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 Fiordo svedese... di Carla
 

“Mi chiedo cosa si provi a possedere un corpo.”
Ophir. Codice vivente




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\\ Blog Home : Storico : Scrittura &amp; Lettura (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 21/09/2012 @ 05:38:13, in Scrittura & Lettura, linkato 2240 volte)


 Un colpo di fulmine... spaziale

Di seguito riporto una mini-recensione fatta a un racconto di un autore indipendente italiano, Luca Rossi, che secondo me merita attenzione. Si tratta del primo di una serie di racconti, intitolata "Energie della Galassia".

Questo racconto è stato un vero e proprio colpo di fulmine. L'ambientazione a metà strada tra fantascienza e gotico, caratterizzata da mondi alieni, vampiri, sentimento ed erotismo, ne fanno una favola cupa dalla trama intrigante e originale, non esente da qualche elemento di perversione, che ha, però, il pregio di arricchirla di complessità, non sempre facile da trovare in testi di così breve lunghezza.
Lo stile di scrittura pulito ed elegante invoglia alla lettura, tanto da impedirti di metterlo da parte finché non l'hai finito. I personaggi, che emergono ben distinti dal testo, sono in grado di coinvolgere ed emozionare.
Una lettura consigliata soprattutto agli amanti delle contaminazioni tra generi, ma che, a mio parere, è in grado di divertire qualsiasi lettore, che abbia voglia di lasciarsi stupire.

 

Arcot e la Regina (formato Kindle) su Amazon.it.
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aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina

 
Di Carla (del 20/09/2012 @ 11:33:56, in Scrittura & Lettura, linkato 5857 volte)

© 2012 Rita Carla Francesca Monticelli


Ecco la lista aggiornata dei vari guest post, articoli e altri interventi scritti da me e pubblicati in altri siti. Fate clic sul titolo per leggere l'articolo corrispondente.

 

FantascientifiCast
Fantascienza a... Sassari Comics & Games 2015
Sperimentare altre vite con la narrativa di fantascienza

Kuiper Belt
#IndiesuIndie: Rita Carla Francesca Monticelli

ParoleVacanti
Tecnologie (quasi) marziane per un possibile futuro

Penna Blu
Scrittura al femminile

ProGlo Edizioni
La mia prefazione nell'anteprima del fumetto "Anjce"

Kipple blog
Scrivere ciò che si conosce nella fantascienza e la sospensione dell’incredulità
Quando la (fanta)scienza ha la data di scadenza

Magrathea.it
Come pubblicare il proprio romanzo in ebook – 1
Come pubblicare il proprio romanzo in ebook – 2
Come pubblicare il proprio romanzo in ebook – 3
Come pubblicare il proprio romanzo in ebook – 4

Daily Pinner
Le Olimpiadi di Wembley, ha vinto lo Spirito Olimpico

What You Love
CONCERTI: Snow Patrol a Belfast



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Di Carla (del 15/09/2012 @ 03:18:43, in Scrittura & Lettura, linkato 2603 volte)

Eccoci alla seconda parte dell’intervista con l’autore indipendente Giovanni Venturi. Potete leggere la prima nel post precedente.
Oggi affrontiamo un po’ più nel dettaglio con lui il suo libro “Deve accadere”, ma ci soffermeremo anche a parlare dei suoi gusti in fatto di lettura, di self-publishing e dei suoi progetti per il futuro.
 
 
 
 
“Deve accadere” è una raccolta di racconti da te scritti in periodi diversi e con motivazioni diverse. Qual è, secondo te, il più bello (per come è scritto, per la storia raccontata ecc…)?
Ce ne sono diversi. Il più bello secondo me è “Ricordi”. Piccolo, intenso e ti lascia quasi un senso di sgomento sulla rivelazione finale, anche perché nel testo del racconto viene negata cercando di lasciare il dubbio e, se vogliamo, un dubbio comunque te lo lascia. Ma se uno si lascia andare e se si ferma un attimo, alla luce della lampada, a letto, e se lo legge con tranquillità può risultare anche piacevole. Poi, per lo stesso motivo, di facile identificazione del lettore coi personaggi, c’è “Inquietudini”. Altro racconto molto bello, in competizione con “Ricordi”, è “Sì, devo leggere. Pinocchio”.
 
Invece quale ti è piaciuto di più scrivere e perché?
Sicuramente “Sì, devo leggere. Pinocchio”. Inizialmente era costruito male, poi quando ho capito che il racconto aveva un grandissimo potenziale mi sono aperto e ho parlato dei libri, di come la gente sia ossessionata e si faccia ossessionare dai libri fino a condizioni estreme. Il fatto che all’improvviso passi da una libreria a un altro luogo per poi ritornarci e per poi... Non voglio svelare il finale, ma mi sono davvero divertito.
 
Quale o quali di questi racconti pensi che rispecchino maggiormente la tua voce di scrittore?
Sicuramente “Inquietudini”, ma anche “La biblioteca”, che sono stati rivisti sotto una luce nuova per essere inseriti in questa raccolta di racconti. In particolare nel primo c’è questo binomio ragazzo e adulto che diventano amici (come anche in “Ricordi”). Un tema, quello dei due amici, che mi è caro (anche nei miei due possibili romanzi da pubblicare ci sono due amici come protagonisti). Come dicevo all’inizio, il primo libro che ho letto è stata la raccolta “Stagioni diverse” di Stephen King, dove nella novella “Il corpo” si tratta dal il tema dell’amicizia e delle difficoltà che superi con un amico e questo tema mi è restato in testa per un bel po’, e ancora è così.
 
