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 Giant's Causeway, Irlanda del Nord... di Carla
 

"Tu ami essere un astronauta, fa parte della tua essenza."
Deserto rosso - Ritorno a casa




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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 23/11/2012 @ 07:06:32, in Scrittura & Lettura, linkato 3128 volte)
More about Ubik

 
 Tra la vita e la morte, tra sogno e realtà


Con questo libro per la prima volta mi avvicino a quello che è considerato uno dei più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi. In realtà Philip K. Dick mi è familiare per innumerevoli trasposizioni cinematografiche delle sue opere, ma questa è la prima volta che di fatto leggo un suo libro.
L'impatto è stato un po' strano. Certo, leggere un romanzo di fantascienza ambientato in un futuro (il 1992) che al giorno d'oggi è già passato (vent'anni fa!) fa un certo effetto. È divertente constatare come spesso nel passato si pensasse a un futuro molto più tecnologico per certi aspetti di quello che poi è stato, con l'uomo che va come se niente fosse sulla Luna, tanto per iniziare. Per altri aspetti invece si nota subito un che di anacronistico, che emerge dai dettagli e dallo stesso linguaggio dei personaggi. Si tratta della cosiddetta tendenza di un certo tipo di fantascienza ad avere una data di scadenza. Ciononostante proprio in questo libro si osserva un fenomeno ancora più strano: la predizione dell'avvento di qualcosa che effettivamente esiste ai giorni nostri, cioè il telefono cellulare.
Al di là di questi elementi, che possono essere facilmente messi da parte durante la lettura, questo libro di Dick affronta temi ben più profondi. In un'atmosfera ricca di elementi paranormali, tanto che nella storia il paranormale è diventato un vero e proprio business (con vari tipi di persone dotate dei più svariati poteri), la narrazione si sofferma sul desiderio umano di sconfiggere la morte o almeno di entrare in contatto con ciò che viene dopo di essa, un contatto nel quale i confini tra reale e sogno non sono affatto chiari.
L'intero libro sfrutta questo inganno, trascinandoci all'interno di un susseguirsi di eventi sempre più incredibili, confondendoci e facendoci dubitare di tutto ciò che finora abbiamo dato per scontato, in un viaggio quasi spirituale. Dick gioca col lettore, divertendolo e lasciandolo a bocca aperta. Un aspetto questo che è comune a tutta la sua opera o perlomeno a buona parte di essa, cioè quella che ci ha presentato finora il cinema. Paradossalmente "Ubik" è uno dei pochi libri di Dick che non ha mai raggiunto lo schermo, né grande né piccolo, nonostante lui stesso ne avesse scritto una sceneggiatura anni dopo la pubblicazione del romanzo.
L'impressione che ho avuto nel leggerlo è che Dick fosse veramente un "pazzo", un vero proprio vulcano di idee, che lui stesso faticava a contenere. Il risultato è una prosa che segue dei percorsi quasi assurdi, ma costruiti talmente bene da risultare geniali anche dopo oltre 40 anni.
Nonostante ciò, il passaggio del tempo in qualche modo si avverte e penso che sia questo il motivo che mi abbia impedito di apprezzarlo fino in fondo. Non so se al giorno d'oggi un libro del genere avrebbe mai potuto essere scritto o se sarebbe stato accolto bene dal pubblico, perché i tempi sono cambiati, ma sarei davvero curiosa di come un cineasta contemporaneo potrebbe modellarlo per adattarlo ai gusti odierni, ammesso che qualcuno sia abbastanza visionario da essere in grado di farlo.
In ogni caso credo che un libro del genere meriterebbe almeno una seconda lettura, proprio per cogliere tutte quelle piccole trappole inserite dall'autore e riuscire veramente ad apprezzarne appieno il suo genio.

Ubik (brossura) su Amazon.it.
 
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Di Carla (del 21/11/2012 @ 01:52:51, in Scrittura & Lettura, linkato 4333 volte)
Quante volte vedendo un film o una serie TV vi sarà capitato di immaginare di trasportare i personaggi in un’altra storia. Credo che praticamente tutti abbiamo sperimentato qualcosa del genere, soprattutto se il film o la serie in questione ci sono piaciuti parecchio.
Da questo desiderio nasce quello che è a tutti gli effetti un genere letterario, e pure tra i più prolifici, cioè le fan fiction. Si tratta di racconti o romanzi, che traggono ambientazione e personaggi da un film o una serie e li utilizzano per narrare una storia originale. La bravura dell’autore di fan fiction consiste dal rimanere fedele allo spirito della storia a cui si ispira, in modo che i lettori e fan di quel film (o serie) lo riconoscano, ma allo stesso tempo sviluppare una trama nuova, che ne sembri la naturale continuazione. Chiaramente un approccio del genere è sempre molto personale, perché tendiamo comunque a fare nostre le storie e a interpretarle in maniera individuale. Non è detto quindi che gli altri fan apprezzeranno il lavoro dell’autore, ma la verità è che scrivere fan fiction è prima di tutto una gratificazione personale, un’estensione del nostro amore per un determinato personaggio, attore o saga.
 
