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 Fiordo svedese... di Carla
 

“Omettere di dire la verità è come mentire.”
Sindrome

 

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Guest blogger (del 04/11/2014 @ 09:00:00, in Serie TV, linkato 3656 volte)

Con grande piacere ritrovo ancora una volta Francesco Zampa, autore della serie di gialli del Maresciallo Maggio, nel ruolo di ospite nel mio blog. Questa volta ci parlerà dell’acclamata serie TV americana “True Detectives”, fornendocene un’analisi accurata.
 
Chi mi conosce storcerà subito il naso, come a dire: “E te pareva... è fissato co’ ‘sti Americani...”. Ma non posso fare proprio a meno, una volta di più, di elogiare la fiction d’oltremanica dopo aver visto tutta d’un fiato la I Serie di “True Detectives”.
 
Non che gli americani non abbiano difetti, anzi, come in tutte le cose, si trovano dubbi e perplessità. Però, quando proprio non si parla di pelo nell’uovo, bisogna sempre considerare che si tratta del massimo, e un difetto sfuma quasi nella caratteristica se non nell’opinione personale. Serie A, dove tutti sono forti e anche l’ultimo, appunto, è sempre più del primo della serie B dove, purtroppo, noi militiamo da anni e per scelta più che per incapacità.
Ma andiamo a vedere più da vicino.
 
Già l’impatto visivo e musicale della sigla dimostra la grande cura e ci avvisa su cosa ci aspetta: il pezzo di apertura di The Handsome Family, Far From Any Road, è memorabile e ci cala subito nell’atmosfera irregolare e un po’ lugubre del profondo sud. Chi ha letto John Grisham si sente a casa. La sequenza onirica mostra molti luoghi comuni e caratteristiche dei protagonisti: volti contratti si alternano a ombre e predicatori, case di legno, immense raffinerie su paludi sconfinate.
E bisogna essere molto politicamente scorretti, anche se non fino in fondo, per mettere in scena due personaggi come i detective Rustin Spencer “Rust” Cohle (Matthew McConaughey) e Martin Eric “Marty” Hart (Woody Harrelson), l’uno il complemento dell’altro: quanto è irregolare e maledetto il primo, tanto è buono, familiare e rassicurante il secondo (ma solo per un po’). Un’altra cosa, questa molto difficile da realizzare da noi, dove non si può dire nulla che non sia più che conforme nella finzione: vietato dire la verità, ma normale urlare menzogne in nome della libertà di parola.
 
Trovo pressoché impossibile la sperimentazione di generi e personaggi, e molto difficile realizzare produzioni interessanti senza avere la possibilità di toccare, in maniera non simbolica, argomenti scottanti ma comuni come la pedofilia e la corruzione. Mentre in America un tentativo del genere, cioè rappresentare corrotti e corruzioni del Governo e delle massime istituzioni religiose, se riuscito, è osannato da pubblico e critica e considerato solo per quello che è, cioè un prodotto di fiction ispirato alle torpitudini umane, in definitiva un’operazione commerciale, un investimento, un’occasione lavorativa, da noi gli estemporanei, coraggiosi autori, rischiano invece la ghettizzazione e il taglio dei finanziamenti. È vero, in America le Lobbies sono potentissime e non lesinano mezzi per raggiungere lo scopo, ma riescono lo stesso a mettere un Presidente corrotto o fifone senza che nessuno gridi allo scandalo o peggio.
 
Ed ecco quindi la trama toccare alcuni tra i punti peggiori dell’umanità edulcorata della Louisiana degli ultimi vent’anni: appunto la pedofilia, la corruzione degli uomini di Stato nelle cariche più alte e rappresentative, nonché delitti efferati e impuniti.
Lo so, c’è il finale rassicurante, se non consolatorio: sia Rust che Marty riscattano le loro maledizioni mostrando una motivazione pura e disinteressata alla soluzione del caso anteponendolo alle loro vite stesse, trovando i colpevoli e riazzerando così le loro esistenze in modo da ricominciare ancora, affrancati dai loro pesanti fardelli. Un’ottica puritana e astutamente commerciale, probabilmente, ma che poco toglie quando la storia, e i mostruosi delitti con lei, sono tutti compiuti.
 
Alcune sequenze sono terrificanti, e altrettanto lo è il triste sprofondare di ciascuno dei due nelle nefaste conseguenze delle loro azioni. Rust è privo di vitalità, ossessionato dalla perdita prematura di moglie e figlia, ma anche Marty, oltre l’apparenza rassicurante della famiglia americana con moglie devota e due belle figlie in una bella casa, in realtà ha già perso tutto anche se non se ne rende subito conto, affondato nei suoi egoismi, e in un modo forse ancor peggiore, perché più colpevole, del traumatizzato compagno.
 
In questa atmosfera di rapporti umani falsi e falsificati persino tra le istituzioni dove le certezze non dovrebbero essere mai in dubbio, lo spettatore assorbe l’angoscia disperata che trasuda a mano a mano che i personaggi secondari e le vittime sfilano nelle varie puntate. Vittime autentiche, perché innocenti e indifese dalla cattiveria e dall’efferatezza.
Per fortuna che, alla fine, almeno ce la fanno!
 
Bella idea quella di cambiare i protagonisti a ogni serie (sono già annunciati quelli della prossima: Vince Vaughn e Colin Farrell), sempre alla ricerca di idee e proposte nuove. Se l’autore della serie, Nic Pizzolatto, ha fatto vedere tutta, o molta, della sua bella stoffa, i due stessi protagonisti non si sono dimostrati da meno dopo una carriera in cui hanno saputo interpretare ruoli atipici (ne scelgo uno per uno: Benvenuti a Zombieland e Killer Joe) riproponendosi come co-produttori.
 
Come sostengo anch’io e come, d’altra parte, dovrebbe dire qualsiasi scrittore indipendente: se non ci crediamo noi che siamo gli autori, chi dovrebbe farlo?