In molti dei tuoi racconti parli di libri, librerie, biblioteche. Anche da questo si può evincere il tuo amore per la letteratura e, ovviamente, per la lettura. Cosa ti piace leggere in particolare?
Durante il periodo dell’università leggevo solo ed esclusivamente Stephen King. E qualsiasi cosa egli pubblichi oggi giorno la leggo. So che è bravo e so che può avere i suoi momenti no, ma nella maggior parte dei casi non mi ha mai deluso. Poi ho iniziato a leggere i classici, ho iniziato a leggere autori esordienti, ho iniziato a non leggere più best seller, perché per l’appunto i grandi editori hanno il bel poter di far vendere i libri che loro decidono e io mi rifiuto di leggere i casi editoriali dell’anno o i grandi best seller, se escludi Stephen King ;) . Tanto so bene come non bisogna scrivere. Best seller spesso vuol dire robetta.
Di recente sto leggendo Amara Lakhous. Lessi diverso tempo fa “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio” che adorai: un libro fantastico, di quelli che non si trovano in giro. Comprai un annetto fa anche gli altri sui due romanzi e solo ora ne sto leggendo e confermo la bravura di questo autore. Tutti e tre i romanzi sono pubblicati da Edizioni E/O.
Adoro la narrativa tradizionale, quella che ti lascia qualcosa quando chiudi un libro, cosa che difficilmente accade oggi. Quando un libro ti fa questo effetto secondo me bisognerebbe dirlo. Spesso si parla più di un libro cattivo che di un libro “buono”, almeno questo per quanto riguarda il panorama esordienti e in particolare per quelli che non hanno necessariamente un editore alle spalle, ammesso che qualcuno lo faccia... dico scrivere di un libro di uno sconosciuto quando piace. Eccezioni escluse.
 
Esiste un autore al quale ti sei mai ispirato nell’affrontare la scrittura?
Ispirato mai, ho il mio stile, so cosa voglio scrivere e mi ritrovo un po’ controcorrente. Non penso riuscirei mai a scrivere una storia di vampiri che si innamorano o di cinquanta righe di sesso per vendere 50 milioni di copie. Certo, sarebbe bello scrivere come “Il Re”, ma lui ha una preparazione completamente diversa, è in un continente che è totalmente diverso dal nostro e poi ha alle spalle più di 60 romanzi e varie raccolte di racconti.
 
I tuoi racconti rientrano nella cosiddetta narrativa non di genere. Ti sei mai cimentato nella narrativa di genere?
Sì, mi sono cimentato da ragazzo. Ho scritto qualche racconto di genere e iniziai anche un romanzo horror che poi non finii, ma non è detto che non lo finisca oggi che ho un po’ più di pratica.
 
Con la pubblicazione di “Deve accadere” sei entrato a far parte della schiera degli autori indipendenti. Quali sono le tue prime impressioni a questo proposito?
Sono ancora terrorizzato. Nel senso che mi sono buttato. Ero sempre indeciso se farlo o meno. E soprattutto con cosa. Il genere più semplice, ma nemmeno più di tanto, era la raccolta di racconti. I romanzi hanno bisogno ancora di un tocco, della mia convinzione, anche perché da autopubblicato non ho la più pallida idea di come si possa invogliare la gente a leggere quello che ho scritto. Sono uno sconosciuto in un mondo che se ne cade di persone che scrivono. Un autore indipendente in Italia non è ben considerato, inutile negarlo, basta un autore indipendente che scrive male e allora partono le recensioni a raffica, negative, che colpiscono tutto il settore. Come dico sempre, ci sono libracci di autori regolarmente pubblicati, e bei libri anche di chi fa da sé, il discorso cambia di testo in testo. Non ho buone impressioni sul mio essere autore indipendente. È stata una piacevole faticaccia sistemare il testo, decidere cosa non mettere nella raccolta, come pubblicarla, come promuoverla. Insomma è tosta. Se non fai nulla l’e-book resta invenduto... E a volte anche se fai delle cose si ignora. Anche se lo vuoi regalare la gente non lo legge... Vabbé che qua il discorso sull’e-book ci porterebbe fuori tema, ma dico che i grandi gruppi editoriali hanno deciso che il cartaceo è meglio dell’e-book. All’estero è decisamente diverso, ma finché siamo nel bel paese diventa abbastanza complicato farsi leggere e io resto smarrito.
 
Sei spaventato dalla critica negativa?
Sono terrorizzato dalla critica in genere. Se buona fa piacere, se negativa dipende. La mia è una raccolta di racconti, una critica come “Nel testo ci sono racconti maturi e non maturi”, senza specificare quali sono, è una di quelle cose che non riesco a far passare facilmente. Perché è decisamente una critica che non capisco. Sarebbe la stesa cosa guardare in cielo e vedere qualche nuvola e poi dire “Oggi c’è il sole, ma può piovere o può esserci il sole tutto il tempo”, come anche “può nevicare”, insomma che si scriva che alcuni racconti vanno e altri no non è una vera critica. In fondo entrano in gioco i gusti personali, i racconti sono microcosmi, in alcuni casi quindi o piacciono o no. Se mi si dice il titolo del racconto e mi si dà un minimo di indizi sono più contento, magari posso davvero capire se c’era qualcosa che potevo fare meglio o è solo una questione di gusti personali.
Madonna diceva di preoccuparsi più per quelli che criticano negativamente il suo lavoro che di quelli che lo apprezzano. Un po’ sono pure io così.
 
