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 Les Calanques (Marsiglia)... di Carla
 

Mi sentivo inerme, imprigionato in quella tuta.
Sirius. In caduta libera




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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di Carla (del 18/05/2012 @ 03:11:14, in Scrittura & Lettura, linkato 5245 volte)
More about Burton racconta Burton

 
 Tim nel paese delle meraviglie

Dire che Tim Burton è un genio visionario del cinema si avvicina sicuramente alla verità, ma se si vuole avere un'idea di tutto ciò che si cela dietro il lavoro di questo regista/autore/disegnatore, il libro "Burton racconta Burton" è senza dubbio una buona base di partenza.
Ho amato questo regista dalla fine degli anni '80, esattamente dall'89, quando uscì "Batman", film che ha permesso anche a noi, che stiamo da questa parte dell'oceano, di conoscerlo. Da allora in poi ho seguito la sua carriera passo passo, tornando anche indietro a vedere il suo precedente "Beetlejuice", che è tuttora il film che ho visto più volte in assoluto (ho perso il conto intorno a quota 40), sia in italiano che in lingua originale e che di tanto in tanto riguardo con piacere.
Mi ha fatto commuovere con "Edward Mani di Forbice", in cui c'è stato il mio (e il suo) primo incontro con Johnny Depp, mio attore preferito da oltre 20 anni. Mi ha divertito con film come "Mars Attacks!", "Ed Wood" e "Il mistero di Sleep Hollow", mi ha entusiasmato con "Batman", "Batman - Il ritorno" (un po' meno del primo) e il recente "Dark Shadows" (a cui dedicherò un post a parte), mi ha fatto meravigliare con "La Sposa Cadavere", "Nightmare before Christmas", "Alice in Wonderland", mi ha intrigato con "Sweeney Todd". In alcuni casi non mi ha convinto del tutto, come in "Il Pianeta delle Scimmie". Altri suoi film non li ho visti affatto sia per scelta, "Big Fish" e "La Fabbrica di Cioccolato", che per mancanza di opportunità, "Pee Wee's Big Adventure", ma prima o poi li vedrò.
In ogni caso è senza dubbio il mio regista preferito. Nei suoi film, se da una parte si può vedere il suo tocco e la presenza ricorrente di certi temi, esiste però una notevole varietà di generi. Abbiamo il fantastico, la commedia paranormale, il supereroe, la fantascienza, l'animazione, il musical, la favola per bambini, il giallo, la biografia. Ce n'è per tutti i gusti.
Leggendo questo bellissimo libro, in cui lo stesso Burton racconta se stesso nelle varie fasi della sua carriera e della sua vita, si riesce a capire veramente a cosa sia dovuta questa varietà e che cosa allo stesso tempo renda i suoi film "burtoniani". Si scopre come spesso sia arrivato a fare un film quasi per caso e come in altre occasioni si trattasse di storie create da lui e da lui stesso fortemente volute, a costo di lunghe attese.
Burton ci racconta la genesi spesso inusuale di certi film, come "Nightmare Before Christmas", la cui storia venne scritta passo passo con la creazione della colonna sonora. Ci parla del suo sodalizio con Johnny Depp, con Danny Elfman e con altri collaboratori che hanno lavorato spesso con lui. Ci mostra il mondo spesso spietato di Hollywood, al quale ha sempre cercato di non piegarsi, sostenendo di voler fare solo ciò che sentiva nelle sue corde, perché tutto il resto non era semplicemente in grado di farlo. Ci rivela l'uomo dietro il regista, da ragazzino "particolare" a talentuoso disegnatore, fino a (quasi casualmente) regista.
Ciò che emerge è senza dubbio la sua enorme fantasia unita a una forte volontà di trasformarla in realtà.
Questo libro è a mio parere una vera ispirazione, per tutti coloro che hanno un talento artistico e vogliono trovare il modo di utilizzarlo al meglio, senza scendere a compromessi. Ma è anche soltanto la vita di un uomo, la semplicità del quale appare evidente da come parla e da quello che dice. Lui non si sente e non vuole essere una celebrità. Vuole solo portare in vita i suoi personaggi e le sue storie. È un artista vero.
Da fan ed esperta di Tim Burton, nel leggere questo libro, ho sperimentato quasi un viaggio nel tempo, ripercorrendo insieme a lui i periodi in cui ha lavorato ai suoi film. Ma credo che "Burton racconta Burton" sia un'ottima lettura anche per l'amante del cinema in generale, poiché offre una prospettiva privilegiata nei confronti di questo mondo, da cui molti sono affascinati.
Ottimo il lavoro del curatore, Mark Salisbury, che ha messo sapientemente insieme i testi tratti dalle varie interviste, intermezzandoli con interessanti spiegazioni. Infine devo fare una nota alle due prefazioni scritte da Johnny Depp, che hanno aggiunto al tutto un po' di colore, raccontandoci Burton da un punto di vista diverso, quello di un amico, che ha condiviso (e tuttora condivide) con lui la parte più importante della sua carriera di attore.