FRANCESCO ZAMPA (1964) è autore indipendente di romanzi gialli. Nelle sue storie ama affrontare argomenti importanti come la corruzione e la sovraesposizione dei mezzi di comunicazione.
Il protagonista delle sue storie è il maresciallo Franco Maggio che, a Viserba di Rimini, si trova a risolvere delitti di rilevanza internazionale affidandosi al suo intuito.
Nell’ultimo libro, “La Scelta”, la trama è intarsiata sullo sfondo autentico della deportazione di migliaia di carabinieri romani da parte dei Nazisti, il 7 ottobre 1943.
Visitate il suo sito: www.francescozampa.com
E il suo blog: www.ilmaresciallomaggio.blogspot.it
Trovate Francesco anche su Facebook: www.facebook.com/MarescialloMaggio
Infine date un’occhiata al suo profilo su GoodReads: www.goodreads.com/Zipporo
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Di Carla (del 30/10/2014 @ 10:30:43, in Scrittura & pubblicazione, linkato 2074 volte)

Fra 30 giorni esce “L’isola di Gaia”, la seconda parte del ciclo dell’Aurora, di cui la serie marziana di “Deserto rosso” è la prima parte.
Per l’occasione ho deciso di dare una rinfrescatina alla copertina della raccolta per allineare la grafica a quella del nuovo libro. Vi mostrerò la copertina de “L’isola di Gaia” intorno al 20 novembre (abbiate pazienza), nel frattempo eccovi la nuova versione di quella di “Deserto rosso”. Il cambio riguarda per ora solo l’edizione in ebook e sarà visibile nei retailer nei prossimi giorni.
 
Colgo l’occasione per informarvi che su Facebook è stato creato un gruppo dedicato al ciclo dell’Aurora. Lo trovate qui. Per ora non è attivo, ma potete già iscrivervi. Una volta pubblicato “L’isola di Gaia”, appena abbastanza persone l’avranno letto, inizieranno le discussioni per capire i legami tra queste due parti del ciclo e discutere di ciò che ci aspetta nei romanzi successivi: “Ophir”, “Sirius” e “Aurora”.
 
Ammetto di aver lavorato ininterrottamente da più di un anno a questa parte e così per le prossime due settimane sparirò un po’. Vado in vacanza. Per questo motivo quest’anno non partecipo al NaNoWriMo, ma questo non significa che non abbia intenzione di scrivere qualcosa di nuovo al mio ritorno (probabilmente una space opera).
In realtà vedrete comunque comparire dei post sul blog e su Facebook, dove avrà luogo il conto alla rovescia per l’uscita de “L’isola di Gaia”. Al mio ritorno il romanzo (la sua sesta stesura), che ora è in mano ai beta reader , subirà le ultime fasi di revisione prima della pubblicazione.
Vi informo che per almeno tre giorni in concomitanza con l’uscita il libro sarà disponibile a un prezzo promozionale. Rimanete sintonizzati!
 
Per non perdere le offerte, vi incoraggio a iscrivervi alla mia mailing list tramite la casella qui a fianco o sull’homepage del sito. Prometto di non scrivervi in media più di una volta al mese.
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Nell’articolo precedente di questa serie, in cui riporto alcune riflessioni dopo la mia partecipazione come relatrice all’evento intitolato “Think Local, Act Global: How to Reach a Global and Successful Audience through Self-Publishing” presso lo stand di Kobo durante la Fiera Internazionale del Libro di Francoforte, ho affrontato in generale l’argomento dell’opportunità per un self-publisher di uscire dai propri confini linguistici e pubblicare i propri libri tradotti in un’altra lingua.
In questo articolo mi voglio soffermare sul mercato straniero più grande in assoluto: quello in lingua inglese.
 

Lo skyline di Francoforte. Nelle foto sotto: Camille Mofidi, European Manager di Kobo Writing Life, Matthias Matting, self-publisher tedesco, e io durante l'evento.
 
È chiaro che, quando un self-publisher italiano (o di un altro Paese di lingua non inglese) parla di pubblicare una versione tradotta del proprio libro, si riferisce al 99% a una sua edizione in lingua inglese. Il motivo è ovvio: è quello che contiene il maggior numero di potenziali lettori. Non mi riferisco solo a coloro che vivono in una nazione anglofona. E già qui si parlerebbe di un numero enorme, visto che proprio nelle nazioni anglofone è più diffusa la lettura digitale (e nel caso del self-publishing quando diciamo libro ovviamente ci riferiamo soprattutto all’ebook). Ma oltre a questi nativi di lingua inglese c’è di fatto tutto il resto del mondo, poiché le persone che sono in grado di leggere in questa lingua si trovano ovunque. In altre parole, avere il proprio libro in inglese significa darlo in pasto al mercato globale.
Alla possibilità di vendere di più aggiungerei che, trattandosi di un mercato più maturo, gli ebook vengono venduti a prezzi significativamente più elevati rispetto all’Italia, portando a un guadagno maggiore per copia.
 
È naturale, quindi, che il mercato in lingua inglese sia la prima ambizione di un autore che intenda far tradurre il proprio lavoro. Ma il fatto che si tratti del mercato con maggior numero di lettori significa anche che è quello in cui è più facile vendere il proprio libro?
 
Prima di dare una risposta a questa domanda bisogna fare delle considerazioni.
La prima e più ovvia è che, sebbene ci siano molti più lettori, è anche vero che ci sono molti più autori e libri, cioè c’è maggiore competizione. Si tratta di autori perlopiù madrelingua che mettono nel mercato pressoché tutto il proprio sforzo promozionale e possono, almeno in teoria, farlo molto meglio di qualcuno che sta all’estero, anche perché, non dimentichiamolo, non esiste solo la promozione su internet. E, per quanto riguarda i libri, invece, l’esistenza di un numero enormemente superiore di titoli ha come conseguenza la maggiore difficoltà di finire nelle classifiche di genere (parlo delle macroclassifiche, quelle più esposte allo sguardo di potenziali lettori), di essere recensiti e/o citati nei siti o magazine che contano, insomma, più in generale, di acquisire una certa popolarità, che in ultima analisi porta alle vendite.
 
Inoltre è necessario distinguere tra la capacità di vendere il proprio libro da nuovi arrivati e quella che si acquisisce, con relativi risultati, una volta che si è entrati a far parte del meccanismo editoriale del mercato.
 
