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 Luna... di Carla
 

“Mi chiedo cosa si provi a possedere un corpo.”
Ophir. Codice vivente




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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 02/02/2013 @ 02:08:03, in Podcast, linkato 6330 volte)
Nel leggere libri di fantascienza o guardare film e serie TV di questo genere mi è capitato spesso di notare come tra i temi preferiti ci sia quello di dare una risposta ad alcune delle grandi domande che l’Uomo si pone, quali: “Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?”
Lo si fa chiaramente attingendo a piene mani dal fantastico e legando a esso elementi scientifici, in maniera tale da non permettere al lettore (o spettatore) di comprendere il sottile confine che li delimita. Ma c’è un altro campo a cui la fantascienza spesso e volentieri trae spunto. Sto parlando di spiritualità e in particolare di religione.
D’altronde le domande sopraccitate sono le stesse che fungono da fondamento al concetto stesso di religione, sebbene in tal caso le risposte vengono cercate in qualcosa di tutt’altro che tangibile. Il bisogno di dare una risposta a queste domande è infatti alla base della nascita di tutte le religioni del mondo. Non ci deve quindi stupire se all’interno di molte storie di fantascienza facciano capolino alcuni tra i più noti archetipi religiosi, rielaborati in un contesto diverso.
Qualche tempo fa ho affrontato questo tema a grandi linee nell’ambito della mia rubrica “Life On Mars?” su FantaScientificast.it e tornerò a parlarne nella mia prossima incursione nel programma, che avrà luogo a metà febbraio.
Nel frattempo vorrei approfondire questo argomento anche qui nel mio blog, per mostrarvi alcuni dei modi in cui la spiritualità e la religione appaiono in forme diverse in ambito fantascientifico, talvolta senza che ce ne rendiamo conto.
L’argomento è complesso e non è affatto semplice affrontarlo in maniera schematica. Proverò quindi a muovermi con una certa libertà da una tematica all’altra, facendovi alcuni esempi tratti dalla fantascienza.
In questo post vorrei trattare in particolare del trinomio scienza-religione-magia. Queste tre discipline che al giorno d’oggi sono chiaramente distinte e distinguibili nell’ambito della civiltà contemporanea occidentale, non lo erano altrettanto se si va indietro nel passato. Esse sono spesso tre diverse interpretazioni di certi fenomeni in base agli occhi dell’osservatore. Nelle civiltà antiche, come quella egizia, la scienza, la religione e la magia erano di fatto la stessa cosa. Non avendo le conoscenze scientifiche di adesso, gli antichi egizi tendevano a fondere i tre ambiti come diverse espressioni del volere dei loro dei, che non erano considerati come delle entità irraggiungibili da adorare, ma erano parte integrante della loro vita. Ed erano proprio certi eventi, che ai loro occhi apparivano magici o prodigiosi, che diventavano di fatto la prova della presenza divina. Gli stessi eventi con le conoscenze attuali sarebbero, invece, potuti essere più semplicemente spiegati in maniera scientifica, spogliandoli di tutto il loro aspetto mistico.
Questo sottile confine che separa la scienza, la religione e la magia è spesso argomento di molte storie di fantascienza. L’esempio forse più eclatante è Star Wars, dove la Forza viene all’inizio presentata, nella vecchia trilogia, come una sorta di religione che si manifestava con poteri apparentemente soprannaturali e che veniva spesso tacciata col termine “superstizione”. Nella nuova trilogia questo aspetto è venuto meno dal momento in cui si è voluta dare una spiegazione scientifica al fenomeno (tramite i midichlorians), portando sempre più l’equazione scienza/religione/magia verso il lato scientifico, a discapito di quello prodigioso o magico.
L’esempio che facevo prima dell’antico Egitto trova forse la sua massima espressione in un’altra saga fantascientifica, quella di Stargate. In essa si sfrutta in pieno il concetto per cui l’ignoranza dell’Uomo lo porta a dare spiegazioni spirituali a eventi di natura scientifica. Nella fattispecie si trattava di alieni che si fingevano divinità e come tali venivano adorati, permettendo loro di soggiogare la popolazione umana di migliaia di anni fa. Gli stessi alieni messi a contatto con l’Uomo moderno vengono smascherati dalla loro aura magica e appaiono per quello che sono: esseri provenienti da pianeti lontani con tecnologie enormemente superiori alle nostre, ma che altro non sono che frutto della scienza, che come tale può essere compresa, controllata e combattuta.
Non è un caso che i due esempi che ho fatto rientrino nel sottogenere della space opera. Quest’ultima infatti, oltre a raccontare storie di viaggi spaziali e di tecnologie estremamente avanzate, che spesso prendono spunto da conoscenze scientifiche reali, di norma affronta argomenti di natura politica, sociologica e anche religiosa o più in generale spirituale, nel tentativo di trasferire temi della realtà odierna in altri universi immaginari. Un’operazione, questa, che ha sempre molta presa sul pubblico.
C’è un saga in cui questo meccanismo viene sfruttato al meglio tanto da diventare il suo tema portante, facendo addirittura venire meno il semplice dualismo tra bene e male e trasformando quest’ultimo in qualcosa di soggettivo. Sto parlando di Battlestar Galactica (la serie reinventata proposta a partire dal 2004). Questa sarà, però, oggetto proprio della mia prossima apparizione su FantaScientificast e coglierò l’occasione di parlarvene più diffusamente in un prossimo post, in cui tratterò dell’uso della religione e della spiritualità nella fantascienza come strumento che aumenta la credibilità della storia.
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Ieri sono state annunciate le nomination per i Booktrailers Online Awards, una sorta di "Oscar" dei booktrailer organizzata dai blog www.booktrailers.ilcannocchiale.it e www.futuroscrittura.altervista.org, che vedrà annunciati i vincitori il prossimo 10 febbraio.

