro negli anni '80 (il bellissimo "Sarum"), si cimenta questa volta nel narrare le vite dei suoi personaggi in quella che è la sua città d'adozione, New York.
Per quanto la storia in sé svolga un ruolo fondamentale in questo romanzo, lasciandoci intravvedere l'enorme lavoro di ricerca fatto dall'autore, la sua presenza è però discreta, non invandente, anche perché presuppone che chi legga il libro ne abbia già una qualche conoscenza, alla quale vengono però aggiunti interessanti dettagli. La storia è comunque solo lo sfondo su cui si muovono i Master, mostrandosi a noi a volte direttamente e altre volte attraverso gli occhi di personaggi ad essi legati. Tramite questa famiglia impariamo a conoscere le contraddizioni e la complessità della società americana, dal momento della sua nascita fino a oggi, in particolare quelle legate alle minoranze etniche e religiose, diverse fra di loro (pellerossa, neri, irlandesi, tedeschi, italiani, ebrei), ma tutte accomunate dalla discriminazione a cui nel corso dei secoli sono state sottoposte. Alcune di queste sono storie a lieto fine, altre di rassegnazione alla condizione dei loro protagonisti. Tutte quante sono però appassionanti e ti tengono incollato alle pagine, per conoscerne il loro esito e scoprire alla fine come queste siano legate da un unico filo conduttore rappresentato da una cintura di conchiglie, una piccola opera d'arte simbolo dell'amore di una figlia per suo padre.
Particolarmente emozionanti sono i capitoli finali ambientati nello scorso decennio, nei quali è forse più facile immedesimarsi, poiché si basano su eventi ancora freschi nella nostra memoria, come l'11 Settembre. Qui a mio parere l'autore dà il meglio di sé trasportandoci dentro quella New York, nella mente e nell'anima delle persone che hanno vissuto quei tragici momenti, proprio perché lui stesso li ha vissuti e la differenza rispetto alla narrazione dei secoli precedenti appare evidente.
Che amiate o meno New York, che amiate o meno le ricostruzioni storiche, di certo non potete rimanere indifferenti a quest'opera corposa, ma del tutto scorrevole. La piacevole sensazione che si prova alla fine della lettura, mista di soddisfazione e malinconia, è tipica in fondo solo dei libri migliori.