Come sapete anch’io in passato ho scritto fan fiction. “La morte è soltanto il principio” è solo uno degli esempi, l’unico portato a compimento e poi pubblicato gratuitamente ben 12 anni dopo. Mi ero, però, già cimentata nel genere con una fan fiction di Star Wars a più mani, scritta insieme ad altri fan tra il 1998 e il 1999, ma mai terminata. Avevo tentato di sviluppare anche altre idee, ma poi mi ero arenata. Questo perché alla fine scrivere di un mondo creato da altri presenta dei limiti che intrappolano la creatività dell’autore e allo stesso tempo rendono il risultato di tutto quel lavoro qualcosa della quale non si può prendere tutto il merito. In un certo senso la trovavo un’esperienza insoddisfacente.

Ero giunta alla fan fiction per via del mio amore per il cinema, che all’inizio mi aveva portato a scrivere sceneggiature. Poi avevo lasciato perdere entrambi i tipi di scrittura creativa e anni dopo avevo dato vita al mio primo romanzo di fantascienza originale (“L’isola di Gaia”, di futura pubblicazione). Volevo creare un universo mio, con le mie regole nate dal mio personale modo di vedere il futuro, in cui muovere i miei personaggi. Eppure ciò non lo rendeva affatto del tutto esente dall’influenza del cinema o della TV.
In realtà in tutto ciò che ho scritto finora e in altri progetti ai quali conto di dedicarmi in futuro esiste sempre un qualche elemento, in genere un attore e/o un personaggio o anche solo una situazione, un’immagine, che possa essere ricondotto a un film o una serie TV. Il collegamento però non è affatto evidente, poiché si riferisce spesso al modo in cui io ho interiorizzato tale film (o serie), e viene poi stravolto man mano durante la scrittura.

E così in “Deserto rosso”, ci crediate o no, esiste l’influenza della serie TV “Caprica” (spin-off di “Battlestar Galactica”). Direte: cosa c’entra? Assolutamente niente. È solo che uno dei personaggi principali, Jan De Wit, nella mia mente è Eric Stoltz (ma in una versione più giovane; foto 2) protagonista di “Caprica”, che stavo guardando nel periodo in cui ho scritto la prima stesura di “Punto di non ritorno”. Si è insinuato nella storia senza che io volessi e adesso è lì a farne parte tranquillamente, quasi insospettabile. L’unica somiglianza con Stoltz è il suo aspetto fisico, per il resto non c’è nulla, ma questo basta a definirlo in un certo modo nella mia mente.

Anche ne “L’isola di Gaia” c’è lo zampino di “Battlestar Galactica” (si capisce che sono una fan, no?), anche qui in maniera marginale. La storia non c’entra nulla con la serie, ma c’è un personaggio che ha il corpo e il portamento di Tricia Helfer (la cylone Numero Sei; foto 1), in una sua versione rielaborata dalla mia mente (più giovane), mentre sono diametralmente opposte a livello emotivo (emozioni quasi assenti nella prima, passionale la seconda).

Adesso, nell’ambito del NaNoWriMo 2012, sto scrivendo un thriller intitolato “Il mentore”. L’idea originale, compreso il titolo, spuntarono nella mia mente ben due anni fa e ne fu senza dubbio complice il fatto che nel periodo settembre-novembre danno su Sky “CSI:NY”. Il risultato è che il protagonista, il detective Eric Shaw, è un Gary Sinise (foto 3) di dieci anni fa (che volete farci, gli attori invecchiano, ma nella nostra testa possiamo riavvolgere il tempo come ci pare), che chiaramente si rifà al detective Mac Taylor, ma in realtà non ha nulla a che vedere con lui.

A dirla tutta il buon Sinise si era inserito anche ne “L’isola di Gaia” nel ruolo del dottor Gabriel Asbury, che è stato descritto pensando a lui. Le poche persone che hanno letto la prima stesura del libro (due in tutto) non se ne saranno di certo accorte, anche perché esiste solo nella mia mente.

