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 Tramonto sull'Isola di San Pietro... di Carla
 

Mi chiedo cosa si provi a possedere un corpo.
Ophir. Codice vivente




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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di Carla (del 31/03/2012 @ 04:25:58, in Scrittura & Lettura, linkato 3648 volte)


 Il tic. La pausa.

Molto legal e poco thriller, questo romanzo di Grisham torna dopo "L'ultimo appello" e "Innocente" a parlare di pena di morte e a denunciare il sistema giudiziario americano, degli stati in cui è ancora applicata, per il modo in cui viene di fatto usata a scopo politico e con eccessiva leggerezza.
Lo slogan riportato sulla copertina ("Un innocente sta per essere giustiziato. Solo un criminale può salvarlo") fa pensare erroneamente a un thriller, sebbene così venga definito. In realtà questa storia inventata, ma del tutto plausibile (ed è questo che fa paura), ancora una volta parla della gente, nel bene e soprattutto nel male. I suoi personaggi sono dannatamente reali, a iniziare da Travis Boyette, quello che confessa, che con i suoi tic e le sue pause, la sua personalità controversa di criminale con i sensi di colpa, perché qualcuno sta pagando per un suo reato, provoca nel lettore fastidio, disgusto, ma anche pena. Non è il classico cattivo, ma un personaggio che vive nella zona d'ombra tra la luce e il buio, qualcuno nel quale nonostante tutto ci si può immedesimare.
Qui si vede la bravura di questo scrittore, che con il raggiungimento di una fama stabile può prendersi la libertà di raccontare le sue storie, che come nella realtà non hanno un colpo di scena finale né un lieto fine. Ma sono vere, quasi più della realtà.
Per quanto la trama si sviluppi intenzionalmente in maniera lenta, saltando da un luogo all'altro, non si perde affatto la concentrazione, ma si rimane catturati da essa fino alla fine. E per quanto lasci l'amaro in bocca, allo stesso tempo c'è qualcosa di consolatorio, che ci fa chiudere il libro con un senso di soddisfazione. Quella che si prova solo dopo aver letto un buon libro.

Io confesso (edizione cartacea), Io confesso (ebook per Kindle), The Confession (cartaceo inglese) e The Confession (versione Kindle inglese) su Amazon.it.
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Di Carla (del 19/03/2012 @ 00:16:44, in Scrittura & Lettura, linkato 3283 volte)
More about New York


 Un indimenticabile viaggio nella storia della Grande Mela

In questo bellissimo libro, Edward Rutherfurd, specialista delle saghe familiari, ci racconta la storia della più importante città americana (nonché una delle più affascinanti in tutto il mondo), vista attraverso le vicende della famiglia Master, dal momento in cui è stata fondata dagli olandesi (col nome di Nuova Amsterdam) fino ai giorni nostri.
Rutherfurd, originario di Salisbury, a cui dedicò un libro negli anni '80 (il bellissimo "Sarum"), si cimenta questa volta nel narrare le vite dei suoi personaggi in quella che è la sua città d'adozione, New York.
Per quanto la storia in sé svolga un ruolo fondamentale in questo romanzo, lasciandoci intravvedere l'enorme lavoro di ricerca fatto dall'autore, la sua presenza è però discreta, non invandente, anche perché presuppone che chi legga il libro ne abbia già una qualche conoscenza, alla quale vengono però aggiunti interessanti dettagli. La storia è comunque solo lo sfondo su cui si muovono i Master, mostrandosi a noi a volte direttamente e altre volte attraverso gli occhi di personaggi ad essi legati. Tramite questa famiglia impariamo a conoscere le contraddizioni e la complessità della società americana, dal momento della sua nascita fino a oggi, in particolare quelle legate alle minoranze etniche e religiose, diverse fra di loro (pellerossa, neri, irlandesi, tedeschi, italiani, ebrei), ma tutte accomunate dalla discriminazione a cui nel corso dei secoli sono state sottoposte. Alcune di queste sono storie a lieto fine, altre di rassegnazione alla condizione dei loro protagonisti. Tutte quante sono però appassionanti e ti tengono incollato alle pagine, per conoscerne il loro esito e scoprire alla fine come queste siano legate da un unico filo conduttore rappresentato da una cintura di conchiglie, una piccola opera d'arte simbolo dell'amore di una figlia per suo padre.
Particolarmente emozionanti sono i capitoli finali ambientati nello scorso decennio, nei quali è forse più facile immedesimarsi, poiché si basano su eventi ancora freschi nella nostra memoria, come l'11 Settembre. Qui a mio parere l'autore dà il meglio di sé trasportandoci dentro quella New York, nella mente e nell'anima delle persone che hanno vissuto quei tragici momenti, proprio perché lui stesso li ha vissuti e la differenza rispetto alla narrazione dei secoli precedenti appare evidente.
Che amiate o meno New York, che amiate o meno le ricostruzioni storiche, di certo non potete rimanere indifferenti a quest'opera corposa, ma del tutto scorrevole. La piacevole sensazione che si prova alla fine della lettura, mista di soddisfazione e malinconia, è tipica in fondo solo dei libri migliori.