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More about Hooked

 Utile strumento per comprendere l'editoria odierna

Mi sono avvicinata alla lettura di questo libro per pura curiosità. Sono sempre abbastanza diffidente nei confronti di questo tipo di manuali su qualcosa di così soggettivo come la scrittura. Personalmente sono abbastanza contraria all'imprigionare la narrativa (di genere o non) in regole molto strette. Dando per scontata la conoscenza perfetta della propria lingua (come grammatica e sintassi), la capacità dell'autore di inventare una storia interessante (che dipende essenzialmente dalla fantasia individuale) e quella di avere un modo di mettere le parole l'una dopo l'altra così che il risultato sia almeno gradevole da leggere (che è anche molto legato al gusto individuale di chi legge), le uniche cose che possono essere in qualche modo "insegnate" riguardano ciò che il lettore medio odierno si aspetta, statisticamente parlando, e ciò che di conseguenza un editore cerca nei libri che ha intenzione di pubblicare.
In quest'ultimo campo l'aspetto artistico spesso non conta poi tanto, purtroppo.
Perciò, se lo scopo di chi scrive è primariamente quello di creare un prodotto commerciabile basandosi sull'editoria tradizionale, un libro come questo è quasi essenziale. Esso infatti, concentrandosi sull'inizio di un romanzo, spiega ciò che porta chi seleziona le opere all'interno di una casa editrice a continuare a leggere determinati manoscritti, tra le centinaia che ricevono, ed eventualmente selezionarli per la pubblicazione. È ovvio infatti che non tutti i manoscritti possono essere letti nella loro interezza. È umanamente impossibile. Allora chi li seleziona cerca di farsi un'idea sull'opera che ha davanti dalla lettura delle prime pagine e, se non le ritiene valide, li scarta. Da qui l'importanza del porre particolare attenzione all'inizio di un romanzo.
Al contrario, a mio parere, questo fattore ha minore importanza per il lettore medio in sé, il quale una volta acquistato il libro difficilmente lo metterà da parte dopo 5 o 10 pagine, per cui tenderà maggiormente a farsi un'opinione sull'opera generale, indipendentemente dalla qualità dell'incipit o del primo capitolo. Anzi, alla fine il suo giudizio dipenderà essenzialmente dalla fine della stessa. C'è anche da dire che il modo di iniziare i romanzi è molto cambiato nel tempo, soprattutto negli ultimi decenni, mentre i lettori continuano a leggere con piacere i libri di 50 anni fa o i classici, ponendosi pochi problemi sul modo in cui iniziano.
Per questo motivo credo che "Hooked" sia utile per chiunque si cimenti nella scrittura, se non altro perché aiuta a capire cosa si aspetta da essi l'editoria contemporanea, ma anche le differenze col passato. Particolarmente interessante è poi il parallelo che viene fatto con il cinema, che in passato ha copiato parecchio dalla letteratura, mentre adesso succede per lo più l'opposto.
Mi è piaciuto il tentativo di schematizzare gli elementi essenziali dell'inizio del romanzo non tanto per la sua utilità in sé (anzi la trovo in generale un'eccessiva semplificazione), ma soprattutto perché grazie agli esempi usati (alcuni molto famosi o comunque di romanzi che avevo letto) mi ha permesso di notare degli aspetti che inconsciamente nello scrivere anche io ho usato e di cercare di valutare se l'avessi fatto in maniera corretta.
Penso infatti che "Hooked" vada preferibilmente usato in fase di riscrittura piuttosto che nell'affrontare la prima stesura di un romanzo. Solo dopo aver completato tutta la storia, si può, a mente lucida, tornare indietro e modificare il suo inizio in modo da renderlo accattivante al lettore.
Al di là di ciò, credo che questo libro come altri non debba porre dei limiti alla creatività personale, ma sia solo una guida di massima, in quanto la narrativa è in continua evoluzione, i gusti cambiano e bisogna comunque trovare da soli una propria voce nel raccontare le storie. Inoltre anche l'editoria è attualmente sottoposta a profondi cambiamenti. Essere un buon autore non presuppone più necessariamente il passare attraverso la selezione di un editore, ma, come nel caso degli autori indipendenti, direttamente attraverso quella del pubblico. In questo scenario un libro scritto al di fuori di certe convenzioni non solo può trovare comunque un certo supporto da parte dei lettori, ma può addirittura generarne di nuove.

 

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Di Carla (del 05/01/2012 @ 06:05:13, in Lettura, linkato 4293 volte)
More about First Landing


 Una possibile avventura marziana

Definire questo romanzo fantascienza non sarebbe del tutto corretto, poiché la storia raccontata è realistica in ogni suo aspetto scientifico. Zubrin non si è inventato alcuna tecnologia che già non esistesse al tempo della scrittura di quest'opera, cioè più di 10 anni fa. Ciò fa di "First Landing" un'opera a metà strada tra il romanzo e il saggio, dove una storia di pura invenzione viene usata per fornire al grande pubblico dei lettori una notevole quantità di informazioni sia su Marte che sullo stato dell'arte della tecnologia aerospaziale che sarebbe in grado di portarci fino a lì.
Ovviamente poi la storia è ambientata in un futuro che in parte è già passato per noi e resta comunque finzione scientifica, cioè fantascienza ma nella sua traduzione diretta dall'inglese science fiction, non perché si parli di viaggiare nello spazio, ma perché ne illustra la fattibilità reale tramite una storia inventata.
D'altronde stiamo parlando di Robert Zubrin, fondatore della Mars Society e da sempre impegnato nel permettere all'umanità di approdare sul pianeta rosso con l'intenzione di colonizzarlo. La sua posizione è sicuramente ottimista, ma questo romanzo è soprattutto uno strumento di propaganda per il suo movimento (l'appendice ne è una prova), affinché si sviluppi un certo interesse sul raggiungimento di un traguardo che sembra ancora lontano. Zubrin ci dimostra che di fatto non lo è. Manca soltanto la volontà di raggiungerlo per un innumerevole quantità di motivi, tra cui molti di natura politica. Anche questo aspetto viene infatti in parte trattato nel romanzo.
Personalmente, sono fra coloro che vorrebbero vedere l'uomo conquistare e magari colonizzare Marte, finché sono ancora in vita, mi rendo conto che il nostro mondo ha altre urgenze e che un progetto di questa portata deve per forza di cose essere portato avanti con i giusti tempi, ma sono anche persuasa che portarci su Marte potrebbe aiutarci a risolvere una parte di queste necessità. Apprezzo perciò il lavoro di Zubrin, perché senza persone come lui, questo sogno sarebbe ancora più lontano.
Parlando della storia narrata in sé, senza considerare le sue implicazioni, non è affatto male. Mi ha tenuto col fiato sospeso, tanto che l'ho letta davvero in poco tempo, per sapere come sarebbe andata a finire. Il ritmo è sostenuto. I personaggi si trovano già da subito e sin fino alla fine ad affrontare situazioni di altissima tensione. Sono ben delineati e coerenti. I dialoghi ti catturano.
Se proprio voglio trovare un elemento negativo è la mancanza di vera drammaticità, poiché alla fine tutto in un modo o nell'altro viene risolto, e questo è l'unico aspetto di poca realisticità della storia. Nella realtà non tutto può essere risolto, soprattutto quando la narrazione si estende per un così lungo periodo in un luogo così pericoloso. Esiste un analogo reale in cui tutto alla fine è andato bene, cioè la storia dell'Apollo 13 (definito il più grande fallimento di successo della NASA), ma la situazione in quel caso era decisamente più "semplice": in fin dei conti stavano andando sulla Luna e non erano su un pianeta a centinaia di milioni di chilometri dalla Terra.
Nonostante questo è senza dubbio uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi mesi e si merita il massimo dei voti.