Se si fa parte della prima categoria (nuovi arrivati), come nel caso di uno di noi che decida di pubblicare in inglese per la prima volta un proprio libro, la risposta alla domanda è: vedere nel mercato in lingua inglese è difficile come in qualsiasi altro mercato in cui non si sia mai pubblicato nulla.
Infatti, il punto della questione è che tutto ciò che noi abbiamo fatto e che sappiamo del nostro mercato (quello italiano) non conta affatto, o quasi. Stesso discorso vale per i risultati. Possiamo aver venduto decine di migliaia di copie in Italia, ma fuori dai nostri confini linguistici, ahimè, non siamo nessuno. Pensare di poter riprodurre all’estero la stessa catena di eventi che ci ha portato al successo è pura utopia, poiché gli elementi in gioco (inclusa la fortuna) sono completamente diversi.
Ciò che bisogna fare, invece, è iniziare di nuovo da capo, esattamente come abbiamo fatto in Italia. E affinché ci troviamo nella stessa situazione in cui ci siamo trovati quando abbiamo iniziato in Italia è necessario: conoscere le regole del mercato (come dicevo anche nel post precedente di questa serie), parlare inglese ed essere quindi in grado di interagire con la gente in inglese, di creare un blog in inglese e in generale di gestire la propria promozione all’interno di questo mercato globale.
 
Dici niente, direte voi, no? E questi sono solo i prerequisiti. Ciò significa che non è affatto detto che bastino per ottenere dei risultati.
 
È vero che nel mercato inglese esistono, però, degli strumenti di promozione a pagamento che nei mercati minori sono del tutto assenti. Questi possono davvero fare la differenza nella fase iniziale (e in quelle successive). Ma sono talmente tanti che bisogna essere in grado di comprendere quali siano adatti nello specifico al proprio prodotto editoriale, altrimenti si rischia di buttare via dei soldi senza ottenerne alcun beneficio.
 
Badate bene, tutto questo non significa che io intenda scoraggiarvi, ma solo mettere in evidenza che si tratta di una sfida. Sì, perché queste difficoltà riguardano i novellini del mercato inglese. Il discorso cambia radicalmente dal momento in cui ha luogo quello che io chiamo l’evento d’innesco.
 
Se avete una certa popolarità nel nostro mercato è quasi sempre perché è successo qualcosa, in genere fuori dal vostro controllo (chiamatelo colpo di fortuna o in qualche maniera più colorita), che vi ha portato in un istante alla ribalta. Può essere la citazione in un blog letterario, in un web magazine, in un podcast (nel mio caso è stato, infatti, l'approdo a FantaScientificast), il suggerimento di un opinion leader, il fatto che Amazon abbia deciso di inserire il vostro libro in una promozione, e potrei andare avanti così all’infinito. Magari alcuni di voi non sanno quale sia stato questo evento d’innesco, ma sicuramente c’è stato.
Sebbene la fortuna avrà giocato un ruolo essenziale, quasi sempre la fortuna è stata aiutata dai costanti sforzi fatti per promuoversi.
Ecco, anche nel mercato anglofono (e in qualsiasi altro mercato) all’inizio si deve lavorare tanto, apparentemente con poco risultato, per perseguire il verificarsi di questo evento, perché è da qui che cambia tutto.
 
E qui viene la differenza principale, se ci spostiamo nel mercato anglofono. In Italia, questo evento improvviso ci ha resi magari popolari, di certo non ricchi, però abbiamo iniziato a ricevere con piacere dei bonifici un po’ più consistenti.
Ma, se questo evento d’innesco avviene in un mercato globale come quello in lingua inglese, le proporzioni cambiano in maniera drastica. Se nel rispondere alla domanda posta nel titolo di questo post ci riferiamo alla situazione di un autore che ha già superato questo scoglio, la risposta non può che essere: diamine, sì!
Nel momento in cui si inizia ad acquisire una certa popolarità nel mercato inglese, i numeri di copie vendute possono, almeno in teoria, essere di uno o due (e più) ordini di grandezza maggiore rispetto a quello italiano. Non a caso il mercato anglofono è ricco di esempi di self-publisher che vivono della loro scrittura o che comunque ne traggono dei guadagni consistenti, che, uniti ad altre attività correlate, permettono loro di vivere da self-publisher. Si tratta di autori che nel tempo hanno pubblicato un sufficiente numero di titoli e continuano a raccogliere un numero tale di lettori affezionati da fornire loro dei guadagni costanti. E non serve affatto vendere milioni di copie per riuscirci, anche perché vivere di scrittura non significa diventare ricchi. D’altronde chi scrive per diventare ricco ha proprio sbagliato mestiere!
 
Morale della favola: vendere nel mercato inglese all’inizio non è facile, ma le prospettive di successo sul lungo termine sono così interessanti che valgono tutti gli sforzi (di tempo e di soldi) che siamo disposti a fare per raggiungerlo. Alla fine ciò che fa la differenza è quanto è buono il nostro prodotto editoriale e quanto crediamo in esso.
 
 
Se aspettavate di leggere in questo articolo una formula magica per far avverare quell’evento d’innesco di cui parlo, purtroppo rimarrete delusi, perché non esiste una formula magica. Chi vi dice il contrario mente. Ogni prodotto editoriale (e ogni autore) è una storia a sé. Ma gli autori che sono riusciti in questa impresa esistono, quindi non si tratta di uno scopo inarrivabile.
 
Io stessa sto cercando di metterlo in atto. Ho pubblicato due libri in inglese (i primi due della mia serie di fantascienza “Deserto rosso”), ma l’ho fatto sapendo che avrebbero venduto poco o nulla, in quanto non possedevo ancora una base di lettori. Ero una nuova arrivata e lo sono ancora. Ciò che faccio è portare avanti la mia strategia che include prima di tutto pubblicare dei libri di qualità. I primi due sono già usciti e ora sto lavorando al terzo, poi seguirà il quarto. Intanto sto iniziando a farmi conoscere sul mercato internazionale interagendo con altri autori, mantenendo aggiornato il mio blog inglese, partecipando a eventi internazionali (questo di Francoforte è stato il primo), entrando in contatto il più possibile con i miei lettori target (nello specifico appassionati di Marte e spazio; e in questo senso sto collaborando con l’associazione Mars Initiative), cercando di sfruttare i social network (per ora solo col profilo Twitter di Anna Persson che mi sta dando qualche piccola soddisfazione), regalando il libro a vari opinion leader (persone che lavorano nell’ambito della ricerca spaziale oppure nell’ambito della fantascienza; spesso sono le stesse persone), partecipando a dei podcast (come è successo con Mars Pirate Radio), provando qualche promozione a pagamento (che cerco di scegliere con giudizio) e così via. Tutto questo lo sto facendo, mentre mi appresto a pubblicare il mio settimo libro in italiano (il 30 novembre, “L’isola di Gaia”), continuo a portare avanti la promozione dei libri precedenti, partecipare ad eventi (il prossimo a dicembre all’Università dell’Insubria, a Varese) e svolgo tutte le attività di un editore, quale di fatto sono, dalle semplici pubbliche relazioni, alla programmazione del lavoro per il prossimo anno, a collaborazioni e negoziazioni più importanti, che avranno conseguenze spero positive nei mesi che verranno.
 
