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 Giant's Causeway, Irlanda del Nord... di Carla
 

“Il fatto che le nostre specie sono nemiche non significa che anche tu e io dobbiamo esserlo.” Per caso




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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 21/10/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2511 volte)

Ambientato nel prossimo secolo, “L’isola di Gaia” si apre nello scenario quasi alieno dell’Antartide, dove in un’isola al largo della Baia di Margherita un gruppo di persone vive isolato dal resto del mondo, costantemente sottoposto a un inganno. Ignari del fatto che le percezioni dei loro sensi siano alterate, gli uomini e le donne che abitano la città di Hope pensano di essere liberi e di lavorare insieme per la sopravvivenza di quel poco di umanità rimasta sulla Terra dopo un cambiamento climatico di portata globale. Ma niente del genere è veramente accaduto e, quando qualcuno dall’esterno entrerà in contatto con due di loro, Gaia e Rivus, ciò darà l’avvio a una serie di eventi che cambierà per sempre la vita degli abitanti di Hope. Nel tentare di sventare il progetto di cui loro malgrado fanno parte, i protagonisti di questo romanzo corale diventeranno bersaglio di uno sconosciuto nemico e sveleranno al lettore la loro vera natura. Le loro vicende si intrecciano con quelle degli scienziati inglesi Gabriel Asbury ed Elizabeth Caldwell, le cui ricerche potrebbero permettere all’Agenzia Spaziale Internazionale di superare l’ultimo scoglio che impedisce all’Uomo di compiere viaggi verso altri mondi: i limiti del corpo umano, perfezionato alla vita sulla Terra. Il romanzo si svolge trentacinque anni dopo la fine della serie di “Deserto rosso”, con cui ha delle strette connessioni, ma può essere letto anche in maniera indipendente. Esso rappresenta un ingresso alternativo al ciclo dell’Aurora.
 
L’isola di Gaia” è un techno-thriller fantascientifico ascrivibile al sottogenere del cyberpunk. In esso, però, il transumanesimo e la realtà virtuale sono solo degli strumenti per raccontare, attraverso un contesto fantascientifico, come la percezione della realtà da parte delle persone possa essere distorta a tal punto da vanificare il concetto stesso di libero arbitrio. Le scelte compiute dai personaggi del romanzo, apparentemente libere, sono invece condizionate da come le loro conoscenze e il modo stesso con cui percepiscono il mondo che li circonda sono manipolati dall’esterno.
 
 
L’ISOLA DI GAIA è in offerta in ebook a 1,99 euro su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play solo fino al 31 ottobre 2016.
L’edizione acquistabile su Google Play è in ePub senza DRM e quindi leggibile su qualsiasi dispositivo (incluso Kobo e iPad).
 
È inoltre disponibile in edizione cartacea (a 11,99 euro) su Amazon e Giunti.
 
Scopri di più sul ciclo dell’Aurora su www.desertorosso.net.
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Di Carla (del 18/10/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1778 volte)

