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 Trilogia del detective Eric Shaw... di Carla
 

“Le nostre vite da sole non valgono nulla, ma insieme siamo qualcosa di unico.” Oltre il limite




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\\ Blog Home : Storico : Scrittura &amp; Lettura (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 14/11/2012 @ 22:49:18, in Scrittura & Lettura, linkato 2178 volte)


 Il lato British dell'azione


Ammetto che all'inizio della lettura di "Dark Market" ero disorientata. C'è un tizio che si suicida e non se ne capisce il motivo. C'è un gruppo di mercenari in medioriente coinvolti in frenetiche scene d'azione, non semplicissime da immaginare, trattandosi di un libro e non un film.
Ma sono andata avanti ed ecco che emerge in tutta la sua completezza il personaggio di John Savage e una storia che è allo stesso tempo ricca di azione, ma con una trama meticolosamente costruita, in cui tutti gli elementi che appaiono lungo la narrazione pian pianino si uniscono formando un perfetto intreccio.
Lo stile dell'autore è diretto, divertente, ti catapulta dritto dentro l'azione, in un mondo in cui commissionare un omicidio è diventato un gioco dei potenti. I personaggi sono ben caratterizzati e credibili, nell'ambito di ciò che è normalmente ritenuto credibile in un action-thriller, genere che adoro sullo schermo e che non mi dispiace vedere rappresentato anche in un libro. La mia fantasia è perfettamente in grado di fornire la parte visiva e la narrazione di Coles rende questo compito ancora più facile.
Senza dubbio è un autore che merita una certa attenzione e "Dark Market" è una lettura che consiglio a tutti gli amanti dei libri con una trama complessa dal ritmo veloce.
Si tratta inoltre del primo libro di una serie, che vede come protagonista John Savage. Sarò sicuramente curiosa di leggere gli altri che verranno.

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Questo libro è in lingua inglese!

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Di Carla (del 08/11/2012 @ 01:43:43, in Scrittura & Lettura, linkato 6558 volte)

L’idea di scrivere a puntate ha iniziato a ronzarmi in testa l’anno scorso, quando mi sono imbattuta nella serialized fiction di una coppia di autori indipendenti americani, intitolata “Yesterdays’s Gone”. Da amante delle serie TV ho visto in questo progetto un qualcosa di entusiasmante, forse più come scrittrice che come lettrice.
Mesi dopo, all’inizio di gennaio, mi sono ritrovata pure io a iniziarne una. È avvenuto per caso. Volevo scrivere un racconto, che poi si è trasformato in una novella, finché mi sono resa conto di avere materiale per altre due o tre puntate.
Così è nato “Deserto rosso”. Quando ho iniziato, però, si era trattata più che altro di una necessità e non di qualcosa di accuratamente progettato. Ero infatti reduce dalla prima stesura del mio primo romanzo “L’isola di Gaia” (di cui adesso sto curando l’editing), durata più di tre anni, ed ero smaniosa di creare qualcosa di più breve per testare l’auto-pubblicazione digitale.
Solo dopo aver pubblicato “Punto di non ritorno”, mi sono resa conto delle implicazioni di questo tipo di progetto letterario.
 
