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 Lago di Ledro... di Carla
 

“Omettere di dire la verità è come mentire.”
Sindrome




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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Il 21 maggio 2017 uscirà l’ultimo libro della trilogia del detective Eric Shaw, “Oltre il limite”. In quello stesso giorno inizieranno gli eventi narrati nel romanzo, che vedranno il detective Shaw e la sua squadra del Servizio di Scienze Forensi di Scotland Yard alle prese col presunto ritorno di un serial killer che pensavano di aver fermato oltre tre anni prima.
Questa investigazione, oltre a essere l’ultimo suo impegno come caposquadra prima di una sua possibile promozione, rappresenta per Eric l’occasione per prendere un’importante decisione per il futuro. Dal 2014, infatti, custodisce insieme alla sua allieva un terribile segreto, che adesso rischia di venire alla luce.
 
Dopo la rivelazione recata da “Il mentore” (bestseller internazionale con oltre 170 mila lettori in tutto il mondo) e il tentativo di Eric di opporsi, senza riuscirci, alla realtà in “Sindrome”, “Oltre il limite” segnerà il momento di compiere una scelta definitiva, da cui non potrà tornare indietro.
 
“Oltre il limite” uscirà il 21 maggio 2017, ma è già prenotabile in formato ebook a 2,99 euro su Amazon, Giunti, Kobo, LaFeltrinelli, Mondadori Store, Nook (tramite l’app di Windows) e iTunes.
L’ebook è senza protezione DRM, quindi potrà essere visualizzato in un numero illimitato di dispositivi.
 
Se lo prenotate adesso, allo scoccare della mezzanotte del 21 maggio verrà recapitato sul vostro dispositivo e potrete iniziare subito a leggerlo!
 
Ai primi di maggio sarà prenotabile anche su Google Play e in formato cartaceo (circa 550 pagine), mentre su 24Symbols sarà disponibile a partire dal giorno della pubblicazione.
 
 
Ecco la descrizione del libro.
 
 
Fin dove saresti disposto a spingerti, per proteggere un segreto?
 
Il corpo senza vita di una donna in abito da sera viene scoperto nella sala delle feste del museo delle cere. Tutto farebbe pensare a un suicidio, ma il detective Eric Shaw, caposquadra della Scientifica di Scotland Yard intervenuto sul posto con la criminologa Adele Pennington, nota subito delle similitudini con il caso del serial killer soprannominato ‘chirurgo plastico’, risolto tre anni prima con l’arresto di un uomo: Robert Graham.
Forse qualcuno lo sta emulando oppure Graham aveva un complice, ma esiste una terza possibilità ed è questa in particolare a preoccupare Eric, che all’epoca, certo della colpevolezza del sospettato, aveva falsificato una prova fisica per assicurarne la condanna.
E se avesse compiuto un errore e mandato in prigione la persona sbagliata?
 
Le indagini lo riportano a lavorare con Miriam Leroux, la giovane detective della Omicidi che fino all’anno precedente collaborava con la sua squadra, e insieme a lei si ritroverà a seguire le tracce di un inafferrabile assassino, in una corsa contro il tempo lunga tre giorni.
Questo potrebbe anche essere il suo ultimo caso importante prima di un’eventuale promozione a sovrintendente, se non fosse per il fatto che il detective George Jankowski, in lizza per lo stesso avanzamento di grado, ha deciso di giocare sporco per mettere in cattiva luce il collega e favorire la propria carriera.
Nel farlo, però, questi finirà per avvicinarsi pericolosamente all’inconfessabile segreto custodito da Eric e dalla sua allieva.
 
 
Per sapere di più sulla trilogia del detective Eric Shaw, vi invito a visitare il minisito dedicato alla serie: www.anakina.net/detectiveshaw
 
Di Carla (del 28/02/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1219 volte)

 Tradito dal finale
 
La storia di questo romanzo è originale e piena di cambi di direzione imprevedibili. Ricorda per certi aspetti la serie di Dexter, ma è evidente il tocco britannico nel modo di ragionare, parlare e agire del personaggio principale (ma anche degli altri)... e dal numero impressionante di tè che vengono preparati!
L’aspetto e il nome del protagonista non vengono mai riportati nel testo, lasciando al lettore la scelta di immaginarlo come preferisce. Nonostante il fatto che abbiamo a che fare con una persona che uccide a sangue freddo per soddisfare le proprie pulsioni, l’autore ci fa immedesimare così bene nella sua mente che, dopo lo smarrimento iniziale, finiamo per tifare per lui, soprattutto nel momento in cui incontra Rachel e perde il controllo del proprio mondo distorto per via del fatto che si è innamorato.
Per il 90% del libro l’autore ci fa letteralmente ridere delle avventure di un serial killer e poi alla fine tutto crolla. L’autore mette le mani avanti, facendo dire al personaggio che nelle favole ci sono i lieti fini, ma nella vita reale le cose sono diverse. E no! Io non stavo leggendo un resoconto di vita reale, ma finzione. Nella vita reale non avrei mai simpatizzato con un serial killer e riso dei suoi delitti. E anche alla fine, per coerenza, mi attendevo lo stesso sguardo surreale e una conclusione che non ricadesse nella “normalità”, ma che con un altro colpo di scena che non avrei mai potuto prevedere mi lasciasse con il sorriso. Invece la storia si fa melodrammatica e sfocia in un finale prevedibile in un contesto realistico, un finale che temevo sarebbe arrivato dal momento stesso che ho visto la trama del libro e ho deciso di leggero, eppure speravo di sbagliarmi.
Peccato, perché l’autore non ha voluto o saputo osare e purtroppo alla fine l’apprezzamento di un libro da parte del lettore dipende proprio nel fatto che trovi un finale degno del resto della storia.
Gli ho dato quattro stelline, nonostante non mi sia piaciuto il finale, perché mi ha tenuta incollata all’ereader finché non l’ho finito, perché mi ha fatto ridere tanto, perché è scritto davvero bene e lo stile dell’autore è davvero coinvolgente, e perché ho amato follemente il protagonista fino alla fine. Ottima anche la traduzione e l’edizione in generale (ho notato solo pochi refusi).
 