 Distopia e miti greci
 
Mi sono imbattuta in questo libro per caso, mentre ero in cerca di una lettura diversa dal solito, e mi ha subito incuriosito la cura con cui era scritta la sinossi.
Si tratta di un romanzo dalla spiccata originalità della trama, sviluppata in un contesto distopico che unisce elementi moderni alla mitologia greca. È evidente come l’autrice sia un’appassionata di questo argomento e ne fa grande sfoggio senza mai scadere nell’info dump né annoiare.
L’aspetto romantico della storia è marginale e questo a mio parere è un enorme punto a favore, poiché la trama possiede già in sé tutti gli elementi che servono per renderla appassionante. Dare più spazio a questo aspetto, in questo libro, sarebbe stata una forzatura. A ciò si accompagna un’ottima prosa e la presenza di pochissimi refusi (credo di aver notato solo qualche virgola fuori posto).
Non ho però dato il massimo della valutazione e ciò dipende da una serie di motivi, a iniziare dal fatto che ho trovato il ritmo un po’ troppo lento.
Un altro aspetto che mi ha spesso distratto durante la lettura è l’assenza del soggetto nelle attribuzioni di dialogo e nelle linee d’azione inserite all’interno del dialogo (la cui funzione sarebbe anche quella di identificare chi parla), quando nella stessa scena ci sono due personaggi che parlano. Ciò crea confusione, poiché, essendo il libro in terza persona, non si sa esattamente chi stia parlando o agendo. Affidarsi alla memoria del lettore va benissimo se c’è un semplice botta e risposta, ma in caso contrario è proprio necessario inserire come soggetto il nome del personaggio o un pronome che permetta di identificarlo.
Ho notato, inoltre, un’eccessiva ripetizione delle stesse azioni (puntare gomiti, arcuare sopraccigli e simili) lungo tutto il romanzo.
Infine, ho la sensazione che il finale sospeso non sia preceduto da un climax abbastanza potente in grado di dare un senso di chiusura al romanzo e sopperire al fatto di averlo terminato con un cliffhanger, senza che il secondo libro sia già disponibile.
Nonostante ciò, sono rimasta molto ben impressionata da quest’opera, che è senza dubbio un ottimo esempio della capacità del self-publishing di proporre trame e temi originali, e di farlo con dei prodotti editoriali di qualità, sia come forma che contenuto.
Dietro quello pseudonimo si cela una scrittrice che sa davvero il fatto suo.
 
Oblivion. La ladra di memorie (Kindle e brossura) su Amazon.it.
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Di Carla (del 12/10/2016 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 2820 volte)
Foto di Eluveitie, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18828599
Situato nella zona nord-occidentale di Londra e quasi completamente attraversato da Portobello Road, Notting Hill è senza dubbio uno dei quartieri più affascinanti e famosi della capitale britannica. Non a caso è la location di numerosi romanzi e film. Tra questi ultimi il più noto è senza dubbio la commedia romantica del 1999 che porta lo stesso nome del quartiere (“Notting Hill”) interpretata da Hugh Grant e Julia Roberts.
Si tratta ovviamente di una meta dei turisti, ma molto frequentata dagli stessi londinesi, grazie all’abbondanza di negozi di marca, in particolare in Westbourne Grove, e ai numerosissimi pub e ristoranti.
 
La sua via più caratteristica è Portobello Road, che con le sue facciate colorate (foto sotto di Albeins) ospita il famoso mercatino dell’antiquariato e di cibi freschi. Qui si trovano inoltre alcune location utilizzate durante il Portobello Film Festival, un festival internazionale del cinema indipendente fondato nel 1996 in cui ogni anno vengono proiettati per la prima volta oltre 700 film. E sempre in questa via è vissuto George Orwell (foto sopra di Eluveitie).
 
A partire dal 1966 ogni anno in agosto il quartiere è inoltre teatro del Notting Hill Carnival, una vera e propria festa caraibica in costume che si riversa nelle strade, attirando milioni di persone, e che rappresenta uno dei più grandi festival di strada del mondo. L’evento passa attraverso la parte centrale di Westbourne Grove.
 
Foto di Albeins, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3533353
 
Come si può intuire dal nome, Notting Hill sorge su una collinetta, che raggiunge la sua sommità in mezzo a Ladbroke Grove. Non ha però dei confini ufficiali. È situato all’interno del Royal Borough of Kensington and Chelsea, ma è nei pressi del confine con la City of Westminster, quindi a due passi dalla stazione ferroviaria di Paddington e non molto lontano da numerose altre attrattive del centro di Londra.
Ma, se non si vuole andare a piedi, è possibile raggiungere una delle cinque stazioni della metropolitana che si trovano al suo interno: Kensal Green, Westbourne Park, Ladbroke Grove, Latimer Road e Notting Hill Gate.
 
