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 Il mare de La Pelosa a Stintino... di Carla
 

“Omettere di dire la verità è come mentire.”
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 30/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1274 volte)

 Il poliziotto corrotto
 
Un’altra bella storia complessa per il secondo libro della serie di Bosch.
Anche se ritroviamo lo stesso personaggio incasinato del primo, non c’è vera episodicità, poiché solo grazie alla lettura del primo libro lo si può capire a fondo.
Bosch è di ritorno dalla vacanza presa dopo il primo caso e adesso si avvicina il periodo natalizio, causa per lui di ulteriore depressione. Tutta la storia si svolge in pochi rocamboleschi giorni. C’è anche un breve accenno, senza fare il nome, a un personaggio del libro precedente, che, a quanto pare, tornerà nel successivo.
Stavolta l’argomento è il traffico di droga attraverso il confine col Messico e i suoi legami con la polizia. Le atmosfere mi hanno ricordato il film “Sicario”. Connelly ti mette davanti agli occhi tutti gli elementi, ma ti distrae con tanti e tali dettagli (bellissime le descrizioni e riflessioni su Los Angeles, come pure quelle sulle due città di confine: hai proprio l’impressione di sentirti lì) che ti accorgi dell’ovvio solo alla fine, quando te lo sbatte davanti quasi di soppiatto.
Non manca la parentesi romantica, sebbene come sempre sottesa da una certa malinconia e disperazione.
Mi è piaciuta la risoluzione della storia in cui il protagonista decide di non seguire le regole e il finale aperto sulla vita di Bosch.
Non vedo l’ora di leggere il successivo.

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Di Carla (del 28/09/2016 @ 15:49:46, in Cinema, linkato 1908 volte)

Siccome è un film tratto da un videogioco le mie aspettative non erano altissime. Ho deciso di vederlo, perché i film d’azione con alto tasso di morti ammazzati sono divertenti e questo, in particolare, vede il confronto tra due attori interessanti: Rupert Friend, che ho già apprezzato in “Homeland”, e Zachary Quinto, che da luglio si è installato in pianta stabile sullo sfondo del mio computer nelle vesti di Spock.
 
Friend è già avvezzo al ruolo di killer. In “Homeland” era un agente operativo della CIA che più di una volta era stato inviato a uccidere qualche obiettivo strategico. La sua espressione glaciale, che in “Hitman: Agent 47” viene accentuata dalla rasatura dei capelli e l’abbigliamento impeccabile, gli conferisce l’aspetto di assassino programmato e quindi privo di emozioni. Di certo non è in questo ruolo che possiamo apprezzare al meglio le sue abilità recitative, ma nei panni dell’agente 47 è assolutamente perfetto.
 
Quinto, che qui si ritrova a interpretare il ruolo dell’antagonista John Smith, per quanto il film in sé non richieda particolari doti recitative, mostra comunque la propria bravura. Il suo personaggio modifica il proprio atteggiamento nell’arco del film e Quinto riesce a rimarcare questo cambiamento, dandoci quasi l’impressione di trovarci di fronte a un nuovo personaggio. Gli basta davvero poco. La sua espressività è tale che una minima alterazione nelle linee del volto e nello sguardo gli conferiscono un’immagine completamente diversa agli occhi dello spettatore.
 
Spettacolari sono gli scontri, spesso a mani nude, tra i due, tanto che quasi senti dolore al loro posto per quante ne prendono o per i voli che fanno. Ovviamente se la cavano al massimo con qualche graffio. Per non parlare poi delle sparatorie perfettamente coreografate. In entrambi in casi mi sono ritrovata più volte a ridere da sola per quanto fossero divertenti.
 
 
Il film include anche un terzo personaggio principale, Katia van Dees, interpretata da Hannah Ware, ma devo ammettere che (forse perché io sono donna) ho appena notato la sua presenza!
 
È chiaro che non stiamo parlando di un film che pretende di apparire minimamente plausibile. È la trasposizione di un videogioco e ne ricalca il suo essere sopra le righe, ma a ciò si aggiungono ottimi effetti speciali che conferiscono una notevole realisticità alle dinamiche delle scene, anche quelle più splatter, senza provocare, però, alcuna particolare forma di orrore o disgusto, proprio come avviene nei videogiochi, poiché mantengono chiaro nella mente di chi le guarda che ci troviamo nell’ambito della finzione.
 
