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“Non avevo mai ucciso qualcuno prima d’oggi.”
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\\ Blog Home : Storico : Scrittura &amp; Lettura (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 22/11/2011 @ 23:12:58, in Scrittura & Lettura, linkato 3403 volte)

Seguo in maniera assidua alcuni blog, sia italiani che stranieri, che si occupano esclusivamente di scrittura e discutono su vari argomenti relativi ad essa, dispensando consigli e regole. Alcuni di questi blog appartengono a scrittori o editor professionisti, insomma gente che con la scrittura ci campa.
La prima cosa che si nota, di solito, è che la maggior parte degli scrittori professionisti (ma non tutti) hanno un approccio più soft, raccontano le loro impressioni e i loro metodi, quasi mai pretendono di avere la verità in tasca. Il loro blog (o Twitter o Facebook) è uno strumento di marketing e apparire simpatici li aiuta a vendere. In ogni caso ciò che trasmettono risulta spesso molto interessante e utile.
Gli editor professionisti invece si concentrano su ciò che non andrebbe fatto e sono abbastanza bacchettoni, ma d'altronde si tratta di una deformazione professionale. Il loro lavoro non è creare ma correggere quello creato dagli altri. Non possono e non devono apparire troppo umili e insicuri, altrimenti se ne metterebbe il dubbio la capacità di fare il loro lavoro.
In entrambi i casi ci sono delle eccezioni, ma più o meno la situazione è questa.
Il discorso cambia quando non si ha a che fare con professionisti (nell'accezione che ho riportato sopra), ma con chi lo fa per hobby o sta iniziando a farne un lavoro, ma non ci campa di certo.
Stranamente i non professionisti hanno quasi sempre qualcosa da insegnare. Al di là del fatto che quello che scrivono sia valido oppure no, il più delle volte si tratta di opinioni trasformate in verità assolute, per cui la prima domanda che sorge è: che titolo hanno per insegnare agli altri?
Non so voi, ma io lo trovo fastidioso. Queste stesse persone poi dicono che gli autori esordienti sono presuntuosi (dare del presuntuoso agli altri non potrebbe essere a sua volta presunzione?).
È vero sì che c'è un sacco di gente che scrive e non conosce neppure la grammatica e la sintassi, ma qui parlerei più di ingenuità che di presunzione.
È anche vero che l'autore esordiente si infastidisce se riceve delle critiche, ma questo riguarda chiunque faccia un lavoro (creativo o no). Tutti si infastidiscono. Ognuno ama quello che scrive e ci crede. Rimane male davanti alle critiche su di esso, persino gli autori di bestseller mondiali. E ha difficoltà ad eccettare che gli altri ci mettano mano, poiché si tratta di un'intrusione in qualcosa di intimo, che rischia di essere snaturato.
Gli scrittori professionisti hanno gli editor che spesso stravolgono ciò che loro scrivono, ma questo non significa che  faccia loro piacere. La differenza sta nel fatto che sono pagati per vedere il loro lavoro stravolto. Non scrivono più per il semplice piacere di farlo, come un esordiente. L'approccio e le motivazioni sono totalmente diverse.
Se mai dovessi avere la fortuna che qualcosa che ho scritto suscitasse l'attenzione di un editore che mi vuole pagare un anticipo sui diritti (sognare non costa nulla), a quel punto sarebbe liberissimo di far massacrare il mio testo. Se però non paga o addirittura sono io a dover pagare, è normale che storca il naso. Come minimo.
Come forse sapete, la mia occupazione principale sono le traduzioni e in questo ambito mi capita spesso di dover fare la revisione del lavoro di altri. Nel fare una revisione succede una cosa strana: più il testo è scritto bene più si cerca il pelo nell'uovo, per giustificare la spesa del cliente, più è scritto male più si è permissivi, affinché il compenso accordato non sia troppo inferiore al lavoro fatto.
Si tratta di un meccanismo inconscio, non voluto. Ci si abitua allo standard che si ha davanti e ci si fa influenzare da esso. Il secondo dei due è abbastanza comprensibile. In ogni caso il testo viene migliorato in maniera commensurata al prezzo. Ma il primo talvolta può essere pericoloso, poiché porta ad una eccessiva interferenza del revisore nel testo.
Finché si parla di traduzioni poco male. Ma, se trasferiamo questo ad un testo originale, non c'è il rischio di snaturarlo a livello stilistico? E poi siamo sicuri che questo cambiamento, che è soggettivamente gradito all'editor che l'ha fatto, sia un reale miglioramento?
Se si parla di editor esperti pagati da un editore, che quindi rendono il testo più in linea con la possibilità di venderlo, è un conto. Queste persone sono pagate a prescindere, anche se si limitano a cambiare poche virgole, purché il risultato finale sia come vuole l'editore. Non devono dimostrare nulla all'autore.
Ma se si tratta di editor freelance, pagati dall'autore, per migliorare il testo prima di inviarlo ad un editore, mi sembra che ci sia il reale rischio di buttare via dei soldi, perché l'editor tenderà a voler dimostrare all'autore di essere, come minimo, più bravo ed esperto di lui (se non lo fosse, a che servirebbe?).
Perdonate questo post leggermente polemico, ma l'argomento è controverso e talmente pieno di sfumature che è difficile capire cosa sia meglio, ma comunque, a mio parere, merita una certa riflessione.
 