Foto da: http://www.facebook.com/negozioclassica/Quella che viene considerata la zona chiave di Notting Hill è North Kensington, caratterizzata da un costante rinnovo della popolazione, in gran parte costituita da immigrati, che ne fanno una delle aree più cosmopolite del mondo. È qui che si sono verificati gli atti più violenti delle rivolte raziali di Notting Hill del 1958, ma è anche qui che è iniziato il suo carnevale e sono state girate la maggior parte delle scene del film con Grant e la Roberts.
 
Tra i numerosi e rinomati locali di Notting Hill ce n’è uno in particolare: un ristorante italiano chiamato Negozio Classica (foto accanto presa dalla pagina Facebook), anche se il nome in italiano non suona affatto bene e non si capisce cosa voglia dire. È incastrato in un edificio ad angolo tra Portobello Road e Westbourne Grove ed è caratterizzato da una facciata rossa dotata di vetrina su entrambe le pareti, da cui è possibile vedere l’interno del locale e i suoi avventori, ma anche all’esterno sono sistemati diversi tavoli. Si tratta più precisamente di una vineria, dove però è anche possibile mangiare dei piatti della cucina toscana.
 
Il ristorante Negozio Classica fa la sua apparizione nel secondo libro della trilogia del detective Shaw, “Sindrome”, in una scena in cui Eric Shaw pranza con la sua amica Catherine Foulger e discute con lei di alcuni fatti gravi (malesseri misteriosi e un tentato omicidio) avvenuti nell’Ospedale St Nicholas (che nella realtà non esiste). I piatti citati nella scena sono effettivamente presenti nel menù del locale, o almeno lo erano fino a qualche tempo fa, ma i due personaggi non hanno modo di gustarli a dovere, visto che la loro conversazione sfocia in un litigio. Il nome del ristorante non è in realtà riportato nella scena, sebbene la sua descrizione e i dettagli relativi alla sua posizione ne permettano una facile identificazione. Comunque viene poi nominato più avanti nel libro.
 
Il locale apre alle 15.30, quindi in teoria la gente non va lì precisamente per pranzare. Infatti mi sono presa una licenza, ma il locale era così carino che volevo proprio ambientarci una scena. Inoltre sappiamo bene che Eric è sempre così assorbito dal proprio lavoro che si ritrova spesso a mangiare in orari non convenzionali, quando si ricorda di farlo, per cui magari ci è andato poco dopo l’apertura. Chissà!
Non sono mai stata in questo locale, ma Eric pensa che si mangi bene, perciò credo che sarà una delle mete del mio prossimo viaggio a Londra.
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Di Carla (del 10/10/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2540 volte)

Vi ricordate il capitolo finale di “Deserto rosso”?
Abbiamo lasciato i protagonisti della serie a Londra e a Ophir, mentre assistevano alla nascita di un nuovo programma spaziale chiamato Aurora.
Ne “L’isola di Gaia”, ambientato 35 anni dopo, abbiamo conosciuto nuovi personaggi e nuove vicende, che rappresentano un ingresso alternativo in questo ciclo di libri. Alla fine abbiamo scoperto come si è effettivamente evoluto il programma Aurora e incontrato di nuovo due dei personaggi principali della serie marziana.
 
Il 30 novembre 2016, invece, ritorneremo su Marte, e sulla Terra del futuro, per scoprire cosa è accaduto in una parte di quei 35 anni.
Ritroveremo Melissa, Anna, Hassan e Jan, insieme ad altri personaggi di “Deserto rosso”. A loro si uniranno anche due personaggi già visti ne “L’isola di Gaia”.
 
E poi ci sarà lei, CUSy, che tutti chiamano Susy, l’intelligenza artificiale che veglia sulla vita degli abitanti di Marte.
È solo un software la cui personalità scaturisce da un codice informatico.
Ma è davvero soltanto un software? O è qualcosa di più?
 