Hitman: Agent 47” è il secondo film della serie “Hitman”. Il primo, “Hitman - L’assassino”, è uscito nel 2007. Ma potrebbe non essere l’ultimo. Un indizio a questo proposito è dato dalla piccola scena incastrata all’interno dei titoli di coda, ma non vi dico altro per evitare di rovinarvi la sorpresa.
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Di Carla (del 23/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1292 volte)

 La resa dei conti di Bourne
 
Sontuoso finale della trilogia. Sebbene intricatissima, la trama è meno difficile da seguire di quella del primo e del secondo libro. Forse questo aspetto potrebbe essere considerato una mancanza, in base a quelli che sono i miei gusti personali (preferisco dover fare un po’ di fatica a seguire la trama di un libro), ma è compensata dall’abbondanza di eventi e dall’imprevedibilità della storia.
Credo che tra i tre libri il migliore sia il secondo, ma sono tutti di altissimo livello. E, soprattutto, creano dipendenza. Mi è spiaciuto dover rallentare la lettura per carenza di tempo e ciò mi ha impedito di godere appieno del romanzo.
Qui Ludlum dà fondo a tutta la sua inventiva, moltiplicando i luoghi e le scene d’azione. Lo scontro finale con lo Sciacallo e soprattutto il luogo dove avviene sono epici.
Peccato che il personaggio di Marie intervenga solo nella parte centrale del libro e che non sia coinvolto nella scena che rappresenta il climax del romanzo, ma riappaia solo nell’epilogo.
Quest’ultimo è un po’ malinconico. Anche se so che ci sono altri libri su Bourne, so anche che non sono veramente scritti da Ludlum, che aveva deciso di terminare qui la sua storia.
Ancora una volta noto che Ludlum non usa mai termini volgari, ma in compenso abbondano le bestemmie. Tutti i personaggi invocano invano Dio e Gesù nei modi più vari. Ciò rappresenterebbe una sorta di difetto, poiché riduce la caratterizzazione dei personaggi stessi (in quanto hanno tutti lo stesso modo di imprecare), ma allo stesso tempo è un suo marchio di fabbrica, come pure l’uso continuo dell’esclamazione “follia!” o “pazzia!”.
Stendiamo un velo pietoso sulla traduzione. A parte virgole e congiuntivi a caso, i refusi abbondano. Alcune frasi non hanno senso, poiché di certo qualche termine è stato tradotto in maniera errata. I personaggi, invece che girare su se stessi, piroettano, rendendo certe scene involontariamente comiche (mi immagino Bourne che balla!). Come avevo già commentato per il libro precedente, sarebbe proprio il caso che la Rizzoli facesse revisionare questi libri e pubblicasse delle vere e proprie nuove edizioni. Non c’è rispetto verso il lettore, se a distanza di decenni si insiste a usare gli stessi master di stampa per risparmiare spacciandoli per nuove edizioni.
Consiglio la lettura di questo libro (e di tutta la trilogia) quando si ha almeno un’ora da dedicargli al giorno, per non perdere il ritmo.
 
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Anna è partita all’alba.
Si è addentrata nel deserto marziano, da sola.
Dove sta andando?
Quale segreto nasconde?
 
La storia di “Deserto rosso”, ambientata in un prossimo futuro, racconta le vicende di un gruppo di persone che, a trent’anni di distanza dal precedente tentativo fallito di raggiungere il pianeta rosso, ha accettato di consacrare il resto della propria vita all’esplorazione di Marte, divenendone i primi colonizzatori e scrivendo il proprio nome nella storia. Il primo libro, “Punto di non ritorno”, si apre a più di mille giorni dopo l’arrivo sul pianeta e si concentra sulla figura dell’esobiologa svedese Anna Persson, che una mattina prima dell’alba lascia di nascosto la struttura abitativa e si addentra da sola nel freddo deserto marziano con un rover pressurizzato, portando con sé provviste e aria per appena due giorni. Il suo sembra essere un gesto suicida. Ma, nel procedere in questo suo viaggio, Anna inizia a scavare nella propria memoria, riportando alla mente gli eventi che l’hanno condotta fino a quel punto, cosa e chi si è lasciata alle spalle, e lasciandoci intravedere le motivazioni del proprio gesto.
 