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Di Carla (del 21/02/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1526 volte)

 Meno originale dei precedenti, ma tecnicamente perfetto
 
Questo terzo romanzo della serie di Bosch è finora quello che mi è piaciuto di più. Nonostante sia apparentemente più lineare dei precedenti (cosa che in genere non amo), l’autore ha giocato benissimo le proprie carte.
Scopriamo finalmente l’evento che ha rappresentato la genesi del personaggio come lo conosciamo: il fatto di aver ucciso un uomo disarmato, pensando che stesse per tirare fuori una pistola. L’uomo in questione altro non era che un serial killer, ma Bosch aveva agito senza chiamare i rinforzi e per questo motivo era stato retrocesso nel proprio lavoro in polizia.
Quattro anni dopo, mentre Bosch sta subendo una causa civile per quella uccisione, da parte della famiglia del serial killer, salta fuori un nuovo omicidio che porta la stessa firma, ma compiuto in un secondo momento.
Bosch ha ucciso l’uomo sbagliato? O si tratta di un emulatore?
La storia si svolge tra tribunale e risoluzione del caso. Abbiamo a che fare col caso di un serial killer abbastanza convenzionale, in cui l’assassino è tra i personaggi della storia e va individuato. L’autore cerca di portarci in una direzione sbagliata dopo l’altra. Sarebbe tutto facile (o quasi), se non ci fosse di mezzo il processo, che ci distrae e ci fa cambiare prospettiva.
Questo romanzo non è originale come i due precedenti, ma è tecnicamente perfetto e, a differenza dei precedenti, dà al lettore anche la piccola soddisfazione di avere gli elementi per capire in anticipo chi è l’assassino. Che ci riesca, poi, è tutta un’altra storia.
In questo contesto continua poi a svilupparsi l’aspetto privato della storia del protagonista, che rimane centrale nella trama del libro e rischia di avere dei risvolti drammatici.
Il finale rassicurante ha tutta l’aria del preludio di una nuova tempesta.
 
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Di Carla (del 14/02/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1583 volte)

 Ottimo crime thriller, nonostante una certa mancanza di originalità rispetto al precedente della serie
 
Ultimamente la Cornwell sta prendendo l’insana abitudine di uccidere un personaggio ricorrente per libro, o almeno questo è ciò che è accaduto negli ultimi due che ho letto. Spero che si dia una calmata, altrimenti non ne resteranno molti!
Ma veniamo al libro.
Parte con ritmo molto lento nella prima parte, tanto che il primo cadavere arriva molto tardi. Mi è comunque piaciuto il modo in cui l’autrice costruisce tutta la storia dal solo punto di vista della Scarpetta, sfruttando i dialoghi con altre persone, e la chiude nel giro di poco più di un giorno.
A mio parere, però, la scelta di questo approccio per questo romanzo presenta due problemi. Il primo è che per gran parte del libro, che è abbastanza lungo, ci sono solo lei e pochi altri personaggi, rendendo lo sviluppo della trama ancora più statico. Per fortuna c’è Marino, ma Lucy e Benton arrivano tardi e sembrano quasi insignificanti nell’ambito della storia. Il secondo è che la Cornwell ha usato una struttura molto simile nel libro precedente, quindi si ha la sensazione che quest’ultimo manchi di originalità.
D’altra parte non mi dispiace affatto che il caso sia strettamente connesso al libro precedente, poiché dà continuità alle sottotrame, che diventano perciò preponderanti. Ciò rende il libro fruibile solo da chi ha letto almeno il precedente, ma in tal modo le continue spiegazioni riferite a esso diventano inutili e contribuiscono alla lentezza del libro.
È molto difficile se non impossibile capire l’identità del colpevole. Col senno di poi ci si rende conto di alcuni dettagli che potevano essere notati dal lettore, solo che si perdono nella marea di informazioni che la Cornwell mette nei suoi libri, la maggior parte delle quali non ha una reale rilevanza nell’economia della trama.
Ho invece trovato molto sfizioso l’elemento scientifico utilizzato per spiegare gli omicidi. Una biologa come me non ha potuto fare a meno di apprezzarlo!
Anche stavolta la risoluzione finale mi ha fregato. Arriva in un singolo capoverso, anzi in un singolo periodo. Per la fretta di sapere cosa sarebbe accaduto, non ho letto bene l’ultima proposizione e poi al capoverso successivo ho scoperto che il colpevole era stato colpito, ma io non me n’ero accorta. Per l’ennesima volta sono dovuta tornare indietro a rileggere. Non c’è niente da fare: succede sempre così.
Il capitolo finale di epilogo serve unicamente per unire tutti i punti e uccide di nuovo il ritmo che si era creato, portando a una conclusione senza infamia e senza lode.
Vi chiederete perché ho dato 5 stelle nonostante tutti questi difetti. Be’, perché, preso singolarmente, questo è un libro costruito ottimamente e ben scritto (sebbene io non ami certe scelte stilistiche della Cornwell, ma apprezzo la sua coerenza nell’utilizzarle). Di certo avrebbe avuto un impatto maggiore su di me, se il precedente non avesse presentato una struttura così simile.
So che la Cornwell preferisce scrivere in prima persona dal punto di vista della Scarpetta. Ammetto che, invece, io preferisco i suoi libri in terza persona, poiché le storie sono più aperte e meno statiche, e perché così lei ha l’opportunità di esplorare dei punti di vista diversi da quelli di Kay Scarpetta che, diciamocelo, non è proprio simpaticissima!
 
