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 Tramonto sull'Isola di San Pietro... di Carla
 

"Tu hai creato la nuova me."
Il mentore

 

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 09/04/2015 @ 23:33:53, in Lettura, linkato 1967 volte)

 L’evoluzione di Chase
 
Dopo aver letto due raccolte di racconti, una novella e un romanzo, Chase Williams è diventato molto più di un personaggio di fantasia. L’apparente normalità in cui le sue storie hanno luogo favoriscono l’immedesimazione a tal punto che a momenti mi viene da pensare che in una cittadina di nome Tursenia ci sia veramente un ex-detective di Scotland Yard impegnato a risolvere i crimini più vari.
Questa raccolta, però, conferma l’evoluzione già in parte vista in “Pull the Trigger” e, se possibile, si fa un ulteriore passo avanti verso una più spinta tridimensionalità del personaggio. Dal classico investigatore britannico che, tramite gli indizi e un’acuta capacità di osservare i dettagli, trova il colpevole attraverso il classico processo di deduzione, si passa sempre più al Chase uomo d’azione, capace di reagire a situazioni estreme con dei comportamenti decisi. Un uomo che non teme di sporcarsi le mani né di mettere a repentaglio la sua stessa incolumità.
Così facendo, Chase si sta prendendo pian piano la scena, persino attraverso piccoli racconti di mille parole. Verrebbe quasi da pensare che la sua permanenza in Italia e il contatto con personaggi e situazioni tipicamente italiane lo stiano influenzando e ne stiano tirando fuori un’indole inattesa, che non può che fare breccia nel cuore dei lettori.
Dovendo fare un paragone tra questa raccolta e le due precedenti, noto subito la notevole differenza nello stato d’animo che sottende le varie trame. Vengono meno le immagini eccessive, eppure tutti i racconti, persino quelli che non trattano crimini gravi come l’omicidio o che comunque raccontano delle vicende più leggere, sono carichi di suspense e di una venatura cupa, drammatica. La scrittura della Mattana diventa più matura, mentre il suo mondo immaginario si espande, diventando sempre più reale.
Non mi resta che attendere il suo prossimo lavoro per godermene un altro scorcio.
 
Questo libro è scritto in lingua inglese!
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
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http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
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Di Carla (del 01/04/2015 @ 22:02:44, in Scrittura & pubblicazione, linkato 2141 volte)

Quest’anno ho intenzione di scrivere tanto. Me lo sono ripromessa visto che nel 2014 ho vissuto di rendita. Mi sono dedicata a revisionare e riscrivere romanzi già scritti, per poi pubblicarli, e a tradurre la serie di “Deserto rosso” in inglese.
 
Ma adesso è arrivato il momento di tornare a scrivere e il modo migliore per farlo è proprio partecipare a un’edizione del Camp NaNoWriMo, quella che inizia oggi e finisce il 30 aprile.
Il romanzo che scriverò s’intitola “Per caso”. È un thriller fantascientifico che rientra nel sottogenere della space opera.
 
“Per caso” racconta del ritrovamento casuale di un’astronave, chiamata Chance, data per dispersa da lunghissimo tempo. La Chance viaggiava dalla Terra alla colonia umana sul pianeta Thalas, ma, poco tempo dopo essere uscita dal tunnel subspaziale ai margini del sistema stellare, ha smesso di comunicare e nessuno ha più saputo che fine avesse fatto. Al suo interno trasportava trecento persone in criostasi, ma ora solo tre capsule sono ancora funzionanti.
Che cosa è accaduto a bordo della nave?
Solo gli unici tre passeggeri sopravvissuti potrebbero rispondere a questa domanda, ma sono rimasti in sonno criogenico per troppo tempo e l’equipe medica di Doc (il protagonista) non riesce a svegliarli.
 
E adesso tocca a me. Stanotte inizierò a scrivere e cercherò di portare a termine almeno 50 mila parole in 30 giorni. Non so se saranno sufficienti a completare il romanzo. Questo lo scoprirò durante il mio viaggio.
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Di Carla (del 31/03/2015 @ 15:10:01, in Lettura, linkato 3149 volte)