In tutto questo gran lavorare sto forse (e ripeto, forse) iniziando a individuare una strada, una serie di elementi che dovrebbero portarmi a raggiungimento di quell’evento. Gli ottimi risultati raggiunti da altri colleghi (non solo italiani) mi fanno ben sperare. Se ce l’hanno fatta loro, posso riuscirci anch’io. E anche voi.
Nel frattempo ciò che conta è dedicarsi al proprio progetto con passione e umiltà, e soprattutto non smettere mai di divertirsi nel portarlo avanti.
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Lo scorso 9 ottobre sono stata protagonista insieme all’autore tedesco Matthias Matting e alla manager europea di Kobo Writing Life, Camille Mofidi, di un evento che si è tenuto nell’ambito della Fiera Internazionale del Libro di Francoforte (Frankfurter Buchmesse 2014), intitolato “Think Local, Act Global: How to Reach a Global and Successful Audience through Self-Publishing”. È stata un’esperienza costruttiva, poiché mi ha permesso di confrontarmi in un contesto internazionale con un autore di un altro Paese e davanti a un pubblico attento di addetti ai lavori dell’editoria, non ostile nei confronti del self-publishing, diversamente da quanto ancora accade in Italia, e da cui sono emerse delle domande rilevanti, segno di una conoscenza approfondita di questo modello editoriale.
 

La raccolta di “Deserto rosso” tra i libri esposti nello stand di Kobo alla Frankfurter Buchmesse 2014.
Nelle foto sotto: Camille Mofidi, Matthias Matting e io durante l'evento.
 
L’argomento della nostra discussione era relativo all’opportunità per un self-publisher di uscire dai propri confini linguistici e pubblicare i propri libri tradotti in un’altra lingua.
Ogni mercato è diverso e le strategie da seguire variano secondo le sue caratteristiche, ma alcuni aspetti sono dei prerequisiti imprescindibili per riuscire ad avere successo in una tale impresa.
 
Il primo fra tutti è, come sempre, pubblicare il miglior libro possibile, sia per quanto riguarda il contenuto che la sua confezione (copertina, descrizione, formattazione). Può sembrare una cosa ovvia, visto che parliamo di un autore che ha già pubblicato lo stesso libro nella propria lingua, ma non lo è affatto, poiché il libro deve andare incontro a un processo di traduzione.
 
Il problema non è solo economico. Tradurre un libro costa tanto per via della sua lunghezza, ma ancora più difficile è trovare il traduttore giusto per quel libro. Pagare poco o molto per il suo lavoro non sempre è un indice della qualità del traduttore, anche se è chiaro che, se si paga poco, non ci si può poi lamentare se il risultato non è perfetto.
In realtà il processo di traduzione di un libro, in particolare se si tratta di narrativa, non consiste semplicemente nel prendere il testo e tradurlo in un’altra lingua. Si tratta, invece, di un processo di transcreazione, cioè il testo deve essere compreso a fondo, il suo contenuto deve essere trasferito nella lingua di destinazione, pur mantenendo, oltre al contenuto, lo stile e la voce dell’autore. E in ultima analisi deve apparire agli occhi di un lettore come se fosse scritto da un autore madrelingua.
Il traduttore letterario deve essere un bravo scrittore nella sua lingua, ma deve anche conoscere il genere letterario in cui il libro è scritto, che può avere una terminologia precisa, deve documentarsi sulle tematiche trattate (luoghi, argomenti storici, scientifici e così via), se già non le conosce, per essere certo di comprendere ciò che sta leggendo e di tradurlo nella maniera corretta, deve revisionare la traduzione più volte per assicurarsi di avere sempre trasferito correttamente il significato, di non aver inserito errori grammaticali o di sintassi dovuti alla lingua d’origine (pensate a quanti libri tradotti dall’inglese sono carenti di congiuntivi: questi errori sono dovuti al fatto che il congiuntivo in inglese non esiste).
Anche se ha fatto bene tutte queste cose, il suo lavoro non sarà mai sufficiente. Allo stesso modo di come il vostro libro originale deve essere letto e giudicato da altre persone oltre a voi durante la fase di revisione e correzione di bozze, anche la traduzione deve essere corretta da almeno un revisore. Il traduttore deve affidarsi ad almeno un’altra persona per assicurarsi che il testo scorra bene, che tutto abbia senso al suo interno, che siano rispettate le regole base di stile e ortografia della lingua di destinazione (es. evitare l’uso smodato di avverbi di modo quando non esiste un verbo specifico corrispondente; la punteggiatura deve essere adattata alle regole della propria lingua, anche per quanto riguarda il discorso diretto, gli incisi, i pensieri, e così via), e soprattutto che non ci siano errori grammaticali, sintattici e i famigerati refusi.
 
Insomma, si tratta di un lavoro complesso, che deve essere controllato con attenzione. Se l’autore non ha la minima conoscenza della lingua di destinazione o ne ha una conoscenza non approfondita (a meno che non sia bilingue, certe cose comunque non è in grado di coglierle mai), questa fase essenziale della pubblicazione del proprio libro all’estero può diventare molto delicata. La cosa migliore sarebbe rivolgersi sempre ad almeno due professionisti: un traduttore e un correttore di bozze (proofreader) madrelingua.
Chiaramente questo implica dei costi maggiori, ma, se il libro alla fine non è ben tradotto, difficilmente avrà qualche possibilità di essere apprezzato nel mercato di destinazione e potrebbe compromettere l’immagine dell’autore nello stesso mercato anche per libri futuri.
 