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Di Carla (del 07/02/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1480 volte)

 La versione sporca e cattiva di “Chi Ha Incastrato Roger Rabbit?”
 
È difficile definire il genere di questo libro, ambientato in una Milano distopica di un futuro fin troppo vicino. La gente si droga con i cartoni animati, generando così delle copie dei personaggi nel mondo reale. Questi personaggi sono molto fisici, ma non si capisce effettivamente da dove spuntino fuori. Siamo di certo nel campo del fantastico, ma non proprio in quello della fantascienza. Ma ciò non mi stupisce, poiché è evidente che a Tonani non piacciono le etichette, poiché è più concentrato nello sviluppare una propria voce di autore. Il lettore che apprezza la sua voce (come me), a sua volta, si disinteresserà delle etichette.
Il romanzo ci mostra una lunga nottata di azione, senza un attimo di respiro, e il ritmo concitato spinge a una lettura in pochissimi giorni.
Il finale aperto non chiude veramente tutti i fili o, meglio, non lo fa in maniera esplicita. Sta al lettore interpretare alcuni dettagli.
Senza dubbio si tratta di un’opera originale, in cui, come sempre, Tonani sfoggia una prosa evocativa e mai banale.
Ho trovato interessanti anche i preludi ai capitoli, dove Crash B. racconta la genesi dei vari cartoni. È sempre bello imparare qualcosa di nuovo durante la lettura di un romanzo.
In definitiva è stata una lettura piacevole che mi sento di consigliare a chiunque abbia voglia di affrontare un libro a mente aperta.
 
Questo libro, purtroppo, essendo un prodotto da edicola, è quasi introvabile.
Potete trovare altri romanzi di Dario Tonani su Amazon.it e su Amazon.com.
 
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Di Carla (del 31/01/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1594 volte)

 Un finto thriller
 
Ho trovato questo libro bellissimo fino a circa l’80%. Era caratterizzato da una storia intricata, da un susseguirsi di colpi di scena e azione continua.
Notavo però che: il personaggio di Alice era troppo sopra le righe; quello di Gabriel nascondeva ovviamente qualcosa e stranamente lei non se ne rendeva conto oppure, quando lo faceva, era disposta a credere alla sua spiegazione successiva senza farsi troppe domande; non aveva senso che Alice non volesse andare alla polizia; col senno di poi (conoscendo il finale) è persino assurdo che siano arrivati a rubare un cellulare e un’auto, e che l’abbiano fatta franca; la storia della data nell’orologio mi aveva fatto capire subito che c’era qualcosa che non tornava con la tempistica.
Altre cose che non mi piacevano, perché davano l’idea di essere progettate a tavolino, erano il passaggio ai flashback con l’'introduzione “mi ricordo” e l’abitudine a spezzare la scena alla fine di un capitolo per riprenderla in quello successivo. Quest’ultimo è davvero un mezzuccio per spingere il lettore a continuare a leggere e crea insoddisfazione, se quello che il lettore vuole fare è proprio interrompere la lettura (non si può stare tutto il giorno a leggere).
Nonostante tutto, credevo di leggere un crime thriller e mi aspettavo che alla fine l’autore avrebbe riunito i fili, rendendo tutto perlomeno plausibile.
Quanto mi sbagliavo!
Nell’ultima parte il romanzo implode.
La sospensione dell’incredulità scivola inesorabilmente di scena in scena fino a sfuggirti dalle mani, di pari passo è andato il mio giudizio che è sceso da 5 a 3 nel giro di poche pagine. La spiegazione che l’autore decide di dare agli eventi è totalmente inverosimile. Non voglio entrare nel dettaglio per evitare troppi spoiler, ma posso almeno dire che non c’è un solo motivo per cui il protagonista maschile (Gabriel) sarebbe dovuto arrivare a fare tutto quello che ha fatto per ottenere ciò che voleva. Poteva riuscirci in maniera molto più semplice. Sembra che l’abbia fatto appunto per creare una storia inventata a beneficio dei lettori. Solo che non si dovrebbe mai arrivare a pensare questo di un personaggio. Se succede, significa che il lettore non ha più l’illusione che in qualche modo la storia potrebbe accadere davvero.
In altre parole, l’assunto su cui si regge tutto il romanzo non è plausibile.
L’epilogo poi è terribile ed è il motivo per cui il mio giudizio è crollato poi a 2 stelle (non sono scesa a 1 perché, se non altro, il libro è scritto bene e pare ben tradotto). Alla fine ho pensato veramente che l’autore fosse impazzito.
[Attenzione: inizio spoiler.]
La storia si conclude col più incredibile dei finali romantici, senza che in tutto il libro sia stato dato il minimo indizio in questo senso. Arriva così, di punto in bianco, senza un perché, senza che nel corso del romanzo si avverta il minimo legame emozionale tra i protagonisti.
A peggiorare ancora il tutto ci sono le battute finali, col lungo monologo di Gabriel posto in una pagina separata, a metà del quale mi sono limitata a scorrere il testo per arrivare alla fine.
[Fine spoiler.]
Insomma, se volete leggere un crime thriller, leggete altro.
Gli si potrebbe attribuire un nuovo genere: quello del finto thriller.
 