 Primo di una serie di libri unici
 
Ho deciso di leggere questo libro proprio perché è il primo di una serie. Speravo di trovare un ottimo autore e un ottimo personaggio, in modo da potermi poi godere il resto della serie.
Devo dire che questa aspettativa è stata poi delusa. Lee Child è un buon autore e Jack Reacher è un fantastico personaggio, ma questo romanzo termina in maniera definitiva. Non lascia in sospeso neanche un piccolo dettaglio che riguardi il personaggio, non esiste alcuna apparente sottotrama da dipanare in quelli successivi. In altre parole, non c’è alcun motivo per cui, nonostante mi sia piaciuto molto, io mi debba sentire minimamente interessata a leggere i molti altri di questa serie. E a mio parere questo è un grosso difetto, anche perché, con tutti i libri che esistono sul mercato, credo proprio che questa storia di Jack Reacher mi sarà più che sufficiente per lungo tempo, se non addirittura per sempre.
Posso tranquillamente passare ad altro.
Ma nel giudicare questo romanzo ho deciso di ignorare questa pecca, ho deciso di fingere che mi ci sia avvicinata come se fosse un romanzo unico e non l’inizio di una serie di altri libri che hanno location e trame completamente diverse (ho letto rapidamente le descrizioni a fine volume). Voglio fingere di credere che il mondo di Jack Reacher finisca alla fine dell’ultimo capitolo con quella minuscola, ma finta, porticina aperta con cui si conclude. Voglio ignorare anche quello stesso capitolo, tutto raccontato o addirittura riassunto, in cui l’autore si affretta a chiudere la vicenda e a chiarire col lettore che la serie sarà fatta di episodi separati che avranno come unico elemento comune un personaggio che vaga per gli Stati Uniti ed è felice del suo vagare. Voglio ignorare che si tratti di un personaggio statico, che non evolverà durante la storia, non lo farà mai, ma stranamente ovunque vada si trova in mezzo ai guai, dai quali è destinato a uscirne sempre vivo, lasciandosi dietro una lunga scia di morti.
Insomma, voglio ignorare tutto questo e l’imbarazzante numero di refusi di questa sua edizione (per non parlare dei soliti congiuntivi dimenticati), che gli costerebbe minimo una se non due stelline, e dargli il massimo dei voti, ma solo perché mi sono divertita davvero molto a leggerlo e ho trovato molto interessanti alcune parti tecniche (sulla contraffazione del denaro e sulle armi).
Chiarito questo concetto, non mi resta che tornare alla trama di “Zona pericolosa”, che è senza dubbio ben costruita, complessa, e che ti costringe ad arrivare alla fine nel più breve tempo possibile. Ho letto l’ultimo terzo del romanzo (che non è affatto corto) in due sessioni: una prima di dormire e una subito dopo essermi svegliata.
Dovevo finirlo.
Vieni subito catapultato in questo episodio della vita di Reacher. Mentre se ne sta tranquillo a fare colazione in un locale di un paesino sperduto delle Georgia, dove è appena arrivato quella stessa mattina, la polizia irrompe e lo arresta, accusandolo di un omicidio avvenuto la sera prima.
È solo l’inizio dei suoi guai.
Si sarebbe tentati di pensare che “Zona pericolosa” sia soprattutto un libro di azione. Non è così. Le scene di azione ci sono eccome e sono bellissime. Sono un po’ più fitte verso la fine, come è ovvio attendersi. Ma in realtà ci troviamo di fronte a un romanzo di investigazione, ricerca, morti (molti morti) fatti fuori nei modi più cruenti e inquietanti, tracce. Reacher era un agente della polizia militare e in lui troviamo l’addestramento del militare e un’astuzia e una capacità deduttiva degna del migliore Sherlock Holmes.
In un susseguirsi di colpi di scena narrati con maestria, Reacher vede la sua situazione peggiorare, ma non si perde di certo d’animo e non si fa scrupoli. Ne viene fuori un mondo in cui ogni legalità è sospesa, non esistono più riserve morali. Non si può attendere l’intervento della giustizia, ci si deve fare giustizia da sé e si ha la sensazione che vada bene così.
L’autore ci narra la storia mostrandoci i dettagli solo nel momento in cui servono e permettendoci di accompagnare il protagonista nel mettere insieme i pezzi del puzzle. Insieme a lui ci angoscia per la sorte degli altri personaggi. Col cuore in gola si legge, pagina dopo pagina, temendo che possa accadere il peggio, ma accelerando la lettura per sapere la verità, per quanto terribile possa essere.
E in men che non si dica si arriva all’esplosiva conclusione.
Peccato davvero per il capitolo finale che fa crollare di nuovo la storia nel mondo reale, spezzando definitivamente l’incantesimo e lasciando un po’ di amaro in bocca.
 
 
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Di Carla (del 28/03/2015 @ 03:02:55, in Lettura, linkato 2519 volte)