Una volta che si è sicuri di avere un prodotto editoriale di ottima qualità, bisogna risolvere il secondo grande problema: fare in modo che il prodotto arrivi ai potenziali acquirenti. Anche in questo aspetto non ci discostiamo dalle problematiche del nostro mercato d’origine, ma all’estero le regole posso essere diverse. Ed ecco quindi il secondo punto essenziale per andare avanti in un tale processo: conoscere il mercato di destinazione.
Bisogna conoscere quali sono i retailer più importanti. Amazon è il primo praticamente dappertutto, ma non esiste solo Amazon. Come sapete, in Italia Kobo ha un’importante fetta del mercato, grazie all’accordo con inMondadori e laFeltrinelli. Allo stesso modo Kobo ha accordi importanti su altri mercati, come quello britannico. Sul mercato americano c’è anche Barnes & Noble, che è ancora molto forte e col suo Nook sta iniziando a muoversi all’esterno. In Germania c’è Tolino, col suo lettore proprietario. In India ha un ruolo importante Flipkart (ci si arriva tramite Smashwords). E così via.
Questo vale anche per il cartaceo, sebbene per un self-publisher l’attenzione principale vada all’ebook. A parte negli Stati Uniti dove ormai la penetrazione degli ereader o delle app per leggere gli ebook è maggiore che in qualsiasi altro Paese, in altri ci potrebbe essere la possibilità di farsi un piccolo spazio nel mercato dei libri stampati.
Un altro aspetto di cui tenere conto sono i prezzi. In Italia i prezzi medi degli ebook dei self-publisher sono bassi, poiché i lettori sono poco propensi a spendere più di 3 euro per acquistarli, anzi la stragrande maggioranza è poco propensa a spendere più di 99 centesimi.
I prezzi però sono un po’ più alti nel mercato tedesco e ancora di più in quello americano. In generale nei mercati dove i prezzi sono in media più alti, il lettore potrebbe guardare con sospetto un ebook che costa poco e ciò potrebbe avere delle conseguenze importanti sul successo del libro.
In altre parole, bisogna studiare a fondo il mercato di destinazione per individuare la strategia migliore per commercializzare il proprio libro.
 
E arriviamo al terzo punto fondamentale. Anche questo lo conosciamo bene, se già pubblichiamo nel nostro Paese. Si tratta di fare in modo che i potenziali acquirenti comprino il libro.
La cosiddetta discoverability del libro in parte dipende dai fattori sopra riportati, relativi a retailer, diverse edizioni e prezzi, ma manca l’elemento essenziale che serve per mettere in moto le vendite: la promozione.
Ora, se conosciamo la lingua del mercato di destinazione, le cose sono relativamente più semplici. È necessario rimboccarsi le maniche e, prendendo spunto dalle strategie promozionali vincenti di altri autori (come si è già fatto nella propria lingua), costruire la propria presenza online da zero. Possibilmente sarebbe meglio iniziare a farlo prima di pubblicare. Parlo delle solite cose: blog, social network, associazioni, forum e gruppi di altri autori indipendenti, web magazine, siti e podcast che si occupano del proprio genere, e così via. Ogni mercato è un mondo a parte da scoprire.
In certi mercati, come quello in lingua inglese, ci sono degli strumenti pubblicitari a pagamento basati sul direct e-mailing marketing alla portata delle tasche di un self-publisher (come Bookbub), che possono essere efficaci secondo il target del proprio libro. Niente del genere esiste in Italia (gli strumenti DEM sono carissimi e per niente specifici per il target dei lettori di ebook), per cui sono uno strumento in più da conoscere.
 
 
E se non conosciamo la lingua del mercato di destinazione?
Qui le cose si complicano. Non possiamo sperare in un colpo di fortuna, né piazzare il libro su Amazon KDP Select (laddove c’è Amazon) e metterlo gratis per cinque giorni sperando che questo basti per scatenare le vendite. Magari si è fortunati, magari il libro ha un tema così irresistibile che si scatena il passaparola e questo basta, ma nella maggior parte dei casi non sarà così. E non possiamo certo investire tanti soldi per tradurre un libro per poi affidarci alla dea bendata.
Come possiamo fare allora?
Abbiamo bisogno di un alleato, un altro autore nel mercato di destinazione, col quale riusciamo a comunicare bene (conosce la nostra lingua o conosciamo entrambi un’altra lingua, tipicamente l’inglese), che scriva nello stesso genere, che sia popolare (ciò significa che conosce bene il proprio mercato, non solo che ha molti fan) e che abbia almeno un libro pubblicato nella nostra lingua o intenda pubblicarlo e quindi abbia bisogno di noi nel mercato italiano. Con questo alleato possiamo iniziare un proficuo rapporto di collaborazione fatta di scambi di promozione, guest post, interviste, podcast e tutto quello che vi viene in mente.
Possiamo anche pensare di pubblicare qualcosa insieme. Per esempio, possiamo fargli scrivere la prefazione del nostro libro e ricambiare il favore nel suo. Far inserire alla fine di un suo libro un nostro breve racconto (e ancora ricambiare). Possiamo chiedergli di revisionare il nostro libro prima della pubblicazione e fare altrettanto col suo (così si può fare a meno di pagare un proofreader  e assicurarsi di avere un prodotto editoriale di alta qualità).
È essenziale che questa persona apprezzi i nostri libri e che noi apprezziamo i suoi, poiché verranno proposti ai rispettivi lettori che nessuno dei due vuole in alcun modo deludere.
 
Tutto ciò, come potete immaginare, porta via un sacco di tempo, ma solo all’inizio. Una volta che si riesce a innescare il meccanismo del passaparola e il proprio libro prende piede nel mercato straniero, si può ridurre il proprio impegno in questo senso e dedicarsi ad altro.
Se il mercato in questione è particolarmente ricco di lettori nel genere del nostro libro, si possono ottenere delle buone soddisfazioni. Inoltre non bisogna dimenticare che essere presenti in più luoghi possibili aumenta la probabilità di imbattersi di opportunità interessanti, di ricevere proposte, di iniziare nuove collaborazioni, in grado di stimolare la nostra creatività, migliorare la qualità dei nostri libri e la nostra immagine, e di guadagnare di più e soprattutto di divertirci nel portare avanti questo nostro mestiere.
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Finita l’estate, riprendo ad andare un po’ in giro e inizio questa nuova stagione con un evento davvero importante: la Fiera Internazionale del Libro di Francoforte.
 