Di Carla (del 12/11/2011 @ 06:11:56, in Scrittura & Lettura, linkato 1978 volte)


Forse paura è una parola grossa. Si tratta più che altro di un sottile timore. Penso che chiunque si dedichi alla scrittura creativa si sia imbattuto almeno una volta in questa sensazione.
Dopo aver scritto tanto, ci apprestiamo finalmente ad affrontare l'ultimo capitolo o l'ultima scena, che magari ci è ronzata in testa per mesi e mesi ed è diventata così familiare da sembrarci quasi banale, scontata. Da qui nascono i dubbi. Ci chiediamo se il finale riuscirà ad avere la stessa tensione del resto della storia, se ci ricordiamo davvero tutto, se per la fretta di finire non stiamo scrivendo le scene in maniera troppo approssimativa. Sì, perché la paura di finire, può sembrare strano, ma va a braccetto con la fretta di finire.
Insomma abbiamo tenuto (o almeno speriamo di esserci riusciti) il lettore incollato alle pagine, magari tante, e adesso dobbiamo chiudere la storia assicurandoci che non ne rimanga deluso, perché non importa quanto sia straordinario quello che abbiamo scritto finora: se la fine non è buona, il romanzo stesso non lo è. Almeno non agli occhi del lettore.
Pensiamo a quante volte, leggendo un libro, questo ci stava piacendo molto, ma poi alla fine ci ha deluso. Probabilmente tutti i libri (o film), che abbiamo giudicato "brutti", avevano di fatto un brutto finale. D'altra parte quante volte abbiamo rivalutato una storia intera, magari mediocre, ma con un finale geniale?
Inutile girarci intorno, la fine è la parte più importante. Puoi avere una trama fantastica, un inizio accattivante, una parte centrale che ti incolla alla storia, ma, se giochi male le tue carte nel finale, sei fregato.
Non stupisce quindi che si provi questa paura nello scriverlo, esattamente come talvolta la prova un lettore davanti ad un libro, che gli sembra il più bello che abbia mai letto, quando si avvicina alle ultime pagine.
Come lettrice mi è capitato tante volte di imbattermi in un romanzo che mi prendeva come pochi, sia per la trama che per lo stile dell'autore, per poi beccarmi la cocente delusione di un finale insipido, che fa pure più male, se hai delle aspettative. Ti senti tradita. E quando ho scritto la recensione di questi libri, ci sono andata giù pesante, spulciandoli per mettere a nudo tutti i difetti possibili.
Adesso, però, sto affrontando la scrittura dell'ultimo capitolo del mio primo romanzo originale. Non è però la mia prima volta con questa paura. Ho scritto e finito altri lavori creativi lunghi in passato, tre sceneggiature e una fan-fiction, e sono riuscita ad avere la meglio su di essa, anche con una certa soddisfazione personale per il risultato. So quindi a cosa vado incontro. Conosco già i rischi del connubbio paura-fretta.
E credo che la soluzione, come sempre, sia una sola: scrivere. Punto. Come viene viene.
D'altronde ciò che scriviamo non verrà inciso indelebilmente nella pietra, ma potrà essere modificato o addirittura stravolto più avanti. L'importante, però, è finire.
E così ieri, dopo aver rimandato per quasi due settimane (come scusante c'è anche il fatto che oggettivamente non ne avevo avuto il tempo), mi sono messa di fronte al foglio bianco con la sola dicitura del capitolo 20 e ho iniziato a scrivere.
Il risultato è stato che in appena 3 ore ho tirato fuori oltre 2000 parole (un'intera scena). Roba da record.
Rileggendola oggi non sembrava poi tanto male. Ho anzi sfruttato l'ispirazione del momento (scaturita mentre lavavo i piatti!) per aggiungere dei paragrafi, con una lucità maggiore di quella che potevo avere alle 7 del mattino, che definivano meglio il comportamento del personaggio narratore, rendendolo più plausibile.
Adesso mi trovo a due scene dalla fine. La paura per qualche giorno rimarrà quieta in disparte, ma la fretta un po' meno.
Per la cronaca aggiungo che, per pura curiosità, sono andata a vedere nelle statistiche del file quante parole avevo scritto finora: circa 115.000. Caspita.
Certo che, se davvero l'anno prossimo mi cimenterò nel NaNoWriMo, non potrò certo pretendere di scrivere un intero romanzo in un mese, visto che si parla di "appena" 50.000 parole, che già sono un'enormità in soli trenta giorni per chi non fa lo scrittore a tempo pieno.
Per mantenere il ritmo, mi ci vorrebbero quasi tre NaNoWriMo di fila!