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Di Carla (del 23/01/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1450 volte)

 Godibile noir
 
Con questo libro ho iniziato la lettura della trilogia noir di Richard Matheson, che si distacca parecchio dalla sua produzione successiva legata ai generi del fantastico.
“Ricatto mortale” è un breve romanzo caratterizzato dal fascino del noir vintage (d’altra parte è stato originariamente pubblicato nel 1953).
Alcune parti sono forse un po’ affrettate, anche se, tutto sommato, sono quelle in cui non era necessario soffermarsi più di tanto.
Come spesso accade nei suoi libri, abbiamo il solito protagonista maschile nei guai che è coraggioso ma un po’ debole.
La trama in sé non è intricatissima, ma gli eventi accadono così in fretta che non si ha il tempo di pensare. Più che altro non si capisce cosa facciano nella vita i personaggi. Il protagonista è uno scrittore, ma non lo si vede mai scrivere nell’arco della storia.
Il finale non è prevedibile, anche se in parte il lettore può arrivare a immaginare chi è il colpevole.
La prosa, come sempre, è molto bella e la traduzione, che è decisamente più recente, è ottima.
 
Ricatto mortale (Kindle, brossura) su Amazon.it.
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Quando una settimana fa ho scritto l’ultima frase della prima stesura di “Oltre il limite”, dopo una sessione di scrittura ininterrotta di otto ore e mezza, non mi sembrava vero. Avevo iniziato la scrittura del libro il 1° novembre e 75 giorni dopo, circa 116 mila parole dopo, era finito. Con esso mi ritrovavo a completare il mio dodicesimo libro e a chiudere una trilogia che era nata come un libro singolo, “Il mentore”, scritto quasi per caso nel novembre del 2012 per provare a partecipare al NaNoWriMo e poi pubblicato nel 2014, ed è finita per diventare una delle mie serie più lunghe, avendo infatti sorpassato come numero di parole la quadrilogia di “Deserto rosso”.
 
La scrittura di “Oltre il limite” è stata un’altalena di emozioni, a iniziare dall’ansia dei primi giorni, in cui mi ero imposta di seguire il ritmo del NaNoWriMo (una media di 1667 parole al giorno, anche nel weekend), pur avendo a disposizione un’outline solo parziale. Nell’affrontare la sfida ero consapevole di non essere del tutto pronta, poiché avevo avuto poco tempo per prepararmi. Per fortuna esiste il NaNoWriMo (che ho vinto anche quest’anno), che mi ha spinto a iniziare comunque, a spingermi a creare anche se non ne avevo voglia e quindi a dare origine a una delle storie più intricate in cui mi sia cimentata finora. Grazie a esso entro il 30 novembre avevo già scritto oltre 50 mila parole, anche se poi, per la prima volta, ho sentito la necessità di rileggere tutto il lavoro fatto fino a quel momento per capire quanto di buono ci fosse e trovare gli spunti necessari per continuare. Ciò che non sapevo era che non mi trovavo neppure a metà del lavoro!
 
Come sempre, quando all’inizio ci sono solo alcune idee, ma richiedono spazio per assumere uno sviluppo logico, per andare di pari passo con l’evoluzione dei personaggi (in questo caso dettata dall’esigenza di dare una conclusione alla trilogia) e per fare tutto questo rispettando i ritmi imposti dalla competizione (non riesco a scrivere più di una scena per sessione, perciò durante il mese di novembre le scene sono state quasi tutte sopra le 1667 parole e ho finito per mantenere questo ritmo anche a dicembre e nelle prime due settimane di gennaio), tali idee si sono tradotte in un testo ricco di dettagli, di introspezione, di eventi, molti dei quali sono giunti inaspettati, ma incredibilmente capaci di incastrarsi alla perfezione nella trama, che l’hanno reso decisamente lungo, sebbene la storia principale si svolga in appena tre giorni.
Nonostante la lunghezza, sono convinta che sia una lettura rapida, che spero vi terrà incollati alle pagine e in ansia per le sorti dei protagonisti.
Io, pur avendo il controllo su di esse, lo ero!
 