 Un’entusiasmante storia di fantascienza hard
 
Mentre leggevo questa novella, continuavo a ripetermi che era proprio il genere di libro di fantascienza che faceva per me. Contiene, infatti, tutti gli elementi che prediligo.
In primo luogo, è ambientata in un prossimo futuro caratterizzato da sufficienti elementi del presente da renderlo riconoscibile e plausibile. Già dalle prime pagine sei in grado di percepire un tale senso di realismo da credere che tutto ciò che viene raccontato potrebbe davvero accadere in qualche decennio.
La credibilità della narrazione è inoltre accentuata dall’accurato contenuto scientifico e tecnologico. Questa è fantascienza hard nella sua massima espressione. L’autore mostra di essere estremamente preparato nel tema dell’astronautica e dell’esplorazione spaziale.
La trama è avvincente. Da una parte ci mostra un futuro in cui i viaggi spaziali sono resi più semplici dall’esistenza di un ascensore spaziale (proprio a esso si riferisce il titolo). Si tratta di un tema molto caro agli amanti di questo sottogenere della fantascienza, ma anche e soprattutto a coloro che sono interessati nell’esplorazione spaziale e si dilettano a immaginare quali giovamenti in questo campo tale tecnologia potrebbe apportare.
Uno degli aspetti che preferisco è l’immagine di un futuro positiva, nonostante la fisiologica presenza di intrighi, complotti e tradimenti. Un futuro in cui la tecnologia permette all’umanità di fare grandi cose.
Accanto a questo tema c’è quello dell’asteroide. Potrebbe essere un pericolo per Terra? O solo un qualcosa di interessante da studiare? E se celasse qualche meraviglioso mistero? E qui l’autore gioca le sue carte in maniera davvero originale (non posso entrare nel dettaglio perché rischierei di cadere nello spoiler).
A ciò si aggiunge il problema di come gestire certe informazioni con l’opinione pubblica. Turnbull ci mostra la reazione ambivalente dell’essere umano di fronte all’ignoto, in cui la lotta contro la paura e le sue conseguenze può essere di grande intralcio alla conoscenza.
Il peggio ma anche il meglio (incluso l’eroismo) della natura umana divengono a loro volta protagonisti.
Tutti questi elementi sono intrecciati sapientemente in una storia fatta dai personaggi, così ben delineati da quasi prendere vita nelle pagine. Ottimi dialoghi, spesso arguti e divertenti, scene d’azione mozzafiato e maestria nel mettere insieme le scene e interromperle al momento giusto completano il confezionamento di questa piccola perla del panorama fantascientifico.
È sicuramente un ottimo modo per conoscere questo autore e credo che presto leggerò altri suoi libri.
 
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Di Carla (del 25/03/2015 @ 07:26:17, in Scrittura & pubblicazione, linkato 3846 volte)

Quello di dare un nome ai propri personaggi è sempre un momento molto particolare della scrittura di un libro. Che si tratti di un protagonista o di una comparsa che appare in una sola scena, è importante che il nome che si sceglie in qualche modo lo rappresenti.
 
In molti casi ho come l’impressione che siano gli stessi personaggi a sussurrarmi il loro nome, tant’è che mi ritrovo a inventarlo nel bel mezzo della prima frase in cui viene indicato, senza che questo rallenti più di tanto la scrittura.
È successo così per i protagonisti del mio prossimo thriller, “Affinità d’intenti” (in uscita il 21 maggio 2015). Mentre scrivevo la prima scena della prima stesura il 1° novembre del 2013, sono venuti fuori i nomi di Amelia Jennings e Mike Connor. In realtà il nome Amelia l’avevo già deciso qualche giorno prima, perché in tutti i miei libri c’è sempre un personaggio più o meno importante il cui nome inizia per “A” e Amelia era tra quelli papabili. Ma l’abbinamento col cognome e poi quello di Mike Connor sono saltati fuori così, senza un motivo particolare. Magari appartengono a qualcosa che è riaffiorato nel mio subconscio. Chissà!
 
Più o meno allo stesso modo ho inventato il nome di Eric Shaw, il protagonista de “Il mentore”, e di Christopher Garnish, altro personaggio di questo libro. In altri casi, però, sono arrivata a un nome in maniera un po’ più lunga e complessa. In questo ovviamente Google è stato molto utile, tramite cui sono approdata a Yahoo! Answers, vari siti e forum che trattano appunto di nomi di diverse nazionalità.
Per esempio, per il cognome della signorina Hinchinghooke, la nuova assistente di Gabriel Asbury alla fine de “L’isola di Gaia”, ho dovuto fare qualche ricerca. Mi serviva un nome inglese molto raro e altrettanto strano e difficile da pronunciare, questo perché nelle uniche scene in cui si vede questo personaggio, Gabriel la chiama in cinque modi diversi, proprio per via di questa difficoltà (Hinchingcosa, Hinching, Hinchy, Hinch e ovviamente Hinchinghooke).
In maniera simile mi sono procurata quello di Adele Pennington, ne “Il mentore”. Il nome è uno di quelli con la “A” della famosa lista, ma per il cognome volevo qualcosa che suonasse maledettamente inglese e allo stesso tempo non fosse il primo nome che può venirti in mente.
 