Qual è il tuo prossimo progetto letterario?
Sto lavorando a diverse cose in contemporanea. Spero uno dei romanzi che ho scritto o forse il nuovo romanzo che mi si sta formando in testa... Il problema è che autoprodurre un romanzo è difficile perché i romanzi sono belli lunghi, il tempo per dedicarvisi è limitatissimo, l’impegno è molto, poi bisognerebbe ricorrere a un editor per non fare brutta figura, ma... quale scegliere? E quanto si va a spendere? Anche perché se “Deve accadere” non va bene io non credo che per me valga la pena di fare un investimento energetico/economico in qualcosa che, se mi va bene, leggono in 15 e di cui solo 5-6 mi dicono cosa ne pensano. Fosse anche un “lascia perdere la scrittura” o fosse un “continua così”. Poi non lo so. In genere quando sono indeciso magari succede qualcosa che mi fa cambiare idea il giorno dopo e poi di nuovo il giorno dopo ancora. Lo scopriremo solo scrivendo ;) . Ma ti dico che gli editori italiani non mi piacciono, per questo ho deciso di autopubblicarmi e di non inviare nulla a nessuno.
 
 
Giovanni Venturi
Ingegnere Informatico che usa/ama/odia Linux. Windows lo ha abbandonato 10 anni fa, una notte che era stanco di soffrire per vedere un banale DVD mentre il sistema si riavviava di continuo sempre nella stessa scena del film. Esprime emozioni viscerali, forti, molto emotive, cambia spesso idea, vorrebbe pubblicare per un grande editore, ma dati i fatti che si verificano quotidianamente crede che la miglior cosa sia scrivere per non pubblicare, come il pittore pazzo del film "Il mistero di Bellavista", di Luciano De Crescenzo, l'arte non si vende, ma si distrugge. Dice continuamente di voler smettere di scrivere e di lasciarlo fare a chi lo sa fare meglio, ma poi si imbatte in pessime storie trovate in libreria e si redime, torna a scrivere e poi se ne pente di nuovo. In bilico tra amore e odio per la scrittura ha pubblicato 8 racconti per un editore romano, senza pagare nulla, e un capitolo di un romanzo a più mani. E, a luglio del 2012, pochi mesi prima della fine del mondo, il suo primo e-book indipendente. Sarà l'ultimo? Provate a chiederglielo ;) .
Il blog di Giovanni Venturi “Giochi di parole… con le parole”: www.giovanniventuri.com
Il sito di “Deve accadere”: www.deveaccadere.info
"Make Your Ebook": www.makeyourebook.me 
 
 
Di Carla (del 13/09/2012 @ 03:00:58, in Scrittura & Lettura, linkato 2943 volte)

Qualche post fa ho scritto una recensione sul libro “Deve accadere” di Giovanni Venturi. Si tratta di un’antologia di racconti, con cui questo autore indipendente debutta nell’editoria digitale.
Oggi ho il piacere di scambiare qualche parola con lui.
Trattandosi di un’intervista un po’ lunga, ve ne propongo una prima parte in questo post e il continuo nel successivo.
In queste prime domande Giovanni ci racconta dei suoi primi passi con la scrittura alla tenera età di otto anni e ci parla del modo in cui si accosta a essa adesso da adulto, che si tratti di scrivere un racconto, un romanzo o delle poesie.
 
 
 
 
Ciao Giovanni, prima di tutto vorrei chiederti come nasce la tua passione per la scrittura, in particolare quella dei racconti?
La passione per la scrittura è nata da sola, ancor prima di quella per la lettura. Ricordo che il mio primo testo è stato verso gli otto anni. Avevo dei giocattoli della Gig, chi è dell’epoca ricorderà i Micronauti. Ne avevo due. Force Commander e il suo cavallo Oberon. Di questi due micronauti, magnetici e smontabili, mi divertivo a ricomporli in vari modi. E un giorno mi venne in mente di mettere nero su bianco la storia della nascita di questi due personaggi... Purtroppo lo scritto è andato perso, inclusi i Micronauti che saranno stati regalati a qualche mio cugino che li avrà distrutti in quattro e quattr’otto. Mi ci ero affezionato.
Dopo questo racconto, composi, alle scuole medie, una piccolissima poesia in cui raccontavo di come i miei compagni di classe mi avessero trascinato su un campetto di calcio. Poesia ispirata, per lo stile, all’Iliade di Omero che all’epoca ci facevano studiare. Ovviamente anche questo testo è andato perso :) . Dopo queste due cose è passato molto tempo. Ho iniziato a leggere dietro continua insistenza della nostra insegnante di Italiano del quarto superiore. Fui fortunato perché trovai una raccolta di racconti di Stephen King. In realtà il termine tecnico sarebbe: raccolta di novelle. Quattro novelle che divorai l’estate del mio sedicesimo compleanno. Non potei incontrare autore migliore. Perché poi iniziai a comprare tutti i suoi testi e King ti fa venir voglia di leggere, ma anche di scrivere, anche se per arrivare ai suoi livelli ci vorranno anni, ammesso che uno possa mai davvero scrivere come lui. Io credo di no. È troppo bravo davvero. E fu King che mi spinse alla scrittura dei primi racconti. Storie horror che conservo. Ci sono stati anni in cui all’università non ho più scritto un solo testo. Poi nel 2009 ho conosciuto un editore non a pagamento che proponeva concorsi in cui bisognava scrivere racconti a tema. All’inizio non riuscivo perché io sono sempre stato per storie lunghe, intricate, romanzi insomma. Su un forum iniziò il confronto con altri autori della stessa casa editrice e così man mano affinai la tecnica e la passione che era stata sempre in me. Da allora mi sono stati pubblicati ben otto racconti da questo editore e, il tutto, senza aver mai pagato un solo centesimo. Prima del 2009 ero seriamente convinto che la prassi comune per l’accesso alla pubblicazione fosse l’investimento di 2000-3000 euro. Invece ho capito che non è così.
 