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Di Carla (del 12/05/2012 @ 07:50:28, in Scrittura & Lettura, linkato 2338 volte)


 Azione e divertimento

Ho iniziato a leggere questo libro senza sapere esattamente di cosa trattasse, ma già dalle prime righe mi ha catturato. L'incipit è quasi traumatico. Tutto avviene in un unico lungo periodo e a quel punto devi andare avanti per sapere cosa accadrà dopo.
La storia è quella di un americano che si trova costretto a lavorare per una banda messicana che traffica droga attraverso il confine con gli Stati Uniti. Si vede l'ascesa del personaggio da uomo comune, che deve fare tesoro delle proprie conoscenze per rendersi indispensabile al suo nuovo "capo", evitando così la propria morte e quella di sua figlia, a trafficante esperto e criminale senza scrupoli.
Il ritmo è quello di una storia d'azione, ma la suspense è tipica di un thriller. Nell'accompagnare il personaggio verso la sua discesa all'inferno ci si chiede sempre più come farà a uscire da quella situazione, venendo di tanto intanto sconfessati nelle nostre teorie dall'ennesimo colpo di scena.
Lo stesso titolo "Borderline Case" ha il doppio significato di caso di confine e caso di un paziente borderline, sottolineando la doppia lettura della storia.
Nonostante sia raccontato in terza persona, di fatto il romanzo segue quasi esclusivamente il personaggio principale, Eric, a eccezione di alcune scene, in questo modo lo si finisce per conoscere alla perfezione e simpatizzare per lui. Gli altri personaggi sono quasi tutti descritti in maniera abbastanza superficiale, forse volutamente per non distrarre troppo il lettore dal problema principale (la sopravvivenza di Eric) e fare in modo che non se la prenda troppo nel caso in cui facciano una pessima fine. Cosa che accade spesso.
Se fosse un film visto al cinema, direi che il biglietto è costato veramente poco, se il prezzo viene diviso per il numero di morti. E questo aspetto, se si parla di traffici di droga e soprattutto azione, è senza dubbio positivo.
Davvero un'eccellente lettura.

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Di Carla (del 28/04/2012 @ 04:43:03, in Scrittura & Lettura, linkato 15351 volte)
Writing Sunset Roma Italy Italia - Creative Commons by gnuckx