 
Da un po' di tempo, come avrete notato, sto dedicando un certo numero di post del mio blog alle recensioni dei libri che leggo e, visto che ho appena acquistato un ebook reader, vorrei dare spazio anche ad autori emergenti e indipendenti in cerca di un po' di promozione in più sul web (che non fa mai male). 
 Se avete pubblicato un libro, che abbia una scheda anche su aNobii (così posso riportare la recensione anche lì), e foste interessati ad una recensione nel mio blog, lasciate un commento qui o sulla mia pagina Facebook.
 Per poter leggere il libro mi servirebbe in formato pdf o, preferibilmente, mobi (ho un Kindle DX), una breve descrizione (cioè la quarta di copertina) e un'indicazione del genere letterario.
 Leggo un po' tutti i generi (ma non fantasy, mi spiace), ma eventualmente potete orientarvi sulle mie preferenze dando un'occhiata al mio profilo su aNobii. Leggo solo romanzi, niente raccolte di racconti, e aggiungo che mi piacciono i romanzi lunghi.
 Eventualmente posso essere interessata a qualche saggio di argomento scientifico, ma per favore niente contro il nucleare o che avvalori la teoria del riscaldamento globale di origine antropica o quelle sui conseguenti ipotetici cambiamenti climatici. Sono aperta a saggi scientifici su argomenti meno strumentalizzati dai media. Tenete conto che io sono una biologa, quindi magari non sono adatta a leggere di argomenti molto complessi che siano lontano dal mio campo, però sono pronta a cimentarmi in letture fuori da esso, che siano di un livello comprensibile anche a chi non è un esperto, per esempio relative all'astronomia. Leggo anche volentieri saggi storici o archeologici dedicati all'antico Egitto, ma che non abbiano a che fare con alieni o teorie non scientificamente provate.
 Non posso promettere al 100% che leggerò il vostro libro, perché ne ho davvero tanti da parte e sono costretta a fare delle scelte, motivo per cui non partecipo a catene né voglio ricevere in genere libri cartacei, ma vi assicuro che, se lo leggerò, scriverò e pubblicherò senza dubbio la recensione.
 Se avete qualche domanda, lasciate un commento. E, se volete, condividete questo post con chi pensiate possa essere interessato all'iniziativa.
 