Come nasce in te l’idea per un racconto?
In genere non c’è una regola fissa. Alcuni racconti li ho scritti per il tema che imponeva quel mese l’editore di cui ti parlavo. Era una sfida perché in appena tre cartelle dovevi inventarti una storia che avesse quel tema. E in effetti alcuni mie racconti di tre cartelle erano molto compressi, così nell’e-book li ho espansi e ho donato loro una seconda vita. Rieditati. Tagliati pezzi inutili e inserito altre cose. Per esempio, “La biblioteca” è totalmente diverso dall’originale. È più maturo, più completo, per quanto, proprio quel racconto, si presta a una storia ancora più lunga di quello che è... Potrebbe nascerne addirittura una storia a bivi, ma temo di riprenderlo e indirizzare il progetto in quella direzione. Oggi gli e-book pare siano un bene di nicchia, figurarsi scrivere un testo a bivi e farlo leggere a un lettore. È come bestemmiare in chiesa. Una casa editrice, però, lo fa. Quintadicopertina. Ho letto una delle loro Polistorie, e ne devo leggere ancora un’altra che ho comprato e che giace nel mio e-reader. Ho riscontrato che l’effetto di poter leggere e rileggere l’e-book e prendere percorsi diversi è interessante, come mi aspettavo. Anche se per il lettore medio è troppo impegnativo. E-book e storia a bivi... Forse un giorno si arriverà a essere perdonati e ad avere la possibilità di fare gli e-book anche in questo modo... Tra l’altro, come è facile intuire, sono anche più impegnativi per chi li scrive e la storia deve prestarsi al gioco, sennò va a finire male e se trovi un lettore che sta alla sfida, poi rischi che ti tiri l’intero e-book reader dietro la testa!
Altre volte, invece, l’idea nasce dal bisogno di comunicare un concetto, una frase, un’idea. Come nel caso de “La biblioteca”, volevo parlare di una storia d’amore non banale, non scontata, nata in biblioteca. Non so quanto ci sia riuscito.
Altre volte ho in mente una scena. Come in “Sì, devo leggere. Pinocchio.” La scena di questo ragazzo che non riesce più a liberarsi dei libri. Idea, tra l’altro, che mi è venuta solo dopo varie riscritture, proprio durante la scrittura. Non era stato pianificato.
 
Quando ti metti di fronte al foglio bianco sai già come andrà a finire la storia? Oppure parti da un’idea e vedi dove ti porterà?
Altre volte quando penso a un racconto, ho in mente per sommi capi quello che potrebbe succedere, ma in genere, se non ho un tema, e posso sconfinare, mi lascio guidare da una sorta di istinto. Come dice Stephen King, la storia viene fuori mentre la scrivi, né prima, né dopo. E ho riscontrato che è vero. Se volessi pensare per filo e per segno cosa scriverò non inizierei mai perché trovo complicato farsi dei progetti dettagliati di una storia per un racconto. Poi ci sono eccezioni, in cui ho in mente la scena madre del testo e il finale, ma in genere questo accade quando posso scrivere “senza smettere più”, come mi è successo per il primo e per il secondo romanzo. Sapevo come sarebbe andata e quali problemi insormontabili avrebbe affrontato il protagonista e quale sarebbe stata la scena con massimo impatto drammatico. Per un racconto è diverso. Devi mettere subito in scena il problema e risolverlo, oppure mi limito a raccontare uno spaccato di vita che potrebbe portare in molte strade diverse come nel racconto “Ricordi”, un racconto che davvero potrebbe trovare una via molto bella in un romanzo, ma mi piaceva come racconto in sé, anche se mi avevano consigliato di eliminarlo per questo motivo. L’ho fatto leggere a un collega in ufficio che l’ha trovato molto bello e toccante e allora mi sono detto che l’idea che avevo avuto era passata e che quindi anche nella sua forma originale andava bene. E infatti un altro lettore, che ho conosciuto su twitter e che credo sia stato il primo acquirente dell’e-book, ha trovato il racconto “dolce”. Era esattamente il sentimento che volevo lasciar trasparire dalla storia. Umanità e dolcezza.
 
So che scrivi anche romanzi. Che differenza c’è per te tra scrivere un romanzo o un racconto?
Una gran bella differenza. Proprio grossa. A volte si pensa che scrivere un racconto sia facile e scrivere un romanzo complicato. In realtà è difficile in tutte e due i casi. Con il racconto c’è il rischio di mettere su una storia che dice ben poco, anche perché nello spazio, per esempio, di tre cartelle, devi far affezionare il lettore al personaggio e devi lasciarlo sorpreso, deve succedere qualcosa insomma. E in alcuni casi è veramente difficile se non ti viene l’ispirazione giusta.
Nel caso del romanzo ti dici “ho tutto il tempo di far affezionare il lettore ai personaggi, alla storia” ed è lì che ti sei fregato perché corri il rischio di scrivere pagine e pagine di noia infusa dicendoti “ma tanto poi dopo si mette in moto il tutto”. Il tutto deve stare sempre in moto. Non puoi fermarti. Sennò perdi il lettore per strada. È una cosa che sapevo già. È una cosa che ho riscontrato in romanzi di esordienti che non hanno ben chiaro il concetto, a volte dimenticano di dare spessore ai personaggi, alla trama. È una cosa che ho letto in un paio di libri di autoediting, ma allo stesso tempo è una cosa che non riesci a tenere sotto controllo se non hai alle spalle tipo dieci romanzi e forse nemmeno. Stephen King ha ammesso che gli editor lo hanno salvato e che alcuni suoi romanzi di 1200 pagine in origine erano grandi il doppio. Io ho bisogno di scrivere molto e poi di riscrivere di continuo. Un po’ come se avessi un capolavoro dentro la pietra, magari ricoperto anche di fango. Non riesci a ripulire subito, non riesci a tirare fuori subito una scultura, devi togliere i vari pezzetti, i blocchetti che deformano il tutto. Lanci acqua oggi, lanci acqua domani, poi usi lo scalpello e finalmente riesci a vedere qualcosa. Il fango non c’è più e viene fuori una statua piena di dettagli e così bella da guardare che ti fermi imbambolato. Poi lasci passare un altro po’ di tempo e inizi a vedere che anche così devi fare ancora molto lavoro sul testo, sulle parole. Poi smetti perché sennò vai al manicomio. Un testo potrebbe subire variazioni all’infinito anche perché nel frattempo sei tu che sei evoluto e che scrivi in modo diverso, proprio quello che mi è successo nella creazione di “La biblioteca”. Non ero mai soddisfatto pienamente.
Con il racconto o riesci o non riesci. Non hai molte possibilità. Certo, puoi sempre sistemarlo, ma ci metti molto meno tempo. Devi tenere meno cose sotto controllo. È difficile che in un racconto vengano fuori ripetizioni continue di concetti, cosa che in un romanzo pare non possa sfuggire, ovviamente a meno di essere un genio, qualcuno che ce l’ha nel sangue, qualcun altro lo impara leggendo 10 libri buoni al mese, classici.
 