Sono stata invitata da Kobo Writing Life a partecipare a un evento in cui parlerò insieme all’autore tedesco Matthias Matting e alla manager europea di KWL Camille Mofidi della possibilità per noi self-publisher di uscire dal mercato linguistico locale e pubblicare le nostre opere in altre lingue. Nello specifico io avrò modo di parlare della mia esperienza con la traduzione di “Deserto rosso” in inglese, resa possibile dalla mia collaborazione con l’autore inglese Richard J. Galloway, che mi ha permesso di iniziare questa avventura senza dover fare veri e propri investimenti in denaro (ma solo in tempo). Attualmente due dei quattro libri della serie sono disponibili in lingua inglese, mentre il terzo e il quarto usciranno nel 2015.
I dettagli sull’evento sono riportati nell’immagine sotto.
 

Per visionare la lista degli eventi organizzati da Kobo Writing Life, fate clic qui.
 
Quest’anno la Frankfurter Buchmesse avrà luogo tra l’8 e il 12 ottobre. I primi tre giorni sono riservati ai trade visitor (tutti coloro che lavorano nell’editoria) e ovviamente ai giornalisti e blogger. Per poter partecipare è necessario registrarsi al sito come trade visitor o come stampa. Se si acquista il biglietto d’ingresso online si risparmia il 30%.
 
Spero che questo evento sia una buona occasione, oltre che per fare un’interessante conversazione con Matthias e Camille, anche per entrare in contatto con altri colleghi e addetti ai lavori dell’editoria europea e mondiale.
Al mio ritorno, ovviamente, vi farò un resoconto di questa esperienza.
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Di Carla (del 24/09/2014 @ 04:43:30, in Lettura, linkato 2504 volte)

 Audace, inquietante, appassionante e… cattivo
 
C’è sempre una prima volta e questa è la mia nel recensire un romanzo erotico. Ma attenzione: come potete notare dal numero delle stelline, siamo di fronte a qualcosa di molto particolare.
Prendete un supereroe (il protagonista maschile), uno di quelli oscuri tipo Batman, ma con veri superpoteri ottenuti con dei trattamenti fantascientifici, ricco erede di scienziati, con una casa immensa e il fedele maggiordomo, ma immaginatelo cattivo, addirittura cruento, spesso senza controllo, che prova piacere nel fare del male, sebbene in genere (!) lo faccia solo nei confronti dei cattivi. Insomma, un personaggio a metà strada tra il bene e il male, decisamente un anti-eroe.
E poi c’è la protagonista femminile: la solita orfana, squattrinata, incasinata, un tantinello ingenua (ma solo all’inizio), ma una di carattere, combattiva, una che all’interno della storia ha una vera crescita.
Aggiungete nella miscela un po’ di sindrome di Stoccolma con tanto di abusi sessuali ed ecco a voi “Hero”.
Gli elementi presi singolarmente sono già visti, ma la loro combinazione è senza dubbio originale. Il genere sfuma tra erotico, dark romance e un po’ di azione, il tutto ben condito con una buona dose di introspezione. Se non vi fate spaventare dal contenuto (attenzione: la parte sugli abusi un tempo era correttamente segnalata nella descrizione del libro, ma adesso l’avviso è stato cancellato) e decidete di leggerlo, tenendo bene in mente cosa aspettarvi, be’ potreste apprezzarlo, soprattutto perché stiamo parlando di un libro scritto bene (per quanto la mia conoscenza dell’inglese mi permetta di valutare).
Ma veniamo ai dettagli. Cosa c’è di tanto positivo in questo libro da meritare addirittura cinque stelle?
Prima di tutto, a differenza di altri libri di questo genere, non ha né un prologo né un epilogo, che in genere non aggiungono niente alle storie, per cui è decisamente meglio che non ci siano.
Poi abbiamo, come dicevo sopra, l’originalità nel miscelare gli elementi creando qualcosa di abbastanza nuovo. I personaggi sono caratterizzati da una notevole profondità psicologica, che viene mostrata poco a poco, e vanno incontro a un’evidente evoluzione in questo senso, anche se non necessariamente in meglio. Questa evoluzione si sviluppa in maniera equilibrata durante tutto il libro, che è abbastanza lungo.
La prosa presenta una struttura ricercata e un linguaggio mai banale, che si mantiene di alto livello lungo tutto il libro.
Il doppio punto di vista nettamente suddiviso tra i due personaggi fa sì che siano entrambi ugualmente protagonisti. In questo senso le parti dal punto di vista di lui sono a mio parere le più interessanti, proprio per via dell’oscurità del personaggio, mentre quelle dal punto di vista di lei a tratti peccano di originalità.
Le scene erotiche sono pressoché tutte funzionali alla trama e non messe lì per fare numero, rischiando di far scendere il latte alle ginocchia al lettore (vabbe’, lettrice). Ma la vera forza del libro sono i dialoghi, che sono di notevole impatto emotivo, proprio perché tramite essi viene veicolato gran parte del conflitto che regge la trama.
Qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte all’eccessiva cattiveria del protagonista maschile nei confronti di quella femminile (ci sono diverse situazioni davvero pesanti, volendo usare un eufemismo), ma l’autrice se la cava abbastanza bene introducendo una spiegazione fantascientifica, che in qualche modo riesce a giustificare questo lato oscuro e allo stesso tempo offre una risoluzione delle vicenda convincente.
Inoltre la storia si sviluppa nelle tempistiche giuste, nell’ordine di mesi e non di giorni, grazie alla lunghezza del libro, e ciò ne aumenta la credibilità nel trattare un argomento spinoso come la sindrome di Stoccolma.
Infine il romanzo si chiude con un finale aperto, per niente stucchevole. È vero che pare sia destinato a essere solo il primo di una serie di libri, ma apprezzo la scelta di chiuderlo lasciando la possibilità al lettore di immaginarsi cosa sarebbe successo dopo, senza raccontarlo.
Per completezza devo dire che a questo romanzo segue una novella, che però non raggiunge lo stesso livello di qualità, ma pare più un elemento di transizione verso un romanzo successivo, che deve ancora uscire.
Chiaramente esistono anche degli elementi negativi e non posso evitare di citarli. In particolare trovo deprecabile la scelta di usare due punti di vista entrambi in prima persona. C’è poco da fare: creano confusione. Lo so che moltissime autrici di questo genere fanno uso di questa tecnica a mio parere discutibile, ma proprio perché la usano tutti si dovrebbe provare a fare qualcosa di diverso. Se non ci si vuole avventurare in strutture narrative complesse, si può sempre ricorrere alla cara vecchia terza persona limitata vicina, che, costringendo l’autore a dire il nome del personaggio del punto di vista all’inizio del capitolo o scena, evita di scriverlo in un titolo (altra pratica fastidiosa) ed evita qualsiasi tipo di confusione durante la lettura da parte del lettore.
Infine devo criticare la descrizione del libro che svela subito l’identità del protagonista maschile. È uno spoiler a tutti gli effetti. Sarebbe stato molto meglio se il lettore l’avesse scoperta leggendo il libro, in cui viene rivelata solo quando la stessa protagonista femminile la scopre (intorno a un quarto della storia). Per questo motivo, se mai aveste intenzione di provare questo libro, magari scaricandone l’anteprima, non leggete la trama, perché altrimenti vi rovinate la sorpresa.
 