Dovrete attendere ancora un po’ per scoprirlo, ma nel frattempo potete preordinare l’ebook di “Ophir. Codice vivente” al prezzo speciale di 2,99 euro su Amazon, Giunti Al Punto, Kobo, iTunes, Google PlayLaFeltrinelli e Mondadori Store.
 
L’ebook è senza DRM.
L’offerta è valida solo per l’Italia e il prezzo rimarrà bloccato dopo l’uscita solo fino all’11 dicembre. A partire dal 12 dicembre salirà a 3,49 euro.
 
Prenotate la vostra copia adesso e preparatevi ad ammirare il deserto rosso di Marte attraverso gli occhi di Melissa.
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Di Carla (del 07/10/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1626 volte)

 I fantasmi non esistono?
 
Con Matheson non so mai cosa aspettarmi. Si muove liberamente tra i generi del fantastico, proponendo storie sempre fuori dagli schemi. Questo, rispetto ad altri libri suoi che ho letto, si differenza per la mancanza di un vero protagonista intorno a cui gira tutta la vicenda. Si tratta infatti di un romanzo corale che rientra pienamente nei canoni dell’horror, in cui uno per uno i personaggi che sembrano avere un ruolo primario muoiono, lasciandone sono uno o due alla fine. A ciò si aggiunge il paranormale che ritorna spesso nelle sue opere e che qui viene affrontato ancora una volta in maniera originale.
Nel complesso si tratta di un romanzo che pare quasi contemporaneo, poiché non ha paura di mettere insieme l’elemento violento, scabroso e blasfemo, nonostante i quarant’anni passati da quando è stato scritto.
La trama è coinvolgente, soprattutto in alcuni passaggi. La suddivisione delle scene tramite l’indicazione dell’orario, quindi senza capitoli, invoglia la lettura e incrementa l’effetto ansiogeno.
Purtroppo l’edizione che ho letto presenta una traduzione molto datata, anche se non inficia più di tanto la percezione della contemporaneità dell’opera, una volta che ci si abitua al linguaggio, ma ovviamente annulla l’illusione. A ciò si aggiunge un finale classico da storia dell’orrore che è abbastanza prevedibile e lascia un po’ con l’amaro in bocca.
 
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Di Carla (del 06/10/2016 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 3107 volte)

I parchi reali sono tra i posti più suggestivi di Londra. Alcuni di questi sono situati nel centro della capitale britannica, eppure se si passeggia al loro interno si perde la percezione del brulicare di persone e automobili che si trovano a poche centinaia di metri di distanza. Immersi nel verde, tra i fiori e i corsi d’acqua, non si vede né si sente il vicino caos metropolitano. A infrangere l’illusione di trovarsi in un territorio selvaggio sono i vialetti, i prati e le piante curate, le statue e le meravigliose fontane.
 
Tra queste sono particolarmente belle quelle che si trovano negli Italian Gardens, situati nel punto in cui i Kensington Gardens confinano con Hyde Park, a nord del bacino Long Water. Ci si può arrivare tramite l’ingresso denominato Lancaster Gate, che è vicino all’omonima fermata della metropolitana.
 
 
Costruiti nel 1861, si dice che siano stati un regalo del Principe Alberto alla Regina Vittoria. I giardini sono costituiti da quattro vasche di marmo di Carrara, adornate da fontane, statue e urne. A nord delle vasche c’è la Pump House, che un tempo conteneva il motore a vapore che faceva funzionare le fontane. E il pilastro che spunta dal tetto altro non è che un fumaiolo. Le vasche ospitano dei bellissimi cigni che si lasciano osservare con noncuranza dai londinesi e dai turisti che vi passeggiano accanto o si siedono sulle panchine situate tutto intorno.
Gli Italian Gardens sono apparsi anche in famosi film come “Che Pasticcio, Bridget Jones!”.
 