Cosa altro scrivi?
Sono un autore prolifico. Ho scritto di tutto. Poesie, sì. Tipo quindici. Quella che compare in “Deve accadere” è stata la prima cosa che l’editore mi pubblicò. In una raccolta di racconti e poesie di altri autori. In “Volare” c’è il concetto di maturazione che si legge tra le righe, nel finale stesso, la voglia di diventare padre... Insomma con la poesia me ne vado per vie dove il racconto o il romanzo non possono portarmi. Una delle mie primissime poesie è diventato il testo di una canzone di cui ha composto la musica un mio amico che studiava al conservatorio. Ho scritto articoli per un giornalino di cui ero redattore assieme ad altri, l’editore e il grafico. Una cosa simpatica durata circa tre anni. Altra cosa che ho scritto è stata una sceneggiatura per una commedia per ragazzi che poi non si è mai fatta. Si sa come sono i ragazzi, no? Si appassionano alle cose di continuo e lasciano le vecchie per le nuove. Un po’ come succede in “Inquietudini”. Poi scrivo pensieri un po’ bizzarri e parlo di scrittura e di editori nel mio blog (http://giovanniventuri.com/), dove ho intervistato vari autori esordienti, qualcuno indipendente, scrivo recensioni di tanto in tanto (quando un libro mi prende e ho tempo per segnalarlo). Per un altro mio blog (http://makeyourebook.me) parlo di e-book e ne realizzo per chi ne chiede: autori indipendenti, case editrici, editor. Lo faccio perché mi è spesso capitato di comprare e-book che sarebbe stato il caso di tirare dietro la testa agli editori che li hanno realizzati/fatti realizzare. Ad alcuni editori ho anche proposto di collaborare, ma si sa che gli e-book non piacciono a tutti, soprattutto quando devi pagare per fartene realizzare uno con tutti i crismi, però poi vedi la differenza tra l’e-book convertito con il programmino gratuito e quello fatto da me. In alcuni casi è come paragonare la montagnetta di sabbia con il K2. Dipende anche dall’e-book, dal testo, da come è formattato.
 
Hai scritto una sceneggiatura per una commedia per ragazzi che poi non si è mai fatta, quindi “Inquietudini” è un testo autobiografico?
No, l’unica cosa che c’è di vero è il fatto che ho scritto questa sceneggiatura per dei ragazzi e che dovevamo mettere in scena, ma non è mai successo, poi i personaggi, quello che succede dentro il racconto è frutto della mia immaginazione.
 
 
 
Per oggi ci fermiamo qui. Nel prossimo post continueremo a parlare con Giovanni del suo libro “Deve accadere” (il sito del libro è www.deveaccadere.info), del suo rapporto con la lettura, dei suoi autori preferiti e della sua personale esperienza come autore indipendente.
Nell’attesa andate a visitare il blog di Giovanni Venturi, “Giochi di parole… con le parole”, per conoscerlo un po’ meglio: www.giovanniventuri.com
 
 
 
Di Carla (del 07/09/2012 @ 06:31:16, in Scrittura & Lettura, linkato 4048 volte)