Diciamo che finché i personaggi sono anglofoni, scovare quello giusto è abbastanza semplice. Abbiamo un’immensa cultura a disposizione fatta di libri, film e serie tivù da cui attingere. La vera sfida è inventare dei nome di personaggi non anglofoni e neppure italiani (ma in realtà anche per questi ultimi mi ritrovo spesso a fare delle ricerche).
Ricordo quando decisi di dare un nome alla protagonista della serie di “Deserto rosso. È svedese quindi e le mie conoscenze in merito si fermano a qualche personaggio della trilogia Millennium di Larsson. Non un granché. Il nome doveva essere con la “A” e doveva essere diffuso in Svezia ma allo stesso tempo abbastanza comune nel resto del mondo, inclusa l’Italia, in modo da rimanere facilmente impresso. Il sito per eccellenza in casi come questi è Nomix.it. Questo è ciò che ho trovato alla voce nomi femminili svedesi.  L’occhio mi è subito caduto su Anna. Era perfetto: breve, comune in Svezia ma anche nel resto del mondo, e semplice. Per il cognome mi sono affidata a Cognomix.it. Qui alla voce “I 100 cognomi più diffusi in Svezia” nella posizione 8 trovo Persson: un nome che suona decisamente svedese ed è facilissimo da ricordare.
Risultato: Anna Persson.
La prima volta che l’ho pronunciato, mi sono detta: è lei!
La cosa divertente è che in tempi recenti ho scoperto che è un nome talmente comune in Svezia che esistono ben due personaggi pubblici che si chiamano così: un’atleta e un’attrice.
Mi verrebbe quasi voglia di provare a contattarle e offrire loro una copia in inglese dei libri!
 
Utilizzando gli stessi siti ho inventato i nomi di Jan e Kirsten De Wit, sempre di “Deserto rosso”. Essendo belga fiamminghi, sono andata a cercare dei nomi olandesi. Stesso discorso per molti altri personaggi. Il nome di Milja De Wit (non il cognome), invece, viene da quello di una mia vecchia amica di penna dei tempi del liceo che si chiamava Milja e viveva a Bruxelles.
 
I cognomi arabi di Hassan Qabbani e della famiglia Jibril mi hanno dato un po’ di filo da torcere. Per i nomi propri non c’era problema, un po’ perché se ne sentono tanti in giro, un po’ perché sono presi in considerazione su Nomix. Per i cognomi, ricordo che mi ero messa spulciare nomi di autori di lingua araba su Wikipedia.
 
Ne “L’isola di Gaia”, visto che la storia è ambientata in un futuro po’ più lontano (nel prossimo secolo), ammetto di aver lasciato libera la fantasia in alcuni casi, come quello di Rivus Gado. Non credo che esista al mondo nessuno che si chiami così, benché poi abbia scoperto che il cognome Gado esiste (anche se raro). Altro esempio è quello di Isabella Gredani. Nel leggerlo può sembrare un nome quasi italiano, ma cercandolo su Google salta fuori solo il mio libro.
Il nome di Gaia, invece, viene dal titolo (e non il contrario) e indica un altro nome della Terra, oltre a Gea, in cui mi ero imbattuta all’università quando ho studiato l’Ipotesi Gaia di Lovelock (ecologia).
Infine il nome di Alicia è saltato fuori da quello di un personaggio di uno dei miei film preferiti, “Batman” di Tim Burton, in cui l’amante di Jack Napier (il Joker) si chiama appunto Alicia.
 
Potrei andare avanti così per chissà quanto a raccontarvi il ragionamento, la ricerca o il ricordo da cui è scaturito ogni singolo nome dei miei personaggi, ma probabilmente vi annoiereste.
Di certo quando si legge un libro raramente si dà importanza a un nome, non si ha la percezione del mondo che sta dietro quella particolare scelta. Ma, quando poi si passa dall’altra parte del libro, quella dello scrittore, ci si rende conto come battezzare un personaggio sia una parte molto importante del processo creativo che sta dietro la scrittura di una storia. Almeno lo è per me. È come se, quando gli do un nome, il personaggio riesca finalmente a prendere forma nella mia mente, a diventare reale, vivo, e da quel momento in poi sarà pronto a raccontarmi il resto della sua storia.
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Di Carla (del 19/03/2015 @ 05:50:32, in Lettura, linkato 2782 volte)

 La lotta contro il mostro
 
Avevo questo libro da un po’ di tempo, non so neppure come me lo fossi procurato, e ho iniziato a leggerlo perché incuriosita dalla descrizione.
In realtà, e direi anche per fortuna, la storia narrata ha ben poco a che vedere con la quarta di copertina, che descrive solo un dettaglio di una delle storie che si intrecciano in questo bellissimo romanzo, ma soprattutto non fa il minimo accenno all’argomento principale che lo anima: l’alcolismo.
Un medico, un operaio, un sacerdote, la giovane rampolla di una famiglia facoltosa, persone diverse che si incontrano all’interno della storia proprio a causa della loro dipendenza dall’alcol.
L’autore entra nella mente dell’alcolista e riesce a mostrare al lettore quale filo di pensieri spinge il primo a tornare bere, anche dopo essere stato malissimo e aver giurato se stesso che avrebbe smesso, anche se questo significa trascurare le persone che ama e che l’amano, anche se può portarlo a un passo dalla morte, anche se ciò costringe lui e la sua famiglia alla povertà, anche se sa perfettamente il motivo di questa sua malattia, tanto da essere in grado di consigliare altri come lui.
L’alcolismo è il mostro che controlla i protagonisti di questo romanzo, che li accompagna nella loro discesa all’inferno. Alcuni non ce la fanno e vengono sconfitti, soprattutto se non hanno nessuno cui affidarsi. Altri, che hanno la fortuna di poter contare sui propri cari, trovano la forza, o almeno obbligano se stessi a trovarla, per combatterlo, e magari vincerlo.
La meravigliosa prosa di Konsalik scorre tra disperazione, ironia e speranza, tra una lacrima e un sorriso, finché arrivi alla fine con la sensazione di aver ricevuto un dono.
 