Ma, se state leggendo questo post, forse volete sapere qualcosa della storia, no?
Vi accontento subito.
Come dicevo, “Oltre il limite” chiude l’arco narrativo, iniziato da “Il mentore” nel 2014 e continuato con “Sindrome” lo scorso anno, che lega il detective Eric Shaw e la sua allieva (di cui non cito il nome per evitare anticipazioni a chi non avesse ancora letto il primo libro).
Il romanzo fa riferimento a un vecchio caso cui la squadra di Eric aveva lavorato nel gennaio 2014 (prima dei fatti de “Il mentore”) e che era stato risolto con l’arresto del colpevole, il dottor Robert Graham, specializzando in chirurgia plastico-ricostruttiva: un omicida seriale chiamato col soprannome di ‘chirurgo plastico’, che era poi stato condannato per aver ucciso tre donne e rapito una quarta, Megan Rogers. Il salvataggio di quest’ultima, ritrovata nella casa degli orrori del killer dalla detective Miriam Leroux nel gennaio 2014, è la scena con cui si apre “Oltre il limite”, per poi andare avanti nel tempo fino a domenica 21 maggio 2017 (che è anche la data di uscita del romanzo), quando una donna viene trovata morta nel celebre museo delle cere Madame Tussauds. Questo è solo una delle numerose location famose di Londra teatro degli eventi di “Oltre il limite”.
Sarà Eric, giunto con la sua squadra sulla scena del crimine, il primo a rendersi conto di un’inquietante somiglianza con i delitti del ‘chirurgo plastico’, cosa che farà sorgere in lui per la prima volta un pesante dubbio. E se oltre tre anni prima avesse compiuto un errore e mandato in prigione la persona sbagliata?
La storia si sviluppa in appena tre giorni, dal 21 al 23 maggio (che occuperanno i primi 7 degli 8 capitoli del libro), durante i quali, con un susseguirsi di colpi di scena e di omicidi, il complesso intreccio che porterà alla risoluzione del caso verrà svelato al lettore.
 
Le investigazioni su questo caso non sono, però, l’unico problema che il nostro Eric dovrà affrontare. Davanti a lui c’è adesso la prospettiva di una promozione a capo di tutta la sezione scientifica della Polizia Metropolitana di Londra (attualmente è solo a capo di una squadra), con il concomitante passaggio dal grado di ispettore capo a quello di sovrintendente.
Non è però l’unico ad ambire a quel ruolo. In lizza c’è anche il detective ispettore capo George Jankowski, un altro caposquadra della Scientifica che i lettori hanno già conosciuto in “Sindrome”. Troviamo quest’ultimo impegnato nel tentativo di gettare delle ombre sull’operato di Eric per favorire la propria promozione e, per farlo, si mette a scavare nel passato lavorativo del collega, che, come sappiamo, non è esente da problematiche.
 
 
Parallelamente a tutto questo ci sono i problemi personali di Eric. Quelli con Adele Pennington, la sua giovane compagna che è tornata ad avere un ruolo importante nella sua vita alla fine di “Sindrome”, e quelli con Miriam Leroux, la sua figlioccia, con la quale ha avuto un duro scontro, sempre nell’epilogo del libro precedente, cui è seguito un lungo periodo di lontananza anche lavorativa. Il ritorno del ‘chirurgo plastico’ sarà l’occasione che costringerà Eric e Miriam a lavorare di nuovo insieme e forse a recuperare il loro rapporto e chiudere per sempre un capitolo del passato.
Mentre il caso del serial killer verrà risolto entro i primi sette capitoli del romanzo, l’ultimo fungerà, invece, da epilogo della trilogia, portando a risoluzione i problemi di Eric con Miriam, Jankowski e Adele.
 
Il finale drammatico sarà, come sempre, aperto (lascerò a voi il compito di immaginare cosa accadrà dopo), ma di certo risolutivo. Nonostante la drammaticità, sarà un finale positivo per Eric, una sorta di happy ending con tinte di nero, in cui il nostro protagonista dovrà rispondere alla domanda che funge da slogan di “Oltre il limite”: fin dove sei disposto a spingerti, per proteggere un segreto?
La risposta definitiva di Eric la troverete nell’ultima frase del romanzo.
 
Di Carla (del 10/01/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1589 volte)

 Perfettamente costruito, ma troppo calcolato e freddo sul finale
 
Questo romanzo mi è piaciuto molto, finché non sono arrivata alla parte finale su New London, di cui non sono proprio riuscita a digerire la conclusione. E ciò ha per forza di cose un’influenza negativa sul mio giudizio generale.
Come sempre Hamilton è un maestro nel gestire trame complesse in un contesto elaborato e a farvi interagire più personaggi ben caratterizzati. In questo senso “The Nano Flower” è l’anello di congiunzione tra la sua prima produzione ambientata sulla Terra nel prossimo futuro e la space opera dei suoi libri successivi.
Sebbene la serie venga definita la trilogia di Greg Mandel, in questo libro Mandel ha un ruolo da comprimario, poiché è in scena quanto gli altri personaggi, o addirittura meno. Devo dire che questo aspetto mi ha un po’ deluso, poiché mi piace parecchio questo personaggio, che nei libri precedenti era senza dubbio il protagonista, e mi aspettavo almeno un suo ruolo più decisivo nella risoluzione della storia, cosa che invece non si è verificata. Il fulcro di questo romanzo è senza dubbio Julia Evans, sebbene neanche lei possa esserne considerata una protagonista. Più semplicemente può essere definito un romanzo corale.
Meno investigativo dei precedenti, fatto che non è necessariamente positivo, e più immaginifico, pur essendo più lungo presenta un ritmo più incalzante e coinvolgente, reso possibile dalla sempre ottima prosa di Hamilton.
Gli avrei dato cinque stelle, ma ho trovato tutta la storia di Royan, incluso il finale, abbastanza deprimente. Non sono riuscita in alcun modo a farmi piacere le sue scelte egoistiche nei confronti della propria famiglia. Le sue motivazioni continuano a non avere senso. E allo stesso modo ho trovato Julia troppo fredda nel reagire alla conclusione drammatica della storia di questo personaggio. Ho avvertito nel comportamento di entrambi qualcosa di profondamente sbagliato a livello di emozioni umane, che mi ha dato la sensazione che il finale fosse stato quasi elaborato a mente fredda, senza alcun coinvolgimento, perdendo ogni contatto con l’umanità dei personaggi. E tutto ciò stride col modo in cui Hamilton aveva scavato fino a quel momento nella loro mente e nella loro psicologia.
Inoltre ho difficoltà a considerare credibile il fatto che un personaggio così potente come Julia Evans pensi davvero soltanto al bene dell’umanità e solo secondariamente ai propri interessi. È a dir poco utopistico, soprattutto se paragonato col futuro tutt’altro che roseo che viene descritto in questa trilogia.
Entrambi questi aspetti hanno fatto sì che in me crollasse la sospensione dell’incredulità. Peccato.
 