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Di Carla (del 29/12/2011 @ 17:06:16, in Lettura, linkato 5352 volte)
More about I romanzi dell'antico Egitto

 La battaglia di Tebe

È strano leggere la storia della cacciata degli Hyskos da un'altra voce. Stessa storia, ma due autori diversi e 50 anni di distanza. Ovviamente finisce per sembrare una storia totalmente diversa. Ed è quello che accade in "La battaglia di Tebe", che narra della vittoria degli Hyskos da parte del Faraone Amosis, dopo 200 anni di dominazione.
Avevo già conosciuto in dettaglio l'intera vicenda grazie alla trilogia dedicata alla regina Ahhotep di Christian Jacq. In questo libro di Mahfuz, sebbene l'epilogo sia scontato, non lo è affatto tutto quello che c'è in mezzo. I personaggi principali sono gli stessi, ma non il modo in cui sono imparentati, gli eventi hanno qualche somiglianza, ma in altri casi divergono notevolmente, la stessa visione dell'antico Egitto si distacca da quella magica di Jacq. Solo l'orgoglio e il senso di civiltà degli antichi egizi rimane lo stesso.
La causa di tutte queste differenze è il fatto che i due autori hanno dovuto riempire gli spazi tra i fatti storici con le loro rispettive fantasie, ma mentre ai tempi di Jacq, ben più recenti, molte altre scoperte sono state fatte, talvolta modificando radicalmente le opinioni storiche di mezzo secolo prima, a quelli di Mahfuz le maglie della conoscenza erano molto più larghe. Questo gli ha permesso maggiore libertà di movimento. E così mentre con Jacq si ha la costante sensazione che venga limitato dai "paletti" storici e faccia i salti mortali, talvolta in maniera forzata, per far combaciare i fatti con la finzione, il racconto di Mahfuz appare più omogeneo e la lettura risulta avvincente anche se si conosce il finale. Inoltre, per assurdo, l'assenza di elementi magici che sforano del fantasy contribuisce a creare una storia nel complesso più credibile.
E forse lo stesso fatto che Mahfuz sia "soltanto" uno scrittore, per giunta premio Nobel, invece di essere primariamente un egittologo, come Jacq, è sufficiente a giustificare il perché ci troviamo di fronte ad un'opera letteraria veramente splendida.


 Akhenaton, il faraone eretico

Davvero curioso questo romanzo, in cui una persona cerca di scoprire la verità sulla storia di Akhenaton, faraone divenuto famoso per aver instaurato il culto di un dio unico (Aton) durante il suo regno, attraverso i racconti delle persone che lo avevano conosciuto. Il risultato è un insieme di versioni diverse e spesso talmente contrastanti da essere opposte, di fronte alle quali questo personaggio storico esce comunque parecchio svilito, almeno su alcuni aspetti. E ovviamente la conseguenza di questo contrasto di informazioni è l'impossibilità del narratore di scoprire quale sia la verità.
Più che un romanzo sembra un esperimento di scrittura sicuramente pregievolissimo, ma che risulta un po' noioso per il lettore, soprattutto tenendo conto che da quando è stato scritto sono passati 25 anni e molto di quanto viene detto su questo faraone è stato messo in dubbio da studi successivi da parte degli egittologi. Akhenaton è stato in parte rivalutato e la sua eventuale condizione di "eretico" non sembra più così certa, almeno non dal punto di vista degli antichi egizi.
Infine, il fatto che si utilizzi per lo più materiale inventato, come è ovvio che sia, mettendosi nei panni di personaggi così lontani nel tempo, dei quali non si può conoscere opinioni e sentimenti, fa venire meno ogni utilità della stessa lettura del romanzo. Il testo risulta abbastanza ripetitivo e, già alla terza volta che vengono citati gli stessi fatti, vorresti metterlo da parte.