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Immagine © Corriere.itEssere in grado di leggere sia in italiano che in inglese è sicuramente un vantaggio per il lettore, in quanto aumenta in maniera esponenziale il materiale letterario di cui può disporre, ma lo è anche per lo scrittore, poiché gli permette di espandere i propri orizzonti e conoscere realtà completamente diverse.
In particolare ci si rende conto di quali enormi differenze esistano tra l'editoria italiana e quella anglofona, che comprende cioè tutti i paesi di lingua inglese, e come sia diverso l'approccio del web nei suoi confronti. Parlo in dettaglio di quelli che genericamente vengono chiamati blog letterari, cioè i blog che parlano di scrittura, dei romanzi, degli autori, di editoria e di tutto ciò che orbita intorno alla letteratura.
In questo ambito si notano a mio parere delle differenze lampanti, non solo negli argomenti, ma anche nel modo in cui vengono affrontati.
Il discorso, però, sarebbe troppo lungo, in questo post mi voglio quindi soffermare su uno di questi argomenti: gli autori esordienti o gli aspiranti tali, cioè quegli scrittori che hanno pubblicato il loro primo libro o stanno cercando di farlo.
Leggendo articoli che li riguardano, si nota prima di tutto che tra i blogger italiani c'è una diffusa tendenza a guardare a questi un po' dall'alto in basso.
Si guarda con un certo sospetto queste persone che si affacciano all'editoria, supponendo già da subito che non abbiano la minima esperienza, che siano presuntuosi, che non abbiano chissà quale talento (soprattutto se sono autori indipendenti), che abbiano scritto solo quell'unico libro pubblicato (o che intendono pubblicare) e che magari non conoscano a dovere neppure la grammatica o la sintassi.
Insomma, ci si trova di fronte a una marea di pregiudizi.
È vero che da sempre ciò che è sconosciuto viene spesso mal visto o visto con sospetto, ma talvolta oggettivamente si esagera.
Per non parlare poi della disdicevole abitudine di chiamare gli autori non ancora pubblicati con l'infelice espressione "aspiranti scrittori", cosa che trovo denigrante, quasi a voler dire che non è gente che scrive, ma che pensa di farlo prima o poi.
Chiariamo le cose: non si diventa scrittori da un giorno all'altro. Non è che un giorno ti svegli e aspiri a diventare uno scrittore, poi il giorno dopo inizi a scrivere. Non funziona così.
Noi tutti impariamo a scrivere da bambini e alcuni di noi, senza neppure rendersene conto, prima o poi iniziano a scrivere delle storie. Altri invece non lo fanno. Punto. Non esiste un momento nella vita in cui aspiriamo a scrivere delle storie. Iniziamo semplicemente a farlo, oppure no.
Chi lo fa è uno scrittore, chi non lo fa non lo è.
L'aspirante scrittore non esiste. Esiste essere uno scrittore o non esserlo.
Si può semmai aspirare a essere un autore, nel senso di desiderare di completare uno scritto. È infatti relativamente facile iniziare a scrivere qualcosa, lo è meno portarla a termine. Ma nel momento in cui si completa la scrittura del primo racconto, o del primo romanzo, o della prima sceneggiatura ecc... di fatto si diventa autori.
A questo punto si può essere al massimo aspiranti autori pubblicati.
Perciò l'alludere a un autore non pubblicato con l'espressione "aspirante scrittore" è a mio parere abbastanza offensivo, poiché sembra quasi che si pensi che la persona in questione non scriva affatto, ma abbia solo il desiderio (il sogno?) di farlo, magari per diventare famoso. Ma, se una persona non scrive abitualmente, senza ombra di dubbio non potrà essere un buon scrittore nel momento in cui decida di farlo, perché non ne ha l'esperienza.
Ma l'aspirante autore pubblicato, come pure l'autore esordiente (alla prima pubblicazione), è tutt'altro che una persona priva di esperienza.
Sicuramente quel romanzo (pubblicato o no) non è l'unica cosa che ha scritto. Probabilmente ne ha scritto altri, come pure racconti, fan fiction, poesie e tante altre cose, molte delle quali magari brutte (le prime), altre migliori. Dietro un autore esordiente esiste tutto un mondo di scrittura, che magari risale alla sua adolescenza o addirittura prima, esistono mille esperimenti e tentativi, tutte cose che costituiscono la sua esperienza nel campo della scrittura, qualcosa che non deve essere in alcun modo sottovalutata.
Se, dopo tutto questo, decidono di tentare la pubblicazione di un certo romanzo, è perché esso rappresenta l'apice del lavoro fatto negli anni passati, alimentato dalla loro passione per la parola scritta. Potranno ancora essere ben lontani dalla perfezione (senza dubbio), ma è impossibile che ci troviamo di fronte a gente che non conosce discretamente la lingua italiana. E già questo non è poco.
Perciò dico che meritano rispetto.
Purtroppo ciò che vedo spesso e volentieri è il tentativo da parte di certi "critici" di mettere i bastoni fra le ruote a questo tipo di autori. Se hanno pubblicato qualcosa, si cerca costantemente di trovare il pelo nell'uovo nel loro libro, di mettere in luce i difetti, invece di concentrarsi sugli aspetti positivi dell'opera.
Invece nei confronti di chi non ha ancora pubblicato (e in questo caso mi riferisco agli articoli generici rivolti agli "aspiranti scrittori") si fa di tutto per ricordare a questi autori che scrivere bene è difficile, anzi quasi impossibile, che è faticoso, che non conoscono alla perfezione la grammatica (?), che ci sono mille mila regole di stile che devono seguire, che dopo aver scritto la prima stesura hanno ben poco da esserne lieti, perché sicuramente fa schifo... e così via.
In entrambi i casi si cerca in tutti i modi di scoraggiare lo scrittore.
A questo punto la domanda sorge spontanea: perché questo accanimento?
Le risposte potrebbero essere tante. Forse perché queste persone si divertono a criticare gli altri. Oppure perché sanno a menadito quello che non si deve fare quando si scrive, ma non hanno idea di quello che si deve fare (altrimenti, forse, scriverebbero anche loro romanzi e non critiche, no?). Oppure proprio perché pure loro, essendo esordienti o aspiranti tali, si sentono minacciati dalla concorrenza? Non è da escludere. Oppure ancora si tratta di autori delusi o disullusi nei confronti dell'editoria in generale tanto che non possono fare a meno di scoraggiare gli altri a intraprendere la stessa strada (della serie: datevi all'ippica, magari avete più speranze; oppure: io non ce l'ho fatta e non voglio che ce la facciate neppure voi).
Sicuramente ognuno avrà le sue motivazione (più o meno accettabili), ma di certo ciò che fanno non aiuta gli scrittori che li leggono. Li indispettisce, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, li scoraggia.
È un po' come se a un bambino, che vi mostra il suo disegno, voi diceste "Ma cos'è questa cosa? Non si fa così! Non sei proprio capace!", invece di dirgli "Bravo!", apprezzando cioè lo sforzo di una persona che sta crescendo, evitando di stroncare sul nascere una passione che potrebbe diventare importante per lui e soprattutto incentivandolo a migliorarsi.
Ovviamente sto parlando di scrittori che sanno scrivere in un italiano corretto e che, se fanno errori, sono solo incappati in qualche refuso. In tutto questo discorso non prendo neppure in considerazione chi ha delle grosse lacune di grammatica e sintassi e neppure se ne rende conto.
Ora, a questo proposito, spostandosi nell'area anglofona, ecco che saltano agli occhi le differenze. I cosiddetti blog letterari, prima di tutto, sono tenuti quasi sempre da autori, persone cioè che scrivono libri e che vogliono condividere con altri scrittori ciò che hanno imparato dalla loro esperienza. Lo scopo è ovviamente farsi conoscere e volere bene, per trovare nuovi lettori e vendere più libri. È comprensibile.
Il risultato, però, non solo è piacevole, ma anche utile.
Questi blog sono delle fonti inesauribili di spunti, per conoscere meglio tutti gli aspetti della scrittura, sia per quanto riguarda la parola in sé (quindi lo stile) che la vera e propria capacità di narrare delle storie, cioè la struttura narrativa. Leggendo questi articoli si imparano veramente tantissime cose, anche se si scrive in una lingua diversa (nel mio caso in italiano).
Al di là delle eccezioni, che comunque esistono (meno male), la mia domanda è: perché questa differenza tra il web italiano e quello anglofono?
Sinceramente sto cercando ancora di capirlo, ma di certo so a quale dei due preferisco rivolgermi.