Quella del titolo è una domanda che va per la maggiore nei vari blog anglofoni che trattano di scrittura. La prima reazione che ho avuto quando mi sono trovata di fronte a essa è stato: certo che sì! Uno scrittore è libero di fare tutto! E continuo a essere d’accordo con questa affermazione.
Il problema infatti è che la domanda è mal posta. Quella giusta sarebbe: a uno scrittore conviene cambiare genere?
E qui il discorso si fa più complesso. Bisogna tenere conto delle conseguenze esterne, se uno scrittore scrive e pubblica dei libri di genere diverso, ma anche di quelle interne, cioè il piacere che può avere lo scrittore a cambiare genere e l’effetto che ciò ha sulla qualità della sua scrittura.
A me piace leggere libri praticamente di qualsiasi genere (a parte il fantasy puro, cioè senza altre contaminazioni) e, come me, penso che ci siano molti scrittori dai gusti letterari vari. È normale che essi desiderino sperimentare le loro capacità cimentandosi in generi diversi, perché, se amano un certo tipo di storie, è normale che desiderino inventarne a loro volta.
Teoricamente nessuno impedisce loro di farlo (ci mancherebbe).
Io stessa ho pubblicato due libri finora di generi apparentemente molto diversi. Uno “La morte è soltanto il principio” è una fan-fiction d’azione/fantasy di argomento egizio, l’altro “Deserto rosso – Punto di non ritorno” è una novella di fantascienza/esplorazione spaziale, con elementi di introspezione. Il primo è ricco di ironia e di soprannaturale, il secondo drammatico e scientifico. Così descritti sembrano due libri agli antipodi, ma chi ha letto entrambi mi ha spesso detto: “Si vede che li hai scritti entrambi tu.”
Questa cosa ovviamente mi inorgoglisce, tenendo conto che tra la scrittura del primo e quella del secondo sono passati dodici anni (sebbene poi li abbia pubblicati a una distanza di tre mesi).
Dodici anni sono tanti, nel frattempo i miei gusti si sono evoluti o semplicemente sono cambiati, ed è questo cambiamento che spiega il diverso genere. Ma ciò che non è cambiato è il mio approccio a ogni nuova storia, quello è mio e si vede anche dopo tanto tempo, anche se invece il mio stile è cresciuto, è maturato.
La verità è che nello scrivere un libro io parto da un’idea e questa dal mio punto di vista non è sempre etichettabile all’interno di un genere. Inoltre, nello sviluppo delle storie, spesso mi rifaccio del tutto involontariamente a tematiche ricorrenti, spesso controverse, perché mi piace creare dei contrasti, interpretate in maniera diversa in base al tipo di storia, ma comunque sia riconoscibili come mie.
Le etichette di genere aiutano a distinguere a grandi linee dove va a inserirsi una certa storia, ma per lo scrittore hanno spesso poca importanza. Per lo scrittore esiste solo il suo modo di scrivere, di sentire, di raccontare. Di fatto ogni scrittore tende col tempo a creare un genere tutto suo, che viene definito voce dell’autore. Si tratta di qualcosa di unico e riconoscibile, ed è questo che spesso i suoi lettori cercano nelle sue storie. Sanno che qualunque sia il genere che affronterà, lo farà con la sua voce.
Per questo motivo ci sono molti scrittori che si cimentano in generi diversi (magari affini, ma comunque diversi), soprattutto scrittori molto famosi, basti pensare a King, Grisham, al compianto Crichton, solo per fare qualche esempio. Se ci pensate bene siete portati a definire i loro libri “alla King” o “alla Grisham” o “alla Crichton” piuttosto che usare un’etichetta di genere. Certo, si dice che Grisham abbia inventato il legal-thriller, ma la verità è che molti dei libri di Grisham sono legal, non tutti questi sono thriller, e molti altri sono narrativa non di genere, anche se nel leggerli ci si rende conto che lui scrive esattamente allo stesso modo anche gli altri. Questo perché Grisham è un grande narratore di storie di vita, la parte thriller o legale è spesso solo un pretesto per raccontare grandi storie di persone normali.
Stiamo però parlando di grandi scrittori, che non temono di vedere il loro libro rifiutato da un editore o che nessuno lo compri.
Il discorso è ben diverso per uno scrittore non famoso, che abbia un editore oppure no. Quello che ha un editore, se propone un libro in un genere diverso dal precedente, può rischiare di ricevere un rifiuto. Il problema non sussiste per l’autore indipendente, ma quest’ultimo si trova di fronte alle stesse problematiche del suddetto editore: la reazione dei lettori.
Come ho detto, io leggo quasi tutti i generi, ma non tutti i lettori sono come me, anzi è spesso vero il contrario.
Chi scrive un libro in un genere letterario ben definito di solito impronta la promozione di questo libro in modo da raggiungere i lettori specifici del genere, che a loro volta, spesso, non è detto che avrebbero letto il suo libro se fosse stato di genere diverso. Per questo motivo, se poi al libro successivo passa a un altro genere (un esempio estremo, da umoristico a horror), questi lettori potrebbero come minimo sentirsi traditi, perdere la fiducia nell’autore e in ultima analisi non acquistare il libro.
A questo punto tutto il lavoro fatto per farsi conoscere per il libro precedente sarebbe andato perduto per sempre, lo scrittore dovrebbe iniziare tutto da capo.
Abbastanza scoraggiante, no?
Questo è sicuramente un grosso problema, ma a mio parere c’è qualcosa di più importante da considerare: l’autore sente veramente di poter scrivere un bel libro in un altro genere?
Se la risposta è sì, allora io penso che debba farlo.
Non ci si può costringere a scrivere un certo tipo di libri, solo per non deludere i lettori o un editore. La scrittura non funziona così. La scrittura è una creazione artistica e per creare un prodotto di valore necessita della passione da parte dello scrittore. Quest’ultimo scriverà tanto più e tanto meglio se lo farà alle sue regole, se si divertirà a farlo. Se perderà dei lettori, probabilmente ne troverà altri.
O magari, i suoi vecchi lettori si accorgeranno che non sta affatto cambiando il “suo” genere e che amano leggere i suoi libri, per come li scrive e non solo per l’argomento che trattano.
 
Di Carla (del 05/09/2012 @ 02:49:01, in Scrittura & Lettura, linkato 3112 volte)

 Divertente e veramente… spaziale
 
Ho una particolare predilezione per la space opera, soprattutto laddove gli autori mettono grande cura nel creare in maniera dettagliata un universo complesso e credibile. Un libro con viaggi interstellari, situazioni d’azione, personaggi caratterizzati da ironia e coraggio ha già ottime probabilità di piacermi. Se poi la storia è carina ed è ben scritto, allora mi conquista.
Questo è il caso di “Galassia nemica” di Allen Steele, una vecchia conoscenza di questo sottogenere della fantascienza. La sua produzione letteraria comprende un buon numero di libri inseriti nella stessa linea temporale, ma indipendenti l’uno dall’altro, per cui li si può leggere in qualsiasi ordine e, una volta ambientati nel suo universo, ci si muove con disinvoltura concentrandosi quindi sulla trama.
La storia di “Galassia nemica” è avvincente, perché, come succede dei buoni libri, non sai cosa aspettarti dalla pagina successiva e, per questo, continui ad andare avanti. Il protagonista è simpatico, non si prende troppo sul serio e più di una volta ti fa scappare una risata durante la lettura. L’ambientazione, pur essendo fuori della realtà a cui siamo abituati, è comprensibilissima per merito dell’autore, che accosta immagini eccezionali ad altre molto più comuni e nelle quali è possibile riconoscersi. Il ritmo è incalzante e anche la parte tecnologica è molto credibile (nell’ambito della sospensione dell’incredulità).
Insomma, un bel libro.
E per una volta devo dare merito a Urania di averlo pubblicato in Italia.
 