Facendo clic qui o sull'immagine potete leggere la lista dei nominati, che include anche il booktrailer di "Deserto rosso - Punto di non ritorno", realizzato da Fabio Delfino (che ha ricevuto altre quattro nomination per un altro booktrailer), per la categoria Migliore Sintesi.

In attesa di conoscere la scelta finale dei giurati, rimane in sospeso un'altra categoria di premio, che dipende direttamente dal feedback degli utenti: Migliori commenti del pubblico.
Per questa ho bisogno del vostro aiuto. Vi invito a visitare la pagina del mio booktrailer sul sito dei BTO Awards, scorrere in basso, votare il trailer e soprattutto lasciare un commento su di esso (non sul libro).

Ringrazio tutti quanti finora abbiano contribuito a questo piccolo successo!

Vi riporto ancora una volta il trailer, invitandovi a condividerlo con i vostri amici!

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Di Carla (del 25/01/2013 @ 03:37:29, in Scrittura & Lettura, linkato 2059 volte)
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 Un buon passatempo, ma niente di più

Libro senza infamia e senza lode. Sono stata un po’ ingannata dal fatto che venisse catalogato come un libro di fantascienza. Lo definirei più che altro un thriller a metà tra tecnologico e psicologico. L’argomento è la clonazione e uno dei modi in cui questa può andare male. L’ambientazione è un po’ statica e tutt’altro che originale. I personaggi sono costretti a rimanere in una casa in mezzo ai boschi, mentre una bufera di neve li isola dal mondo; se aggiungiamo un bambino un po’ particolare, tutto questo vi ricorda qualcosa? In questo contesto si sviluppa la trama un po’ thriller e un po’ horror, anche nel modo in cui si svolge, con i protagonisti braccati da qualcuno che da solo riesce a essere più pericoloso di tutti e che più volte tentano di scappare senza riuscirci, fino allo scontato epilogo.
Può essere una lettura carina, ma non mi ha lasciato molto, una volta terminata. Già l’inizio con una linea di dialogo mi ha spiazzata e di conseguenza non mi ha fatto una buona impressione. Sono comunque andata avanti. Le dinamiche dei personaggi si sono presto chiarite, compresi i risvolti sentimentali. Non una volta, però, l’autrice è stata in grado di stupirmi. I colpi di scena sono risultati abbastanza telefonati.
Non mi sento di condannare completamente questo libro, perché è comunque scritto abbastanza bene, ma non è di certo un capolavoro. Il problema non è stilistico, ma è proprio la trama a mancare un po’ di originalità. Sono sicura che la Gaines abbia le capacità per scrivere libri di ben altro valore e probabilmente sarò curiosa di leggerli.
 