Nell'uso comune queste due parole, almeno in Italia, sono quasi sinonimi, o in alternativa si definisce con "scrittore" il mestiere e con "autore" si fa riferimento ai specifici lavori di uno scrittore.
Se però prendiamo in considerazione il loro reale significato stretto e quello esteso, la questione è ben diversa.
Avevo già brevemente accennato alla differenza fra queste due parole in un altro post, dove mettevo in evidenza l'espressione errata "aspirante scrittore", che di per sé non ha alcun significato.
Adesso vorrei entrare un po' più nel dettaglio sull'argomento. So che a prima vista può sembrarvi noioso, ma vi chiedo di seguirmi ancora per qualche riga e capirete.
Il significato stretto dei due termini è semplice. Lo scrittore è colui che scrive, qualunque cosa scriva, che siano romanzi, racconti, articoli di giornale, post di un blog, poesie e così via. Non importa che pubblichi i suoi lavori e neppure che li finisca. Se uno scrive (che lo faccia bene o male) è uno scrittore.
L'autore è colui che ha scritto qualcosa, cioè uno scrittore che ha completato almeno uno dei suoi lavori.
Va da sé che l'autore è anche scrittore (a meno che non usi un ghostwriter!), ma lo scrittore non è necessariamente un autore.
La distinzione tra scrittore e autore, però, può avere un significato più esteso che si riferisce all'approccio della persona in questione nei confronti della sua scrittura. Per uno scrittore/autore esistono almeno due fasi: quella della scrittura vera e propria e quella della promozione del suo lavoro (anche se si tratta di qualcosa di gratuito). Nella prima fase questa persona è soprattutto scrittore, nella seconda è soprattutto autore.
Ci sono scrittori/autori che si concentrano quasi esclusivamente sulla prima fase. Passano più tempo possibile a produrre: scrivere, correggere, riscrivere, progettare nuovi lavori e così via. Dedicano invece poco o nulla del loro tempo a fare gli autori, perché c'è qualcun altro che si occupa della loro promozione o semplicemente perché non sanno come farlo loro stessi e magari neppure vogliono imparare a farlo. La promozione non è roba per tutti, d'altronde. Richiede preparazione e si porta via un sacco di tempo.
Dall'altra parte ci sono quegli scrittori/autori che, dopo aver pubblicato qualcosa, dedicano molto più tempo a promuoverla, per raggiungere il massimo numero di persone con quell'unica opera, prima di buttarsi in un nuovo progetto. Fanno presentazioni, inondano i social network di link, scrivono articoli, mandano i loro libri ovunque per farsi recensire, partecipano a convention (quelli famosi!), tanto per fare qualche esempio. Insomma sono attivissimi in campo promozionale, talvolta per loro scelta, perché il feedback che si ottiene nell'esporsi al mondo può essere molto gratificante, e talvolta per obblighi contrattuali.
Esiste in questo senso tutta una gradazione di comportamenti che vanno dallo scrittore puro, che tiene rigorosamente le sue opere nel cassetto, fino all'autore non-scrittore, di solito un personaggio già famoso, che si avvale di ghostwriter e quindi è coinvolto solo nella promozione. In generale possiamo dire che quasi ogni scrittore/autore si trova da qualche parte nel mezzo, ma senza dubbio tende verso una sola delle due estremità, magari istintivamente. C'è insomma chi preferisce essere uno scrittore in senso lato, che ama sopra ogni cosa scrivere e trae da essa la massima soddisfazione, e chi preferisce il ruolo di autore, trovando più piacere nel rapporto con i suoi lettori. Talvolta si oscilla tra i due approcci, a seconda dei periodi. Quando ci si concentra troppo nella scrittura, si ha poi bisogno di metterla da parte e fare un po' l'autore. D'altro canto se ci si allontana troppo dalla scrittura alla fine si sente il suo inesorabile richiamo, magari accompagnato da un certo timore di non essere più in grado di riprendere a scrivere, dopo una lunga interruzione.
Ma, come dicevo, non sempre si ha scelta.
Quando si è un autore pubblicato affermato, si è costretti a fare ciò che dice l'editore. Si ha delle scadenze per quanto riguarda la propria scrittura, non ci si può perdere i mille progetti diversi, anche perché si è impegnati in estenuanti tour di promozione, che portano via tempo e concentrazione, che minano non poco la propria creatività. Eppure ci sono personaggi talmente inseriti in questo meccanismo che riescono comunque a portare avanti i due aspetti in parallelo, scrivendo nei ritagli di tempo (in treno, aereo, su di una panchina).
Se si è uno scrittore pubblicato, ma non si è famoso, fare l'autore spesso non è un obbligo contrattuale, ma una necessità. Soprattutto se la propria casa editrice è molto piccola, bisogna rimboccarsi le mani e darsi da fare con la promozione, ma non tutti sono in grado di farlo. Molti si rifugiano dietro l'affermazione che questo aspetto non rientra nei loro compiti e fanno il minimo o nulla.