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Di Carla (del 31/12/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1653 volte)

È passato un altro anno, di nuovo! Penso che capiti un po’ a tutti, e sempre più con l’andare avanti con l’età, di avere l’impressione, alla fine di un anno, che sia passato un po’ troppo in fretta. Ci eravamo appena abituati a questo 2016 e adesso ci tocca reimpostare la nostra mente con una nuova cifra: 2017.
 
Devo dire la verità: una volta tanto l’anno che adesso volge al termine non mi è sembrato affatto corto. Se penso a tutto quello che ho fatto, a quanto ho lavorato, questi dodici mesi parevano non finire mai. Forse è perché per una volta attendevo questa fine, poiché corrisponde al quasi totale completamento di tutti i miei progetti in corso d’opera, ma anche alla chiusura del mio primo quinquennio da self-publisher.
Il 3 gennaio sarà infatti il quinto anniversario del giorno in cui iniziai la prima stesura di “Deserto rosso - Punto di non ritorno” con la chiara intenzione di pubblicarlo in maniera indipendente.
A rigor di logica, però, questo anniversario andrebbe festeggiato il 7 giugno, data di uscita ufficiale di questo mio primo libro a pagamento, ma proprio per tale motivo ho deciso di impiegare i cinque mesi che separano queste due date per fare un bilancio più completo della mia esperienza da autoeditore (o autoeditrice, se preferite) e definire in che direzione indirizzare i miei sforzi futuri. Ed è stata forse l’impazienza di iniziare questo particolare periodo a farmi sembrare il 2016 un anno davvero lungo.
Tanto per non smentire la mia tendenza a non riuscire mai a fermarmi del tutto, la mia attesa dovrà durare ancora altre due settimane, che è il tempo di cui avrò bisogno per terminare la prima stesura di “Oltre il limite”. Qui però non ho colpe: è il libro che sta venendo fuori un po’ più lungo di quanto pensassi (è tutta colpa dei personaggi!), il che non mi dispiace affatto.
 
Comunque, tornando al 2016, vediamo un po’ insieme cosa ho combinato:
- ho completato la revisione della prima parte della traduzione in italiano di “Saranythia”, il prossimo romanzo di Richard J. Galloway;
- ho tradotto e pubblicato “Kindred Intentions (l’edizione inglese di “Affinità d’intenti”);
- ho scritto la seconda e la terza parte di “Ophir. Codice vivente” (per un totale di circa 90 mila parole che si aggiungevano alle 45 mila della prima parte scritta nel 2015);
- ho preparato da zero un corso universitario integrativo, intitolato “Laboratorio di self-publishing nei sistemi multimediali”, che poi ho tenuto lo scorso maggio presso l’Università degli Studi dell’Insubria (a Varese) nell’ambito del corso di laurea in Scienze della Comunicazione;
- ho fatto l’editing di “Sindrome, il secondo libro della trilogia del detective Eric Shaw, e l’ho pubblicato il 21 maggio;
- ho fatto l’editing di “Ophir. Codice vivente, la terza parte del ciclo dell’Aurora, e l’ho pubblicato il 30 novembre;
- ho scritto circa 90 mila parole (di cui 50 mila durante il NaNoWriMo di novembre, che ho quindi vinto anche quest’anno) di “Oltre il limite”, il libro finale della trilogia del detective Eric Shaw, che pubblicherò il prossimo 21 maggio;
- ho partecipato come ospite/relatrice ad altri quattro eventi offline, oltre il corso a Varese: una conferenza sul self-publishing e la comunicazione in campo scientifico al Festival della Professione Giornalista il 19 marzo a Bologna, una conferenza sul futuro dell’editoria il 3 maggio, sempre a Varese, una presentazione dei miei libri (la trilogia del detective Shaw e “Ophir. Codice vivente”) il 2 dicembre a Iglesias e un convegno a Roma sul self-publishing il 10 dicembre nell’ambito della fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi. In queste situazioni ho avuto l’opportunità di rivedere alcuni vecchi amici, di incontrare colleghi e lettori conosciuti sul web, ma anche di entrare in contatto con nuove interessanti persone;
- ho letto 52 libri.
 
Quanto riportato sopra include quasi tutti i propositi che avevo elencato un anno fa, più uno di quelli che non dipendevano dalla mia volontà (il corso all’Università degli Studi dell’Insubria) e gli eventi offline, che invece non avevo previsto.
 