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
 
Di Carla (del 30/08/2012 @ 22:45:16, in Scrittura & Lettura, linkato 3141 volte)
More about La giustizia di Iside


 Originale ed esteticamente bello, ma porta alla distrazione
 
 
Romanzo molto particolare. Si tratta del secondo di una serie ambientata in un Egitto alternativo, a metà strada tra l’argomento storico e la fantascienza. In esso si mescolano luoghi e usanze dell’antico Egitto ed elementi fantasy, presi in prestito dalla religione egizia, a tecnologie fantascientifiche e pseudoecologistiche. Ne esce fuori un mondo pieno di contraddizioni e fortemente anacronistico, ma non privo di un certo fascino.
All’autrice, Clelia Farris, si deve riconoscere l’enorme fantasia che, unita a una certa conoscenza della storia e religione egizia, è stata in grado di concepire questo universo dall’indubbia originalità.
Molto particolare è anche il suo stile, fortemente costruito, elaborato, ricco di figure allegoriche, in cui si fa ampio uso di sensi inusuali per descrivere la realtà in cui si muovono i personaggi, cioè olfatto, tatto, perfino gusto. Questa scelta tende a trasmettere un’immagine quasi misteriosa delle scene mostrate.
Dovendo giudicare il romanzo, solo tenendo conto di questi due aspetti, cioè stile e ambientazione, non posso che considerarlo originale, quasi geniale, ed esteticamente molto bello.
Il problema, però, è che un romanzo deve anche raccontare una storia, che sappia emozionare i lettori e tenerli attaccati alle pagine, per sapere come andrà a finire, tanto più che questo libro sembra avere le caratteristiche di un thriller, o addirittura di un vero e proprio poliziesco. Infatti ci sono degli omicidi, c’è una squadra che investiga e alla fine si scopre il colpevole.
Nel leggerlo, però, succede una cosa strana: ci si distrae.
Lo stile bello, ma a volte criptico, non permette di visualizzare le scene e i personaggi, o meglio permette di farlo solo grazie a un certo sforzo da parte del lettore. Il risultato è che più volte mi sono ritrovata a tornare indietro e rileggere, perché semplicemente avevo perso il filo, avevo iniziato a pensare ad altro, perdendo la concentrazione nei riguardi della storia.
In poche parole la storia non riusciva a prendermi.
Ho cercato di capire quali fossero le cause delle mie distrazioni, a parte lo stile, al quale pian piano si finisce per abituarsi e diventa più facile da seguire.
C’è da dire che non ho letto il primo romanzo (“La pesatura dell’anima”), ma non penso che ciò abbia influito, in quanto mi sono documentata su di esso, per comprendere meglio l’ambientazione in cui mi stavo immergendo. Dal punto di vista della trama questo romanzo è indipendente rispetto al precedente, quindi non credo che sia questo il motivo.
Una causa può essere il fatto che io sono un’egittofila, cosa che poi mi ha spinto a leggere il libro, e mi sono trovata più volte a storcere il naso di fronte a certe scelte dell’autrice, come quella di un Egitto in cui il popolo si sia ribellato contro la dinastia, creando un governo rivoluzionario. Una storia del genere, che costituisce il background in cui si muove il romanzo, diverge moltissimo dall’idea che un egittofilo si fa della civiltà egizia (e da cui proviene gran parte del suo fascino), dove i faraoni erano venerati, ma soprattutto amati senza alcun tipo di costrizione, e visti come servi dell’Egitto e non come suoi padroni.
Okay, questo è un romanzo distopico e quindi si può fare quello che si vuole, ma non siamo tutti costretti a farcelo piacere.
Ma il motivo principale delle mie perplessità non è neppure questo. L’impressione generale che ho avuto è di una storia piena di tante di quelle cose, così da distrarre il lettore dalla stessa trama. Ci sono tante scene, belle e poetiche, che però non fanno avanzare la trama, ma la rallentano, la interrompono. Ci sono tanti personaggi, su cui l’autrice si è soffermata parecchio, ma alla fine nessuno di loro, nemmeno la protagonista, riesce a convincermi del tutto. L’(ab)uso dei sensi alternativi e delle figure allegoriche per la descrizione degli ambienti di fatto il più delle volte non permette di “vedere” la scena. Il coinvolgimento di più sensi dovrebbe arricchire questo aspetto, ma non se questo avviene a discapito dei sensi principali: vista e udito. Oppure laddove c’è una vera descrizione oggettiva di un ambiente, essa è talvolta ridotta a un freddo elenco.
Inoltre la parte per così dire poliziesca è un po’ dispersiva. Il cattivo di turno è evanescente, si ha l’impressione che non abbia nessuna importanza. Non si capisce esattamente quale sia il motore della storia: gli omicidi, gli scambi dell’anima o i cambiamenti fatti dalla protagonista nell’ambito sua vita? Forse tutti, ma nessuno di essi sembra mosso da motivazioni credibili.
Alla fine è forse una faccenda di credibilità.
O magari solo di gusti.
Voglio inoltre aggiungere un piccolo appunto all’eccessivo uso di terminologie “tecniche”, che insieme ai nomi, spesso difficili da ricordare, spezzano il ritmo del racconto. L’idea di mettere un glossario è buona. Peccato, però, che il suo eventuale uso, spesso poco agevole, non sia altro che un ulteriore fonte di distrazione durante la lettura.
 