 
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Di Guest blogger (del 17/03/2015 @ 09:00:00, in Scrittura & pubblicazione, linkato 4134 volte)

Oggi ospito ancora una volta Noemi Gastaldi, che sta per pubblicare il volume conclusivo della sua trilogia “Oltre i confini”. In questa tappa del suo blog tour Noemi tenta di intervistare due personaggi dei suoi libri. Ci riuscirà?
 
Oltrepasso lo schermo e li vedo: Bruno (immagine in basso) e Lucilla (nella copertina accanto) sono sdraiati a terra in un campo incolto poco fuori Torino. So che sono esausti, intenti a riprendere le forze perdute dopo la rocambolesca fuga dalla caserma in cui li tenevano rinchiusi. Mi avvicino piano, voglio parlare con loro, ma dovrò fare attenzione: non devono scoprire chi sono.
 
- Vi ho visti in caserma, vi ho seguiti. Come avete fatto a fuggire? – chiedo.
Loro si mettono in piedi, mi guardano. È Lucilla a rivolgermi la parola:
- Non ci è chiaro il come. Tu, invece? –
Mi guardano scettici, capisco che se voglio parlare con loro dovrò inventarmi qualcosa.
- Io… ho sentito la presenza di una Forza Ancestrale attorno a voi, così vi ho seguiti. –
 
Ora si sono fatti più interessati, posso porre loro un’altra domanda:
- Come avete scoperto l’esistenza delle Forze Ancestrali? – chiedo. Lucilla si rivolge nuovamente a me:
- Non parlerei di scoperta. Le Forze Ancestrali sono attorno a noi, e piano piano ci si rende conto della loro presenza… Si tratta di essere più consapevoli, ecco tutto. –
Guardo Bruno, spero in una risposta anche da parte sua:
- Io ho “scoperto” tutto ciò dopo la convivenza forzata con la biondina… - mi dice.
 
- Eravate in cella assieme? – provo a chiedere.
- Sì, evidentemente i militari ci hanno preso tanto gusto a darci la caccia da aver finito lo spazio… - dice Lucilla. Bruno la interrompe:
- Ci hanno pressati in una celletta minuscola, e tu dovresti saperlo, se dici di aver percepito la Forza Ancestrale… Perché se lo hai fatto, anche tu devi essere una Viator. –
 
Resto in silenzio: il ragazzo non si fida, è evidente. Inaspettatamente, Lucilla mi viene in aiuto:
- Può anche essere una di quelle persone molto recettive che si accorgono di noi, perché no? – chiede a Bruno. Lui non le risponde, mi guarda dritto negli occhi:
- Come sei finita in caserma? – mi chiede.
 
- E tu, piuttosto? – incalzo. Lui capisce che so cosa ha fatto, anche se dubito che possa sapere con chi sta parlando. Lucilla lo guarda interrogativa, e io decido di abbandonare questa versione alternativa della mia città per tornarmene alla vita di tutti i giorni. Il romanzo è già scritto, e di questa mia intrusione tra i poveri personaggi dello scenario distopico che ho creato non parlerò: sarà come non fosse mai accaduto.
 
Blog tour “La trilogia è completa”: https://www.facebook.com/events/467905823361981/
 


NOEMI GASTALDI è nata e cresciuta in provincia di Torino, città in cui attualmente risiede. Ama scrivere fin da quando era piccola, ma la sua prima pubblicazione risale al 2009, quando collabora al romanzo erotico-sentimentale “22 fiori gialli”, attualmente edito da Eroscultura. Nel 2011, affascinata dal mondo sommerso dell’arte indipendente, riprende in mano una vecchia bozza ideata anni prima e mette le basi per la saga “Oltre i confini”. Il primo volume della stessa, “Il tocco degli Spiriti Antichi”, viene autopubblicato nel novembre 2012. Il secondo volume, “Il battito della Bestia”, viene autopubblicato nel gennaio 2014. Il volume conclusivo, “Il canto delle Forze Ancestrali” è disponibile dal 22 marzo 2015.
 