Cosa non sono riuscita a fare?
Be’, non ho completato la scrittura di un altro romanzo (“Oltre il limite”), ma questo non lo ritengo un fallimento, poiché si sta semplicemente rivelando più lungo del previsto (supponevo che avrebbe avuto una lunghezza di 80 mila parole, ma ne ho scritto circa 90 mila finora e non è ancora finito). Anzi, nel 2016 ho complessivamente scritto più parole che nel 2015, sebbene neanche un romanzo completo nell’arco dei dodici mesi, perché ne ho finito uno e iniziato un altro, entrambi belli lunghi.
Sono riuscita, come sempre, a mettere da parte un sacco di appunti per nuovi futuri romanzi, la cui lista continua a crescere, ma non ho preparato alcuna outline precisa. Questo è dovuto al fatto che lo scorso giugno, oberata e stressata dal troppo lavoro, ho preso la decisione di non iniziare alcun nuovo progetto, finché non avessi concluso tutti quelli in corso, proprio in vista dei primi cinque mesi del 2017, che tra le varie cose saranno dedicati a un bilancio di questi cinque anni e all’individuazione di nuovi progetti. Per questo motivo non ritengo neanche il venir meno a tale proposito un fallimento, bensì un cambiamento di programma ragionato in corso d’opera.
 
Infine mi ero riproposta di lavorare duro per mantenere un trend in salita nelle vendite.
Di certo ho lavorato duro e tra le varie cose sono molto contenta degli esperimenti fatti durante l’estate con nuove serie di articoli sul mio blog, che hanno avuto un riscontro interessante in fatto di vendite, e le varie brevi promozioni scontate portate avanti in parallelo su Google Play e Amazon. Ho anche provato numerose tecniche di promozione a pagamento, che sono state meno soddisfacenti come ritorno di investimento, ma mi hanno permesso di capire cosa vale la pena fare e cosa lasciar perdere del tutto.
Inoltre mi sono impegnata a ottimizzare il lavoro relativo alla mia presenza sui social network, per mantenerla costante o persino più assidua, riducendo però il tempo impiegato nel renderla tale (no, non ci sono riuscita alterando lo spazio-tempo, o forse sì?).
In quanto ai risultati generali per quanto riguarda i guadagni relativi al self-publishing, purtroppo non sono stati in crescita rispetto al 2015, ma comunque molto migliori dell’anno precedente, per cui non mi lamento, considerando che nel 2016 non ho potuto quasi per niente sfruttare la scia di eventi promozionali esterni (non gestiti né in alcun modo decisi da me) e anche che sono stata dietro a davvero troppe cose tutte insieme, perché poi mi rimanesse il tempo materiale per farmi venire qualche altra buona idea e metterla in pratica.
Nonostante tutto questo, ho mantenuto sempre una base minima di vendite complessive costante, indipendente da tutto il resto, anche nei periodi in cui non facevo proprio nulla, cosa che mi spinge ancora di più a voler riflettere su quale sia il modo migliore di gestire i miei sforzi.
 
Come dicevo un anno fa, infatti, la cosa più importante per uno scrittore è che la creatività rimanga attiva e che si riesca sempre a scrivere qualcosa di cui poi essere fieri.
Il 2016 è stato segnato da periodi in cui la voglia di scrivere rasentava lo zero, nonostante non abbia mai smesso di farlo per stare dietro alle scadenze (un amico incontrato all’evento di Bologna a marzo mi ha definito militare, in riferimento alla mia ferrea disciplina!). Ma sono molto soddisfatta dei risultati, nello specifico di “Ophir. Codice vivente”, che ha superato ogni mia più rosea aspettativa (mi riferisco al mio gradimento personale del libro finito). Non solo: la fatica che ho fatto mi ha dimostrato che, se decido di scrivere, lo faccio e basta. Per uno scrittore, che vive tenendosi a stento a galla in un mare di dubbi, avere una tale sicurezza nei propri mezzi è di grandissimo conforto.
Inoltre negli ultimi due mesi, durante la stesura di “Oltre il limite”, grazie anche al NaNoWriMo, che mi ha spinto a scrivere un nuovo libro anche se non pensavo di essere ancora pronta a farlo (né ne avevo alcuna voglia), ho riscoperto il piacere di vivere dentro i personaggi e lasciare che loro mi mostrino la storia. Sono ancora con loro in questo momento e un po’ mi spiace al pensiero di abbandonarli per sempre alla fine di questo viaggio, visto che si tratta del libro finale di una serie.
Per cui, senza dubbio, concludo l’anno con grande ottimismo.
 
Vi chiederete: ma dal punto di vista economico?
Nel 2015 l’attività di autoeditore era stata la mia principale fonte di reddito.
Nel 2016, sebbene per ovvi motivi non abbia guadagnato le stesse cifre dell’anno precedente, in cui “The Mentor” veleggiava ai primi posti della classifica del Kindle Store su Amazon.com, a conti fatti le royalty complessive ricevute sono state tali da permettermi ancora di dire che vivo di scrittura.
La vera sfida sarà riuscirci anche nel 2017.
 