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Questo libro è in lingua inglese!
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
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http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
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Di Carla (del 22/01/2013 @ 15:36:57, in Scrittura & Lettura, linkato 2728 volte)

Il fantasy è un genere molto amato dai giovani, in particolare nella sua accezione definita urban gothic. Quest’ultima racconta storie caratterizzate dalla presenza di esseri soprannaturali inseriti in contesti contemporanei, in una sorta di mondo alternativo in cui convivono con gli essere umani.
E oggi ho il piacere di ospitare sul blog un’autrice di questo genere, Aurora Torchia, che insieme a suo fratello Alessandro Torchia ha pubblicato il libro “Favole del crepuscolo”.
 
Salve Aurora, benvenuta nel mio blog!
È un piacere per me averti qui per parlare un po’ con te del tuo libro e in generale dello urban gothic. Come è nata l’idea di cimentarsi nella scrittura di un romanzo di questo tipo?
Il piacere è mio!
In verità, scrivo libri (o almeno ci provo) fin da quando ero una ragazzina: questo è il primo però che non interrompo dopo solo alcuni capitoli ma porto a compimento.
Io ho sempre amato il genere fantasy e ho sempre scritto storie di questo tipo. Quindi, è stata quasi una scelta naturale orientarsi verso il fantasy anche per questo primo romanzo lungo! Quando ho lavorato alla storia avevo in mente due idee precise: metterci dentro un po’ tutto quello che mi piace, e cercare di creare un’ambientazione originale rispetto ai classici. Per quanto riguarda il primo punto, sono sicura della riuscita. Quanto al secondo… beh, lascio decidere ai lettori!
 
So che il tema del freak, il cosiddetto mostro, ti è molto caro. Mi chiedevo: anche nel tuo libro attribuisci a esso il significato metaforico di persona diversa dalla normalità? Oltre a essere un’opera di intrattenimento, è corretto dire che con “Favole del crepuscolo” tu e tuo fratello avete voluto anche trasmettere un messaggio riferito alla realtà di tutti i giorni?
Per quanto riguarda me, sicuramente sì. Ma niente prediche, non temete! Non sono il tipo. Con messaggio non intendo il venire a dire alla gente come dovrebbe vivere. Semplicemente, mostro quello che è per me un mondo possibile e auspicabile – un mondo in cui non esistano concetti come normalità. In questo mondo che vorrei, tutti hanno il loro posto e nessuno è da solo.
Probabilmente sono rimasta traumatizzata dal finale di “Edward Mani di Forbice”, e ho deciso di creare un luogo in cui l’amore e il rispetto siano più importanti dell’avere un paio di forbici al posto delle mani e di bucare qualche materasso ad acqua per sbaglio ogni tanto.
L’augurio è che un giorno un mondo simile smetta di essere solo nella mia testa ma riesca a vederlo anche semplicemente camminando per la strada.
 