Visitate il suo sito “I mondi di Noemi”:
http://mondinoemi.altervista.org/
Noemi gestisce anche un blog dedicato ai blog tour, “Blog in tour - alla scoperta di autori indipendenti”:
http://blog-in-tour.blogspot.it
 
La trilogia “Oltre i confini” include:
1) Il tocco degli Spiriti Antichi
2) Il battito della Bestia
3) Il canto delle Forze Ancestrali
 
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Di Carla (del 14/03/2015 @ 09:54:49, in Cinema, linkato 4090 volte)
Da qualche anno a questa parte, immagino l’abbiate notato, le sale cinematografiche sono infestate di film tratti da qualcosa (un libro, un fumetto, una storia vera o un libro a sua volta tratto da una storia vera) o che sono il sequel, il remake o il reboot di qualcosa. Moltissimi film sono un adattamento di una storia nata su un mezzo di fruizione diverso o direttamente nella realtà, oppure sono in pratica una minestra riscaldata.
Per carità, diversi di questi film non sono affatto male, riescono a essere dei buoni prodotti che svolgono bene il loro compito, cioè divertire. Qualcuno addirittura riesce ad eccellere, spesso per la bravura di chi ha dovuto usufruire di materiale usato di riuscire comunque a rielaborarlo in maniera efficace e metterci del suo. Ma, tranne rarissimi casi, il fatto che queste storie non siano state concepite appositamente per il cinema o per quel particolare film (in caso di remake/reboot e sequel) fa sì che si avverta la loro tendenza a portarsi dietro un peso, quello del confronto con l’originale.
 
In particolare, adattare una storia nata per un romanzo a un film è un’operazione molto difficile, proprio per l’enorme differenza tra i due mezzi di narrazione. Nel primo si utilizzano le parole, nel secondo le immagini. Sono mezzi diversi, che permettono di dare più spazio a certi aspetti e hanno enormi limiti in altri.
Un romanzo, per esempio, sa portarti dentro la testa di un personaggio, o di più personaggi. Nello stesso tempo però, non fornendoti l’immagine, può celarti ciò che sta fuori del personaggio stesso. Il film invece può mostrarti qualsiasi cosa si trovi all’esterno della mente dei un personaggio, ma niente di quello che si trova al suo interno, a meno che non usi artifizi presi in prestito dalla narrativa, come la voce narrante, o cerchi di tradurre in immagini un ricordo o un pensiero simulando la parte emotiva con un particolare uso della fotografia.
 
L’adattamento da un medium all’altro implica una notevole modifica di ciò che si vuole narrare, cosa di cui il prodotto finale soffre. Tant’è che in genere il film non è mai tanto bello quanto il libro, tranne il caso in cui il libro è davvero brutto (ma avendo venduto tanto ci hanno comunque fatto un film) e chi si è ritrovato a doverlo adattare per il cinema non ha potuto che migliorarlo, anche perché non ci voleva molto. Tendo a pensare che a quest’ultima categoria appartenga “50 Sfumature di Grigio”, anche se il film non l’ho visto, ma sono certa che, nonostante i limiti del materiale di base, ne avranno tirato fuori un prodotto cinematografico come minimo passabile.
 
Se, invece di andare a adattare qualcosa di già pronto, si crea qualcosa di nuovo per il cinema, il discorso cambia completamente. Colui che scrive il soggetto e magari anche la sceneggiatura, lo fa facendo uso degli strumenti del cinema, in altre parole delle immagini stesse. Concepisce il germe della storia a partire dalle immagini che generano un’emozione diversa in ogni spettatore (e non dall’emozione trasmessa delle parole che può evocare un’immagine diversa in ogni lettore, come accade nei romanzi) e ciò gli permette di sfruttare al meglio la potenza del mezzo che sta usando per raccontare una storia.
 
Un film come “Birdman” è un esempio di questo cinema che nasce direttamente come tale. L’autore del film, Alejandro González Iñárritu, che oltre ad averlo diretto ha co-scritto la sceneggiatura (non a caso ha vinto l’Oscar come regista e sceneggiatore), ha giocato tantissimo sull’immagine arrivando a girare un film che sembra costituito da un unico piano sequenza!
In esso vediamo mostrati uno dopo l’altro, senza soluzione di continuità, elementi realistici (come la stessa caratterizzazione dell’ambiente teatrale di Broadway e del personaggio principale, interpretato da Michael Keaton, che a tratti si confonde con l’attore stesso che nella realtà più di 20 anni fa ha effettivamente interpretato un supereroe e se l’è portato dietro per il resto della sua carriera) con altri totalmente fantasiosi (Birdman che gli parla e appare in scena, lui che lievita in aria o sembra avere altri superpoteri, un mostro che compare nel bel mezzo di New York). Solo la magia del cinema poteva mettere insieme questi elementi e comunque mantenere la sospensione dell’incredulità.
Lo stesso finale ambiguo del film funziona proprio perché è un film.
 
“Birdman” non è il solo esempio, né quello migliore, di un cinema vero.
Un altro è “Grand Budapest Hotel”, film meraviglioso che gioca sulla fotografia, sul montaggio, sulle scenografie, sui costumi, sulla colonna sonora (non dimentichiamocene!) e così via, insomma su tutti quegli elementi che sono importanti quanto e forse pure più della storia stessa.
 