L'autore indipendente invece non ha scuse. È editore di sé stesso, ciò significa che nessuno gli impone scadenze o gli offre collaborazione in campo promozionale, ma allo stesso tempo, se non si mette d'impegno per scrivere i suoi lavori e promuoverli il più possibile (cosa che implica anche imparare come farlo), nessuno li leggerà. Senza considerare che avrà sicuramente un altro lavoro, che gli porterà via le canoniche otto ore al giorno per cinque giorni la settimana.
Vista così l'impresa dell'autore indipendente sembra impossibile. Senza nessuno che lo stimoli in fase di scrittura, senza nessuno che gestisca un minimo di promozione, senza nessuno che si occupi di copertina, quarta di copertina, booktrailer, comunicati stampa e così via, come diavolo fa a trovare il tempo per tutto?
Eppure ci riesce
e se è bravo, ha voglia di imparare e magari ha un po' di talento come scrittore, ottiene anche un discreto successo.
Inoltre ha una scelta in più. Può concentrare la sua carriera soprattutto sulla quantità, cioè fare essenzialmente lo scrittore. Per un autore indipendente, infatti, avere molti titoli all'attivo è importante sia per una questione di visibilità che per una questione economica. Se anche non dedica tanto tempo alla promozione quanto alla scrittura, la sua ampia produzione (venduta ovunque nel web) è di per sé una forma di pubblicità. Nel momento in cui riesce a "fidelizzare" un lettore, finisce per tenerselo stretto, offrendogli tanto da leggere (e quindi comprare), evitando che si dimentichi di lui.
D'altra parte un autore indipendente con già un buon catalogo alle spalle è libero di dare più spazio alla promozione, cioè al suo essere autore.
In entrambi i casi la scelta è solo sua e, se la porta avanti nella maniera giusta, può dare comunque ottimi risultati.
La chiave è proprio lì: la scelta.
Personalmente amo entrambe le fasi, ma in maniera diversa. Ho imparato molto di promozione quando mi occupavo di musica. Anche se l'editoria è un campo molto diverso, certe cose mi stanno tornando utili. D'altra parte sono un'autrice indipendente che ha appena mosso i primi passi in questo campo, dopo qualche anno di studio, e per forza di cose devo essere scrittrice e autrice allo stesso tempo e con lo stesso impegno.
Devo scrivere, produrre. Sia perché lo impone la mia condizione di indipendente, sia perché non posso farne a meno. Amo essere scrittrice, amo l'atto creativo, tirare fuori dal nulla storie, personaggi, sentimenti. Ma non mi dispiace il ruolo di autrice. In passato mi sono occupata della promozione di altri artisti (parlo di musica), ma concentrarsi su sé stessa dà ben altra soddisfazione. In futuro, però, spero di potermi organizzare in modo tale da lasciarmi un po' più di tempo per scrivere.
Insomma vorrei essere più scrittrice che autrice.
E voi da che parte state? Siete più scrittori o autori?

 
Di Carla (del 22/04/2012 @ 13:33:29, in Scrittura & Lettura, linkato 5283 volte)


 Alla riconquista dell'Egitto

Leggere un libro di Jacq è come visitare un vecchio amico. Sebbene le storie siano diverse, le atmosfere, il carisma dei personaggi, i sentimenti descritti e la loro fierezza convergono nel raccontarci la personale visione che l'autore ha dell'antico Egitto, un po' mitica, un po' magica e po' storica.
La figura del faraone nubiano, per quanto si discosti in origini e indole da quella tanto celebrata di Ramses o a quella dei faraoni della trilogia de "La regina libertà", finisce inesorabilmente per conformarsi all'immagine maestosa, fiera e allo stesso tempo divina dei suoi predecessori, raggiungendo la loro stessa credibilità, così come avviene per la sua regina. Accanto a lui si sviluppano tutta una serie di personaggi, che a loro volta ricordano quelli già visti in altri libri.
Nonostante il ripetersi di questo schema nella maggior parte dei suoi romanzi, la storia non annoia, in quanto l'autore trova sempre nuovi espedienti per raccontarcela e soprattutto mostrarci gli aspetti più sconosciuti di questa grande civiltà del passato che da sempre affascina l'immaginario dei lettori.
Ci si immerge in un mondo in cui la magia è reale, governato da valori imprescindibili, dove l'onore e l'impegno preso valgono più di qualsiasi altra cosa, che sia nei confronti di una persona o dell'intero Egitto. La prosa di Jacq e le parole dei suoi personaggi sono caratterizzati da una poesia che sa di un passato glorioso e che grazie ad esse ridiventa attuale. Ci ritroviamo così a vivere nella valle del Nilo, a combattere al fianco del suo faraone per riconquistare questa terra sacra e riportare Maat nel cuore e nella vita dei suoi abitanti.
Le pagine scorrono leggere in questo bellissimo sogno e, quando arriviamo all'ultima, non possiamo che chiudere il libro con un ampio sorriso.