Siamo abituati a leggere storie di vampiri, licantropi e simili ambientati nei posti più disparati. La storia del vostro libro invece si sviluppa in quella che è poi la vostra città, Venezia, scelta che a mio parere è azzeccatissima. Nell’immaginario comune, non solo quello degli italiani, Venezia è sempre avvolta da una sorta di alone di mistero, quasi fosse una città senza tempo.
In qualche modo la città stessa vi ha ispirato nella creazione della storia? Ci sono dei luoghi particolari dai quali sono scaturite alcune idee della trama?
Insomma raccontami un po’ del legame tra Venezia e la genesi di questo libro.
Venezia è un luogo effettivamente unico (perdonatemi un po’ di campanilismo): penso sinceramente che non esista un’altra città uguale in tutto il mondo, ed è ricchissima di leggende misteriose. Quindi, avendo a disposizione un simile ambiente, perché non sfruttarlo?
Sono poi particolarmente affezionata a ognuna delle descrizioni, perché sono spesso una resa fantasy di posti che frequentavo andando all’Università: il Midnight Cafè non è niente altro che la versione gotica di un bar molto carino in cui mangiavo spesso con gli amici, per fare un esempio.
Quanto alla descrizione finale di Piazza San Marco, era doveroso che avesse un posto da regina nella storia. Uno dei ricordi più forti, che ho di Venezia di quando ero bambina, sono le campane che suonavano dopo il tramonto, e io col naso all’insù a guardare il campanile. Consiglio a tutti una passeggiata da quelle parti di notte: basterà solo quello a vedere quanto di magico c’è in Italia, senza dover cercare ambientazioni esotiche.

I personaggi del libro sono giovani. Quanto ti sei immedesimata in loro durante la scrittura? Quanto c’è di te nei singoli personaggi?
Questa è una domanda piuttosto difficile per me. Mio fratello ti risponderebbe che assomiglio molto alla protagonista, ma io cerco sempre di rendere i miei personaggi più diversi da me possibile – purtroppo, non sempre ci riesco. È una questione di gusti, immagino: mi diverto molto di più a lavorare su personalità che non hanno nulla a che vedere con la mia.
Ma si, temo che la protagonista Gaia abbia davvero qualcosa di simile a me… tranne l’altezza.
 
Favole del crepuscolo” è un romanzo scritto a quattro mani con tuo fratello. Come si scrive un romanzo a quattro mani? Tecnicamente come vi siete organizzati?
Ha funzionato meglio di quanto mi aspettassi! Probabilmente anche grazie al fatto che sul lavoro sono un mastino e non davo tregua a mio fratello finché non scriveva.
In pratica, ho buttato giù una prima stesura del libro, che mio fratello ha riletto aggiungendo sue idee e suoi personaggi. Da qui è iniziata una lunga fase fatta di riletture incrociate, aggiunte, tagli e così via: divertente e sicuramente utile a rendere il libro ancora più vario.
 
Quali altre persone sono state coinvolte durante la stesura dell’opera nelle sua varie fasi (stesura iniziare, editing, correzione di bozze, rilettura, formattazione, ecc…)?
Devo prima di tutto ringraziare sentitamente un sant’uomo di nome Pierpaolo Cocchi che, nonostante ci conoscessimo pochissimo, ha provveduto a creare una versione epub del libro.
Poi non posso non citare la mia amica Erica, che ha letto questo libro tanto da saperlo a memoria…
Ultimo ad averci lavorato – ma di certo non ultimo per impegno speso – è stato l’illustratore e amico Walter Brocca, autore anche della copertina che vedete, nonché di altre tavole – presenti purtroppo solo nel pdf del libro, ma che mando volentieri via mail a chiunque me le chieda.
 
Come mai avete deciso di diventare autori indipendenti?
Autore sconosciuto + genere fantasy + quasi 500 pagine = difficilmente una casa editrice ha tempo e voglia di leggere quello che scrivi.
Triste forse, ma vero.
E io sinceramente sono sempre stata una persona molto poco paziente, quindi sono partita in carica e mi sono messa a pubblicarmi e pubblicizzarmi da me.
Di certo non escludo di poter pubblicare per qualche casa editrice un giorno, anzi, ma al momento non ho ricevuto nessuna proposta interessante.
 
Cosa bolle in pentola? State scrivendo qualche altro libro (separatamente o insieme)?
Per quanto riguarda il mio impegnatissimo fratello, quando i suoi impegni di musicista e organizzatore eventi gli danno tregua, scalpita per scrivere il seguito – cosa che ci stanno chiedendo in molti, e non sono tutti parenti, nonni e amici!
Io al momento mi sto divertendo a scrivere “Chiodi Nelle Ali”, un breve romanzo horror, e una storia a puntate dal titolo “La Città dei Mostri”, primo credo di una serie di progetti legati a un’ambientazione a cui lavoro da un po’.
 