Di Carla (del 08/11/2011 @ 20:10:03, in Scrittura & Lettura, linkato 1426 volte)
No, non è un'esclamazione, ma un fumetto, anzi più di questo. Si tratta di un fumetto online a puntate, una cosa che in Italia, che io sappia, non ha mai fatto nessuno prima d'ora, non in questo modo almeno. È partito ieri su www.davvero.org e racconta la quotidianità di una diciannovenne qualunque, Martina. Ideatrice di questo esperimento è Paola Barbato, sceneggiatrice di Dylan Dog e autrice di romanzi, insieme ad un gruppo di disegnatori, che pubblicheranno sei tavole alla settimana.
Si può accedere al fumetto, che è rilasciato con licenza Creative Commons (Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia) gratuitamente sul sito, ma per commentare bisogna registrarsi.
In una sola giornata, quella inaugurale, in cui è stata pubblicata la prima puntata, il sito ha raggiunto quasi 1000 visitatori, che nel suo piccolo rappresenta davvero un record.
Pur non essendo io una lettrice abituale di fumetti (almeno non in età adulta) sono stata comunque incuriosita da questo ennesimo progetto di Paola, che conosco virtualmente e seguo tra una cosa e l'altra dal 2006, pur non essendo una fan di Dylan Dog e non avendo neppure letto i suoi romanzi. Quando però si è parlato di un progetto sul web, ovviamente mi si sono rizzate le orecchie.
Ho letto la prima puntata, che ho trovato molto carina e realistica (d'altronde si chiama "Davvero" per un motivo). Molto belli anche i disegni di Matteo Bussola.
E adesso non mi resta che attendere il prossimo lunedì per il seguito.
Nel frattempo, se siete amanti dei fumetti, dateci un'occhiata. Non ve ne pentirete, davvero.
 
Di Carla (del 07/11/2011 @ 14:22:24, in Scrittura & Lettura, linkato 1603 volte)
More about La sclerata innamorata


 Buona idea, sviluppo meno buono, pessimo "confezionamento"

Mi appresto per la prima volta a dare un mio giudizio su di un'opera autopubblicata e mi rendo conto quanto questo compito sia difficile. In teoria dovrei paragonarla a qualsiasi altro libro, ma credo che non sarebbe corretto. Dietro questo romanzo non c'è stato un editor e neppure un semplice revisore di bozze, ma solo l'autrice. Tutto ciò appare evidente anche solo sfogliandolo. È purtroppo pieno di refusi, parole mancanti o in più, ha spesso una punteggiatura scorretta e formattazione completamente sbagliata.
Questo disturba parecchio la lettura ed è difficile riuscire a metterlo da parte nell'esprimere un giudizio.
A ciò si aggiunge il fatto che sono stata un po' ingannata dalla trama e dai tag del romanzo, in particolare quello che riguardava la sclerosi multipla. Ho pensato si trattasse di una storia a metà strada tra il brillante e il drammatico, invece è di fatto un romanzo rosa come tutti gli altri.
Tutto il rispetto per il genere rosa, che, ahimè, però non mi piace, quando è fine a se stesso. E anche ciò influisce nel mio giudizio.
Eppure qualcosa di positivo c'è. Dietro i grossi problemi di forma (refusi, formattazione, dimenticanze ecc...), che danno l'impressione di trovarsi di fronte ad una primissima bozza, c'è un prosa che non è niente male, un'autrice, insomma, che sa usare la parole. C'è un'idea interessante e un prologo intrigante, poi la storia un po' si perde.
Forse le pecche maggiori sono due. La prima è il fatto che, pur essendo narrata in terza persona, si concentri quasi esclusivamente sulla protagonista, descritta perfettamente in tutte le sue sfaccettatura, mentre gli altri personaggi rimangono troppo in secondo piano e le poche scene in cui lei non è presente sono raccontate sbrigativamente, invece che mostrate, al lettore.
Confesso che proprio non sono riuscita a farmi piacere il personaggio di Ivan, il che è grave visto che è l'oggetto dell'amore della protagonista.
Qualche capitolo o scena qua e là, che ampliasse la narrazione avrebbe sicuramente aiutato a dare luogo ad una storia di maggiore respiro e consistenza.
La seconda è forse l'eccessiva linearità dell'esposizione. Il romanzo viene narrato in stretto ordine cronologico, rendendolo purtroppo abbastanza scontato nel suo sviluppo e nella fine.
Secondo me si tratta di un'occasione mancata, soprattutto considerando la tematica della sclerosi multipla, che viene giusto accennata senza essere realmente approfondita.
In ogni caso, salvo i fastidiosi problemi di "confezionamento" che menzionavo sopra, credo che questo romanzo potrebbe piacere abbastanza agli amanti del genere.