Ho anche un altro esempio, quello del romanzo “Sangue” (finora è solo un insieme di appunti). Si tratta di un thriller gotico fantascientifico. L’idea da cui trae origine si è sviluppata da una gloriosa fusione puramente visiva tra alcuni elementi di “Underworld” e un personaggio della serie di film su “The Avengers” della Marvel. Mentre il legame col primo può apparire ovvio (ma vi assicuro che non è proprio così), quello col secondo potrebbe lasciare perplessi. Be’, ve lo spiego subito: il protagonista di “Sangue” (ancora senza nome) è uguale a Tom Hiddleston (foto 4), cioè l’interprete di Loki, il fratello cattivo di Thor. Il collegamento è puramente visivo. Quando l’ho visto in una particolare inquadratura (solo quella!), mi sono detta: è lui. Tutto qui.

Il bello di questo meccanismo è proprio prendere da fonti visive esterne (un film, una serie TV) degli elementi, che hanno un significato importante per noi per la loro capacità di emozionarci in un modo personale, anche solo per un breve istante, e cercare di incanalare questa emozione per creare qualcosa di completamente nuovo, che trasmetta un messaggio originale capace di emozionare i nostri lettori. Inoltre, così facendo, nella nostra mente ciò che stiamo scrivendo diventa a sua volta un film con il migliore cast che potremmo desiderare, all’interno del quale possiamo far muovere attori e personaggi a nostro piacimento. E, una volta messo nero su bianco, è come se quel film esistesse davvero.
Per una come me, cresciuta con l’amore per il cinema, soprattutto di Hollywood, che da ragazzina fantasticava di lavorare in quel campo come regista, questo meccanismo diventa un perfetto surrogato di quel sogno, il cui unico limite è la mia fantasia.
 
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Di Carla (del 14/11/2012 @ 22:49:18, in Scrittura & Lettura, linkato 1998 volte)


 Il lato British dell'azione


Ammetto che all'inizio della lettura di "Dark Market" ero disorientata. C'è un tizio che si suicida e non se ne capisce il motivo. C'è un gruppo di mercenari in medioriente coinvolti in frenetiche scene d'azione, non semplicissime da immaginare, trattandosi di un libro e non un film.
Ma sono andata avanti ed ecco che emerge in tutta la sua completezza il personaggio di John Savage e una storia che è allo stesso tempo ricca di azione, ma con una trama meticolosamente costruita, in cui tutti gli elementi che appaiono lungo la narrazione pian pianino si uniscono formando un perfetto intreccio.
Lo stile dell'autore è diretto, divertente, ti catapulta dritto dentro l'azione, in un mondo in cui commissionare un omicidio è diventato un gioco dei potenti. I personaggi sono ben caratterizzati e credibili, nell'ambito di ciò che è normalmente ritenuto credibile in un action-thriller, genere che adoro sullo schermo e che non mi dispiace vedere rappresentato anche in un libro. La mia fantasia è perfettamente in grado di fornire la parte visiva e la narrazione di Coles rende questo compito ancora più facile.
Senza dubbio è un autore che merita una certa attenzione e "Dark Market" è una lettura che consiglio a tutti gli amanti dei libri con una trama complessa dal ritmo veloce.
Si tratta inoltre del primo libro di una serie, che vede come protagonista John Savage. Sarò sicuramente curiosa di leggere gli altri che verranno.

Dark Market (formato Kindle) su Amazon.it.
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Questo libro è in lingua inglese!

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Di Carla (del 08/11/2012 @ 01:43:43, in Scrittura & Lettura, linkato 5944 volte)

L’idea di scrivere a puntate ha iniziato a ronzarmi in testa l’anno scorso, quando mi sono imbattuta nella serialized fiction di una coppia di autori indipendenti americani, intitolata “Yesterdays’s Gone”. Da amante delle serie TV ho visto in questo progetto un qualcosa di entusiasmante, forse più come scrittrice che come lettrice.
Mesi dopo, all’inizio di gennaio, mi sono ritrovata pure io a iniziarne una. È avvenuto per caso. Volevo scrivere un racconto, che poi si è trasformato in una novella, finché mi sono resa conto di avere materiale per altre due o tre puntate.
Così è nato “Deserto rosso”. Quando ho iniziato, però, si era trattata più che altro di una necessità e non di qualcosa di accuratamente progettato. Ero infatti reduce dalla prima stesura del mio primo romanzo “L’isola di Gaia” (di cui adesso sto curando l’editing), durata più di tre anni, ed ero smaniosa di creare qualcosa di più breve per testare l’auto-pubblicazione digitale.
Solo dopo aver pubblicato “Punto di non ritorno”, mi sono resa conto delle implicazioni di questo tipo di progetto letterario.
 