Grazie ancora ad Aurora per la bella chiacchierata.
Grazie ancora a te!
 
Vi lascio con la biografia di Aurora Torchia e qualche link per conoscerla meglio.
 
 

AURORA TORCHIA
è nata il 20 aprile 1983, è laureata in Lingue Orientali all'Università Ca' Foscari di Venezia e in procinto di prendere la specializzazione nella stessa università.
Traduttrice per passione, spera che questa diventi presto anche la sua professione. “Favole del crepuscolo” è il suo primo romanzo, scritto insieme al fratello Alessandro.
Di sé dice che, un pò come un vecchio menestrello di altri tempi, ama raccontare storie e parlare di mondi di onore e incanto a tutti coloro che abbiano la pazienza di ascoltarla. E naturalmente spera di avere l'opportunità di farlo tramite i libri.
Il suo libro è disponibile sia in formato ebook che in cartaceo.
 
Aurora ha un sito personale. Oppure venite a trovarla nel blog Bastions Of Illusion, dove scrive con lo pseudonimo Cordelia Hel.
 
 
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Continua il blog tour di "Deserto rosso - Abitanti di Marte" che giunge alla sua quarta tappa (l'ottava in assoluto di "Deserto rosso"). Questa volta a ospitare una mia intervista, rilasciata all'inizio di dicembre, non è un blog ma il sito web eBookGratis.net di Alessio Valsecchi, che è uno dei più importanti siti italiani che raccoglie ebook gratuiti di autori indipendenti. All'interno del sito è anche distribuito il mio romanzo gratuito "La morte è soltanto il principio" (trovate qui la pagina a esso dedicata), che proprio da eBookGratis.net ha ricevuto almeno la metà degli oltre 3000 download assoluti.

In questa intervista molto particolare si è ovviamente parlato di ebook, nel perché pubblicare in questo formato, di chi ha lavorato alla creazione dei miei ebook e di come li ho promossi. Ma ci siamo anche soffermati a parlare del mio rapporto con gli ebook, in qualità di lettrice, sia riguardo ai miei store preferiti e il mio ereader. Inoltre ho avuto modo di segnalare alcune opere interessanti disponibili in digitale e alcuni siti che potrebbero risultare utili per chi si vuole cimentare in questo tipo di pubblicazione.
Infine ho espresso il mio parere sulla situazione degli ebook in Italia e su cosa ci aspetta per il futuro.

Volete conoscere le mie risposte?
Allora allora andare a leggere l'intervista facendo clic sull'immagine o su questo link e condividetela con i vostri amici. Sul sito non è possibile lasciare commenti, ma potete farlo qui.

Vi siete persi le precedenti tappe del tour? Eccovi i link diretti: tappa uno, due e tre. Le tappe del tour di "Punto di non ritorno", invece, le trovate nella pagina della rassegna stampa del primo episodio.

Grazie mille ad Alessio per avermi intervistato!
Alla prossima tappa!

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Di Carla (del 18/01/2013 @ 02:17:06, in Scrittura & Lettura, linkato 2801 volte)