Deserto rosso - Punto di non ritorno” è una storia di fantascienza che permette al lettore di immaginarsi tra la polvere e le rocce di Marte, tra le sue enormi pianure e insidiosi canyon, conteso tra il desiderio di esplorare e quello di sopravvivere. Ma è anche la storia di una donna egoista e allo stesso tempo insicura che, pur avendo fatto delle scelte controverse, ha continuato ostinatamente ad andare avanti, senza pentirsene, fino a rischiare la propria vita, pur di dimostrare a sé stessa e agli altri che quest’ultima era destinata ad avere uno scopo più grande. Il suo lato oscuro emerge lentamente veicolato dai suoi ricordi, mentre affronta a viso aperto l’ignoto di un pianeta maledetto, che continua a portarsi via, in un modo o nell’altro, le vite di chi cerca di scoprirne i segreti. Filtrati dalle sue emozioni incostanti e dai suoi radicati pregiudizi, i fatti pian piano vengono mostrati agli occhi del lettore, coinvolgendolo in un’alternanza fra ricordi e presente in un graduale crescendo che lo accompagna fino all’epilogo, dal quale scaturirà il resto della serie.
 
 
DESERTO ROSSO - PUNTO DI NON RITORNO è in offerta in ebook a 49 centesimi su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play solo fino al 30 settembre 2016.
L’edizione acquistabile su Google Play è in ePub senza DRM e quindi leggibile su qualsiasi dispositivo (incluso Kobo e iPad).
 
È inoltre disponibile in edizione cartacea (a 4,99 euro) su Amazon e Giunti.
 
Scopri di più sulla serie di “Deserto rosso” e il ciclo dell’Aurora su www.desertorosso.net.
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Di Carla (del 16/09/2016 @ 09:30:00, in Varie, linkato 1013 volte)
È stata una intensa estate nel mio blog. Per circa due mesi e mezzo ho pubblicato cinque articoli alla settimana, che sono stati letti da molti di voi che erano in vacanza (o lavoravano). Dedicarsi così completamente a queste pagine è stata un’esperienza interessante, ma dispendiosa in fatto di tempo. Da oggi fino alla fine dell’anno la scrittura dei miei libri pretende la mia attenzione, per cui ridurrò la frequenza dei post, ma continuerò comunque a portare avanti le serie di articoli inaugurate nei mesi passati.
 
Intanto, però, faccio un riassunto degli articoli pubblicati nelle ultime quattro settimane, per darvi la possibilità di recuperare quelli che avete perso.
Per quelli pubblicati tra luglio e il 12 agosto, vi rimando all’articolo di Ferragosto.
 
 
Per la serie Scena del crimine, che mette a confronto le scienze forensi nella realtà e nella finzione, vi ho proposto due nuovi articoli:
 
Per la serie Luoghi dei romanzi, che racconta le location in cui si svolgono i miei libri, ci troviamo ancora nella capitale britannica mostrata nei primi due libri della trilogia del detective Eric Shaw (“Il mentore” e “Sindrome”):
 
Per la serie Autori preferiti ho solo un articolo da proporvi, quello dedicato al mio autore preferito in assoluto: Thomas Harris: il padre di Hannibal Lecter.
 
 
Nel blog in questo mese mi sono anche occupata di serie TV e ve ne ho presentato due fra quelle che seguo oppure ho seguito, entrambe con un taglio investigativo, ma con approcci completamente opposti (scienza e paranormale):
 
Infine nell’ultimo mese ho ripreso ad andare al cinema e a guardare qualche film in TV e ciò ha ispirato altri tre articoli dedicati ad altrettanti film che mi sono piaciuti:
 
In chiusura vi segnalo anche le recensioni che ho pubblicato da luglio a oggi (tra parentesi trovate il mio voto). Magari tra queste individuerete una delle vostre prossime letture:
 
Auguro a tutti voi di iniziare al meglio questo autunno!
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Di Carla (del 15/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1767 volte)