Questo libro è scritto in lingua inglese!
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
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Di Guest blogger (del 18/09/2014 @ 02:07:38, in Scrittura & pubblicazione, linkato 3258 volte)

Oggi ho il piacere di presentarvi un guest post di un autore di fantascienza americano, Michael J. Foy, che ispirato da un episodio di “Star Trek: The Next Generation” in questo articolo cerca di esplorare i possibili aspetti dell’amore nel futuro.
 
L’altra sera ho visto un episodio di Star Trek: The Next Generation che affrontava le complessità emotive dell’amore. Era una di quelle puntate in cui Trek riesce bene nel suo intento di gettare una luce sulla condizione umana. La puntata si apre con la dottoressa Beverly Crusher perdutamente innamorata di un ambasciatore alieno. A sua insaputa quest’uomo di nome Odan è in realtà costituito due esseri che vivono in un rapporto simbiotico. C’è l’uomo che vede e l’entità di cui lei non è a conoscenza che vive nel ventre dell’uomo. È chiamato Trill. Questo questo tipo di vita è reciprocamente vantaggioso, ma la maggior parte della personalità di Odan viene dal Trill. Ed è la personalità ciò di cui la dottoressa è innamorata.
 
Alla fine, l’ambasciatore viene ferito e finisce in infermeria, dove è costretto a raccontare a Beverly del suo stile di vita condiviso. Lei è confusa e sconvolta dal fatto che l’uomo che pensava di conoscere le abbia tenuto nascosto un così grande segreto. Nel suo mondo questa relazione duale è così comune che a nessuno di loro viene mai in mente di rivelarsi a soggetti singoli come noi. A Beverly, però, tutto ciò sembra disonesto e ingannevole.
 
Da buon medico mette da parte i suoi sentimenti e rimuove il Trill per salvarlo prima che il corpo dell’ospite muoia. L’unico problema è che ha bisogno di un altro ospite per sopravvivere. Il primo ufficiale Will Riker si offre volontario a ospitarlo temporaneamente mentre si cerca un nuovo ospite più compatibile. Non è una soluzione ideale dal momento che è motivo di preoccupazione sia per Will che per Ambasciatore Odan. Dopo l’operazione, Will diventa l’ambasciatore. Ha tutta la memoria e sentimenti di Odan tra cui l’amore per Beverly. Lei, d’altra parte, non sa cosa provare nei suoi confronti e lo evita nonostante il persistere di forti sentimenti. Beverly confida al Consigliere Troi di non poter ricambiare l’affetto di un uomo che considera un fratello. Dice che avrebbe preferito che Odan non fosse mai venuto a bordo e che farebbe di tutto per non provare quelle sensazioni.
 
La dottoressa Crusher è torturata da un amore che è per lei fuori portata. È un dolore emotivo che la maggior parte di noi abbiamo provato in qualche momento della nostra vita e può dar luogo a manifestazioni fisiche come la perdita di appetito e/o del sonno. Il ricordo costante dovuto alla presenza di Will Riker è stato un modo ingegnoso degli autori di stuzzicare Beverly con la prospettiva di un amore ormai apparentemente irraggiungibile.
 
Alla fine, Beverly guarda oltre i cosiddetti pregiudizi umani e va da Will. Il suo bisogno di stare vicina a Odan ha la meglio e i due stanno insieme. Lei non vede l’ora di rimuovere il Trill e di metterlo nel nuovo corpo dell’ospite in modo da poter riprendere la sua relazione. La scena successiva potrebbe essere intitolata: avresti dovuto vedere la faccia che hai fatto. Il nuovo ospite arriva ed è una donna. Anche nel ventiquattresimo secolo non siamo così illuminati. Nonostante o a causa delle avance del nuovo Odan femmina, Beverly mette fine alla loro relazione.
Dato che le nostre presenze fisiche e personalità sono inseparabili, forse la domanda che Star Trek ha voluto porre è: abbiamo bisogno di conoscere tutti i segreti di qualcuno per legarci a lui? La natura umana è molto complessa e non tutto può essere appreso nei dieci giorni in cui, per esempio, la dottoressa Crusher si è innamorata dell’ambasciatore. Eppure le storie d’amore intricate sono all’ordine del giorno nella vita reale. Vuol dire che non abbiamo bisogno di sapere tutto su qualcuno per amarlo?
 
In Future Perfect, il mio eroe, Jamie McCord, si strugge per una donna morta cento milioni di anni prima. Alla fine incontra Lilah che gli ricorda il suo amore perduto e si innamora di lei. Purtroppo Lilah si rivela essere una spia di nome Lisa che lo stava manipolando. Quando scopre chi è Jamie, in un primo momento la rifiuta, ma i suoi forti sentimenti ritornano e come a volte accade nella realtà si riappacificano e si innamorano di nuovo. Le storie d’amore intricate possono essere inebrianti, ma forse l’amore è davvero un viaggio di scoperta a più lungo termine.

