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Come scelgo i nomi dei miei personaggi
Di Carla (del 25/03/2015 @ 07:26:17, in Scrittura & Lettura, linkato 3713 volte)



Quello di dare un nome ai propri personaggi è sempre un momento molto particolare della scrittura di un libro. Che si tratti di un protagonista o di una comparsa che appare in una sola scena, è importante che il nome che si sceglie in qualche modo lo rappresenti.
 
In molti casi ho come l’impressione che siano gli stessi personaggi a sussurrarmi il loro nome, tant’è che mi ritrovo a inventarlo nel bel mezzo della prima frase in cui viene indicato, senza che questo rallenti più di tanto la scrittura.
È successo così per i protagonisti del mio prossimo thriller, “Affinità d’intenti” (in uscita il 21 maggio 2015). Mentre scrivevo la prima scena della prima stesura il 1° novembre del 2013, sono venuti fuori i nomi di Amelia Jennings e Mike Connor. In realtà il nome Amelia l’avevo già deciso qualche giorno prima, perché in tutti i miei libri c’è sempre un personaggio più o meno importante il cui nome inizia per “A” e Amelia era tra quelli papabili. Ma l’abbinamento col cognome e poi quello di Mike Connor sono saltati fuori così, senza un motivo particolare. Magari appartengono a qualcosa che è riaffiorato nel mio subconscio. Chissà!
 
Più o meno allo stesso modo ho inventato il nome di Eric Shaw, il protagonista de “Il mentore”, e di Christopher Garnish, altro personaggio di questo libro. In altri casi, però, sono arrivata a un nome in maniera un po’ più lunga e complessa. In questo ovviamente Google è stato molto utile, tramite cui sono approdata a Yahoo! Answers, vari siti e forum che trattano appunto di nomi di diverse nazionalità.
Per esempio, per il cognome della signorina Hinchinghooke, la nuova assistente di Gabriel Asbury alla fine de “L’isola di Gaia”, ho dovuto fare qualche ricerca. Mi serviva un nome inglese molto raro e altrettanto strano e difficile da pronunciare, questo perché nelle uniche scene in cui si vede questo personaggio, Gabriel la chiama in cinque modi diversi, proprio per via di questa difficoltà (Hinchingcosa, Hinching, Hinchy, Hinch e ovviamente Hinchinghooke).
In maniera simile mi sono procurata quello di Adele Pennington, ne “Il mentore”. Il nome è uno di quelli con la “A” della famosa lista, ma per il cognome volevo qualcosa che suonasse maledettamente inglese e allo stesso tempo non fosse il primo nome che può venirti in mente.
 
Diciamo che finché i personaggi sono anglofoni, scovare quello giusto è abbastanza semplice. Abbiamo un’immensa cultura a disposizione fatta di libri, film e serie tivù da cui attingere. La vera sfida è inventare dei nome di personaggi non anglofoni e neppure italiani (ma in realtà anche per questi ultimi mi ritrovo spesso a fare delle ricerche).
Ricordo quando decisi di dare un nome alla protagonista della serie di “Deserto rosso. È svedese quindi e le mie conoscenze in merito si fermano a qualche personaggio della trilogia Millennium di Larsson. Non un granché. Il nome doveva essere con la “A” e doveva essere diffuso in Svezia ma allo stesso tempo abbastanza comune nel resto del mondo, inclusa l’Italia, in modo da rimanere facilmente impresso. Il sito per eccellenza in casi come questi è Nomix.it. Questo è ciò che ho trovato alla voce nomi femminili svedesi.  L’occhio mi è subito caduto su Anna. Era perfetto: breve, comune in Svezia ma anche nel resto del mondo, e semplice. Per il cognome mi sono affidata a Cognomix.it. Qui alla voce “I 100 cognomi più diffusi in Svezia” nella posizione 8 trovo Persson: un nome che suona decisamente svedese ed è facilissimo da ricordare.
Risultato: Anna Persson.
La prima volta che l’ho pronunciato, mi sono detta: è lei!
La cosa divertente è che in tempi recenti ho scoperto che è un nome talmente comune in Svezia che esistono ben due personaggi pubblici che si chiamano così: un’atleta e un’attrice.
Mi verrebbe quasi voglia di provare a contattarle e offrire loro una copia in inglese dei libri!
 
Utilizzando gli stessi siti ho inventato i nomi di Jan e Kirsten De Wit, sempre di “Deserto rosso”. Essendo belga fiamminghi, sono andata a cercare dei nomi olandesi. Stesso discorso per molti altri personaggi. Il nome di Milja De Wit (non il cognome), invece, viene da quello di una mia vecchia amica di penna dei tempi del liceo che si chiamava Milja e viveva a Bruxelles.
 
I cognomi arabi di Hassan Qabbani e della famiglia Jibril mi hanno dato un po’ di filo da torcere. Per i nomi propri non c’era problema, un po’ perché se ne sentono tanti in giro, un po’ perché sono presi in considerazione su Nomix. Per i cognomi, ricordo che mi ero messa spulciare nomi di autori di lingua araba su Wikipedia.
 
Ne “L’isola di Gaia”, visto che la storia è ambientata in un futuro po’ più lontano (nel prossimo secolo), ammetto di aver lasciato libera la fantasia in alcuni casi, come quello di Rivus Gado. Non credo che esista al mondo nessuno che si chiami così, benché poi abbia scoperto che il cognome Gado esiste (anche se raro). Altro esempio è quello di Isabella Gredani. Nel leggerlo può sembrare un nome quasi italiano, ma cercandolo su Google salta fuori solo il mio libro.
Il nome di Gaia, invece, viene dal titolo (e non il contrario) e indica un altro nome della Terra, oltre a Gea, in cui mi ero imbattuta all’università quando ho studiato l’Ipotesi Gaia di Lovelock (ecologia).
Infine il nome di Alicia è saltato fuori da quello di un personaggio di uno dei miei film preferiti, “Batman” di Tim Burton, in cui l’amante di Jack Napier (il Joker) si chiama appunto Alicia.
 
Potrei andare avanti così per chissà quanto a raccontarvi il ragionamento, la ricerca o il ricordo da cui è scaturito ogni singolo nome dei miei personaggi, ma probabilmente vi annoiereste.
Di certo quando si legge un libro raramente si dà importanza a un nome, non si ha la percezione del mondo che sta dietro quella particolare scelta. Ma, quando poi si passa dall’altra parte del libro, quella dello scrittore, ci si rende conto come battezzare un personaggio sia una parte molto importante del processo creativo che sta dietro la scrittura di una storia. Almeno lo è per me. È come se, quando gli do un nome, il personaggio riesca finalmente a prendere forma nella mia mente, a diventare reale, vivo, e da quel momento in poi sarà pronto a raccontarmi il resto della sua storia.

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