Al di là del puro divertimento, per un autore esistono tutta una serie di vantaggi nel pubblicare in serie. Non mi riferisco a quelli economici, che almeno in Italia per il momento hanno una portata ridotta, visto che il mercato degli ebook ha iniziato a prendere piede sul serio da meno di un anno, cioè con l’arrivo del Kindle.
Ciò di cui parlo sono dei vantaggi a livello creativo e produttivo.
Scrivere la prima puntata di una serie è facile. Sai che non deve essere per forza lunga, sai che non deve avere una vera fine, ma solo un colpo di scena finale (il cosiddetto cliffhanger), per il resto sei libero di fare come ti pare. Puoi dedicare tutto il tempo che vuoi (che comunque è poco, vista la lunghezza del testo) ad affinare lo stile, a costruire scene che coinvolgano il lettore. Insomma hai modo di divertirti, senza impegno.
Una volta che pubblichi la prima puntata la musica cambia.
È come se da quel momento partisse un cronometro. Ti sei infatti preso un impegno molto serio verso te stesso, ma, soprattutto, verso i tuoi lettori. Non puoi più affidarti all’ispirazione del momento, non puoi più procrastinare aspettando di avere tempo. No.
Devi organizzarti. Devi decidere quando uscirà la prossima puntata, cosa che non può accadere troppo tardi, e poi devi scriverla, fare l’editing, pensare a copertina, booktrailer, promozione della puntata precedente (mica si vende da sola) e tutto il resto con il tempo contato. E devi farlo assolutamente.
Può sembrare una cosa difficilissima, in realtà non è così. L’aver preso un impegno ti dà una motivazione in più. Ti concentri perciò nel trovare il modo migliore per ottimizzare i tuoi sforzi. Scrivi pagine e pagine di appunti (possibilmente hai già iniziato a farlo mentre facevi l’editing della prima puntata). Fai degli schemini, prepari un’outline. Insomma programmi il tuo lavoro. Per la prima volta ti comporti come un vero scrittore.
La cosa bella è che, incredibilmente, riesci a compiere ognuno di questi passi, cosa che ti dà animo e ti facilita l’esecuzione dei successivi. Ogni volta che raggiungi un singolo obiettivo del tuo programma sei galvanizzato e sicuro di poter fare altrettanto con i successivi.
Tutto ciò riguarda l’aspetto puramente produttivo. A livello creativo ci sono tutta una serie di condizioni interessanti. Prima di tutto il feedback dei lettori.
Leggi le recensioni, parli con loro nei social network o nelle chat, ricevi le loro e-mail. Tutti questi elementi ti influenzano e ti aiutano nella stesura del proseguo della storia, perché sono una sorta di cartina di tornasole del gradimento di alcuni aspetti della trama. Ti permettono di capire cosa funziona meglio e che direzioni prendere.
Certo, quando scrivi una serie, devi comunque avere una trama di massima sempre in mente, che poi sviluppi man mano e, nel farlo, l’unica volontà da seguire deve essere la tua ispirazione, la tua emozione. Ma gli apporti esterni, in maniera più o meno indiretta, finiscono per darti un aiuto nell’individuare la giusta via, se non altro perché ti permettono di acquisire maggiore sicurezza nelle tue capacità creative.
 