 Viaggio attraverso paesaggi mentali inimmaginabili
 
Ho affrontato questo libro di Dario Tonani con qualche incertezza, poiché si tratta di un’antologia di scritti di varie dimensioni inseriti nella stessa ambientazione e in parte collegati fra loro.
La prima parte è chiaramente una raccolta di racconti separati, ognuno dei quali tende a essere deprimente e a finire in maniera tragica. Non è stato per me un buon approccio, poiché non amo i racconti, in quanto per ovvi motivi non permettono di sviluppare delle trame approfondite, e nel contempo non amo lo storie tristi che finiscono male. La seconda parte, invece, mi è piaciuta molto di più. Si tratta, infatti, di una sorta di storia e puntate, ognuna delle quali termina con un buon cliffhanger.
La prosa di Tonani è audace e ricercata, ed è accompagnata da un world building immaginifico di altissimo livello. Il ritmo sincopato trasmette alla perfezione gli stati d’animo dei personaggi e facilita l’immedesimazione in essi. La trama nel suo complesso è caratterizzata da un’originalità assoluta, che mescola elementi fantascientifici e horror, e mostra la grande fantasia dell’autore. La presenza di inattesi colpi di scena la rendono imprevedibile.
Il linguaggio volutamente complicato richiede un’enorme concentrazione nella lettura. Di solito questo è un aspetto che amo, ma non necessariamente quando è dovuto al linguaggio in sé (preferisco che sia la complessità della trama a farmi concentrare e non il modo in cui viene narrata). Talvolta ho avuto difficoltà a visualizzare ciò che i personaggi stavano vivendo, perché mi distraevo a causa della concomitante presenza di un mondo completamente lontano dalla realtà e di una prosa complessa. Diciamo che non è una lettura riposante, però è un ottimo esercizio per chi scrive o per chi in generale ama sfidare la propria dimestichezza con la parola scritta, poiché lo stile di Tonani ti si attacca addosso, stimolando la tua creatività linguistica con conseguenze che si trascinano anche dopo aver raggiunto la fine del libro.
Quando leggo un libro, sento la necessità di legarmi a un personaggio in particolare e in questo caso si è trattato del mechardionico Asur. Visto il modo in cui la storia si è conclusa (con un finale aperto, che è un qualcosa che apprezzo parecchio), sarò curiosa di leggere il seguito, a patto che sia un vero e proprio romanzo.
 
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Di Carla (del 14/09/2016 @ 09:30:00, in Cinema, linkato 2184 volte)

Come sarà capitato a molti di voi, ho avuto modo di conoscere per la prima volta la bravura di Jean Dujardin grazie alla sua interpretazione di George Valentin in “The Artist”, che gli è valsa il premio Oscar come miglior attore protagonista nel 2012. L’ho poi rivisto anni dopo in un ruolo drammatico in “French Connection”, altro film che ho apprezzato tantissimo.
In “Un amore all’altezza”, grazie agli effetti speciali, Dujardin si trova a interpretare addirittura il ruolo di una persona affetta da nanismo in una commedia a tratti esilarante che però spinge anche a riflettere.
 
Le sue qualità come attore sono ancora una volta indiscusse ed emergono ancora di più nei ruoli in cui non può sfruttare una delle sue qualità. In “The Artist” si trattava della voce e in questo film invece è la bellezza. Sì, perché Dujardin è indubbiamente un bell’uomo e riesce a mantenere intatto il proprio fascino anche nel ruolo di Alexandre, che raggiunge appena il metro e trentasei centimetri.
 
C’è da dire che gli effetti speciali, pur abbassandolo, non hanno reso in maniera fedele le proporzioni alterate che il nanismo provoca, ma applicando una certa sospensione dell’incredulità il tutto appare abbastanza convincente, soprattutto nelle inquadrature in cui non si vede il suo corpo per intero.
 
Al di là di questi aspetti tecnici, “Un amore all’altezza” è un film davvero carino.
 
 
Be’, i protagonisti sono tutt’altro che dei poveracci. Alexandre è un architetto di grido che vive in una villa con tanto di piscina insieme al figlio sognatore e ambizioso, che per il momento dipende economicamente da lui (ma è destinato al successo). Diane (interpretata dall’attrice belga Virginie Efira) è invece un’avvocatessa proprietaria di uno studio insieme all’ex-marito.
Tutto il contesto in cui si muovono è molto cinematografico: le feste, i vernissage, il paracadutismo (che pare quasi un gioco da ragazzi che potrebbe praticare chiunque), case che sembrano regge, i locali segreti e così via.
 