 
Di Carla (del 03/03/2012 @ 06:11:33, in Scrittura & Lettura, linkato 5528 volte)

Clicca per scaricare il romanzo!Il mio primo amore è e rimane il cinema. Alla scrittura sono arrivata in seguito ad esso. Sin da ragazzina adoravo perdermi dentro un film sul grande schermo. Era come staccarsi dalla propria vita e viverne tante altre, anche se solo per due ore scarse.
Ad un certo punto, negli anni '80 (ero poco più di una bambina), iniziai a pensare che mi sarebbe piaciuto lavorare nel cinema, ma con questo intendevo quello americano, Hollywood. Qualsiasi cosa mi sarebbe andata bene, persino portare il caffè al regista. Il mio sogno era poter far parte in qualche modo di quella magia.
Ma se uno deve sognare, tanto vale che lo faccia in grande, no?
E allora iniziai ad immaginare di essere una regista, o meglio una regista, autrice del soggetto e sceneggiatrice: insomma la mente da cui scaturisce un film. Dal lato pratico, però, la cosa non era molto realizzabile (a parte qualche tentativo con le compagne di scuola e la mia prima telecamera), ma davvero niente poteva impedirmi di scrivere delle storie per il cinema. Poco importava se fossero rimaste lì nel cassetto. Il bello era creare delle storie.
Da qui inizia il mio interesse per la scrittura, come strumento per dare vita alle mie storie.
Il primo approccio con essa è stata proprio la sceneggiatura. Tra il 1993 e il 2000 ne ho scritto tre, che sono ancora lì nel mio cassetto (sono andate un po' in giro, ma poi si sono perse) e sono tuttora per me fonte di soddisfazione.
Poi sono passata alla narrativa e, visto il mio legame col cinema, il primo approccio a questa forma di scrittura creativa sono state le fan fiction.
Tra queste ce n'è una, completamente scritta da me (unica che ho portato a compimento) nella prima metà del 2000 e che vi presento oggi in una veste nuova. S'intitola "La morte è soltanto il principio" ed è ispirata al film "La Mummia" di Stephen Sommers del 1999 (Universal Pictures).
Ve lo ricordate?
Fu un campione d'incassi e si trattava dell'ennesimo remake del film omonimo del 1932, sempre della Universal, in cui, però, la parte horror era stata messa da parte, lasciando spazio all'avventura e all'azione, oltre che a un bel po' di ironia.
Io ci andavo matta. Gli avevo dedicato un sito web ancora prima di vederlo e poi l'avevo visto al cinema due volte (cosa rarissima per me). Avevo creato un gruppo di fan su Yahoo! (dedicato al film, ma in cui si parlava in gran parte di Arnold Vosloo, l'attore che intepretava Imhotep, cioè la mummia), grazie al quale ho conosciuto delle care amiche, che sono tuttora tali. Avevo, inoltre, letto il libro tratto dalla sceneggiatura (sempre due volte) e così avevo pensato al modo in cui avrei continuato la storia, prima ancora che il suo sequel venisse girato (cosa che accadde nell'estate del 2000).
È così che nacque "La morte è soltanto il principio". Lo stesso titolo è una citazione di una battuta del film.
Ci lavorai per sei mesi, lo pubblicai nel mio sito su "La Mummia", insieme ad altre fan fiction, scritte dalle altre fan. Ed è rimasto lì per tutto questo tempo, finché il mese scorso ho deciso di rimmetterci mano.
L'ho riletto e corretto, senza però alterarlo più di tanto. Mi sono limitata ad eliminare i refusi e poche altre cose. Ho creato una copertina. L'ho formattato per bene e adesso l'ho pubblicato su Smashwords (ovviamente è gratuito).
Sebbene mi renda conto che non rispetta certo tutte le regole, che un romanzo dovrebbe avere (in 12 anni il mio stile è fortunatamente migliorato), ho voluto lasciarlo così come l'avevo concepito: con un taglio cinematografico molto essenziale (leggendolo si nota subito che venivo dalla scrittura di sceneggiature), con personaggi non particolarmente approfonditi, ma con lo stesso ritmo vorticoso (in alcuni casi letteralmente) e la stessa ironia (comicità?) del film. O almeno credo di esserci riuscita.
Potete trovarlo qui www.smashwords.com/books/view/138178, dove può essere scaricato in tutti i principali formati ebook e di testo.
Purtroppo nelle versioni epub e mobi il titolo del libro sul lettore non si legge benissimo, perché il convertitore di Smashwords fa a pugni con le lettere accentate nei titoli (mi sto rivolgendo all'assistenza del sito per vedere se si può fare qualcosa). L'interno dell'ebook, invece, è perfetto e devo dire che nel Kindle fa proprio una bella figura. Penso si veda altrettanto bene in altri lettori.
Nel caso decidiate di cimentarvi in questa lettura (è un romanzo abbastanza corto), vi consiglio di rivedere il film o ripassare un po' la trama, altrimenti rischiate di non cogliere le decine di citazioni che vi ho inserito e la cura in cui ho ricostruito certe ambientazioni identiche all'originale.
La storia in sé diverge completamente da quella del vero sequel, che non mi piacque per nulla, così come il finale.
Siete curiosi?
Ecco la quarta di copertina (virtuale):