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Di Carla (del 13/04/2012 @ 07:47:21, in Scrittura & Lettura, linkato 2391 volte)


 Perché?

Questa semplice domanda mi aleggiava in testa durante tutta la lettura del romanzo. Seguivo le vicende ripetitive e dolorose di questo protagonista senza nome, tempo o luogo preciso (un transessuale sado-masochista) e mi chiedevo dove l'autore volesse andare a parare.
 Sicuramente riesce a colpire il lettore con il suo linguaggio crudo nel descrivere alcune scene, ma il coinvolgimento si perde più volte durante le pagine e pagine di monologo interiore, in cui il protagonista letteralmente vomita tutto il suo disagio psicologico. E qui fa capolino la noia.
 Eppure ci sono delle belle scene, soprattutto nei flashback, dove succede qualcosa, dove le emozioni dei personaggi giungono nitide al lettore, senza che vengano inutilmente spiegate, in altre però le continue interruzioni del pensiero del protagonista diventano irritanti. I ricordi inoltre non riescono a chiarire del tutto cosa porti esattamente il personaggio alla condizione in cui si trova al tempo della narrazione. Si ha la sensazione che continui a mancare qualche tassello.
 A ciò vanno aggiunti degli eventi che neppure la sospensione dell'incredulità può spiegare, tipo omicidi impuniti, equipaggiamenti da CIA nelle mani di una cassiera che va matta per il gossip e nel contempo fa lunghi monologhi usando un linguaggio che non sembra calzarle per nulla (forse perché non lo farebbe con nessuno). Per non parlare della totale assenza di persone almeno vagamente normali in tutta la storia, giusto per dare un minimo appiglio realistico, a cui il lettore posse ancorarsi.
 Arrivati verso la fine si spera se non altro in un cambiamento. In fondo se si racconta una storia sotto forma di romanzo, qualcosa deve pur succedere.
 E invece no.
 Ci sono i pressupposti per il cambiamento, ma il protagonista ci rinuncia e decide (non si capisce bene perché) di continuare a "vivere" in quel modo.
 È normale che poi alla fine uno si chiede il perché di tutto ciò. L'unica spiegazione che mi viene in mente è che l'autore abbia scritto questo romanzo divertendosi a mischiare le carte e a presentare vicende del tutto improbabili, proprio per spiazzare il lettore.
 Di certo è riuscito in questo intento, ma siamo sicuri che questo sia piaciuto al lettore?
 A me non particolarmente. Mi ha lasciato per lo più perplessa.
 Spero non me ne voglia l'autore.
 Mentre leggo le ultime righe, però, ecco che arriva l'illuminazione. Immagino di sfrondare pagine e pagine di concetti ripetuti e monologhi interiori, di ridurre all'osso i dialoghi, e ottenerne una bella novella di un'ottantina di pagine o magari un racconto ancora più piccolo.
 Così avrebbe avuto un senso.

 Una breve nota sull'edizione. A parte i numerosi refusi, non capisco alcune scelte di punteggiatura sul discorso diretto. Non so se dovute all'autore o all'editor.
 Lo stile del primo, se non altro, è interessante.

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Di Carla (del 06/04/2012 @ 06:35:29, in Scrittura & Lettura, linkato 3863 volte)
More about The Case for Mars


 Ma perché non siamo ancora andati su Marte?

È la domanda che mi è sorta spontanea più volte, leggendo questo saggio originariamente datato 1996. Sono passati 16 anni e ancora nessun uomo è arrivato su Marte, né se ne parla come una cosa che avverrà in tempi brevi. Eppure, leggendo questo libro del fondatore della Mars Society, la tecnologia per arrivarci, esplorarlo e tornare indietro c'è già. Anzi, c'era già 16 anni fa.
Ma allora perché siamo ancora tutti qui?
Bella domanda, ma ad essere bello è ancora di più questo libro, che è assolutamente un must per qualsiasi amante dell'astronomia e anche della fantascienza.
Tempo fa avevo letto "First Landing" dello stesso autore. Quella volta si trattava di un romanzo, ma che immaginava una missione sul pianeta rosso utilizzando la tecnologia effettivamente esistente al tempo (per la cronaca il romanzo è stato pubblicato nel 2001).
In questo saggio invece Zubrin affronta l'argomento da un punto di vista più tecnico, ma non per questo meno godibile. La mole di informazioni fornite è davvero enorme. Va da quanta energia serve per lasciare l'orbita terrestre, a come produrre carburante, acqua e ossigeno su Marte, passando per la costruzione di serre sul pianeta (per coltivare le piante), per i costi dei terreni durante la colonizzazione, fino addirittura alla terraformazione.
Nel leggerlo si realizza veramente che siamo di fronte a un pianeta molto simile alla Terra, sebbene più piccolo, relativamente molto vicino, ricco di risorse e di conseguenza con tutte le caratteristiche necessarie non solo per essere colonizzato, ma anche per essere trasformato in tempi umani in un luogo ben più confortevole, più simile al nostro pianeta. Inoltre ci si rende anche conto di come una conquista del genere avrebbe delle ripercussioni enormi sullo sviluppo della civiltà umana, sia sulla Terra, che in prospettiva di una nostra ulteriore conquista dello spazio.
Vengono anche affrontati tutta una serie di argomenti di natura socio-politica, poiché questo libro oltre a informare ha lo scopo di fare propaganda per spingere chi ha il potere per farlo a trasformare questi progetti in realtà.
Può sembrare a prima vista come una battaglia contro i mulini a vento, vista l'enormità della faccenda, ma Zubrin ci spiega in maniera dettagliata (talvolta molto tecnica, ma sempre comprensibile), quanto la conquista di Marte sia del tutto alla nostra portata. Se siamo arrivati sulla Luna oltre 40 anni fa, in un ambiente a gravità zero, senza atmosfera, né risorse, caratterizzato da temperature estreme, e siamo tornati indietro con successo, perché Marte adesso continua a sembrarci così irraggiungibile? Il fatto che sia lontano non è un motivo sufficiente, visto che ci vogliono da sei a dieci mesi di viaggio per arrivarci. Sono più dei tre giorni per arrivare sulla Luna, ma in proporzione sono davvero pochi considerando che si parla di viaggiare attraverso 400 milioni di chilometri. Tutti gli altri timori, che Zubrin spiega uno dopo l'altro, non sono meno inconsistenti.
E allora perché non siamo ancora andati su Marte?
Questo libro non ha la risposta, ma è in grado di spiegarci in dettaglio come, prima o poi, ci andremo.