 
Spostandosi verso est, inizia l’immenso Hyde Park, con una superficie totale di 253 ettari, divisa in due dal Serpentine Lake. La sue dimensioni sono tali che è davvero facile perdere il senso dell’orientamento, se non si seguono le indicazioni e le mappe distribuite in numerosi cartelli al suo interno.
Esso contiene numerosi luoghi di interesse turistico, a iniziare dai due archi trionfali situati a sud-est e nord-est: Wellington Arch e Marble Arch. Nei pressi di quest’ultimo c’è lo Speakers’ Corner, dove le persone soprattutto nel fine settimana tengono ancora dei discorsi per esprimere le proprie opinioni. A sud si trova il monumento in memoria di Lady Diana e a sud-est quello alle vittime dell’Olocausto e degli attentati a Londra del 7 luglio 2005. Sempre a sud-est è situato il Rose Garden, che è particolarmente bello da vedere all’inizio dell’estate.
 
Il parco è anche l’unico a essere controllato dalla Polizia Metropolitana che ha una sua stazione all’interno. Vi si trovano anche sdraio e ombrelloni, un centro sportivo dedicato al tennis, servizi di affitto imbarcazioni, locali commerciali, bar, altri campi sportivi e parchi giochi. Inoltre il parco è spesso teatro di importanti concerti rock e pop, da The Rolling Stones, Pink Floyd, fino a Madonna. In esso, in particolare, è stato tenuto uno dei concerti più famosi dei Queen nel 1976 con 225.000 spettatori.
Hyde Park è stato anche una delle sedi dei Giochi Olimpici di Londra del 2012.
 
Gli Italian Gardens e Hyde Park fanno la loro apparizione nel secondo libro della trilogia del detective Eric Shaw, “Sindrome”. Una giovane prostituta si accorge di essere seguita da un uomo per il quale ha fatto un piccolo lavoretto illegale e si nasconde nei pressi della Pump House degli Italian Gardens, poi scappa verso Hyde Park, diretta a un parco giochi, per chiedere aiuto, ma presto troverà la morte. Più tardi vediamo Adele Pennington, Jane Hall e Miriam Leroux sulla scena del crimine, in cui Adele scorge qualcuno che potrebbe essere il sospettato.
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Di Carla (del 30/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1988 volte)

 Il poliziotto corrotto
 
Un’altra bella storia complessa per il secondo libro della serie di Bosch.
Anche se ritroviamo lo stesso personaggio incasinato del primo, non c’è vera episodicità, poiché solo grazie alla lettura del primo libro lo si può capire a fondo.
Bosch è di ritorno dalla vacanza presa dopo il primo caso e adesso si avvicina il periodo natalizio, causa per lui di ulteriore depressione. Tutta la storia si svolge in pochi rocamboleschi giorni. C’è anche un breve accenno, senza fare il nome, a un personaggio del libro precedente, che, a quanto pare, tornerà nel successivo.
Stavolta l’argomento è il traffico di droga attraverso il confine col Messico e i suoi legami con la polizia. Le atmosfere mi hanno ricordato il film “Sicario”. Connelly ti mette davanti agli occhi tutti gli elementi, ma ti distrae con tanti e tali dettagli (bellissime le descrizioni e riflessioni su Los Angeles, come pure quelle sulle due città di confine: hai proprio l’impressione di sentirti lì) che ti accorgi dell’ovvio solo alla fine, quando te lo sbatte davanti quasi di soppiatto.
Non manca la parentesi romantica, sebbene come sempre sottesa da una certa malinconia e disperazione.
Mi è piaciuta la risoluzione della storia in cui il protagonista decide di non seguire le regole e il finale aperto sulla vita di Bosch.
Non vedo l’ora di leggere il successivo.

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Di Carla (del 28/09/2016 @ 15:49:46, in Cinema, linkato 2694 volte)

Siccome è un film tratto da un videogioco le mie aspettative non erano altissime. Ho deciso di vederlo, perché i film d’azione con alto tasso di morti ammazzati sono divertenti e questo, in particolare, vede il confronto tra due attori interessanti: Rupert Friend, che ho già apprezzato in “Homeland”, e Zachary Quinto, che da luglio si è installato in pianta stabile sullo sfondo del mio computer nelle vesti di Spock.
 