"Londra, 1926 d.C.
Quando Evelyn Carnahan rivede dopo alcuni anni la sua vecchia amica d'infanzia Anne Howard, si rende subito conto di quanto sia cambiata. La ragazza perennemente annoiata e insofferente, che ricordava, si è trasformata in una giovane donna sicura di sé, per niente addolorata dalla recente morte del marito Robert MacElister, avvenuta in circostanze misteriose durante una campagna di scavi in Egitto.
Inoltre, al suo ritorno a Londra dopo questo viaggio, la giovane vedova ha portato con sé, oltre che una grande quantità di reperti da esporre al British Museum, uno strano egiziano di nome Assad, indossante il tatuaggio dei Med-Jai, gli antichi guardiani di Hamunaptra, la Città dei Morti scoperta non molto tempo prima proprio da Evelyn, suo fratello John e Rick O'Connell.
Non tutto quello che Anne ha rinvenuto ad Hamunaptra, però, è stato esposto durante la mostra. Due sono gli artefatti, che la donna ha deciso di tenere per sé: una mummia malridotta e un libro nero, che necessita di una chiave per essere aperto.
Ma ciò che Anne e Assad non sanno è che nel loro viaggio di ritorno sono stati seguiti anche da un'oscura presenza in cerca di una vendetta vecchia di tremila anni.
Nel tentativo di risolvere questo nuovo mistero, i fratelli Carnahan e l'americano Rick O'Connell dovranno ben presto scontrarsi con forze sovrannaturali di gran lunga al di sopra della loro portata e saranno costretti, loro malgrado, a combattere ancora una volta per salvare il mondo.
Nel farlo, però, troveranno in un vecchio nemico un inatteso e potente alleato.
"

Siete ancora curiosi?
E allora cliccate qui per scaricare il libro. Buona lettura!

"La Mummia" e i suoi sequel in DVD e Blu-Ray su Amazon.it

 
Di Carla (del 16/02/2012 @ 23:54:18, in Scrittura & Lettura, linkato 3428 volte)
Come potete vedere qui accanto sulla colonna a destra, anche io ho creato una mia mailing list, che vi presento con questo post.
Prima, però, di parlarvene, volevo aprire una piccola parentesi sul ruolo che questo sistema di marketing può avere per uno scrittore.
È indubbio che, se si ha una grossa mailing list, a cui inviare in un solo colpo la notizia dell'uscita di un nuovo libro, le possibilità che questo venga acquistato da molte persone in un breve tempo è estremamente più elevata rispetto al solo uso di uno o più social network per diffondere la stessa notizia. Il motivo è semplice: la mail, bene o male, la controllano tutti. Nei social network, invece, la probabilità, che un tuo post venga letto, dipende da quanti contatti ha chi dovrebbe leggerlo e con molta facilità potrebbe essere notato da pochissime persone, non svolgendo quindi appieno la sua funzione di marketing.
Ma il vero problema delle mailing list è che queste devono contenere molti contatti, affinché funzionino a questo scopo, e che questi contatti di fatto le leggano.
Per ottenere dei contatti esistono dei metodi in genere efficaci. Per esempio si può offrire qualcosa di gratuito in cambio dell'indirizzo e-mail del potenziale lettore. È un sistema molto utilizzato e senza dubbio funziona.
Molte persone, però, storcono il naso di fronte a questa situazione. Si sentono obbligati a dare il proprio indirizzo, che molto probabilmente riceve già un sacco di posta inutile, che viene cancellata senza essere letta, e non ci tengono ad aggiungerne dell'altra. Altri temono che il loro indizzo possa essere dato a terzi, nonostante le rassicurazioni di chi gestisce la lista. Spesso risolvono il problema fornendo un indirizzo e-mail poco usato, che poi non ricontrollano più, dopo che hanno scaricato il materiale gratuito.
Altri, invece, si fidano e usano il loro indirizzo e-mail principale.
Il problema è cosa succede dopo. Chi ti dice che la persona dopo aver scaricato il materiale gratuito poi non si cancelli dalla lista?
Io lo faccio quasi sempre, proprio perché per principio non mi va di essere costretta a dare il mio contatto per ottenere una cosa gratuita. Questo perché non so quanto ciò che sto per scaricare valga veramente. Preferirei provare a leggere il materiale gratuito e poi, se mi piace, iscrivermi alla mailing list per essere informata sull'altro materiale che verrà pubblicato in seguito.
Mi sembra semplicemente più corretto.
Altre volte non mi cancello subito, ma spesso, alla prima mail non interessante che ricevo, blocco l’indirizzo del mittente, in modo da non riceverne altre.
C'è poi chi invece dà il proprio indirizzo e-mail, non si cancella subito né blocca il mittente, ma poi di fatto non legge mai le newsletter quando arrivano. Parlo di gente, come me per esempio, che quando scarica la mail si ritrova minimo 30-50 messaggi, dei quali una buona parte richiede una risposta, in quanto usa la posta elettronica soprattutto in ambito lavorativo, mentre preferisce i social network per tutto il resto. A meno che questa persona non abbia un particolare interesse in quel periodo per quella newsletter, essa finirà nel cestino insieme alle altre senza neppure aprirla. Verrà trattata allo stesso modo dello spam.
È anche vero che, se la mailing list è sufficientemente grande, ci saranno comunque ancora moltissimi contatti "buoni", tutto ciò mi sembra in ogni caso uno spreco di energie.
Andrò pure contro ogni dettame del marketing sul web, ma credo fermamente che l'iscrizione ad una mailing list di uno scrittore non debba mai essere forzata, bensì debba essere percepita come un vantaggio di per sé. Se ciò non avviene, ci si ritrova con una lista di numeri e non di persone. Personalmente preferisco avere a che fare con le seconde.
Ed è così che mi piace concepire la mailing list, come un metodo di comunicazione diretto tra me e i miei lettori, non necessariamente unidirezionale, che fornisca qualcosa di diverso rispetto ai vari Facebook, Twitter e così via. Quindi non uno strumento di semplice pubblicità. Tutto questo perché con me non funzionerebbe.
Per chi la pensa come me, una pubblicità sul web trovata sui “luoghi” che frequento abitualmente ha sicuramente molta più presa. Mi è capitato spessissimo di acquistare libri di autori non famosi, perché ho letto la pubblicità su Facebook e poi ho trovato un bel profilo pubblico e un bel sito con blog dell’autore, dove la gente interagisce. Oppure perché li ho scoperti su aNobii dove ricevevano molte recensioni (relativamente: si parla pur sempre di scrittori non famosi) o perché avevano una bella recensione su Amazon.it o perché venivano condivisi su vari social network da almeno due persone, con le quali sono in contatto. Sono tutte cose che fanno scattare la curiosità. In generale, maggiore è la gente che vedo interagire, più sono portata a pensare che il libro possa essere bello. Non posso, però, vedere tutto questo da un messaggio e-mail.
Allora perché anche io ho creato una mailing list?
Adesso ve lo posso spiegare.
In primo luogo la lista si trova su Yahoo!Gruppi, da dove potete cancellarvi in qualsiasi momento, con un clic alla fine di ogni newsletter. Appena iscritti riceverete anche un messaggio di benvenuto dove è specificato anche come cancellarvi.
In secondo luogo, sarà già molto se vi invierò un messaggio al mese.
In terzo luogo, i messaggi serviranno solo per avvertirvi di un evento importante: uscita di un libro (speriamo presto!), disponibilità gratuita di un ebook (giveaway) e poco altro. Certo, sono cose che appariranno anche sui social network e su questo blog, ma, a differenza di questi ultimi, chi si iscrive alla mailing list è certo di riceverle per primo, il che è particolarmente importante, se l'informazione ha una scadenza.
Già vi anticipo, infatti, che la prima puntata di "Deserto rosso", intitolata "Punto di non ritorno", sarà gratuita per un giorno intero appena pubblicata (parliamo almeno di marzo), poi passerà a 99 centesimi, perciò per essere i primi a saperlo o controllate tutti i giorni il blog, Facebook o Twitter oppure vi iscrivete alla mailing list.
Chiaramente questo è solo un esempio.
Di sicuro non scriverò una newsletter per avvertirvi di un post sul blog, né tanto meno per raccontarvi i fatti miei. Inoltre non metterò mai allegati. Eventualmente le pochissime volte che ne invierò una, riporterò anche il link a qualche post significativo o a qualcosa da scaricare.
Inoltre rispondendo alla newsletter, potrete comunicare direttamente con me.
Non vi ho convinti?
Non fa nulla. Spero almeno che continuate a seguirmi sugli altri canali e, se mai cambierete idea, la casella per l'iscrizione alla newsletter si trova qui sulla colonna destra del blog (oppure potete mandare un messaggio vuoto a anakina-subscribe@yahoogroups.com).
 