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Di Carla (del 31/03/2012 @ 04:25:58, in Scrittura & Lettura, linkato 3522 volte)


 Il tic. La pausa.

Molto legal e poco thriller, questo romanzo di Grisham torna dopo "L'ultimo appello" e "Innocente" a parlare di pena di morte e a denunciare il sistema giudiziario americano, degli stati in cui è ancora applicata, per il modo in cui viene di fatto usata a scopo politico e con eccessiva leggerezza.
Lo slogan riportato sulla copertina ("Un innocente sta per essere giustiziato. Solo un criminale può salvarlo") fa pensare erroneamente a un thriller, sebbene così venga definito. In realtà questa storia inventata, ma del tutto plausibile (ed è questo che fa paura), ancora una volta parla della gente, nel bene e soprattutto nel male. I suoi personaggi sono dannatamente reali, a iniziare da Travis Boyette, quello che confessa, che con i suoi tic e le sue pause, la sua personalità controversa di criminale con i sensi di colpa, perché qualcuno sta pagando per un suo reato, provoca nel lettore fastidio, disgusto, ma anche pena. Non è il classico cattivo, ma un personaggio che vive nella zona d'ombra tra la luce e il buio, qualcuno nel quale nonostante tutto ci si può immedesimare.
Qui si vede la bravura di questo scrittore, che con il raggiungimento di una fama stabile può prendersi la libertà di raccontare le sue storie, che come nella realtà non hanno un colpo di scena finale né un lieto fine. Ma sono vere, quasi più della realtà.
Per quanto la trama si sviluppi intenzionalmente in maniera lenta, saltando da un luogo all'altro, non si perde affatto la concentrazione, ma si rimane catturati da essa fino alla fine. E per quanto lasci l'amaro in bocca, allo stesso tempo c'è qualcosa di consolatorio, che ci fa chiudere il libro con un senso di soddisfazione. Quella che si prova solo dopo aver letto un buon libro.

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Di Carla (del 19/03/2012 @ 00:16:44, in Scrittura & Lettura, linkato 3193 volte)
More about New York


 Un indimenticabile viaggio nella storia della Grande Mela

In questo bellissimo libro, Edward Rutherfurd, specialista delle saghe familiari, ci racconta la storia della più importante città americana (nonché una delle più affascinanti in tutto il mondo), vista attraverso le vicende della famiglia Master, dal momento in cui è stata fondata dagli olandesi (col nome di Nuova Amsterdam) fino ai giorni nostri.
Rutherfurd, originario di Salisbury, a cui dedicò un libro negli anni '80 (il bellissimo "Sarum"), si cimenta questa volta nel narrare le vite dei suoi personaggi in quella che è la sua città d'adozione, New York.
Per quanto la storia in sé svolga un ruolo fondamentale in questo romanzo, lasciandoci intravvedere l'enorme lavoro di ricerca fatto dall'autore, la sua presenza è però discreta, non invandente, anche perché presuppone che chi legga il libro ne abbia già una qualche conoscenza, alla quale vengono però aggiunti interessanti dettagli. La storia è comunque solo lo sfondo su cui si muovono i Master, mostrandosi a noi a volte direttamente e altre volte attraverso gli occhi di personaggi ad essi legati. Tramite questa famiglia impariamo a conoscere le contraddizioni e la complessità della società americana, dal momento della sua nascita fino a oggi, in particolare quelle legate alle minoranze etniche e religiose, diverse fra di loro (pellerossa, neri, irlandesi, tedeschi, italiani, ebrei), ma tutte accomunate dalla discriminazione a cui nel corso dei secoli sono state sottoposte. Alcune di queste sono storie a lieto fine, altre di rassegnazione alla condizione dei loro protagonisti. Tutte quante sono però appassionanti e ti tengono incollato alle pagine, per conoscerne il loro esito e scoprire alla fine come queste siano legate da un unico filo conduttore rappresentato da una cintura di conchiglie, una piccola opera d'arte simbolo dell'amore di una figlia per suo padre.
Particolarmente emozionanti sono i capitoli finali ambientati nello scorso decennio, nei quali è forse più facile immedesimarsi, poiché si basano su eventi ancora freschi nella nostra memoria, come l'11 Settembre. Qui a mio parere l'autore dà il meglio di sé trasportandoci dentro quella New York, nella mente e nell'anima delle persone che hanno vissuto quei tragici momenti, proprio perché lui stesso li ha vissuti e la differenza rispetto alla narrazione dei secoli precedenti appare evidente.
Che amiate o meno New York, che amiate o meno le ricostruzioni storiche, di certo non potete rimanere indifferenti a quest'opera corposa, ma del tutto scorrevole. La piacevole sensazione che si prova alla fine della lettura, mista di soddisfazione e malinconia, è tipica in fondo solo dei libri migliori.