 La maledizione di Cheope

Questo romanzo mi è piaciuto più del precedente, ma decisamente meno del primo. L'idea di base è in realtà molto carina, ma il modo in cui è stata sviluppata non mi sembra riuscito. La storia è scontata già dalle prime battute e tutti gli eventi vengono in qualche modo anticipati senza che ci siano dei colpi di scena. Se l'autore ci avesse nascosto in qualche modo l'identità di Dedefra (oggi noto in italiano col nome di Djedefra o Kepher), per esempio, la storia sarebbe stata decisamente più avvincente.
Altri eventi invece sono descritti in maniera affrettata e poco credibile. Il personaggio della principessa si comporta in maniera incostante e il suo repentino cambiamento di sentimenti pare del tutto ingiustificato.
Dalla semplicità nella strutturazione della storia e dalla sua lunghezza ridotta sembra più che altro un romanzo per ragazzi, in cui l'autore indugia un po' troppo nello stile dei dialoghi (molto poetici e irrealistici) piuttosto che nello sviluppo della trama.
A ciò si aggiunge qualche imprecisione storica, sicuramente da ascrivere al fatto che il romanzo è stato scritto nel 1939, che vuole, tra le varie cose, la Sfinge già presente prima della costruzione della Grande Piramide. Da studi più recenti si ritiene che la Sfinge sia opera di Chefren o successiva, in quanto ne raffigura il volto. Inoltre Djedefra pare che sia stato figlio (come pure Chefren) di Cheope, mentre nella storia non risulta imparentato. Questi fatti, però, non erano probabilmente noti a quel tempo e, laddove mancavano prove storiche, l'autore ha semplicemente lavorato di fantasia.

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Di Carla (del 21/12/2011 @ 06:51:24, in Lettura, linkato 3099 volte)
More about Tokyo night