Scrivere un romanzo a puntate non è però la stessa cosa di scrivere un romanzo suddiviso in parti, ma che viene pubblicato tutto in una volta. Le puntate devono essere fatte in un certo modo, affinché divertano il lettore e allo stesso modo lo spingano a leggere anche le successive.
Ogni episodio, per quanto non termini la storia, deve comunque avere un suo arco narrativo. Deve essere un’unità distinguibile, al cui interno si deve rispondere comunque ad alcune domande.
Questo è particolarmente vero per la prima puntata, che parte dal nulla e, fatta eccezione per il cliffhanger finale che ne denota la non-fine, deve essere quasi auto-conclusiva. Ciò non significa che al suo interno non debbano nascere nuovi elementi della trama da sviluppare nelle puntate successive. Ci devono essere eccome, ma per la maggior parte non devono avere un ruolo predominante. Devono essere dei piccoli semi, che potranno germogliare e fiorire più avanti, ma, se non ci fosse un continuo, il lettore quasi non li noterebbe. Se ne ricorderà, appunto, più avanti.
Inoltre ogni episodio deve avere almeno altri due elementi importanti: un inizio destabilizzante e, come già detto, un finale che lascia sospesi.
L’inizio destabilizzante funge da hook (gancio), cioè deve agganciare il lettore e costringerlo ad andare avanti. Tutti i romanzi devono avere un incipit con queste caratteristiche, ma tutto questo deve essere molto più fulminante in un episodio di un romanzo a puntate. Dovendo fare un parallelo con le serie TV, l’inizio deve essere come il prologo, che precede addirittura i titoli di testa. Dopo di esso la storia può continuare da quel punto, oppure (come piace a me) spostarsi indietro o avanti nel tempo, fino a raggiungerlo di nuovo verso la fine o comunque nella seconda metà, riunendo tutti i fili.
L’inizio della prima puntata può essere un po’ più soft, cioè più simile a quello di qualsiasi romanzo, ma quello delle successive deve essere più marcato. Lo scopo di quest’ultimo non è spingere il lettore a continuare a leggere. Il lettore si trova come minimo alla seconda puntata, quindi vuole continuare a leggere, non c’è bisogno che lo convinci. Il suo scopo è di dargli uno schiaffo in faccia (in senso metaforico) appena apre l’ebook, mettendo in dubbio tutte le supposizioni fatte nel periodo di attesa tra le due puntate e scaraventandolo in qualcosa di totalmente diverso da quello che si aspetta.
Il finale col cliffhanger, invece, deve proprio essere col botto. Deve essere inaspettato e allo stesso tempo far sorgere repentinamente delle nuove domande, alle quali il lettore non avrebbe potuto pensare prima (perché non ne aveva gli elementi oppure perché erano ben nascosti), concludendo subito dopo la puntata. Per un attimo sarà sospeso tra l’odio e l’amore nei vostri confronti, ma il più delle volte, se avete giocato bene le vostre carte, alla fine ne sarà entusiasta.
L’ultima puntata, per ovvi motivi, non può avere un cliffhanger, visto che a quel punto ogni filo della storia dovrà aver raggiunto il suo epilogo. Questo però non significa che dovrà essere un finale definitivo. L’ideale sarebbe che lasci comunque qualche spiraglio aperto, che porti il lettore a provare a immaginare ciò che accadrà dopo. In molti romanzi normali esiste questo tipo di finale, ma nei romanzi a puntate, per la loro particolare natura, funziona ancora meglio, poiché il lettore, abituato a leggere qualcosa che ogni volta non finisce, anche all’ultima puntata conserverà questa sensazione, che ridurrà un po’ il dispiacere (sperando che ci sia) di trovarsi veramente alla fine del romanzo.
Questo tipo di sensazione, inoltre, coinvolge lo stesso autore, che come il lettore si affeziona ai personaggi e al mondo che ha creato e ha difficoltà a staccarsene.
E non dimentichiamo che, essendo una serie, nessuno poi impedisce all’autore di progettarne una seconda stagione! Ciò però è possibile solo se si lascia uno spiraglio aperto.
 
I romanzi a puntate chiaramente non sono una novità recente. Si tratta più che altro di un ritorno a una pratica già consolidata nel passato, quando gli autori pubblicavano a puntate nelle riviste. Con l’avvento degli ebook, adesso non è più necessario un contenitore esterno per presentarli al pubblico. Ogni singola puntata diventa un prodotto a sé stante, vendibile singolarmente a prezzi bassissimi, che stimolano la curiosità.
Questo fenomeno è stato subito notato da Amazon, che recentemente ha inaugurato i Kindle Serials. Si tratta, appunto, di storie a puntate pubblicate in esclusiva su Amazon, che il lettore paga una volta all’inizio e poi vede puntualmente recapitate nel proprio Kindle con una determinata cadenza.
I Kindle Serials purtroppo non sono ancora usciti dal circuito americano, ma sono pronta a scommettere che presto arriveranno anche in Europa. L’unico neo che vedo è proprio l’esclusività, che impedisce all’autore di pubblicare la serie al di fuori di Amazon. Capisco la necessità del retailer di tutelarsi, ma non sono convinta che questo sia un bene per gli autori. In fondo si può benissimo scrivere dei romanzi con puntate separate senza rientrare nel meccanismo automatico dei serial.
In ogni caso tutto questo è un sintomo di come con l’avvento dell’editoria digitale la fruizione delle storie scritte stia sempre più cambiando, dando molto più spazio a testi più corti, che di conseguenza costano meno e risultano più invitanti per il lettore.
 