 Nostalgia dei Cyloni
 
Lo ammetto, nel dare cinque stelline a questo libro ho esagerato, ma io sono di parte e il mio giudizio deve essere in ogni caso soggettivo.
Si tratta di uno di quei romanzi, definiti tie-in, che vengono scritti unicamente per far spendere soldi a noi fan della serie, ma non aggiungono nulla alla storia. Anzi è corretto dire che "Il segreto dei Cyloni" è pieno di incongruenze rispetto a "Battlestar Galactica", ma il motivo è semplice: è stato scritto quando ancora la serie non era finita, prima che certe decisioni sulla trama venissero prese o modificate.
Come tutte le serie TV anche "Battlestar Galactica" è partita da un concept iniziale, che negli anni si è evoluto, anche in base al gradimento del pubblico. Questo ha generato qualche piccola incongruenza al suo interno, anche se veramente trascurabile, ma ha influenzato anche prodotti come "Il segreto dei Cyloni". E nell'iniziare a leggere questo libro bisogna avere chiaro in mente questo fatto. Una volta che si accetta ciò, alla fine non ha molta importanza se quanto narrato sia tutto plausibile. Possiamo scegliere di ignorare ciò che non va e divertirci col resto, perché questo libro serve a un unico scopo: divertire i fan di "Battlestar Galactica".
Con me ci è riuscito. Affamata come sono di nuove trame basate sui personaggi della serie e nostalgica nei confronti degli stessi Cyloni (sono sempre stata dalla loro parte!), mi sono divertita moltissimo a leggere questo romanzo che si configura, come è ovvio, nel genere della space opera e che dà la sensazione, con un po' di fantasia, di ritrovarsi in quelle ambientazioni televisive.
La storia ha luogo nel passato rispetto alla serie, quando Adamo e Tigh erano giovani ufficiali. I protagonisti però non sono loro, ma servono solo a creare il contorno in cui si muove Tom Zerek. Anche lui c'è nella serie, ma il background proposto in questo libro non corrisponde con quello usato in "Battlestar Galactica". Poco importa. Il personaggio è ben riconoscibile e nella sua versione giovane risulta molto godibile da seguire.
Insomma, se comprate questo libro in cerca di un grande romanzo di fantascienza, lasciate perdere. Questo è un libro per fan, appena un gradino più in alto di una fan-fiction, e come tale va considerato. Da qui le cinque stelline, tutte meritate, perché da fan l'ho divorato in pochi giorni e mi è piaciuto. Ed è solo questo ciò che conta.
 
 
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Ho provato a sottoporre questo argomento ad alcuni gruppi in inglese di scrittori sia su Facebook che su Google Plus. In entrambi i luoghi virtuali ho scatenato una lunga discussione su come sia possibile applicare il principio di scrivere di ciò che si conosce a un genere che, per definizione, racconta di luoghi, tempi e tecnologie inesistenti, che non possono quindi essere conosciute.

Ma nell'espressione "scrivi ciò che conosci" c'è un trucco.

Ne parlo in un articolo pubblicato sul blog di Kipple Officina Libraria, intitolato "Scrivere ciò che si conosce nella fantascienza e la sospensione dell’incredulità".
Avrei piacere di sentire le vostri opinioni in merito nei commenti, qui e/o sul blog di Kipple. Vi chiedo anche di condividere questo articolo tra i vostri contatti nei vari social network.

Da autrice di fantascienza, ma anche solo da scrittrice che ama raccontare ciò che non ha sperimentato in prima persona, anzi che usa proprio la scrittura per sperimentare ciò che non conosce, vorrei di sicuro approfondire l'argomento in un post successivo.
Nel frattempo andate a leggere su Kipple, dove faccio anche degli esempi tratti da uno dei più grandi autori contemporanei di fantascienza, oltre che uno dei miei preferiti: Peter F. Hamilton.

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Di Carla (del 16/01/2013 @ 03:42:31, in Scrittura & Lettura, linkato 3135 volte)
More about Ice limit