Un'ultima nota: ho letto l'ebook scaricato tempo fa da Lulu.com. Non posso essere certa che il libro cartaceo sia identico, in particolare per quanto riguarda la parte dei refusi, formattazione ecc..., né posso sapere se l'edizione in ebook sia stata sostituita nel tempo con una nuova corretta.

Se qualcuno volesse cimentarsi nella lettura, lo trovate qui (in versione e-book) e qui (in versione cartacea). Oppure su Amazon.it.

Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books

 
Di Carla (del 05/11/2011 @ 04:13:51, in Scrittura & Lettura, linkato 2232 volte)


 Salvato (forse) dal finale

Libro molto strano questo di van Vogt. Parte bene e ti intriga, nonostante il sapore di romanzo per ragazzi, poi si arena. Mentre la trama scorre troppo velocemente, la narrazione diventa noiosa ed è tremendamente facile distrarsi per poi perdere il filo, vista la rapidità degli eventi. Mentre i personaggi e le loro azioni sembravano all'inizio assolutamente credibili, tendono successivamente a diventare troppo "facili" nella parte centrale del libro, perdendo tutta la loro plausibilità e sfiorando l'assurdo.
Il tocco di un grande autore si vede comunque nel modo in cui narra la storia: lo stile, le parole ti catturano. Ma la storia in sé sembra ingenua, come quelle dei romanzi per ragazzi, ma inadatta a questi ultimi dati i temi complessi trattati.
Forse sono i 60 anni passati dalla sua pubblicazione ad essere causa di tale apparente ingenuità. D'altronde l'accostamento di astronavi con cabine telefoniche un po' fa ridere. Ma già dall'inizio non è poi tanto difficile accettare questa atmosfera retrò in ambito fantascientifico, i problemi sono altri.
Non voglio entrare nei dettagli della trama, per non rovinare la lettura del libro. Mi limito a dire che si nota una certa approssimazione nella concatenazione dei fatti, che a tratti sono semplicemente riassunti adducendo scuse improbabili e forzate, per giustificare il dirigersi dell'azione in una certa direzione.
Ciò che davvero salva il romanzo e mi ha spinto a dargli almeno 3 stelline è il finale. Non parlo tanto del capitolo finale (che è tremendamente tirato per i capelli), ma proprio dell'ultima pagina, addirittura le ultime frasi, in cui si delinea un colpo di scena che permette di chiudere la storia in bellezza.

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Di Carla (del 27/10/2011 @ 17:20:24, in Scrittura & Lettura, linkato 2195 volte)
More about Ultima sentenza

 


 Colpisce anche senza colpo di scena

Pochi come Grisham riescono a coinvolgerti così nella lettura di un romanzo che è sostanzialmente raccontato. Quasi 500 pagine in cui i personaggi vengono presentati con distacco, mentre la legge, gli intrighi e la politica (tre cose che formano un tutt'uno privo di soluzione di continuità) sono i veri protagonisti di questa storia e sono loro ad essere messi a nudo senza pietà.
 È una di quelle storie che tende un po' a deludere, poiché, come in pochi altri romanzi di questo autore (per esempio "L'ultimo appello" o "Il testamento"), si tende ad aspettare un colpo di scena che invece non arriva. Ma proprio perché i veri protagonisti non sono i personaggi, la cosa non deve stupire. Grisham vuole raccontare di fatti che potrebbero veramente accadere nella realtà, dove i colpi di scena e le redenzioni raramente avvengono, ed è coerente con questa linea fino alla fine.
 L'ultimo capitolo, anche se sicuramente infastidisce, è indubbiamente bello, degno di un grande scrittore. Alla fine non possiamo che essere d'accordo con lui che questo era di fatto l'unico epilogo possibile.
 Eppure rimane il senso di fastidio, l'impressione di essere traditi da un amico che promette tanto per poi non mantenere. C'è addirittura del perfido, a mio parere, nel modo in cui ci induce a pensare che sta per avvenire qualcosa, quando poi il vero colpo di scena è proprio il fatto che non avvenga.
 Nonostante questo, è una lettura appassionante. Quasi 500 pagine fatte fuori in 7 giorni. Ad un certo punto ho dovuto continuare a leggere fino alla fine, perché non potevo attendere il giorno dopo.
 Sono rimasta sconvolta di fronte a come vanno le cose negli Stati Uniti, come sempre quando leggo Grisham. E ancora una volta ho ringraziato di non vivere lì!