 
MICHAEL J. FOY è nato nella parte settentrionale dello stato di New York da immigrati irlandesi. La sua famiglia si è poi trasferita a Londra, a Boston, poi di nuovo a Londra e infine si è stabilita definitivamente negli Stati Uniti a Boston, quando Michael aveva 12 anni. Si è laureato in ingegneria alla Northeastern University nel 1979. Nel 1993 è diventato un reclutatore dell’industria editoria. Quindi, in pratica, le sue occupazioni letterarie hanno abbracciato altre due carriere ma sono state sempre il suo primo amore. Nel 1991 ha venduto un’opzione per il suo primo romanzo di fantascienza, “False Gods”, per la realizzazione di una sceneggiatura, a Timothy Bogart, nipote di Peter Guber, produttore di Barman. Tim e suo zio hanno adattato il materiale per il grande e il piccolo schermo.
Finora Michael ha pubblicato “Future Perfect”, “The Kennedy Effect” e la serie “Ghosts of Forgotten Empires”.
L’ultima pubblicazione di Michael è “Ghosts of Forgotten Empires: Volume II, A Cord Devlin Adventure”.

Per maggiori informazioni sui suoi libri potete visitare www.michaeljfoy.com.
Potete anche seguire Michael su Twitter: @michaeljfoy
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Di Carla (del 11/09/2014 @ 21:53:20, in Lettura, linkato 4041 volte)

 Lettura casuale rivelatasi gradevole
              
Questo libro rientra sicuramente nelle letture casuali. Non ricordo come sono approdata alla pagina del prodotto su Amazon, comunque l’avevo preso poiché era gratuito (credo che lo sia sempre). Con delle premesse del genere non ti aspetti un granché ed è per questo che gli do cinque stelle: supera senza dubbio le aspettative.
La storia è una miscela di thriller, intrigo, romance e umorismo, in altre parole il genere è romantic suspense. Abbiamo la protagonista, Sinclair, che è una parrucchiera, il suo amico gay Jesse, il fratello di quest’ultimo Reed (ovviamente molto affascinante) e uno stalker che perseguita appunto la protagonista a sua insaputa. Ovviamente il bello di turno è ricchissimo, mentre lei è la cenerentola della situazione. Ovviamente lui ha una fidanzata e dei genitori spregevoli, in particolare il padre. Ovviamente finisce tutto bene.
Insomma tanti cliché. Eppure mi è piaciuto. Gli elementi sono giocati bene, la storia è gradevole e divertente. Una lettura rilassante.
So che ne esiste anche una versione tradotta in italiano, ma, da quello che leggo nelle recensioni, la traduzione non è delle migliori.
 
Tangled Beauty (formato Kindle) su Amazon.it.
Tangled Beauty (formato Kindle) su Amazon.com.
Questo libro è scritto in lingua inglese!
 
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Di Carla (del 10/09/2014 @ 03:07:53, in Scrittura & pubblicazione, linkato 1986 volte)
Immaginate la mia sorpresa lunedì nel ricevere una menzione sia sul mio account di Twitter che su quello di Anna Persson da parte di Elena Re Garbagnati con il titolo “Deserto rosso, suspense, avventura e sesso su Marte” e un link a un articolo nientemeno che su Tom’s Hardware.
Wow!

Ho fatto click sul link (lo trovate qui) e sono rimasta a bocca aperta a leggere la bellissima recensione della Re Garbagnati. Ciò che mi è piaciuto in particolare è che, senza entrare nel merito della trama, sono stati indicati gli aspetti salienti che sono alla base della serie stessa: l’aspetto scientifico (sia quello spaziale che quello biologico) e l’aspetto psicologico.
 
Deserto rosso”, infatti, viaggia su due binari. Mentre racconta una storia, da una parte inserisce qua e là informazioni scientifiche reali, prendendo spunto dagli eventi narrati, dall’altra esplora l’emotività dei personaggi messi di fronte agli stessi eventi, mettendone in mostra tutte le sfaccettature.
 
Sono davvero felice di aver ricevuto questo piccolo riconoscimento da una testata di rilievo, che per di più si occupa proprio di tecnologia, come Tom’s Hardware.
Spero che i lettori che hanno acquistato il libro in seguito alla lettura della recensione si divertano a viaggiare alla volta del pianeta rosso con Anna Persson e gli altri personaggi della serie. Auguro a tutti loro buona lettura e ringrazio ancora Elena Re Garbagnati per le belle parole spese su questa serie, che ha accompagnato due anni della mia vita e che sarà sempre una parte di me.
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Di Carla (del 07/09/2014 @ 23:38:24, in Lettura, linkato 3996 volte)

 Voltapagine di nome e di fatto
 
Una cosa che mi ha piacevolmente colpito di questo libro è l’estrema bellezza della prosa, che si trasferisce altrettanto bene nella traduzione italiana. Mi ci sono imbattuta per caso e sono rimasta folgorata dal meraviglioso suono che sembrava quasi provenire dalle parole scritte. Devo ammettere che questo aspetto, unito al fatto che nel particolare momento in cui l’ho letto ero proprio in cerca di una lettura del genere, è riuscito a sopperire a qualche altro che ho meno gradito, tra cui devo annoverare la trama che non era esattamente nelle mie corde, anche se poi, andando avanti con la lettura, l’ho trovata a tratti molto divertente.
Il personaggio della madre del protagonista è un tantinello stereotipato e sopra le righe, fino a tendere un po’ alla bidimensionalità, come tutti quelli femminili in questo romanzo, mentre quelli maschili funzionano decisamente meglio.
Forse un altro aspetto che mi ha lasciato perplessa è stata la sensazione di incompletezza che ho ricavato alla fine della lettura. C’è tanta carne sul fuoco per sviluppare una storia molto più lunga e complessa, ma, proprio quando le cose iniziano a prendere vita, la storia finisce, lasciando l’amaro in bocca. Mi sono chiesta cosa ne sarebbe stato del protagonista e degli altri personaggi principali. Mi sono domandata quale fosse la motivazione dietro il libro, cosa l’autore avesse voluto davvero raccontare. Ho avuto l’impressione che si sia limitato a offrirci uno sguardo in un mondo, quello della musica classica (e tutte le faccende umane che vi girano intorno), senza che avesse realmente l’intenzione di mostrarci un percorso che andasse verso una fine.
C’è anche da dire che talvolta è meglio chiudere una storia senza completarla che dare a essa una fine che scada nella banalità. Anche per questo motivo, il finale estremamente aperto, seppure da una parte sembrerebbe una mancanza, forse potrebbe trasformarsi in pregio.
Di certo il titolo è azzeccato: è un vero “page-turner” (letteralmente appunto voltapagine), cioè un libro da cui è difficile staccarsi e che si legge in un lampo, anche perché non lunghissimo.
 

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