Per quanto mi riguarda, come sapete, ho pubblicato finora la prima puntata di “Deserto rosso” (“Punto di non ritorno”) lo scorso 6 giugno, mentre la seconda uscirà il 30 novembre, col titolo “Abitanti di Marte”.
Dovendo fare un bilancio adesso di questo esperimento letterario, devo ammettere che ha superato notevolmente le mie aspettative. Ho venduto molte più copie di quanto sperassi (l’80% su Amazon, ma di recente c’è stata una crescita delle vendite negli altri retailer). C’è stato un picco all’inizio, grazie al lavoro di promozione che ho fatto nei primi mesi (quasi tutto a costo zero, ci tengo a dirlo), oltre che all’effetto novità nell’ambito del genere fantascientifico, che non conta tantissimi titoli, ma anche ora, dopo sei mesi dalla pubblicazione, noto con piacere che la novella continua a essere venduta con un ritmo costante. Sono curiosa adesso di vedere cosa accadrà con l’uscita del seguito.
Non solo. La cosa più bella è stata, e continua a essere, il continuo feedback da parte dei lettori, che mi ha letteralmente sospinto nella stesura di “Abitanti di Marte”.
Infatti il vero trionfo, dal mio punto di vista di scrittrice, è proprio il fatto che l’essermi imbarcata in una serie ha significato un vero e proprio balzo in avanti nella mia produttività creativa. Grazie a “Deserto rosso” ho scritto più di 65.000 parole in meno di 10 mesi di calendario, contro le 123.000 de “L’isola di Gaia” in più di 3 anni. E l’anno non è ancora finito. Infatti con il NaNoWriMo 2012, al quale sto in questo momento partecipando, e l’inizio della prima stesura della terza puntata di “Deserto rosso” potrei tranquillamente raggiungere lo stesso traguardo in un terzo del tempo.
 
Che dire? Scrivere una romanzo a puntate è stato per me un vero e proprio evento di svolta nel mio impegno come scrittrice e senza dubbio mi sento di consigliarlo a chiunque voglia seriamente cimentarsi in maniera costante in questa arte, anzi, in questo lavoro.
Non dovrebbe provare a farlo solo chi ne ha il tempo (non ce l’ha mai nessuno), ma tutti quelli che sono disposti a trovarlo. Scrivere a puntate è di certo uno dei tanti trucchi che può aiutare lo scrittore in questo intento.
 
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Di Carla (del 06/11/2012 @ 02:51:28, in Interviste, linkato 1777 volte)


Dopo lunga attesa, arriva anche la quarta tappa del blog tour di "Deserto rosso - Punto di non ritorno" ospitata nel blog Bibliomania di Camilla P., la quale ha dedicato un vero e proprio speciale al libro, costituito da una serie di articoli.

La peculiarità di questa intervista è che, oltre a includere qualche domanda di rito sulla scelta della pubblicazione indipendente e sulla nascita del mio interesse nei confronti di Marte, l'intervistatrice si sofferma a chiedermi anticipazioni sul prossimo episodio. Ve ne consiglio quindi la lettura come una sorta di antipasto all'uscita di "Abitanti di Marte", prevista per il 30 novembre.

Le domande in questione riguarderanno l'approfondimento della conoscenza di Anna e degli altri personaggi, i misteri relativi alla missione Hera e, dulcis in fundo, la vita su Marte.
Curiosi?
Bene, allora fate clic sull'immagine o qui e leggete l'intervista.
Non dimenticatevi di lasciare un commento e di condividerla tra i vostri amici.
Infine, nel caso ve le foste perse, andate a vedere anche la prima, la seconda e la terza tappa del blog tour.

Ancora grazie mille a Camilla!

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Di Carla (del 31/10/2012 @ 16:57:02, in Scrittura & Lettura, linkato 1907 volte)

Quest'anno per la prima volta ho deciso di partecipare al NaNoWriMo. Si tratta dell'acronimo del National Novel Writing Month, ma in realtà è un evento di natura globale, che coinvolge scrittori di tutto il mondo in una sfida contro se stessi. Questa consiste nello scrivere 50.000 parole di un romanzo in soli 30 giorni, ed esattamente tra il primo e il 30 novembre.
Cosa si vince? La soddisfazione di avercela fatta e un badge da mettere sul proprio sito, oltre che, ovviamente, 50.000 parole della prima stesura di un romanzo, che non sono certo da buttare via.

Lo scopo di questa competizione è spingere gli autori a produrre in maniera continua per un determinato periodo senza doversi preoccupare della qualità. Il fatto di avere delle scadenze e il dovere di scrivere un certo numero di parole al giorno (in media circa 1600) è un fortissimo incentivo a mettersi davanti al foglio bianco e scrivere. Si deve mettere da parte ogni desiderio di rileggere o iniziare a revisionare ciò che si è scritto, altrimenti si rimane indietro. Inoltre, scrivendo così tanto in così poco tempo, si finisce per vivere intensamente la propria storia, non a caso l'intera manifestazione viene pubblicizzata dallo slogan "Trenta giorni e notti di abbandono letterario!".

Per partecipare a questa edizione del NaNoWriMo ho deciso di avventurarmi nella scrittura di un thriller (intitolato "Il mentore"). Ho riesumato dagli spazi profondi della mia mente un'idea nata due anni fa e ho provato a svilupparla, scrivendo una breve outline, che è lungi da coprire l'intero corso del romanzo, ma contiene gli elementi salienti dell'asse portate della trama dall'inizio fino alla fine. Spero che sia abbastanza da permettermi di scrivere 50.000 parole, dopodiché metterò questo scritto da parte e solo successivamente ci tornerò completando il resto del romanzo.