 
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Di Carla (del 29/08/2012 @ 04:38:37, in Scrittura & Lettura, linkato 3193 volte)
More about Self-Editing for Fiction Writers, Second Edition

 
 Un testo indispensabile per qualsiasi scrittore

Ci sono molti libri che parlano di scrittura. Ognuno di loro, a suo modo, può essere utile allo scrittore di fiction (che siano romanzi, novelle o racconti), poiché gli permette di riflettere sulle mille sfaccettature del suo lavoro. Ma c’è un libro in particolare sulla scrittura che credo qualsiasi scrittore debba leggere e consultare tutte le volte che inizia il lavoro di riscrittura. Si tratta proprio di “Self-Editing for Fiction Writers”.
Questo libro è una vera e propria guida passo passo che fornisce allo scrittore, qualunque sia la lingua in cui scrive, le basi stesse del processo di editing.
In ogni capitolo si affronta un particolare argomento e viene mostrato, tramite brani tratti da scritti più o meno famosi, il modo per individuare i problemi, relativi ad esso, nel proprio testo, in modo da poterli correggere. Per facilitare il lavoro, alla fine di ogni capitolo è riportata una checklist con una serie di domande e punti da controllare prima di andare avanti.
Gli argomenti proposti sono: 1) differenza tra raccontare e mostrare; 2) caratterizzazione ed esposizione; 3) punto di vista; 4) come funzionano i dialoghi; 5) voce dei personaggi; 6) monologo interiore; 7) uso dei “beat” nei dialoghi; 8) paragrafazione; 9) ripetizioni; 10) proporzioni; 11) sofisticazioni e infine 12) voce dell’autore.
Analizzando i singoli capitoli, non solo si migliora il testo su cui si sta lavorando, ma si capiscono più a fondo i meccanismi della scrittura e di conseguenza si impara a scrivere meglio. Ci vuole pratica, ma questo libro è scritto in maniera talmente chiara che l’assimilazione dei concetti avviene in modo semplice, senza grandi sforzi.
Qualcuno potrebbe pensare che un libro del genere non vada bene per un autore che scrive in una lingua diversa dall’inglese, in realtà “Self-Editing for Fiction Writers” si concentra su argomenti universali riguardanti l’editing. E anche laddove fa dei riferimenti specifici alla lingua inglese, per essi esiste sempre (o quasi) il corrispondente italiano (per esempio l’uso degli avverbi in –ly/-mente o dei verbi in –ing/al gerundio).
In realtà ciò che mi ha veramente stupito di questo libro è il fatto che non sia mai stato tradotto nella nostra lingua, ma anche in generale che non esista nessun libro in italiano che tratti in maniera così sistematica e lineare l’argomento dell’editing, quasi che si voglia lasciare gli scrittori italiani nell’ignoranza. Fortunatamente non serve una conoscenza esagerata dell’inglese per comprendere questo testo molto semplice.
Infine un punto assolutamente in favore è il prezzo contenuto (circa 7 euro la versione Kindle, meno di 9 euro in cartaceo) rispetto ad altri libri simili, ma molto meno utili di questo.
Lo consiglio vivamente a tutti gli scrittori, ma in particolare agli autori indipendenti e a tutti coloro che vorrebbero diventare degli editor (e magari anche a chi fa già questo lavoro).


Self-Editing for Fiction Writers (formato Kindle) e Self-Editing for Fiction Writers (cartaceo) su Amazon.it.
Self-Editing for Fiction Writers (formato Kindle) su Amazon.com.
Questo libro è in lingua inglese!

Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina

 

Infine eccoci all'ultimo della serie di articoli su Magrathea.it dedicati all'auto-pubblicazione digitale.

Questa volta si parla di promozione. Dopo aver preparato il vostro libro, inclusa descrizione e copertina (leggi l'articolo uno), dopo averlo formattato correttamente e scelta la piattaforma di distribuzione (leggi l'articolo due) e dopo aver caricato e messo in vendita l'ebook sui vari negozi online (leggi l'articolo tre), resta un unico problema: come facciamo sapere al mondo che il nostro libro e stato pubblicato?
A questo scopo è necessiario programmare una promozione, che deve iniziare ben prima della pubblicazione stessa.

In questo articolo proporrò tutta una serie di suggerimenti per organizzare e portare avanti la promozione delle proprie opere, facendo una distinzione tra quelli da mettere in pratica prima di pubblicare un libro e quelli che invece possono essere utilizzati quando il proprio ebook è già presente negli store.
Cliccate qui per leggere l'articolo.

Con questo termina la mia breve guida. Spero che vi sia stata utile e vi incoraggio a condividerla con tutti coloro che possano essere interessati all'auto-pubblicazione digitale.
 


E siamo arrivati al terzo della serie di articoli su Magrathea.it dedicati all'auto-pubblicazione digitale.

Nei primi due abbiamo parlato dei passi essenziali da compiere prima di pubblicare: editing, copertina, descrizione del libro (clicca per leggere l'articolo uno), formattazione e dove pubblicare (clicca per leggere l'articolo due).

Questo terzo articolo parla di come in pratica si può pubblicare il proprio ebook e si concentra soprattutto sulla più grande piattaforma di pubblicazione digitale per autori indipendenti, Smashwords, in quanto, a differenza di Amazon, presenta un'interfaccia tutta in inglese e non del tutto intuitiva. Grazie a questo articolo si potrà scoprire il sito di Smashwords e verrete guidati passo passo nelle fasi di impostazione dell'account, di pubblicazione del libro, di assegnazione dell'ISBN, di scelta dei canali di distribuzione e così via.
Cliccate qui per leggere l'articolo.

A mercoledì prossimo per l'ultimo articolo della guida!

 

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24/08/2019 @ 00:42:45
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