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Immagine © Corriere.itEssere in grado di leggere sia in italiano che in inglese è sicuramente un vantaggio per il lettore, in quanto aumenta in maniera esponenziale il materiale letterario di cui può disporre, ma lo è anche per lo scrittore, poiché gli permette di espandere i propri orizzonti e conoscere realtà completamente diverse.
In particolare ci si rende conto di quali enormi differenze esistano tra l'editoria italiana e quella anglofona, che comprende cioè tutti i paesi di lingua inglese, e come sia diverso l'approccio del web nei suoi confronti. Parlo in dettaglio di quelli che genericamente vengono chiamati blog letterari, cioè i blog che parlano di scrittura, dei romanzi, degli autori, di editoria e di tutto ciò che orbita intorno alla letteratura.
In questo ambito si notano a mio parere delle differenze lampanti, non solo negli argomenti, ma anche nel modo in cui vengono affrontati.
Il discorso, però, sarebbe troppo lungo, in questo post mi voglio quindi soffermare su uno di questi argomenti: gli autori esordienti o gli aspiranti tali, cioè quegli scrittori che hanno pubblicato il loro primo libro o stanno cercando di farlo.
Leggendo articoli che li riguardano, si nota prima di tutto che tra i blogger italiani c'è una diffusa tendenza a guardare a questi un po' dall'alto in basso.
Si guarda con un certo sospetto queste persone che si affacciano all'editoria, supponendo già da subito che non abbiano la minima esperienza, che siano presuntuosi, che non abbiano chissà quale talento (soprattutto se sono autori indipendenti), che abbiano scritto solo quell'unico libro pubblicato (o che intendono pubblicare) e che magari non conoscano a dovere neppure la grammatica o la sintassi.
Insomma, ci si trova di fronte a una marea di pregiudizi.
È vero che da sempre ciò che è sconosciuto viene spesso mal visto o visto con sospetto, ma talvolta oggettivamente si esagera.
Per non parlare poi della disdicevole abitudine di chiamare gli autori non ancora pubblicati con l'infelice espressione "aspiranti scrittori", cosa che trovo denigrante, quasi a voler dire che non è gente che scrive, ma che pensa di farlo prima o poi.
Chiariamo le cose: non si diventa scrittori da un giorno all'altro. Non è che un giorno ti svegli e aspiri a diventare uno scrittore, poi il giorno dopo inizi a scrivere. Non funziona così.
Noi tutti impariamo a scrivere da bambini e alcuni di noi, senza neppure rendersene conto, prima o poi iniziano a scrivere delle storie. Altri invece non lo fanno. Punto. Non esiste un momento nella vita in cui aspiriamo a scrivere delle storie. Iniziamo semplicemente a farlo, oppure no.
Chi lo fa è uno scrittore, chi non lo fa non lo è.
L'aspirante scrittore non esiste. Esiste essere uno scrittore o non esserlo.
Si può semmai aspirare a essere un autore, nel senso di desiderare di completare uno scritto. È infatti relativamente facile iniziare a scrivere qualcosa, lo è meno portarla a termine. Ma nel momento in cui si completa la scrittura del primo racconto, o del primo romanzo, o della prima sceneggiatura ecc... di fatto si diventa autori.
A questo punto si può essere al massimo aspiranti autori pubblicati.
Perciò l'alludere a un autore non pubblicato con l'espressione "aspirante scrittore" è a mio parere abbastanza offensivo, poiché sembra quasi che si pensi che la persona in questione non scriva affatto, ma abbia solo il desiderio (il sogno?) di farlo, magari per diventare famoso. Ma, se una persona non scrive abitualmente, senza ombra di dubbio non potrà essere un buon scrittore nel momento in cui decida di farlo, perché non ne ha l'esperienza.
Ma l'aspirante autore pubblicato, come pure l'autore esordiente (alla prima pubblicazione), è tutt'altro che una persona priva di esperienza.
Sicuramente quel romanzo (pubblicato o no) non è l'unica cosa che ha scritto. Probabilmente ne ha scritto altri, come pure racconti, fan fiction, poesie e tante altre cose, molte delle quali magari brutte (le prime), altre migliori. Dietro un autore esordiente esiste tutto un mondo di scrittura, che magari risale alla sua adolescenza o addirittura prima, esistono mille esperimenti e tentativi, tutte cose che costituiscono la sua esperienza nel campo della scrittura, qualcosa che non deve essere in alcun modo sottovalutata.
Se, dopo tutto questo, decidono di tentare la pubblicazione di un certo romanzo, è perché esso rappresenta l'apice del lavoro fatto negli anni passati, alimentato dalla loro passione per la parola scritta. Potranno ancora essere ben lontani dalla perfezione (senza dubbio), ma è impossibile che ci troviamo di fronte a gente che non conosce discretamente la lingua italiana. E già questo non è poco.
Perciò dico che meritano rispetto.
Purtroppo ciò che vedo spesso e volentieri è il tentativo da parte di certi "critici" di mettere i bastoni fra le ruote a questo tipo di autori. Se hanno pubblicato qualcosa, si cerca costantemente di trovare il pelo nell'uovo nel loro libro, di mettere in luce i difetti, invece di concentrarsi sugli aspetti positivi dell'opera.
Invece nei confronti di chi non ha ancora pubblicato (e in questo caso mi riferisco agli articoli generici rivolti agli "aspiranti scrittori") si fa di tutto per ricordare a questi autori che scrivere bene è difficile, anzi quasi impossibile, che è faticoso, che non conoscono alla perfezione la grammatica (?), che ci sono mille mila regole di stile che devono seguire, che dopo aver scritto la prima stesura hanno ben poco da esserne lieti, perché sicuramente fa schifo... e così via.
In entrambi i casi si cerca in tutti i modi di scoraggiare lo scrittore.
A questo punto la domanda sorge spontanea: perché questo accanimento?
Le risposte potrebbero essere tante. Forse perché queste persone si divertono a criticare gli altri. Oppure perché sanno a menadito quello che non si deve fare quando si scrive, ma non hanno idea di quello che si deve fare (altrimenti, forse, scriverebbero anche loro romanzi e non critiche, no?). Oppure proprio perché pure loro, essendo esordienti o aspiranti tali, si sentono minacciati dalla concorrenza? Non è da escludere. Oppure ancora si tratta di autori delusi o disullusi nei confronti dell'editoria in generale tanto che non possono fare a meno di scoraggiare gli altri a intraprendere la stessa strada (della serie: datevi all'ippica, magari avete più speranze; oppure: io non ce l'ho fatta e non voglio che ce la facciate neppure voi).
Sicuramente ognuno avrà le sue motivazione (più o meno accettabili), ma di certo ciò che fanno non aiuta gli scrittori che li leggono. Li indispettisce, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, li scoraggia.
È un po' come se a un bambino, che vi mostra il suo disegno, voi diceste "Ma cos'è questa cosa? Non si fa così! Non sei proprio capace!", invece di dirgli "Bravo!", apprezzando cioè lo sforzo di una persona che sta crescendo, evitando di stroncare sul nascere una passione che potrebbe diventare importante per lui e soprattutto incentivandolo a migliorarsi.
Ovviamente sto parlando di scrittori che sanno scrivere in un italiano corretto e che, se fanno errori, sono solo incappati in qualche refuso. In tutto questo discorso non prendo neppure in considerazione chi ha delle grosse lacune di grammatica e sintassi e neppure se ne rende conto.
Ora, a questo proposito, spostandosi nell'area anglofona, ecco che saltano agli occhi le differenze. I cosiddetti blog letterari, prima di tutto, sono tenuti quasi sempre da autori, persone cioè che scrivono libri e che vogliono condividere con altri scrittori ciò che hanno imparato dalla loro esperienza. Lo scopo è ovviamente farsi conoscere e volere bene, per trovare nuovi lettori e vendere più libri. È comprensibile.
Il risultato, però, non solo è piacevole, ma anche utile.
Questi blog sono delle fonti inesauribili di spunti, per conoscere meglio tutti gli aspetti della scrittura, sia per quanto riguarda la parola in sé (quindi lo stile) che la vera e propria capacità di narrare delle storie, cioè la struttura narrativa. Leggendo questi articoli si imparano veramente tantissime cose, anche se si scrive in una lingua diversa (nel mio caso in italiano).
Al di là delle eccezioni, che comunque esistono (meno male), la mia domanda è: perché questa differenza tra il web italiano e quello anglofono?
Sinceramente sto cercando ancora di capirlo, ma di certo so a quale dei due preferisco rivolgermi.