Vedere un film come “Birdman” (e “Grand Budapest Hotel”) mi ha ricordato perché amo il cinema, anzi mi ha ricordato cos’è il cinema. In anni di adattamenti, remake, reboot e sequel me l’ero quasi scordata. Mi ha ricordato quando da ragazzina mi annullavo davanti al grande schermo in film come “Ritorno a Futuro”, “Edward Mani di Forbice”, “Ghostbusters” o, parlando di Keaton, “Beetlejuice” (anche se purtroppo l’ho visto solo sul piccolo schermo, ma un numero esagerato di volte), solo per fare qualche esempio, e ancora una volta mi sono chiesta perché le grandi produzioni cinematografiche abbiano quasi del tutto smesso di essere qualcosa di originale. In realtà la risposta la so: perché portare sul grande schermo un prodotto che è già di successo dà maggiori certezze sull’investimento economico. Rispetto al passato si rischia meno.
Ma il risultato è che sembra quasi che manchino le idee di un tempo o che non si voglia ascoltare chi le ha.
 
In realtà c’è tutto un esteso sottobosco di cinema indipendente che invece parte da idee originali (anche perché non si può permettere di acquisire i diritti per utilizzare quelle di altri), ma che purtroppo solo in piccola parte giunge a noi nel grande schermo.
Chissà se si continuerà ancora su questa strada o ci sarà anche nelle grandi produzioni un ritorno significativo verso l’originalità. Ovviamente spero nella seconda ipotesi e nel frattempo cerco di godermi quelle piccole perle di cinema, quello vero, che riesco ancora a scovare.
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Di Carla (del 10/03/2015 @ 20:30:00, in Lettura, linkato 3107 volte)

 Mummie!
 
Ho riletto da poco questa novelization del film “La Mummia”. L’avevo già letta due volte, ma stiamo parlando di quindici anni fa. Avendo visto molte volte il film, ricordavo la storia, ma non altrettanto bene i dettagli del romanzo, quindi l’ho rivisto con occhi nuovi.
Ricordo che all’epoca avevo notato delle piccole differenze nella svolgersi degli eventi, ma adesso la mia memoria fa fatica a distinguerle. Per farlo dovrei rivedere il film. Erano comunque dettagli non significativi.
Il modo in cui è narrato soffre parecchio del fatto di essere tratto da una sceneggiatura. Ciò impone un punto di vista onnisciente, simile appunto a quello di una macchina da presa. A tratti questo aspetto crea notevole distanza dai personaggi e fa perdere l’immedesimazione nella storia. È un peccato perché il potenziale per tenere il lettore incollato alle pagine c’è tutto. D’altra parte si tratta di un libro che a suo tempo era stato pensato per i fan del film.
Ciò che lo rende particolarmente interessante è il fatto che rivela alcuni aspetti che poi non sono apparsi nel film stesso e come la mano del regista abbia modificato alcuni dettagli della trama.
Per esempio, nel film si dice erroneamente che gli antichi egizi rimuovessero il cuore dai defunti prima dell’imbalsamazione. Non è così e ciò era considerato un “errore” del film (per quanto il termine errore avesse senso parlando di una storia di mostri della Universal che non pretendeva in alcun modo di riportare realtà storiche). Leggendo il libro, si scopre che nella sceneggiatura i personaggi dicevano che la rimozione del cuore avveniva per le persone cattive e che fosse una punizione dopo la morte.
Questo è solo un piccolo dettaglio, ma leggendo il romanzo molti passaggi della storia hanno molto più senso rispetto al film, proprio perché viene dato più spazio per spiegarli.
Nel complesso è una lettura niente male, adatta anche a chi non abbia mai visto il film.
Il linguaggio fa a tratti uso di termini obsoleti riproducendo il fatto che gli eventi narrati appartengono a un passato non vicinissimo (il 1925). La traduzione non è affatto male, salvo qualche piccola imprecisione tipica del passaggio dalla lingua inglese, ma considerando che si tratta di un’edizione economica è molto buona rispetto a prodotti equivalenti pubblicati negli ultimi anni.
Pur non essendo un’opera di grande letteratura, svolge in maniera perfetta il suo ruolo di novelization di una sceneggiatura, per cui si merita i pieni voti.
 
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Di Carla (del 04/03/2015 @ 13:06:45, in Musica, linkato 3210 volte)

In questi giorni i Queen e Adam Lambert stanno terminando il loro tour europeo cui ho avuto l’enorme piacere di assistere poco più di tre settimane fa ad Assago. E da allora mi è salita di nuovo la febbre da Queen.
 