Di Carla (del 02/02/2012 @ 08:44:40, in Scrittura & Lettura, linkato 2751 volte)

Photo: courtesy of © NASA/JPL-CaltechDopo aver passato più di tre anni a scrivere "L'isola di Gaia", sentivo il bisogno di cimentarmi in qualcosa di più immediato, che mi permettesse di sperimentare gli strumenti a disposizione degli autori indipendenti, mentre continuavo a lavorare al romanzo (editing e riscritture varie). Avevo bisogno di un progetto di dimensioni più ridotte, già definite in partenza e con una tempistica il più possibile gestibile, qualcosa che mi spingesse soprattutto a produrre senza farmi atterrire dal fatto di non sapere esattamente quando l'avrei terminato.
Scrivere delle storie corte (novelle o racconti), però, non è proprio nel mio DNA, questo perché la dimensione di uno scritto è strettamente legata alla complessità della trama.
E, diciamolo, io adoro le trame molto complesse.
Allora ho pensato di aggirare il problema ideando a grandi linee una storia, come mi era capitato, quando avevo per la prima volta immaginato la trama del mio romanzo, ma che venisse suddivisa in puntate fatte e compiute delle dimensioni di una novella, da realizzare una per una nel dettaglio, in modo da avere subito qualcosa che potessi scrivere e terminare nel più breve tempo possibile.
Ed è così che è nata l'idea di "Deserto rosso".
Se paragoniamo un romanzo a un film, questa mia storia a puntate potrebbe essere definita una sorta di piccola serie, con episodi proposti a una certa cadenza (nel mio caso sarà di circa 4 mesi), ognuno dei quali si concentrerà su un determinato aspetto della trama, esplorando strutture narrative diverse, e terminerà con un cosiddetto cliffhanger.
Sarà un vero e proprio esperimento.
Gli episodi in totale saranno 3 o forse 4. Inizialmente avevo pensato a tre, ma, come sempre accade, più si pensa ad una storia più questa lievita, inoltre la possibilità di darle una struttura seriale implica quella di continuarla, utilizzando tutte le idee a disposizione, finché si è certi che tutti i fili della trama siano stati riallacciati nel migliore dei modi.
Anche se sto già prendendo appunti per le puntate successive, ho dedicato l'intero mese di gennaio (o meglio tre settimane di tale mese) alla realizzazione della prima stesura della puntata numero uno. Mi sono data un target di 20.000 parole complessive e un altro per sessione di scrittura di 2000 parole, che ho quasi sempre rispettato (tempo permettendo).
Alla fine ci sono riuscita. Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio ho completato la novella raggiungendo e superando (anche se di poco) il mio target, cosa che ovviamente mi ha dato un certa soddisfazione. Chiunque scrive, conosce l'ansia che si prova nel dover completare uno scritto e, ogni volta che se ne termina uno, come questa vada acquietandosi accrescendo nel contempo la propria autostima.
Ma parliamo un po' della trama.
"Deserto rosso" segue le vicende di una missione su Marte, con permanenza a tempo indeterminato. Si tratta di una sorta di primo tentativo di colonizzazione del pianeta rosso, fatto da un equipaggio in realtà molto piccolo (solo 5 persone). La storia è ambientata in un futuro prossimo (fra almeno 50 anni). La missione Isis è la prima dopo un lungo periodo di pausa nell'esplorazione dello spazio, dovuto al tragico fallimento della missione precedente (avvenuta 30 anni prima).
Questo è, però, solo il contesto in cui si muovono i personaggi e da cui parte l'intera storia.
La prima puntata, intitolata "Punto di non ritorno", è narrata in prima persona da un membro dell'equipaggio, Anna Persson (esobiologa svedese), che per qualche motivo, a noi sconosciuto, abbandona di nascosto alle prime luci dell'alba la Stazione Alfa (la struttura abitativa) e si addentra con un rover nel deserto marziano. Il suo ha tutte le caratteristiche di un gesto suicida.
Mentre Anna, da una parte, ci racconta passo passo i due giorni (tempo definito dalla sua riserva di ossigeno) del suo viaggio solitario, si sofferma a mostrarci eventi del passato precedenti alla stessa missione, muovendosi avanti e indietro nella sua memoria e svelandosi poco a poco a noi. Capiremo chi è, cosa l'ha portata a entrare nell'equipaggio dell'Isis, cosa (e chi) si è lasciata alle spalle e alcune fatti accaduti durante la stessa missione che potrebbero averla spinta a questo gesto estremo. Il tutto costruito in un crescendo che porta ad un finale inatteso.
Esso chiude la prima parte della storia, ma allo stesso tempo apre nuovi scenari, dai quali scaturiranno le puntate successive.
"Deserto rosso - Punto di non ritorno" raggiungerà la sua forma definitiva probabilmente a marzo e poi verrà pubblicato, in tempi brevi, come ebook Kindle sul Kindle Store di Amazon.it (gratis per i primi giorni e poi a 99 centesimi) e in altri formati compatibili con gli altri reader su vari negozi online.
Non so se ne farò anche una versione cartacea, in quanto si tratta di un testo veramente corto (70 pagine circa). La farò solo se potrò proporre un prezzo davvero ridotto (pochi euro) o magari per avere delle copie promozionali.
Per scrivere "Deserto rosso" mi sto documentando sui libri di Robert Zubrin, in modo da rendere la storia almeno in parte scientificamente plausibile, fin dove la narrazione me lo consente. Tra l'altro proprio oggi leggevo di un progetto chiamato COSMIC (Combustion Synthesis under microgravity conditions) dell'Università degli Studi di Cagliari, che servirà per mettere a punto sistemi per estrarre ossigeno, acqua, azoto dall'ambiente lunare o marziano e consentire così la vita degli astronauti che vi giungeranno nei prossimi decenni. Mi voglio informare sull'argomento e magari parlarvene più diffusamente in uno dei prossimi post.
Tornando a "Deserto rosso", si tratta senza dubbio nel complesso di un'opera di fantascienza, ma che racchiude aspetti di generi diversi, dal thriller all'avventura. C'è un forte conflitto interiore, una storia d'amore, un mistero da scoprire, una discreta quantità di azione, morti più o meno naturali (sì, gente morta ammazzata), elementi scientifici reali e altri del tutto inventati e non manca una certa malvagità.
Insomma, non è una semplice storia sull'esplorazione di Marte.
Vi ho incuriosito?
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Photo: courtesy of © NASA/JPL-Caltech