La distribuzione e i tempi della gag sono assolutamente perfetti, tanto che il film scivola via veloce tra una risata e l’altra.
Alexandre potrebbe essere il classico principe azzurro, affascinante, simpatico, di successo, ma gli mancano almeno quaranta centimetri a raggiungere la perfezione, quaranta centimetri che pesano parecchio.
Nonostante certi aspetti abbastanza volutamente irrealistici della trama, è facile calarsi nei panni di Diane, che pur innamorata di Alexandre, soffre il giudizio degli altri.
Infatti, può essere facile dire che l’amore permette di superare tutti gli ostacoli, ma nella realtà stare al fianco di qualcuno che è diverso crea molti problemi. Ignorarli e fingere che non abbiano un peso non li fa scomparire, ma ciò che questa piccola chicca cinematografica prova a trasmettere è che bisogna essere consapevoli e trovare insieme il modo di affrontarli giorno per giorno, come dovrebbe sempre succedere tra due persone che decidono di condividere la propria vita.
Certo, se poi si è ricchi come i protagonisti di “Un amore all’altezza” è indubbiamente più semplice!
 
Si tratta di un film, in altre parole, che unisce una riflessione non banale e situazioni comiche, rese magnificamente dalla bravura di tutto il cast (non solo dei due protagonisti).
Si esce dalla sala rinfrancati e di buonumore, ma senza aver del tutto spento il cervello per un centinaio di minuti.
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Di Carla (del 13/09/2016 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 2166 volte)

Un appassionato del grande schermo in visita a Londra non può certo fare a meno di recarsi a Leicester Square. Questa isola pedonale è infatti sede di due cinema di grande rilievo nel Regno Unito: l’Odeon Leicester Square (foto accanto) e l’Empire Leicester Square (che include 9 sale, di cui una con lo schermo più grande del Paese; foto sotto). In passato c’era anche l’Odeon West End, ora chiuso, mentre nelle vicinanze si trova il Prince Charles, in cui si proiettano i cosiddetti film cult.
 
Tale peculiarità fa sì che questa piazza veda spesso importanti attori e registi sfilare davanti al pubblico e ai rappresentanti dei media in occasione delle prime europee o addirittura mondiali di importanti film. Io stessa una volta, nell’autunno del 2004, passando per caso per Leicester Square mi imbattei nella prima britannica diGarden State” nell’ambito del London Film Festival e vidi sul tappeto rosso Zach Braff e una infreddolita Natalie Portman.
 
Leicester Square è situata nel West End (nella City of Westminster), proprio nel cuore di Londra. A pochi passi di distanza è circondata da altri luoghi di interesse turistico come Trafalgar Square, dove si affaccia la National Gallery (l’ingresso alla mostra permanente è gratuito), e Piccadilly Circus, con la sua famosa statua di Eros. Al centro della piazza è situato un piccolo parco, che è stato rinnovato nel 2012 in occasione delle Olimpiadi.
 
Moltissimi ristoranti delle nazionalità più varie punteggiano l’intera zona che è particolarmente frequentata la notte durante il weekend e in generale d’estate. E poi ci sono i teatri del West End (una quarantina in tutta la Theatreland), all’interno dei quali vengono rappresentati famosi musical anche per diversi anni di seguito. L’ultimo che ho visto, nel 2011, è stato “Chicago”. I biglietti possono essere un po’ cari, ma se si acquistano in anticipo sul web ve la potete cavare con poche decine di sterline.
 
 
Proprio nei pressi della piazza vi è il Leicester Square Theatre, che, inizialmente costruito come chiesa nel 1955, divenne negli anni ’60 del secolo scorso una location per concerti di musica dal vivo, cambiando più volte nome. Nel 1976, quando ancora si chiamava Notre Dame Hall, ospitò uno dei primi concerti dei Sex Pistols.
 
Sulla piazza si affaccia anche il casino Hippodrome e la sede di Global Radio, al cui interno si trovano ben otto emittenti radio.
Leicester Square è, inoltre, uno dei luoghi di Londra dove vengono organizzati degli eventi in occasione del Capodanno Cinese.
 
La stazione di metropolitana più vicina è appunto chiamata Leicester Square e ne “Il mentore” (il primo libro della trilogia del detective Shaw) il detective Eric Shaw e Adele Pennington sono proprio approdati a essa in un sabato di giugno del 2014, per poi andare a mangiare in un ristorante vicino. Quell’uscita improvvisata segnerà il passaggio da un semplice rapporto di lavoro all’inizio di qualcos’altro tra la giovane criminologa e il suo capo.
 