 
 Finale un po' eccessivo, ma nel complesso un romanzo godibile

Datemi un libro con un grosso mezzo di trasporto che va sull'acqua, nell'aria o nello spazio e io mi divertirò di sicuro. Questo libro di Douglas Preston e Lincoln Child non fa altro che confermare tale fatto, tanto più che alla nave si aggiungono le difficoltà di portarla in un ambiente estremo come l'Oceano Antartico. Di fronte a tutti questi elementi messi insieme, non potevo che decidere di leggere un romanzo del genere e devo dire che le buone premesse della trama sono state mantenute.
I due autori sono davvero riusciti a portarmi in mezzo ai ghiacci, a trasmettermi l'angoscia di una nave che rischia di affondare nel gelido nulla tra la Patagonia e l'Antartide.
La premessa del meteorite gigante è intrigante, ma è ancora meglio lo sviluppo stesso della storia. La costante sensazione di pericolo emerge dalle pagine, veicolata da personaggi perfettamente in linea con ciò che ci si aspetta da un libro di avventura. Alcuni sono un po' sopra le righe, ma la situazione narrata lo consente, anzi direi che lo esige.
La parte scientifica è altrettanto interessante, alla fine della lettura sapevo di certo qualcosa di più sulla geologia planetaria (una disciplina di cui non conoscevo neppure il nome) e su come si dovrebbe comandare una petroliera tra gli iceberg, se si è inseguiti da una nave da guerra. Ovviamente si tratta di finzione e molte delle cose spiegate non sono reali, ma tutto ciò ha poca importanza. Quello che conta veramente è che ha stimolato la mia fantasia e sicuramente sarà da spunto per qualche nuova idea futura.
Insomma una lettura divertente che consiglio a chiunque.
L'unica cosa che non mi è piaciuta è il finale, che ritengo un po' eccessivo e dalle premesse catastrofiche. E io odio le storie catastrofiche. Gli autori hanno deciso di giocare sporco, gettando il sasso e nascondendo la mano. Hanno terminato la storia con una scoperta terribile, sulla quale hanno chiuso il libro. Un po' troppo comodo, no? Per questo mi sono fermata a 4 stelline.
Comunque sia ho deciso di ignorare questo difetto, in modo da non guastare il bel ricordo che ho del libro.

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Di Guest blogger (del 12/01/2013 @ 04:47:49, in Scrittura & Lettura, linkato 3981 volte)
Oggi ho il piacere di ospitare un simpatico guest post di Giulia Beyman, che parte da una riflessione ironica per mettere in evidenza un aspetto importante che uno scrittore non dovrebbe mai dimenticare quando sviluppa il protagonista della sua storia.
 
In quei momenti di riflessioni semiserie che ogni tanto capitano, soprattutto nei periodi di maggiore stress, mi sono ritrovata a pormi una domanda niente affatto secondaria sul mio lavoro di scrittrice: “Come mai finisco per uccidere sempre i mariti altrui?
Ho fatto morire il marito della protagonista della mia serie - Nora Cooper, agente immobiliare che ha il piuttosto insolito dono di comunicare con l'aldilà - durante una rapina in banca al suo esordio in “Prima di dire addio” (ma non vi dirò altro in proposito perché fa parte del giallo da svelare) e accanto a Nora, nel secondo libro, “Luce dei miei occhi”, ho messo una nuova co-protagonista, Susan Bley, neanche a dirlo, anche lei vedova, ma da diversi anni e per altri motivi che non hanno niente a che vedere con il giallo.
 
Bastano queste piccole differenze tra i due casi ad assolvermi dal duplice omicidio?
Forse no. Così, con qualche senso di colpa, per il momento mi sono imposta di non uccidere nessun altro marito nel terzo libro che sto già scrivendo, e così la co-protagonista che affiancherà Nora Cooper, la misteriosa Kelly Scott, sarà, all'inizio della storia, una donna sola. Ma per scelta questa volta, senza alcun bisogno di far fuori nessuno, per fortuna.
Ma al di là di ogni ironia, io, che come scrittrice di storie di suspense, per lavoro uccido, non ho potuto non chiedermi come mai abbia fatto fuori con tanta nonchalance ben due mariti in due libri. Un caso quasi da primato.
 
E qui, per fortuna, viene fuori la parte un po' più seria della mia riflessione. Una parte che forse può essere utile a chiunque, per lavoro o non, si debba confrontare con una storia, e quindi - soprattutto - con dei personaggi.
Perché è indubbio che ogni buona storia sia la storia del suo protagonista, e che ogni storia debba cogliere il suo protagonista in uno stato di profondo squilibrio emotivo.
Come scrive Chris Vogler nel suo fondamentale “Il viaggio dell'eroe”: “In ogni buona storia, l'eroe cresce e cambia, compiendo un cammino da un modo di essere all'altro: dalla disperazione alla speranza, dalla debolezza alla forza, dalla follia alla saggezza, dall'amore all'odio e viceversa. Sono questi percorsi emozionali che rendono la storia interessante.”
Ed è questo movimento, da uno stato emotivo all'altro, che costituisce il fulcro dell'arco di trasformazione del personaggio, indispensabile in ogni buona storia.
 