 
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 Utile strumento per comprendere l'editoria odierna

Mi sono avvicinata alla lettura di questo libro per pura curiosità. Sono sempre abbastanza diffidente nei confronti di questo tipo di manuali su qualcosa di così soggettivo come la scrittura. Personalmente sono abbastanza contraria all'imprigionare la narrativa (di genere o non) in regole molto strette. Dando per scontata la conoscenza perfetta della propria lingua (come grammatica e sintassi), la capacità dell'autore di inventare una storia interessante (che dipende essenzialmente dalla fantasia individuale) e quella di avere un modo di mettere le parole l'una dopo l'altra così che il risultato sia almeno gradevole da leggere (che è anche molto legato al gusto individuale di chi legge), le uniche cose che possono essere in qualche modo "insegnate" riguardano ciò che il lettore medio odierno si aspetta, statisticamente parlando, e ciò che di conseguenza un editore cerca nei libri che ha intenzione di pubblicare.
In quest'ultimo campo l'aspetto artistico spesso non conta poi tanto, purtroppo.
Perciò, se lo scopo di chi scrive è primariamente quello di creare un prodotto commerciabile basandosi sull'editoria tradizionale, un libro come questo è quasi essenziale. Esso infatti, concentrandosi sull'inizio di un romanzo, spiega ciò che porta chi seleziona le opere all'interno di una casa editrice a continuare a leggere determinati manoscritti, tra le centinaia che ricevono, ed eventualmente selezionarli per la pubblicazione. È ovvio infatti che non tutti i manoscritti possono essere letti nella loro interezza. È umanamente impossibile. Allora chi li seleziona cerca di farsi un'idea sull'opera che ha davanti dalla lettura delle prime pagine e, se non le ritiene valide, li scarta. Da qui l'importanza del porre particolare attenzione all'inizio di un romanzo.
Al contrario, a mio parere, questo fattore ha minore importanza per il lettore medio in sé, il quale una volta acquistato il libro difficilmente lo metterà da parte dopo 5 o 10 pagine, per cui tenderà maggiormente a farsi un'opinione sull'opera generale, indipendentemente dalla qualità dell'incipit o del primo capitolo. Anzi, alla fine il suo giudizio dipenderà essenzialmente dalla fine della stessa. C'è anche da dire che il modo di iniziare i romanzi è molto cambiato nel tempo, soprattutto negli ultimi decenni, mentre i lettori continuano a leggere con piacere i libri di 50 anni fa o i classici, ponendosi pochi problemi sul modo in cui iniziano.
Per questo motivo credo che "Hooked" sia utile per chiunque si cimenti nella scrittura, se non altro perché aiuta a capire cosa si aspetta da essi l'editoria contemporanea, ma anche le differenze col passato. Particolarmente interessante è poi il parallelo che viene fatto con il cinema, che in passato ha copiato parecchio dalla letteratura, mentre adesso succede per lo più l'opposto.
Mi è piaciuto il tentativo di schematizzare gli elementi essenziali dell'inizio del romanzo non tanto per la sua utilità in sé (anzi la trovo in generale un'eccessiva semplificazione), ma soprattutto perché grazie agli esempi usati (alcuni molto famosi o comunque di romanzi che avevo letto) mi ha permesso di notare degli aspetti che inconsciamente nello scrivere anche io ho usato e di cercare di valutare se l'avessi fatto in maniera corretta.
Penso infatti che "Hooked" vada preferibilmente usato in fase di riscrittura piuttosto che nell'affrontare la prima stesura di un romanzo. Solo dopo aver completato tutta la storia, si può, a mente lucida, tornare indietro e modificare il suo inizio in modo da renderlo accattivante al lettore.
Al di là di ciò, credo che questo libro come altri non debba porre dei limiti alla creatività personale, ma sia solo una guida di massima, in quanto la narrativa è in continua evoluzione, i gusti cambiano e bisogna comunque trovare da soli una propria voce nel raccontare le storie. Inoltre anche l'editoria è attualmente sottoposta a profondi cambiamenti. Essere un buon autore non presuppone più necessariamente il passare attraverso la selezione di un editore, ma, come nel caso degli autori indipendenti, direttamente attraverso quella del pubblico. In questo scenario un libro scritto al di fuori di certe convenzioni non solo può trovare comunque un certo supporto da parte dei lettori, ma può addirittura generarne di nuove.

 

Hooked (formato Kindle) e Hooked (formato cartaceo) su Amazon.it (il libro è in inglese).
Hooked (formato Kindle) su Amazon.com (libro in inglese).