Dopo la cena si siederanno su un muretto, esattamente nello stesso punto dove io stessa mi sono seduta nell’agosto del 2012, pochi mesi prima di scrivere la prima stesura del romanzo, e ho scattato la seconda foto che vedete in questo articolo.
 
Credo proprio che, la prossima volta che andrò a Londra e passeggerò in Leicester Square, non potrò fare a meno di guardarmi intorno, quasi sperando di vederli passare di lì.
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Di Carla (del 12/09/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1236 volte)


 Il testimone che non ti aspetti

In questo racconto lungo la bravissima Stefania Mattana mette provvisoriamente da parte le storie poliziesche, ma non la cittadina in cui sono ambientate, Tursenia, che questa volta ospita nientemeno che Raffaello Sanzio durante la creazione della Pala Baglioni.
A narrarci questa vicenda è un testimone insospettabile: la tela.
Mentre il pittore lavora su di essa, la tela vede e ascolta le conversazioni di Raffaello e Donna Atalanta, rivelando al lettore i drammatici avvenimenti delle Nozze Rosse.
L'autrice, che in questo frangente si cimenta per la prima volta nella narrativa in italiano (i suoi libri precedenti erano stati scritti originariamente in inglese), riesce a calarci nel contesto storico, grazie all'utilizzo di un registro elevato che mima senza esagerare la parlata dell'epoca. Allo stesso tempo tale registro mette in evidenza come la voce narrante, pur essendo un dipinto creato nel 1500, esista ancora, abbia assistito al passare dei secoli e di conseguenza il suo modo di esprimersi si sia evoluto.
Il finale di questa piccola perla della Mattana si ricollega alla sua produzione precedente e ci lascia con un sorriso.

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Di Carla (del 09/09/2016 @ 09:30:00, in Cinema, linkato 2015 volte)

Se mi dovessi basare sulla visione dei film incentrati su questo personaggio, di cui di recente ho rivisto anche i primi tre, arriverei alla conclusione che Jason Bourne non dorme (e se ci prova è perseguitato da incubi), non mangia, gira mezzo mondo perlopiù in treno e la cosa sembra non stancarlo minimamente, non ha paura di nulla, non gli importa di nessuno (a parte di Marie, che proprio per questo è stata eliminata nel secondo film), le rare volte che viene ferito diventa più forte e non ha neanche bisogno di portarsi un’arma: al momento opportuno, quando si trova ad affrontare non meno di tre addestratissimi agenti, li mette fuori combattimento in pochi secondi a mani nude e prende una delle loro pistole.
Insomma, è indistruttibile.
 
Sì, certo, ha avuto quella brutta amnesia e i suoi ricordi riaffiorano comodamente poco alla volta, tanto da imbastire la trama di un altro film. Ma più ricorda, meno pare emergere dell’uomo che c’era prima: il fantomatico David Webb.
 
Ciò che noto andando avanti nei film è il venire meno dell’empatia del personaggio, che man mano si disumanizza muovendosi sempre più velocemente da una scena d’azione mozzafiato all’altra.
In “The Bourne Identity” mi sono chiesta insieme a lui chi fosse, ho provato preoccupazione per lui e per la donna che aveva deciso di fidarsi di lui e aiutarlo. Solo anni dopo, quando ho letto il libro di Robert Ludlum cui era ispirato, ho saputo che questo è l’unico film della serie ad avere un qualche legame con i romanzi. E si vede, poiché il Bourne del primo film è un personaggio con un certo spessore. Pur comportandosi istintivamente come una macchina da guerra, è pieno di dubbi e timori, come il suo alter ego letterario. La trama è un po’ diversa, anche perché il contesto in cui si svolge è molto più avanti nel tempo, cosa che ha richiesto degli adattamenti. Inoltre il mezzo cinematografico impone una certa riduzione e semplificazione di un romanzo che, invece, è estremamente intricato.
 
Però, dal momento in cui ci si stacca dall’opera di Ludlum (che ha ispirato, lo ammetto, il mio action thriller “Affinità d’intenti”), chi ne subisce di più le conseguenze è proprio il personaggio di Bourne. Viene meno del tutto ciò che la caratterizza: il suo essere un po’ folle, il suo oscillare tra la personalità normale di Webb e quella assetata di vendetta di Bourne, il suo essere fallibile.
Il Bourne dei film, infatti, sbaglia di rado. È sempre un passo avanti agli altri. E questa sua caratteristica si accentua col venire meno dei legami con altre persone, a partire da Marie (interpretata dalla bravissima Franka Potente), per quanto a muoverlo sia, almeno in teoria, un desiderio di vendetta oltre che quello di sopravvivenza, unito all’assenza di alcun timore della morte.
 