Quelli che non sono proprio stata in grado di realizzare per questo anno sono due propositi che però dipendevano da fattori e da persone esterne.
Il primo era quello di vedere uno dei miei libri pubblicato in un’altra lingua (diversa dall’inglese, oppure un libro in più rispetto a quello preventivato) o comunque a venderne i diritti di traduzione per una pubblicazione nel prossimo anno, ma sto ancora lavorando alacremente per raggiungere questo risultato e sono in attesa di sviluppi che richiederanno ancora un po’ di tempo. Rimane comunque tra i miei obiettivi a lungo termine.
Il secondo riguardava il riuscire a sfruttare “The Mentor” per mantenere una certa tranquillità economica per il prossimo futuro. Me l’ha data per questo anno, ma non abbastanza per adagiarmi sugli allori per quelli che seguiranno, proprio perché non si è ancora concretizzato il proposito precedente e il libro è ormai troppo vecchio per pretendere di guadagnare ancora direttamente da esso in futuro.
 
Ma veniamo un po’ ai propositi per il 2017. Sono pochi (si fa per dire) per il momento.
Eccoli:
1) completare (entro le prime due settimane di gennaio) la prima stesura di “Oltre il limite”, farne l’editing e pubblicarlo il 21 maggio prossimo. Voglio dare il massimo per questo libro e per farlo ho deciso di non scrivere nessun altro romanzo fino alla sua pubblicazione (salvo ispirazioni improvvise, di quelle che non lasciano scampo, accompagnate da tempo libero del tutto inatteso e quindi altrettanto improbabile);
2) riservarmi quattro settimane di pausa totale dell’attività editoriale (a partire dalla metà di gennaio) per ricaricare le batterie, dopo anni che non mi fermo, tranne che per qualche breve vacanza;
3) tenere di nuovo il corso di self-publishing, in una versione aggiornata agli ultimi cambiamenti del mercato, presso l’Università degli Studi dell’Insubria, probabilmente a ottobre (salvo problemi burocratici non dipendenti dalla mia volontà). Mi piacerebbe tenere una versione di questo corso anche in altri ambiti, per dare ancora di più il mio contributo per far conoscere e far crescere il self-publishing in Italia e per formare degli autoeditori preparati, e forse ne potrei avere l’opportunità, ma per il momento non mi sbilancio in previsioni;
4) impegnarmi a partecipare a più eventi offline per promuovere la trilogia del detective Eric Shaw. Amo questi tre libri e voglio che raggiungano un numero maggiore di lettori, ma soprattutto mi rendo conto che non hanno ricevuto da me tutta l’attenzione che meritavano per conseguire certi risultati, neppure “Il mentore” che anche in italiano ha venduto molto bene. Questo deve cambiare. Finora ho scritto tanto (sto finendo il mio dodicesimo libro). Adesso è arrivato il momento di dare più spazio a ciò che ho già pubblicato. Lo devo ai miei personaggi. E ciò è particolarmente vero per i miei thriller non fantascientifici, che tendo un po’ a trascurare rispetto ai libri del genere in cui ho più seguito qui in Italia (la fantascienza, appunto);
5) dedicare più tempo a FantascientifiCast (quest’anno ho davvero latitato e me ne dispiace… scusa, Omar!), cui devo la mia popolarità nell’ambito della fantascienza e che deve essere il mezzo per continuare a far sentire la mia voce (letteralmente) in questo contesto e giungere a nuovi potenziali lettori;
6) leggere almeno 52 libri;
7) programmare nei primi mesi dell’anno abbastanza post sui miei blog (italiano e inglese) da non ritrovarmi a doverne scrivere all’ultimo momento, quando ho poco tempo;
8) organizzare meglio il mio tempo in modo da rendere di più in ambito lavorativo, grazie al fatto che ne dedico una quantità maggiore, più giusta, al riposo, all’attività fisica e allo svago (soprattutto culturale, in tutte le sue forme, inclusa la conoscenza ottenuta tramite i viaggi);
9) scrivere tanto, possibilmente più di quanto ho fatto quest’anno (diciamo circa 200 mila parole), ma soltanto quello che desidero, come in queste settimane;
10) fare un bilancio del lavoro di questi cinque anni e concentrarmi sul mio modo unico di essere self-publisher, senza forzarmi in alcun modo di ricercare e copiare presunti metodi vincenti di altri (come dico sempre: non esistono formule magiche), poiché ognuno di noi ha il proprio modo di arrivare ai lettori e di raggiungere la propria definizione di successo. È una cosa che so e che cerco di insegnare agli altri, ma talvolta tendo a dimenticarmene, quando si tratta di me stessa.
 
Be’, credo proprio che sia tutto. Cosa ne pensate?
Su alcuni aspetti sono stata volutamente vaga, perché avrò le idee più chiare entro le prossime sei settimane, quindi non sono ancora in grado di inserire altri elementi in questo elenco.
In generale, come già presagivo un anno fa, è arrivato il momento di tirare le somme della mia attività di autrice e di autoeditore, ma sono felice di farlo, perché so che da esse si genererà l’embrione di nuovi interessanti obiettivi e nuove avventure da vivere per perseguirli.
 
Anche alla fine di questo anno ci tengo a chiudere ringraziando la mia famiglia, i miei amici, i miei collaboratori e i miei lettori, che continuano a starmi accanto come irrinunciabili compagni di questo mio viaggio lavorativo e personale.
Grazie a tutti voi.
 
E ancora a tutti voi che leggete, come sempre, chiedo di rivelare i vostri propositi per il nuovo anno, qui nei commenti o sui social network.
Il 2016 è andato come volevate? Che cosa desirate per il 2017?
 

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