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Di Carla (del 11/01/2012 @ 06:27:07, in Scrittura & Lettura, linkato 5491 volte)
Emilio SalgariChiunque si sia mai cimentato nella scrittura creativa sa che, almeno in teoria, prima di mettersi di fronte al foglio bianco, è necessario fare delle ricerche accurate sulle ambientazioni, il periodo descritto e gli argomenti trattati, in modo da creare una storia il più possibile realistica, ma anche avere ulteriori elementi per arricchirla e renderla interessante agli occhi del lettore.
Gli scrittori di professione svolgono le ricerche in maniere diverse. Alcuni si trasferiscono per qualche settimana nei luoghi dove si svolgerà la loro storia, altri leggono libri sugli argomenti trattati, altri ancora intervistano esperti. Esistono mille modi diversi di fare una ricerca. Tutti questi input, oltre ad assicurare una certa padronanza dell'argomento, stimolano la fantasia e permettono di sviluppare le storie ben oltre l'idea iniziale.
Certo fare delle ricerche in questo modo può essere a volte costoso. Lo scrittore che non navighi nell'oro, che sia professionista o no, spesso non può permettersi di girare il mondo, non ha la possibilità di incontrare esperti e così via, anche per il semplice fatto che non ne ha il tempo (e persino il tempo è denaro).
In passato, però, le cose andavano anche peggio. Gli scrittori il più delle volte erano costretti a raccontare delle storie attinenti a cose che conoscevano bene o in cui vivevano o basandosi su quello che riuscivano a reperire dopo ore e ore di letture in biblioteca, poiché la possibilità di accedere ad altre informazioni era a dir poco proibitiva. E chi decideva di fregarse di questi limiti era costretto a basarsi sulla propria immaginazione, ammesso che ne avesse una veramente fervida. Basti pensare a Emilio Salgari, che nei suoi libri descrisse in maniera vivida e coinvolgente luoghi lontani che non aveva mai visto. Il suo modo di procedere era simile a quello degli attuali scrittori di un certo tipo di fantasy e di fantascienza, che arrivano letteralmente a creare dei nuovi mondi, che padroneggiano completamente, cosa che evita loro di fare delle grandissime ricerche.
Ma, rispetto ai tempi di Salgari, gli scrittori di adesso, che siano super-dilettanti o autori di bestseller, possono contare su delle fonti immediatamente accessibili in qualsiasi istante, grazie alla più grande invenzione degli ultimi decenni: internet.
Adesso, se vogliamo ottenere delle informazioni su di un argomento, lo cerchiamo su Google o andiamo direttamente su Wikipedia, se vogliamo vedere un luogo, in cui non siamo stati, possiamo contare su Google Maps e Google Earth. In alcuni casi questi ultimi ci permettono addirittura di muoverci per le strade di una città e vederne i dettagli, come se fossimo lì. Oppure andiamo su YouTube dove troviamo tantissimi video di documentari che parlano di vari argomenti o ancora, se ci serve un certo libro, lo possiamo acquistare in formato ebook in pochi clic. E se non abbiamo tanti soldi da spendere, basta affidarci al caro eMule, per trovare quello che ci serve, infrangendo qualche legge sul copyright.
Insomma non abbiamo scuse.
Tutto o quasi è alla nostra portata. Questo, però, cambia completamente l'approccio che possiamo avere nei confronti di una ricerca. Possiamo sempre fare alla vecchia maniera: leggendo, visionando video, guardando foto e così via e creando degli appunti, magari usando programmini come OneNote (o altri gratuiti) che ci permetto di copiare testi, immagini, link e organizzarli comodamente, per ritrovarli quando ci servono.
Oppure abbiamo un'altra scelta. Possiamo iniziare a metterci a scrivere, magari dopo aver fatto qualche piccola ricerca preliminare (come la lettura di un libro, di un articolo o la visione di un documentario, giusto per entrare nel tema e catturare quella particolare emozione da cui nasce ogni storia) e poi, volta per volta, quando nasce la necessità, cercare quello che ci serve direttamente quando ci serve. Con una connessione permanente a internet ci basta tenere aperto un browser insieme al programma di scrittura e passare dall'uno all'altro con estrema facilità, mantenendo sempre viva quell'emozione e allo stesso tempo alimentandola con tutti quegli input immediati, il risultato dei quali possiamo metterlo subito nero su bianco senza temere che quella grande idea venga persa, perché non siamo stati in grado di fissarla nel momento stesso in cui ci è venuta in mente.
Questo approccio non è certo ordinato e a prima vista potrebbe sembrare confusionario, in realtà si basa in tutto e per tutto sul modo in cui la nostra memoria lavora, cioè in modo associativo, passando da una cosa all'altra, piuttosto che lineare.
Senza dubbio l'utilizzo di un metodo del genere richiede una certa disciplina e padronanza dei propri mezzi. È estremamente facile distrarsi e iniziare a navigare dimenticandosi di ciò che stavamo scrivendo. D'altra parte, però, se si riesce ad applicarlo correttamente, dà la possibilità di tuffarsi subito nella narrazione, evitando il rischio che quella particolare emozione (la cosiddetta ispirazione), una volta terminata ogni ricerca e organizzata la trama in ogni minimo dettaglio (di quest'ultimo aspetto ne parlerò più diffusamente in futuro), risulti svanita purtroppo nel nulla, prima di averla potuta sfruttare per quello che era il nostro unico scopo, cioè scrivere.
E se questa ricerca in tempo reale ci porta a fare qualche errore?
Be', che problema c'è? Le nostre parole non sono state di certo incise sulla pietra, ma neppure sulla carta. Una volta terminata la stesura, quando siamo certi di aver fissato tutto quello che ci frullava in testa, ci resta tutto il tempo del mondo per controllare, correggere e modificare quello che abbiamo scritto, tutte le volte che vogliamo.
 
Di Carla (del 05/01/2012 @ 06:05:13, in Scrittura & Lettura, linkato 3370 volte)
More about First Landing