 Uno sguardo appassionato sul Giappone

Senza dubbio una bella penna quella di Chiara Gallese, capace di evocare immagini vivide del "suo" amato Giappone anche nella mente di chi non ha ancora avuto la fortuna di visitarlo. A leggere le sue descrizioni pare proprio di stare lì, vederne forme e colori, sentirne i suoni e gli odori, la voce della gente, assaggiarne i cibi. La suggestione è immediata e potente. La stessa idea di dedicare ogni capitolo ad una stazione della metropolitana di Tokyo, raccontando degli eventi che in qualche modo sono ricollegati a quel luogo, è un elemento di notevole originalità e sicuramente una scelta vincente nel far sentire il lettore un po' parte di questi luoghi lontani. Questa particolare struttura del romanzo, insieme all'inserimento del passaggio di una canzone all'inizio di ogni capitolo e le numerose note disseminate lungo il testo sono sicuramente il frutto da tanta ricerca e allo stesso tempo prova di un'opera accuratamente progettata, qualcosa che difficilmente si trova in un autore esordiente che allo stesso tempo sia indipendente.
Posso, quindi, perfettamente comprendere come gli amanti (o almeno curiosi) del Giappone possano reagire con entusiasmo alla sua lettura. D'altra parte chi invece vi si accosta principalmente per leggere una nuova storia potrebbe rimanerne perplesso, nonostante l'autrice si premuri di specificare lo spirito del suo romanzo nella sua descrizione e nella postfazione.
La storia in sé, infatti, passa completamente in secondo piano rispetto all'amore per il Giappone e questa mancanza di equilibrio purtroppo si nota. Non vi è infatti la stessa cura quasi maniacale per i particolari. Il personaggio di Keiko, per quanto parli in prima persona, risulta abbastanza semplice, privo nel modo in cui si comporta di quei contrasti che essa stessa afferma di possedere. È comunque ben caratterizzata nella sua semplicità, ma purtroppo risulta non sempre interessante agli occhi del lettore. Sappiamo cosa le è successo, che lavoro fa, i posti che ha visitato, ma è difficile riuscire ad individuare in essa quel qualcosa di "speciale", che ci aspettiamo di trovare nella protagonista di un romanzo.
I personaggi maschili, che le girano intorno, sarebbero potenzialmente ben più interessanti (a parte il suo primo fidanzato giapponese, che è una figura evanescente appena accennata), ma a tratti risultano stereotipati e semplificati: il giapponese dall'aspetto caucasico tormentato e diviso fra due mondi e l'italiano praticamente perfetto per mettere su famiglia. Basta soltanto questa definizione a far capire come andrà a finire la storia.
Keiko ci parla di loro, ma non riesco a vedere in lei il forte sentimento che prova per loro: non ce lo mostra. Le scene più drammatiche vengono anticipate, ma poi saltate a pie' pari, quasi non fossero importanti.
Tutto questo è un peccato, perché i potenziali per tirare fuori una storia avvincente c'erano tutti: sembra quasi che l'autrice abbia avuto paura di rischiare.
La scelta stilistica di mescolare gli avvenimenti seguendo questo ordine "geografico" invece che quello cronologico mi è piaciuta molto. Peccato che così facendo ogni capitolo tenda ad acquisire una denotazione molto episodica, senza un qualche evento sospeso alla fine di esso, che costringa il lettore ad andare avanti per vedere cosa succede dopo.
L'insieme di queste osservazioni mi fa pensare che nel dare estrema importanza alle ambientazioni si sia trascurato gran parte del resto. Ciò si vede anche da piccoli errori concettuali, come, per fare qualche esempio, le farfalle dei faggi, che in realtà sono quelle delle betulle (che hanno le cortecce bianche); i polipi invece dei polpi (a meno che non si riferisse a qualche specie di celenterato commestibile come le attinie, invece che ai famosi molluschi con otto braccia dotate di ventose); le cicale che friniscono anche di notte (lo fanno solo di giorno nelle ore più calde e di notte ci si sentono i grilli). Tutti piccoli dettagli che possono disturbare, in quanto ci voleva davvero poco per evitarli, se fosse stato dato ad essi metà dell'importanza dei mille dettagli giapponesi con tanto di nota esplicativa.
Poi ovviamente ci sono una serie errori legati alla mancanza di un correttore di bozze: refusi (anche se non tantissimi a dire la verità), qualche imprecisione minore di carattere ortografico e sintattico, una certa mancanza di coerenza nell'uso di diverse forme ortografiche (corrette) lungo l'intero scritto (es. obiettivo e obbiettivo), infine la tendenza ad un eccessivo uso degli accapi, che spezzano anche visivamente la lettura, sebbene questa venga man mano diminuendo con l'andare avanti del testo.
Infine una cosa che non mi è piaciuta tanto è la scelta di inserire una critica alla società italiana in confronto a quella giapponese. Mi è sembrato di per sé un argomento un po' troppo complesso perché potesse essere affrontato in un testo del genere (poiché non essenziale per la trama) e, infatti, risulta troppo semplicistico. Se Keiko fosse una persona reale o se a scrivere le sue storie fosse stata un'autrice giapponese, l'avrei considerata un po' troppo superficiale nelle sue critiche, perché ignorante su come esattamente stanno le cose nel mio paese. Il fatto che invece si tratti di una scrittrice italiana mi lascia a dir poco perplessa, se non altro perché, seppure ci trovassimo di fronte alla pura finzione e quindi le sue parole non dovessero rispecchiare il suo pensiero reale, si tratterebbe di una scelta da parte sua parecchio rischiosa, in quanto potrebbe far storcere il naso al lettore italiano amante del suo paese (e parliamo di tanta gente) e spingerlo ad un giudizio negativo sia nei suoi confronti (se l'autore non percepisce la finzione) che in quelli del modo di pensare giapponese, cosa del tutto controproducente in un testo che vuole invece essere una dichiarazione d'amore nei confronti del Giappone.
La scelta di dare tre stelle a questo romanzo è quindi frutto di tutte queste riflessioni. Resta comunque il fatto che ci troviamo di fronte a una buona scrittrice, che forse manca soltanto un po' di esperienza nel confronto diretto con il pubblico della narrativa, cosa più che normale trattandosi della prima opera pubblicata.

NOTA: Una nuova edizione di questo romanzo è stata pubblicata da Cerebro Editore il 16 dicembre 2013. Il ricavato della vendita del libro verrà devoluto a favore di End Polio Now.

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