Personalmente credo che le storie in generale abbiamo bisogno di più tempo per essere create, per quanto una velocità di scrittura di 1600-2000 parole al giorno sia senza dubbio ragionevole. In realtà, però, se anche si fa un'outline molto precisa prima di iniziare a scrivere, le storie e soprattutto i personaggi tendono a ribellarsi e volerti portare altrove, e questo importantissimo aspetto creativo, che fa maturare le storie e le rende migliori, ha di fatto bisogno di più tempo.
Perciò non ho pensato di affidare al NaNoWriMo l'idea del mio prossimo romanzo di fantascienza, che necessita di molto più tempo per essere sviluppata.
D'altra parte il NaNoWriMo è molto utile come esercizio letterario per esplorare nuove idee a ruota libera per un breve periodo, oppure può essere molto utile per completare un romanzo già iniziato, cioè scriverne le ultime 50.000 parole, quando la storia è ormai ben definita e c'è solo da finire di metterla giù.
Per altri autori può essere invece un modo per scrivere una primissima stesura di qualcosa che hanno in mente, che poi dovrà essere riscritta in maniera profonda, talvolta stravolta.
Comunque sia il NaNoWriMo è una grandissima esperienza che ogni scrittore dovrebbe provare prima o poi.

Io sono pronta a raccogliere la sfida e iniziare. E voi?
Se vi va, visitate il mio profilo sul sito del NaNoWriMo e tenetelo d'occhio durante il mese. Alla fine vi dirò com'è andata.
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Di Carla (del 29/10/2012 @ 16:05:18, in Scrittura & Lettura, linkato 1413 volte)

In questi giorni sul blog Bibliomania di Camilla P. è partito lo speciale dedicato a "Deserto rosso - Punto di non ritorno". Si tratta di una serie di tre articoli ispirati o direttamente legati al mio libro.

Il primo (Fase #1: Lancio) è già disponibile nel blog. In esso si parla in generale di Marte, concentrandosi sulle sue caratteristiche, sulla storia dello studio di questo pianeta dalle prime mappe disegnate nel 1800 fino a Curiosity, che si trova adesso sulla superficie marziana, e sulla letteratura, ovviamente fantascientifica, che si è dedicata al pianeta rosso.

Volete saperne di più?
Allora fate clic su questo link o sull'immagine per leggere l'articolo.

Seguirà nei prossimi giorni la seconda fase, che include la recensione del mio libro da parte di Camilla, e poi la terza, che include una mia intervista, che rappresenta così la quarta tappa del mio blog tour.
In questa intervista ci sarà anche qualche piccola anticipazione su "Deserto rosso - Abitanti di Marte", che, come sapete, uscirà il 30 novembre 2012.
A questo proposito ci rileggiamo fra qualche giorno.
Nel frattempo andate su Bibliomania!
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Di Carla (del 25/10/2012 @ 00:15:34, in Scrittura & Lettura, linkato 1480 volte)


Vi voglio presentare un fumetto di fantascienza, intitolato "Anjce", dell'autrice Miriam Blasich. Parla di una rinata che vive su un'isola di roccia nello spazio e mangia cioccolata in compagnia di una simpatica talpa, mentre cerca il suo grande amore perduto.

Questo fumetto verrà presentato alla prossima edizione di Lucca Comics dalla ProGlo Edizioni e ve ne parlo, perché ho avuto l'onore di scrivere la prefazione all'albo.

È stata decisamente una sorpresa quando Matteo Scaldaferri mi ha contattata a questo proposito. Io scrivo fantascienza, ma sono abbastanza estranea al mondo del fumetto. Poi ho letto "Anjce" e non ho potuto che apprezzarlo.
È una storia spesso ironica, caratterizzata da situazioni bizzarre, ma sempre originali. Insomma si tratta senza dubbio di un bel prodotto.

Facendo clic su questo link o sull'immagine, avrete la possibilità di visualizzare un'anteprima del fumetto, compresa la mia prefazione.
Dateci un'occhiata!
(Aspettate che si carichi tutta la pagina: potrebbe volerci un po').