In questo contesto le trame si ripetono. Qualcuno vuole farlo fuori, in genere qualcuno della CIA, che si tratti o meno di una decisione ufficiale e approvata. Gli sguinzagliano contro i più spietati asset (quanto mi piace questo termine per indicare un sicario!). Cattivissimi. Fanno fuori chiunque si trovi sulla loro strada, ma mai una volta che riescano a far fuori Bourne.
D’altro canto, quando lui fugge in auto o in moto in compagnia di qualcuno, questo qualcuno finisce per beccarsi la pallottola destinata a lui.
E non sapete quanto mi abbia dato fastidio capire che sarebbe successo anche in questo ultimo film. Guardavo il lungo inseguimento ad Atene e ricordavo quello in India all’inizio di “The Bourne Supremacy”. Era scontato che sarebbe finito così. E in entrambi i casi mi è dispiaciuto, poiché venivano eliminati due personaggi (gli unici) con i quali lui aveva un legame che dava continuità alla trama.
 
 
Jason Bourne” è un ripetersi di tutti questi elementi, tenuti insieme da un segreto da scoprire che riguarda il padre del protagonista e che rappresenta l’unico elemento di novità. Il resto è azione, azione e ancora azione.
Non che mi stia lamentando. Io adoro l’azione.
Sono rimasta per tutta la durata del film incollata alla poltroncina del cinema a seguire il vorticoso succedersi degli eventi e gli stacchi continui della macchina da presa, accompagnata dalla certezza che Bourne avrebbe sempre avuto la meglio. Il bello era scoprire come ci sarebbe riuscito, cosa si sarebbero inventati per fargli superare ogni ostacolo, quale altra famosa città avrebbero messo a ferro e fuoco e in che modo lui avrebbe comunque lasciato gli altri con un palmo di naso.
 
E poi ci sono gli inseguimenti in auto. Non importa se il suo avversario guida un Humvee, che fa saltare gli altri mezzi come fossero birilli, e Bourne una normalissima auto. Quest’ultima si ammaccherà, ma andrà sempre forte, anzi, ancora più forte di prima. Lui, che sa fare tutto, guiderà senza fermarsi, scansando le auto che gli vengono incontro, perché non può certo fare a meno di infilarsi in contromano in qualche strada trafficatissima. Non importa se Bourne è ferito e non indossa la cintura di sicurezza. Quando l’auto cappotterà e lui ne uscirà zoppicando, sarà ancora in grado di combattere a mani nude col suo avversario. Rischierà di soccombere, ma alla fine un colpo di reni lo salverà.
 
Non dimentichiamoci poi la sua astuzia e sfrontatezza. Bourne osserva da lontano (ma neanche tanto) quell’unico personaggio della CIA che tutto sommato non lo considera una minaccia e anticipa le sue mosse. Era già accaduto con quello interpretato da Joan Allen in “The Bourne Supremacy” e in “The Bourne Ultimatum”, e adesso è la volta di Alicia Vikander, che, pur essendo brava e pur avendola apprezzata molto in altre pellicole, non riesce proprio a essermi simpatica in questo film per via del suo modo di pensare prima di tutto a se stessa. Ma non preoccupatevi: Bourne l’ha capita bene. Ve lo dimostrerà alla fine.
 
Insomma, questo film ha tutto quello che serve per piacermi, ma l’ho apprezzato meno del primo e del terzo, e non so se più o meno del secondo. Forse dipende dalla progressiva glacialità mostrata dal protagonista. O forse semplicemente perché non mi è andato giù il modo in cui viene trattata Nicky Parsons, interpretata da Julia Stiles, che è una delle mie attrici preferite. Ultimamente è sempre più relegata a ruoli secondari e speravo che, dopo “The Bourne Ultimatum”, dove invece era uno dei personaggi principali, ciò si sarebbe ripetuto in “Jason Bourne”.
 
Be’, comunque sia, me ne farò una ragione. E, se ci sarà un seguito (dal finale aperto si direbbe proprio di sì), mi toccherà andare a vedere anche quello. D’altronde, non posso mica perdermi un film con Matt Damon.
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