 
Di Carla (del 03/03/2012 @ 06:11:33, in Scrittura & Lettura, linkato 5364 volte)

Clicca per scaricare il romanzo!Il mio primo amore è e rimane il cinema. Alla scrittura sono arrivata in seguito ad esso. Sin da ragazzina adoravo perdermi dentro un film sul grande schermo. Era come staccarsi dalla propria vita e viverne tante altre, anche se solo per due ore scarse.
Ad un certo punto, negli anni '80 (ero poco più di una bambina), iniziai a pensare che mi sarebbe piaciuto lavorare nel cinema, ma con questo intendevo quello americano, Hollywood. Qualsiasi cosa mi sarebbe andata bene, persino portare il caffè al regista. Il mio sogno era poter far parte in qualche modo di quella magia.
Ma se uno deve sognare, tanto vale che lo faccia in grande, no?
E allora iniziai ad immaginare di essere una regista, o meglio una regista, autrice del soggetto e sceneggiatrice: insomma la mente da cui scaturisce un film. Dal lato pratico, però, la cosa non era molto realizzabile (a parte qualche tentativo con le compagne di scuola e la mia prima telecamera), ma davvero niente poteva impedirmi di scrivere delle storie per il cinema. Poco importava se fossero rimaste lì nel cassetto. Il bello era creare delle storie.
Da qui inizia il mio interesse per la scrittura, come strumento per dare vita alle mie storie.
Il primo approccio con essa è stata proprio la sceneggiatura. Tra il 1993 e il 2000 ne ho scritto tre, che sono ancora lì nel mio cassetto (sono andate un po' in giro, ma poi si sono perse) e sono tuttora per me fonte di soddisfazione.
Poi sono passata alla narrativa e, visto il mio legame col cinema, il primo approccio a questa forma di scrittura creativa sono state le fan fiction.
Tra queste ce n'è una, completamente scritta da me (unica che ho portato a compimento) nella prima metà del 2000 e che vi presento oggi in una veste nuova. S'intitola "La morte è soltanto il principio" ed è ispirata al film "La Mummia" di Stephen Sommers del 1999 (Universal Pictures).
Ve lo ricordate?
Fu un campione d'incassi e si trattava dell'ennesimo remake del film omonimo del 1932, sempre della Universal, in cui, però, la parte horror era stata messa da parte, lasciando spazio all'avventura e all'azione, oltre che a un bel po' di ironia.
Io ci andavo matta. Gli avevo dedicato un sito web ancora prima di vederlo e poi l'avevo visto al cinema due volte (cosa rarissima per me). Avevo creato un gruppo di fan su Yahoo! (dedicato al film, ma in cui si parlava in gran parte di Arnold Vosloo, l'attore che intepretava Imhotep, cioè la mummia), grazie al quale ho conosciuto delle care amiche, che sono tuttora tali. Avevo, inoltre, letto il libro tratto dalla sceneggiatura (sempre due volte) e così avevo pensato al modo in cui avrei continuato la storia, prima ancora che il suo sequel venisse girato (cosa che accadde nell'estate del 2000).
È così che nacque "La morte è soltanto il principio". Lo stesso titolo è una citazione di una battuta del film.
Ci lavorai per sei mesi, lo pubblicai nel mio sito su "La Mummia", insieme ad altre fan fiction, scritte dalle altre fan. Ed è rimasto lì per tutto questo tempo, finché il mese scorso ho deciso di rimmetterci mano.
L'ho riletto e corretto, senza però alterarlo più di tanto. Mi sono limitata ad eliminare i refusi e poche altre cose. Ho creato una copertina. L'ho formattato per bene e adesso l'ho pubblicato su Smashwords (ovviamente è gratuito).
Sebbene mi renda conto che non rispetta certo tutte le regole, che un romanzo dovrebbe avere (in 12 anni il mio stile è fortunatamente migliorato), ho voluto lasciarlo così come l'avevo concepito: con un taglio cinematografico molto essenziale (leggendolo si nota subito che venivo dalla scrittura di sceneggiature), con personaggi non particolarmente approfonditi, ma con lo stesso ritmo vorticoso (in alcuni casi letteralmente) e la stessa ironia (comicità?) del film. O almeno credo di esserci riuscita.
Potete trovarlo qui www.smashwords.com/books/view/138178, dove può essere scaricato in tutti i principali formati ebook e di testo.
Purtroppo nelle versioni epub e mobi il titolo del libro sul lettore non si legge benissimo, perché il convertitore di Smashwords fa a pugni con le lettere accentate nei titoli (mi sto rivolgendo all'assistenza del sito per vedere se si può fare qualcosa). L'interno dell'ebook, invece, è perfetto e devo dire che nel Kindle fa proprio una bella figura. Penso si veda altrettanto bene in altri lettori.
Nel caso decidiate di cimentarvi in questa lettura (è un romanzo abbastanza corto), vi consiglio di rivedere il film o ripassare un po' la trama, altrimenti rischiate di non cogliere le decine di citazioni che vi ho inserito e la cura in cui ho ricostruito certe ambientazioni identiche all'originale.
La storia in sé diverge completamente da quella del vero sequel, che non mi piacque per nulla, così come il finale.
Siete curiosi?
Ecco la quarta di copertina (virtuale):

"Londra, 1926 d.C.
Quando Evelyn Carnahan rivede dopo alcuni anni la sua vecchia amica d'infanzia Anne Howard, si rende subito conto di quanto sia cambiata. La ragazza perennemente annoiata e insofferente, che ricordava, si è trasformata in una giovane donna sicura di sé, per niente addolorata dalla recente morte del marito Robert MacElister, avvenuta in circostanze misteriose durante una campagna di scavi in Egitto.
Inoltre, al suo ritorno a Londra dopo questo viaggio, la giovane vedova ha portato con sé, oltre che una grande quantità di reperti da esporre al British Museum, uno strano egiziano di nome Assad, indossante il tatuaggio dei Med-Jai, gli antichi guardiani di Hamunaptra, la Città dei Morti scoperta non molto tempo prima proprio da Evelyn, suo fratello John e Rick O'Connell.
Non tutto quello che Anne ha rinvenuto ad Hamunaptra, però, è stato esposto durante la mostra. Due sono gli artefatti, che la donna ha deciso di tenere per sé: una mummia malridotta e un libro nero, che necessita di una chiave per essere aperto.
Ma ciò che Anne e Assad non sanno è che nel loro viaggio di ritorno sono stati seguiti anche da un'oscura presenza in cerca di una vendetta vecchia di tremila anni.
Nel tentativo di risolvere questo nuovo mistero, i fratelli Carnahan e l'americano Rick O'Connell dovranno ben presto scontrarsi con forze sovrannaturali di gran lunga al di sopra della loro portata e saranno costretti, loro malgrado, a combattere ancora una volta per salvare il mondo.
Nel farlo, però, troveranno in un vecchio nemico un inatteso e potente alleato.
"

Siete ancora curiosi?
E allora cliccate qui per scaricare il libro. Buona lettura!

"La Mummia" e i suoi sequel in DVD e Blu-Ray su Amazon.it

 

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