Friend è già avvezzo al ruolo di killer. In “Homeland” era un agente operativo della CIA che più di una volta era stato inviato a uccidere qualche obiettivo strategico. La sua espressione glaciale, che in “Hitman: Agent 47” viene accentuata dalla rasatura dei capelli e l’abbigliamento impeccabile, gli conferisce l’aspetto di assassino programmato e quindi privo di emozioni. Di certo non è in questo ruolo che possiamo apprezzare al meglio le sue abilità recitative, ma nei panni dell’agente 47 è assolutamente perfetto.
 
Quinto, che qui si ritrova a interpretare il ruolo dell’antagonista John Smith, per quanto il film in sé non richieda particolari doti recitative, mostra comunque la propria bravura. Il suo personaggio modifica il proprio atteggiamento nell’arco del film e Quinto riesce a rimarcare questo cambiamento, dandoci quasi l’impressione di trovarci di fronte a un nuovo personaggio. Gli basta davvero poco. La sua espressività è tale che una minima alterazione nelle linee del volto e nello sguardo gli conferiscono un’immagine completamente diversa agli occhi dello spettatore.
 
Spettacolari sono gli scontri, spesso a mani nude, tra i due, tanto che quasi senti dolore al loro posto per quante ne prendono o per i voli che fanno. Ovviamente se la cavano al massimo con qualche graffio. Per non parlare poi delle sparatorie perfettamente coreografate. In entrambi in casi mi sono ritrovata più volte a ridere da sola per quanto fossero divertenti.
 
 
Il film include anche un terzo personaggio principale, Katia van Dees, interpretata da Hannah Ware, ma devo ammettere che (forse perché io sono donna) ho appena notato la sua presenza!
 
È chiaro che non stiamo parlando di un film che pretende di apparire minimamente plausibile. È la trasposizione di un videogioco e ne ricalca il suo essere sopra le righe, ma a ciò si aggiungono ottimi effetti speciali che conferiscono una notevole realisticità alle dinamiche delle scene, anche quelle più splatter, senza provocare, però, alcuna particolare forma di orrore o disgusto, proprio come avviene nei videogiochi, poiché mantengono chiaro nella mente di chi le guarda che ci troviamo nell’ambito della finzione.
 
Hitman: Agent 47” è il secondo film della serie “Hitman”. Il primo, “Hitman - L’assassino”, è uscito nel 2007. Ma potrebbe non essere l’ultimo. Un indizio a questo proposito è dato dalla piccola scena incastrata all’interno dei titoli di coda, ma non vi dico altro per evitare di rovinarvi la sorpresa.
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Di Carla (del 23/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2192 volte)