 Una possibile avventura marziana

Definire questo romanzo fantascienza non sarebbe del tutto corretto, poiché la storia raccontata è realistica in ogni suo aspetto scientifico. Zubrin non si è inventato alcuna tecnologia che già non esistesse al tempo della scrittura di quest'opera, cioè più di 10 anni fa. Ciò fa di "First Landing" un'opera a metà strada tra il romanzo e il saggio, dove una storia di pura invenzione viene usata per fornire al grande pubblico dei lettori una notevole quantità di informazioni sia su Marte che sullo stato dell'arte della tecnologia aerospaziale che sarebbe in grado di portarci fino a lì.
Ovviamente poi la storia è ambientata in un futuro che in parte è già passato per noi e resta comunque finzione scientifica, cioè fantascienza ma nella sua traduzione diretta dall'inglese science fiction, non perché si parli di viaggiare nello spazio, ma perché ne illustra la fattibilità reale tramite una storia inventata.
D'altronde stiamo parlando di Robert Zubrin, fondatore della Mars Society e da sempre impegnato nel permettere all'umanità di approdare sul pianeta rosso con l'intenzione di colonizzarlo. La sua posizione è sicuramente ottimista, ma questo romanzo è soprattutto uno strumento di propaganda per il suo movimento (l'appendice ne è una prova), affinché si sviluppi un certo interesse sul raggiungimento di un traguardo che sembra ancora lontano. Zubrin ci dimostra che di fatto non lo è. Manca soltanto la volontà di raggiungerlo per un innumerevole quantità di motivi, tra cui molti di natura politica. Anche questo aspetto viene infatti in parte trattato nel romanzo.
Personalmente, sono fra coloro che vorrebbero vedere l'uomo conquistare e magari colonizzare Marte, finché sono ancora in vita, mi rendo conto che il nostro mondo ha altre urgenze e che un progetto di questa portata deve per forza di cose essere portato avanti con i giusti tempi, ma sono anche persuasa che portarci su Marte potrebbe aiutarci a risolvere una parte di queste necessità. Apprezzo perciò il lavoro di Zubrin, perché senza persone come lui, questo sogno sarebbe ancora più lontano.
Parlando della storia narrata in sé, senza considerare le sue implicazioni, non è affatto male. Mi ha tenuto col fiato sospeso, tanto che l'ho letta davvero in poco tempo, per sapere come sarebbe andata a finire. Il ritmo è sostenuto. I personaggi si trovano già da subito e sin fino alla fine ad affrontare situazioni di altissima tensione. Sono ben delineati e coerenti. I dialoghi ti catturano.
Se proprio voglio trovare un elemento negativo è la mancanza di vera drammaticità, poiché alla fine tutto in un modo o nell'altro viene risolto, e questo è l'unico aspetto di poca realisticità della storia. Nella realtà non tutto può essere risolto, soprattutto quando la narrazione si estende per un così lungo periodo in un luogo così pericoloso. Esiste un analogo reale in cui tutto alla fine è andato bene, cioè la storia dell'Apollo 13 (definito il più grande fallimento di successo della NASA), ma la situazione in quel caso era decisamente più "semplice": in fin dei conti stavano andando sulla Luna e non erano su un pianeta a centinaia di milioni di chilometri dalla Terra.
Nonostante questo è senza dubbio uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi mesi e si merita il massimo dei voti.

First Landing (formato Kindle in inglese) su Amazon.it.
First Landing (formato Kindle in inglese) su Amazon.com (con link a versioni cartacee).

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Di Carla (del 31/12/2011 @ 03:21:26, in Scrittura & Lettura, linkato 2992 volte)
L'Antartide e l'aurora australe viste dallo spazio

Da un po' di tempo a questa parte, alla fine di ogni anno scrivo una lista di propositi per quello successivo e controllo quella scritta l'anno precedente. La maggior parte di questi propositi sono ancora dei work in progress e quindi non sono stati completati. Altri invece sono caduti direttamente nel dimenticatoio. Pochi (ma buoni) risultano invece essere stati portati a termine e sono proprio questi a darmi soddisfazione e a spingermi a fare sempre nuovi progetti, perché alla fine, anche se non si riesce a far tutto, da un anno all'altro qualcosa cambia sempre, qualche piccolo passo si fa. Può sembrare poco, ma, se proviamo a scrivere tutto quello che siamo riusciti a fare in un anno, ci renderemmo conto che non lo è affatto.
Più tardi aprirò il mio netbook, dove tengo queste liste, e farò un po' di bilanci. C'è però un proposito che so di aver portato a termine per quest'anno, forse il più importante di tutti: ho terminato la prima stesura del mio romanzo. Ci sono riuscita poche ore fa, dopo aver lottato a lungo per trovare il tempo per farlo.
Scrivere questo romanzo è stata una bella sfida. In passato ho scritto tanto, soprattutto articoli, sceneggiature e fanfiction, ma questo è il primo romanzo originale che inizio e porto a termine. C'è voluto molto tempo e un'enorme forza di volontà per riuscirci.
L'idea è nata da un sogno fatto nella primavera del lontano 2006. Il romanzo adesso, a dire il vero, ha ben poco a che vedere con quel sogno, ma l'ispirazione iniziale nacque da lì e il suo titolo, cioè "L'isola di Gaia", è ancora legato ad esso. C'è infatti nella storia una qualche componente ecologica (a me cara, visto che sono un'ecologa), sebbene parecchio contro tendenza rispetto all'ecologismo di cui si sente parlare al giorno d'oggi. Gaia è sia il personaggio intorno al quale ruota gran parte della storia sia una metafora del nostro pianeta, che alla fine continua a mostrarsi benevolo nei nostri confronti, anche se ogni tanto ci fa penare un po'.
Ma l'ecologia è solo uno dei vari componenti scientifici di questa storia, insieme all'astronomia, la genetica, internet ecc... tutti immaginati in un futuro non troppo lontano ma neppure ben definito. Sono elementi di contorno di una storia d'azione, di ricerca di uno scopo più grande a cui dedicare la propria vita, di azioni politicamente scorrette, di etiche flessibili, di ossessioni e sentimenti talvolta perversi. Non c'è traccia di buonismo né di un qualche tipo di insegnamento. È una storia in cui i personaggi fanno delle cose perché possono farle e, per questo motivo, non riescono a vedere in esse nulla di sbagliato.
Tutto ciò è mescolato a omicidi, colpi di scena, azione, rivelazioni, sogni, realtà virtuale e fede.
Ma, come ho detto, ho semplicemente terminato la prima stesura. Avevo iniziato a scriverla il 25 agosto del 2007, ma poi avevo interrotto la scrittura fino al 2009. Negli ultimi due anni ci ho lavorato con costanza, nei ritagli di tempo, rubando ore al sonno. Il risultato è una storia forse un po' lunga (oltre 123 mila parole non sono poche), ma solo perché complessa e, spero, divertente.
Ho scritto la parola fine, anche se la settimana prossima rivedrò con calma l'ultima parte, per fare ancora qualche piccola modifica. Poi rimarrà da parte per almeno un mese, affinché io possa quasi dimenticarmene, prima di affrontare il lavoro dell'editing.
Si tratta decisamente di un progetto a lungo termine, per il quale non ho fretta, poiché voglio portarlo avanti nel migliore dei modi.
Intanto però non ho intenzione di fermarmi. A gennaio inizierò a scrivere qualcosa di nuovo, di meno lungo, che avrete sicuramente modo di leggere ben prima della pubblicazione de "L'isola di Gaia".
Ma è presto per parlarne.
Per quest'anno mi fermo qui. Nuovi progetti e nuovi propositi mi aspettano per quello che sta per iniziare.
Auguro a tutti voi un nuovo anno ricco di propositi che verranno portati a compimento. Buon 2012!

 

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