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Di Carla (del 25/10/2011 @ 20:14:58, in Scrittura & Lettura, linkato 1874 volte)
More about Il costruttore di bombe


 Adrenalina pura

Adrenalina a mille per questo romanzo d'esordio di Patrick Quinlan. Una storia alla Pulp Fiction, ma con personaggi più simpatici (non vado matta per Tarantino). Una trama da film, con tempistiche da film. Tantissima azione, che si tramuta in forti emozioni per il lettore. Impossibile non andare avanti a leggere, pagina per pagina, complice l'impaginazione larga e il carattere grande.
 Un libro che si legge velocemente lasciando una certa soddisfazione nel lettore. Anche se non prenderei in mano altri libri del genere nel prossimo futuro, mi posso dire soddisfatta di questo romanzo, che consiglio a chi vuole staccare dalla vita quotidiana e godersi un po' di sano divertimento letterario.
 I colpi di scena si susseguono e anche se a tratti si percepisce dove l'autore voglia arrivare, ma lo fa seguendo sentieri tortuosi che ti costringono a continuare a girare le pagine. Molto bello il modo in cui cambia repentinamente il punto di vista della narrazione e il modo coinvolgente di narrare le scene d'azione, che, sebbene possano essere un punto focale in un film di questo genere, rischiano sempre di essere difficili all'interno del romanzo. In ogni caso non una volta sono dovuta tornare indietro, perché mi era sfuggito qualche dettaglio di una scena concitata.
 Se questo è un romanzo d'esordio, sicuramente Quinlan potrà fare anche meglio in futuro.

 La vera nota negativa di questo libro è l'edizione. Va bene che l'ho pagato 2,50 euro in un ipermercato, ma è comunque scandaloso il modo in cui viene trattato il testo dalla Newton Compton, che non è certo un editore minore. Il libro è pieno zeppo di errori ortografici (che sono palesemente tali e non refusi), sintattici (!!), virgole messe a caso, parole in più finite per errore dentro delle frasi, parole spezzate. Sono tutti errori tipici di chi traduce un testo dall'inglese, per cui tendo a pensare che non sia stata fatta alcuna revisione post-traduzione da una seconda persona, cosa che è inaccettabile per un libro.
 Sebbene la mancanza di un revisore non sia da imputare alla traduttrice, c'è almeno una frase che mi fa dubitare della sua preparazione nella propria lingua madre, cioè l'italiano. La frase inizia così: "Aveva piovuto..."
 Errore comune nella lingua parlata, ma inammissibile in un romanzo.

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Di Carla (del 24/10/2011 @ 16:50:56, in Scrittura & Lettura, linkato 3838 volte)
More about The Screenwriter's Workbook