 La resa dei conti di Bourne
 
Sontuoso finale della trilogia. Sebbene intricatissima, la trama è meno difficile da seguire di quella del primo e del secondo libro. Forse questo aspetto potrebbe essere considerato una mancanza, in base a quelli che sono i miei gusti personali (preferisco dover fare un po’ di fatica a seguire la trama di un libro), ma è compensata dall’abbondanza di eventi e dall’imprevedibilità della storia.
Credo che tra i tre libri il migliore sia il secondo, ma sono tutti di altissimo livello. E, soprattutto, creano dipendenza. Mi è spiaciuto dover rallentare la lettura per carenza di tempo e ciò mi ha impedito di godere appieno del romanzo.
Qui Ludlum dà fondo a tutta la sua inventiva, moltiplicando i luoghi e le scene d’azione. Lo scontro finale con lo Sciacallo e soprattutto il luogo dove avviene sono epici.
Peccato che il personaggio di Marie intervenga solo nella parte centrale del libro e che non sia coinvolto nella scena che rappresenta il climax del romanzo, ma riappaia solo nell’epilogo.
Quest’ultimo è un po’ malinconico. Anche se so che ci sono altri libri su Bourne, so anche che non sono veramente scritti da Ludlum, che aveva deciso di terminare qui la sua storia.
Ancora una volta noto che Ludlum non usa mai termini volgari, ma in compenso abbondano le bestemmie. Tutti i personaggi invocano invano Dio e Gesù nei modi più vari. Ciò rappresenterebbe una sorta di difetto, poiché riduce la caratterizzazione dei personaggi stessi (in quanto hanno tutti lo stesso modo di imprecare), ma allo stesso tempo è un suo marchio di fabbrica, come pure l’uso continuo dell’esclamazione “follia!” o “pazzia!”.
Stendiamo un velo pietoso sulla traduzione. A parte virgole e congiuntivi a caso, i refusi abbondano. Alcune frasi non hanno senso, poiché di certo qualche termine è stato tradotto in maniera errata. I personaggi, invece che girare su se stessi, piroettano, rendendo certe scene involontariamente comiche (mi immagino Bourne che balla!). Come avevo già commentato per il libro precedente, sarebbe proprio il caso che la Rizzoli facesse revisionare questi libri e pubblicasse delle vere e proprie nuove edizioni. Non c’è rispetto verso il lettore, se a distanza di decenni si insiste a usare gli stessi master di stampa per risparmiare spacciandoli per nuove edizioni.
Consiglio la lettura di questo libro (e di tutta la trilogia) quando si ha almeno un’ora da dedicargli al giorno, per non perdere il ritmo.
 
The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello sciacallo (Kindle, brossura) su Amazon.it.
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Anna è partita all’alba.
Si è addentrata nel deserto marziano, da sola.
Dove sta andando?
Quale segreto nasconde?
 
La storia di “Deserto rosso”, ambientata in un prossimo futuro, racconta le vicende di un gruppo di persone che, a trent’anni di distanza dal precedente tentativo fallito di raggiungere il pianeta rosso, ha accettato di consacrare il resto della propria vita all’esplorazione di Marte, divenendone i primi colonizzatori e scrivendo il proprio nome nella storia. Il primo libro, “Punto di non ritorno”, si apre a più di mille giorni dopo l’arrivo sul pianeta e si concentra sulla figura dell’esobiologa svedese Anna Persson, che una mattina prima dell’alba lascia di nascosto la struttura abitativa e si addentra da sola nel freddo deserto marziano con un rover pressurizzato, portando con sé provviste e aria per appena due giorni. Il suo sembra essere un gesto suicida. Ma, nel procedere in questo suo viaggio, Anna inizia a scavare nella propria memoria, riportando alla mente gli eventi che l’hanno condotta fino a quel punto, cosa e chi si è lasciata alle spalle, e lasciandoci intravedere le motivazioni del proprio gesto.
 
Deserto rosso - Punto di non ritorno” è una storia di fantascienza che permette al lettore di immaginarsi tra la polvere e le rocce di Marte, tra le sue enormi pianure e insidiosi canyon, conteso tra il desiderio di esplorare e quello di sopravvivere. Ma è anche la storia di una donna egoista e allo stesso tempo insicura che, pur avendo fatto delle scelte controverse, ha continuato ostinatamente ad andare avanti, senza pentirsene, fino a rischiare la propria vita, pur di dimostrare a sé stessa e agli altri che quest’ultima era destinata ad avere uno scopo più grande. Il suo lato oscuro emerge lentamente veicolato dai suoi ricordi, mentre affronta a viso aperto l’ignoto di un pianeta maledetto, che continua a portarsi via, in un modo o nell’altro, le vite di chi cerca di scoprirne i segreti. Filtrati dalle sue emozioni incostanti e dai suoi radicati pregiudizi, i fatti pian piano vengono mostrati agli occhi del lettore, coinvolgendolo in un’alternanza fra ricordi e presente in un graduale crescendo che lo accompagna fino all’epilogo, dal quale scaturirà il resto della serie.
 
 
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La morte è soltanto il principio
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