Forse non tutti gli scrittori avranno bisogno di uccidere mariti, come ho fatto io. E prometto comunque di rifarlo, in futuro, solo se strettamente necessario. Ma per chiunque ami scrivere, di qualunque genere vi occupiate, vale lo stesso consiglio. Se amate davvero il vostro protagonista, mettetelo alle strette e creategli quanti più ostacoli possibili, meglio se di grande coinvolgimento emotivo e psicologico, perché per dipanarli possa dare il meglio alla vostra storia.
E se davvero non sapete come, chiudete gli occhi, e immaginate di essere voi il vostro protagonista. Cosa vi spaventa? Di cosa avete paura? In quale situazione davvero non sapreste come reagire?
 

 

GIULIA BEYMAN è autrice di due romanzi mystery “Prima di dire addio” e “Luce dei miei occhi”, tutti e due in fase di traduzione in inglese. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura di libri, ha lavorato per diversi anni come giornalista free-lance e poi come sceneggiatrice televisiva.
Potete trovare i suoi libri su Amazon.
Potete contattare Giulia Beyman online: sul suo Blog, su Facebook e su Twitter.

Grazie mille a Giulia per il suo contributo!

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 Un libro bello e allo stesso tempo incomprensibile

Il periodo del faraone eretico, Akhenaton, è senza dubbio uno dei più affascinanti della storia egizia. A renderlo tale da una parte è la peculiarità di un faraone che sfida una civiltà già millenaria imponendo una religione monoteista, dall'altra il fatto che per vari motivi di lui non ci è giunto abbastanza per crearne un quadro completo, e forse non ci riusciremo mai. Tutto ciò ha favorito nel tempo tutto un fiorire di libri su questo particolare personaggio storico, che è tra i più famosi dell'antico Egitto, al pari, per ragioni diverse, del grande Ramses II o del giovane faraone dimenticato Tutankhamon (tra l'altro successore di Akhenaton).
Un particolare alone di mistero avvolge non solo questo faraone, ma anche la sua grande sposa reale Nefertiti, una figura evanescente e non meno ambigua del marito, il cui ruolo nel periodo amarniano della storia egizia è tuttora caratterizzato da tanti punti oscuri.
Questa sua ambiguità, il suo essere in un certo modo inafferrabile, tutto il mistero che la caratterizza vengono rispecchiati nel libro della Tesanovic, non tanto nei fatti narrati in sé, ma nel modo stesso in cui vengono narrati. All'interno di questo libro, che ho difficoltà a definire romanzo, non si racconta solo di una donna, la si cerca più che altro di disegnare con le parole, quasi fossero delle pennellate, forse nel tentativo da parte della stessa autrice di avvicinarla a sé e comprenderla. Nel farlo ci si sposta dalla regina del lontano passato a vite più recenti, che in qualche modo sembrano connesse fra di loro e a lei da uno stesso ideale. A un certo punto mi sono ritrovata in sintonia con le parole della Tesanovic, ne ho colto il valore artistico e quasi intuito il messaggio, ma proprio quando ero a un passo da apprezzarlo veramente ecco che il libro, di colpo, in maniera incomprensibile mi è parso "impazzire". Quel barlume di storia ha lasciato spazio a poesie, brevi racconti e altre composizioni solo vagamente attinenti alla donna del titolo. E lì devo ammettere che mi sono persa, alla fine addirittura arresa.
Non so quale fosse l'esatto intento dell'autrice. Ne ho ammirato la capacità evocatrice nel suo peculiare modo di narrare, l'estetica stessa della sua prosa, ma una volta conclusa la lettura mi ha semplicemente lasciato perplessa.

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