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Di Carla (del 16/10/2012 @ 23:16:32, in Scrittura & Lettura, linkato 1975 volte)


 Senza speranza


Non è un romanzo facile, non tanto per una sua difficoltà intrinseca ma piuttosto per le dolorose sensazioni che suscita. Generalmente rifuggo da questo tipo di storie a priori, perché non amo le storie tristi, soprattutto se senza speranza. Ed è proprio così che posso definire questo romanzo, senza speranza. Quel poco di essa, che si affaccia tra le parole in alcuni episodi raccontati, viene inesorabilmente schiacciato da fatti tragici o dall'incapacità della protagonista di uscire dalla negatività, in cui finisce per autoimprigionarsi anche dopo essersi fisicamente liberata di certe catene.
Questa storia, oltre a essere triste e deprimente, ti fa arrabbiare proprio perché sembra crogiolarsi in questi sentimenti negativi. Non c'è un vero tentativo di riscatto.
La narrazione in sé è abbastanza piacevole, soprattutto la parte dedicata all'infanzia e alcuni capitoli dell'età adulta, ma il libro non ti spinge a voltare pagina. Alla fine di ogni capitolo ti viene voglia di abbandonarlo. Solo una volta mi è capitato di iniziare subito il capitolo successivo spinta dalla curiosità (in riferimento alla nascita del rapporto col compagno della protagonista) e lì ho sperato in una virata del romanzo che portasse a un finale confortante, ma poi è arrivata la delusione. La fine raggiunge un vero e proprio apice di tristezza.
La storia è estremamente realistica (probabilmente in parte reale), ma è proprio questo il problema. I romanzi sono finzione. La finzione assomiglia alla realtà, ma non lo è. Non è detto che una cosa reale vada bene in un romanzo. Dovrebbe essere smussata, romanzata, dovrebbe catturarti dalla prima all'ultima parola. Non dovrebbe respingerti. Purtroppo, invece, è quest'ultima la sensazione che ho avuto nel leggerlo.
Peccato.

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Di Carla (del 09/10/2012 @ 20:50:08, in Scrittura & Lettura, linkato 3054 volte)


Alla continua ricerca di nuovi strumenti per promuovere i miei scritti, mi sono imbattuta nel podiobook, molto utilizzato nel mercato anglofono.
La parola podiobook nasce dall'unione di podcast e audiobook (audiolibro). In pratica si tratta di un podcast nel quale l'autore legge a puntate il proprio libro. Essendo un podcast, è un prodotto gratuito al quale ci si abbona. È talmente diffuso nel mercato anglofono che esistono dei siti specializzati in podiobook, tra cui appunto Podiobooks.com.
Ci si può chiedere come offrire in pratica un audiolibro a puntate gratuitamente possa favorire la promozione del libro, che invece si vuole vendere.
Come tutti questi strumenti, in realtà, il podiobook ha la funzione si aumentare il campo di diffusione della propria opera. È vero che se uno ascolta tutte le puntate difficilmente decide di comprare il libro, ma la loro serialità è la chiave. Se infatti il fruitore, dopo aver ascoltato le prime puntate vuole sapere come va a finire senza dover attendere settimane o mesi, allora comprerà il libro.
Molti autori, invece, propongono in podiobook opere diverse da quelle che vendono in altri formati, compreso il vero e proprio audiolibro, quindi in questo caso si punta principalmente sul promuovere l'autore e non un'opera in particolare.
C'è anche da dire che i fruitori di materiale audio non sempre corrispondono ai lettori, perché ascoltare un libro e leggerlo sono due tipi di intrattenimento molto diversi.
In Italia poi, dove gli audiolibri sono davvero poco diffusi, lo scenario è ben diverso. Qui il podiobook dell'incipit di un libro può funzionare come una sorta di spot audio, che possa incuriosire i veri lettori e spingerli all'acquisto.
Di sicuro, comunque, non fa male tentare questa strada.
Io ne ho creato uno per la prima scena di "Deserto rosso - Punto di non ritorno". Dura appena cinque minuti e in esso ho usato la musica del booktrailer per l'introduzione e un brano di sottofondo dei Polydream (con il loro permesso), intitolato "Catch Me If You Can".
Potete ascoltarlo qui sotto.

"Deserto rosso - Punto di non ritorno" - podiobook 1 di Rita Carla Monticelli

Creare un file del genere non è eccessivamente difficile. Serve un programma per montare le tracce audio (io ho usato una vecchia versione di Cool Edit, ma sono certa che ne esistono anche di gratuiti con funzioni analoghe) e un microfono, magari anche avere una scheda audio decente sul computer aiuta. In pratica sono le stesse cose che possono servire per creare un qualsiasi podcast. La parte più difficile è proprio leggere correttamente il brano scelto.
Una volta che si ha un mp3, un ottimo sistema per condividerlo è Soundcloud. Se poi avete intenzione di continuare con le puntate successive, potete inserire il vostro podiobook su iTunes, esattamente come un qualsiasi altro podcast.
Non so se andrò avanti con quello del mio libro, poiché è solo un esperimento. Ritengo comunque che sia positivo avere sempre qualcosa di nuovo da proporre sul web, per veicolare nuovi lettori verso la propria attività letteraria.
E voi cosa aspettate a creare un podiobook?

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