L'altro giorno mi è capitato di guardare un film ambientato nel mondo del cinema hollywoodiano, "Love Shooting", una commedia molto divertente con Meg Ryan e William H. Macy, e così involontariamente mi sono ritrovata a pensare agli anni '90, quando il mio amore per il cinema era ai suoi massimi livelli e scrivevo sceneggiature. Lo facevo nello stesso periodo in cui studiavo all'università, nonostante gli orari terribili e il pochissimo tempo. Scrivere per immagini mi trasportava fuori dalla realtà quasi quanto vedere i film al cinema.
Era un lavoro lungo e in un certo senso "doloroso". Dal '93 al 2000 scrissi tre sceneggiature, due thriller e una commedia sentimentale. Le prime due erano assolutamente inadatte al cinema italiano e questa riflessione mi spinse a scrivere la terza. Non che avessi qualche reale speranza di vederle in un film italiano. In realtà il cinema italiano non mi piace un granché. Comunque, rileggendo quelle pagine mi rendo conto come il mio stile e la mia stessa immaginazione fosse molto acerba all'inizio, ma era poi migliorata parecchio negli anni.
Un giorno mi piacerebbe riprendere in mano quel tipo di scrittura, anche se in un certo senso mi dà la sensazione di essere tempo perso, perché non ho nessuna chance che le mie sceneggiature diventino film. Non è "facile" come pubblicare un libro. Non è immediatamente fruibile da un utente. Certo si può far leggere una sceneggiatura, ma non è la stessa cosa di un romanzo.
Nonostante questo, ultimamente la cosa ha ripreso ad attirarmi, forse perché il caso ha voluto che da più parti sentissi parlare di sceneggiatura o, meglio, della loro struttura.
A suo tempo imparai gran parte di quello che so sull'argomento sui libri di Syd Field. In particolare avevo un manuale in inglese acquistato tramite un catalogo (a quei tempi non c'era mica internet), "The Screenwriter's Workbook", che ho letto più volte e che spiegava passo passo come scrivere una sceneggiatura.
Uno dei soliti manuali, direte. In realtà l'ho trovato utilissimo. Probabilmente sarà molto difficile che io acquisti un manuale di scrittura creativa, perché se si vuole scrivere della prosa (racconti, romanzi), sebbene delle regole esistano, queste non sono poi così strette e molte di esse possono essere infrante (ovviamente non quelle grammaticali o sintattiche).
Scrivere una sceneggiatura è qualcosa di totalmente diverso. Non ci si può improvvisare sceneggiatori. Almeno le regole principali della stesura di una sceneggiatura si devono conoscere e vanno rispettate, poiché essa ha una struttura molto più rigida.
Non mi voglio dilungare sull'argomento, perché è davvero complesso, ma ciò che voglio mettere in evidenza è appunto la caratteristica delle sceneggiature (e quindi dei film) di essere suddivise in tre atti. Semplicisticamente si può dire che nel primo atto (lungo un quarto del film) si presenta la storia, nel secondo (lungo circa due quarti del film) questa si sviluppa con tutti i suoi conflitti e nel terzo (l'ultimo quarto del film) essa giunge ad una risoluzione.
Praticamente tutti i film sono fatti così. D'altronde, se ci pensate, è abbastanza logico.
E i romanzi?
Be', questi ultimi non devono sottostare a regole così rigide, ma spesso involontariamente in un modo o nell'altro finiscono per ricadere in questa struttura. Altri però se ne distaccano completamente e sono liberissimi di farlo. In ogni caso la regola dei tre atti tende a saltare fuori quando meno te lo aspetti.
E così sta accadendo anche a me durante la stesura di questo mio primo romanzo originale. Sebbene sia suddiviso in cinque parti, in cui la terza è lunga il doppio rispetto alle altre, e quindi si dissoci apparentemente dallo schema dei tre atti, qualche giorno fa, mentre ci riflettevo, mi sono improvvisamente resa conto che ognuna delle parti in realtà conteneva i tre atti.
In pratica ho scoperto che sto scrivendo un romanzo che potrebbe essere diviso in cinque episodi.
Forse sono io che ho una visione troppo cinematografica, o in questo caso direi da serie TV (ne guardo troppe?), oppure è proprio vero che questa benedetta struttura in tre atti tende a venire fuori spontaneamente quando si racconta una storia.
Chissà!
Concludo con una massima di Syd Field, che a mio parere è una verità assoluta: "La cosa più difficile quando si scrive è sapere che cosa scrivere".

 
Di Carla (del 21/10/2011 @ 16:59:32, in Scrittura & Lettura, linkato 1771 volte)


 A metà strada

 Struggente romanzo breve di quello che viene definito il più "lombardo" fra i nuovi autori africani.
 La storia d'amore raccontata è solo un pretesto per descrivere la difficoltà degli emigrati che ritornano a casa, sebbene per un breve periodo, e allo stesso tempo è essa stessa la metafora del rapporto con la loro terra.
 Vista in questa chiave si tratta sicuramente di una lettura interessante, soprattutto per chi non conosce realmente la vera Africa, da cui provengono queste persone, e anche per comprendere il conflitto interiore che esse vivono nel loro stato a metà strada tra due condizioni, destinati ad essere sempre e comunque diversi: non più neri e mai veramente bianchi.
 La narrazione in sé è, però, melodrammatica, dilungandosi troppo su certe riflessioni, e deprimente, per come finisce la storia.
 È stata sicuramente una lettura che mi ha arricchito, ma non del tutto piacevole.

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La morte è soltanto il principio
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