Ho vaghi ricordi di un giorno nel 1989, mentre mi aggiravo nella sezione dischi dell’UPIM di Carbonia e mi apprestavo a comprare il mio primo CD. Si trattava di “The Miracle” dei Queen. Allora avevo quindici anni e avevo ricevuto come regalo di compleanno un impianto stereo con tanto di lettore CD (appunto) e giradischi (e infatti lo stesso giorno avevo anche acquistato un vinile). Anche se allora non me ne rendevo conto, la mia passione per la musica in quel momento stava per prendere una svolta fondamentale.
 
Negli anni a quel CD se ne sono aggiunti davvero tanti: tutti gli album da studio dei Queen, i vari Greatest Hits e diverse altre raccolte, i concerti live (compresi diversi bootleg), gli album dei The Cross che era il side project di Roger Taylor (il mio preferito della band!), gli album solisti sempre di Taylor, quello di Brian May (e anche quello live), quelli di Freddie Mercury (inclusa la raccolta postuma e quello con Monserrat Caballé), l’album della Royal Philarmonic Orchestra che esegue i brani più famosi della band e così via. Ma poi ovviamente ho tantissime videocassette, che però non posso più vedere, perché non ho più un VCR, e adesso dovrò migrare pian piano verso i DVD (sto già iniziando). Per non parlare delle magliette, una giacca, che adesso non ho più perché l’ho letteralmente consumata, poster di tutti i tipi, persino una fibbia per cinto (mai usata), dovrei avere anche qualche toppa. Tutto appartenente al merchandising ufficiale. Alcune di queste cose provengono da un megacofanetto comprato negli anni ’90, che ricordo era costato un bel po’. Ho persino delle foto stampate relative a dei concerti degli anni ’70, che avevo acquistato da uno dei meravigliosi cataloghi in inglese (quando non c’era internet, si acquistava dai cataloghi!).
 
Insomma, tanta roba.
E con tutta questa roba, se mi torna la febbre da Queen, non mi manca di certo il materiale con cui curarmi.
 
I Queen fanno parte di quei pochissimi artisti di cui a un certo punto della mia vita ho avuto tutta la discografia originale (non scaricata o, come si faceva prima, copiata) e di cui conoscevo a memoria tutte le canzoni. Magari adesso non le ricordo più tutte, ma una buona parte è scolpita nella mia mente e mi ha permesso di cantare a squarciagola lo scorso 10 febbraio al Forum di Assago.
L’unico altro artista che fa parte di questa piccola élite e che continuo ad ascoltare anche adesso è Elisa, ma va da sé che tra lei e i Queen c’è un abisso, anche nel mio gradimento.
 
Ma i Queen sono più della mia band preferita. La loro musica ha la capacità di riportarmi indietro nel tempo, nel periodo che va dalla mia adolescenza agli anni felici di quando studiavo e poi lavoravo all’università. È un viaggio nei ricordi che mi mette in contatto con una parte di me che continua a esistere e che mi spinge a compiere nuove imprese con entusiasmo, anche se non sono più, ahimè, una ventenne né tanto meno un’adolescente. Quella stessa parte di me che si era persa negli anni in cui avevo smesso di ascoltare i Queen, perché erano spariti dalle scene, e che si è risvegliata quando hanno ripreso a suonare dal vivo dieci anni fa.
Mai avrei immaginato in passato di avere l’occasione di assistere a un loro concerto, dopo la morte di Freddie, e invece è successo. Dal 2005 a oggi non mi sono persa nessuno dei tre tour che hanno fatto: il primo e il secondo con Paul Rodgers (che ammetto di preferire a Lambert), e quest’ultimo (foto a sinistra).
 
Quello del 2008 al Forum di Assago era stato particolarmente bello, perché ero nel parterre, abbastanza vicina alla passerella centrale, in mezzo a una folla che intonava perfettamente tutte le canzoni. In quel preciso istante sapevo di trovarmi ad assistere al concerto più bello della mia vita, ma avevo anche la netta percezione di vivere un momento di svolta nella mia vita. Mi sentivo di nuovo una ragazzina di quindici anni con davanti a sé tutte le possibilità di questo mondo, che poteva prendere in mano la propria vita e farne quello che voleva. Fu proprio allora che decisi che avrei ripreso a occuparmi di una passione nata proprio da adolescente e che avevo abbandonato, un fuoco che sembrava spento ma invece continuava a bruciare sotto la cenere: la scrittura.
 
E adesso è come se esistesse un collegamento tra il senso di realizzazione che avevo in quegli anni del passato e quello che sto sperimentando adesso che la scrittura, in tutte le sue forme, è diventata da semplice passione a un lavoro. Questo collegamento è rappresentato dai Queen, che adesso come allora allietano e ispirano le mie giornate con le loro bellissime canzoni.
 
Di seguito due video che ho filmato con la mia fotocamera durante il concerto del 10 febbraio ad Assago. Nel primo Brian May suona e canta insieme al pubblico “Love of My Life”, con una sorpresa finale. Nel secondo Roger Taylor canta “A Kind of Magic”.
 
 
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