Al di là del puro divertimento, per un autore esistono tutta una serie di vantaggi nel pubblicare in serie. Non mi riferisco a quelli economici, che almeno in Italia per il momento hanno una portata ridotta, visto che il mercato degli ebook ha iniziato a prendere piede sul serio da meno di un anno, cioè con l’arrivo del Kindle.
Ciò di cui parlo sono dei vantaggi a livello creativo e produttivo.
Scrivere la prima puntata di una serie è facile. Sai che non deve essere per forza lunga, sai che non deve avere una vera fine, ma solo un colpo di scena finale (il cosiddetto cliffhanger), per il resto sei libero di fare come ti pare. Puoi dedicare tutto il tempo che vuoi (che comunque è poco, vista la lunghezza del testo) ad affinare lo stile, a costruire scene che coinvolgano il lettore. Insomma hai modo di divertirti, senza impegno.
Una volta che pubblichi la prima puntata la musica cambia.
È come se da quel momento partisse un cronometro. Ti sei infatti preso un impegno molto serio verso te stesso, ma, soprattutto, verso i tuoi lettori. Non puoi più affidarti all’ispirazione del momento, non puoi più procrastinare aspettando di avere tempo. No.
Devi organizzarti. Devi decidere quando uscirà la prossima puntata, cosa che non può accadere troppo tardi, e poi devi scriverla, fare l’editing, pensare a copertina, booktrailer, promozione della puntata precedente (mica si vende da sola) e tutto il resto con il tempo contato. E devi farlo assolutamente.
Può sembrare una cosa difficilissima, in realtà non è così. L’aver preso un impegno ti dà una motivazione in più. Ti concentri perciò nel trovare il modo migliore per ottimizzare i tuoi sforzi. Scrivi pagine e pagine di appunti (possibilmente hai già iniziato a farlo mentre facevi l’editing della prima puntata). Fai degli schemini, prepari un’outline. Insomma programmi il tuo lavoro. Per la prima volta ti comporti come un vero scrittore.
La cosa bella è che, incredibilmente, riesci a compiere ognuno di questi passi, cosa che ti dà animo e ti facilita l’esecuzione dei successivi. Ogni volta che raggiungi un singolo obiettivo del tuo programma sei galvanizzato e sicuro di poter fare altrettanto con i successivi.
Tutto ciò riguarda l’aspetto puramente produttivo. A livello creativo ci sono tutta una serie di condizioni interessanti. Prima di tutto il feedback dei lettori.
Leggi le recensioni, parli con loro nei social network o nelle chat, ricevi le loro e-mail. Tutti questi elementi ti influenzano e ti aiutano nella stesura del proseguo della storia, perché sono una sorta di cartina di tornasole del gradimento di alcuni aspetti della trama. Ti permettono di capire cosa funziona meglio e che direzioni prendere.
Certo, quando scrivi una serie, devi comunque avere una trama di massima sempre in mente, che poi sviluppi man mano e, nel farlo, l’unica volontà da seguire deve essere la tua ispirazione, la tua emozione. Ma gli apporti esterni, in maniera più o meno indiretta, finiscono per darti un aiuto nell’individuare la giusta via, se non altro perché ti permettono di acquisire maggiore sicurezza nelle tue capacità creative.
 
Scrivere un romanzo a puntate non è però la stessa cosa di scrivere un romanzo suddiviso in parti, ma che viene pubblicato tutto in una volta. Le puntate devono essere fatte in un certo modo, affinché divertano il lettore e allo stesso modo lo spingano a leggere anche le successive.
Ogni episodio, per quanto non termini la storia, deve comunque avere un suo arco narrativo. Deve essere un’unità distinguibile, al cui interno si deve rispondere comunque ad alcune domande.
Questo è particolarmente vero per la prima puntata, che parte dal nulla e, fatta eccezione per il cliffhanger finale che ne denota la non-fine, deve essere quasi auto-conclusiva. Ciò non significa che al suo interno non debbano nascere nuovi elementi della trama da sviluppare nelle puntate successive. Ci devono essere eccome, ma per la maggior parte non devono avere un ruolo predominante. Devono essere dei piccoli semi, che potranno germogliare e fiorire più avanti, ma, se non ci fosse un continuo, il lettore quasi non li noterebbe. Se ne ricorderà, appunto, più avanti.
Inoltre ogni episodio deve avere almeno altri due elementi importanti: un inizio destabilizzante e, come già detto, un finale che lascia sospesi.
L’inizio destabilizzante funge da hook (gancio), cioè deve agganciare il lettore e costringerlo ad andare avanti. Tutti i romanzi devono avere un incipit con queste caratteristiche, ma tutto questo deve essere molto più fulminante in un episodio di un romanzo a puntate. Dovendo fare un parallelo con le serie TV, l’inizio deve essere come il prologo, che precede addirittura i titoli di testa. Dopo di esso la storia può continuare da quel punto, oppure (come piace a me) spostarsi indietro o avanti nel tempo, fino a raggiungerlo di nuovo verso la fine o comunque nella seconda metà, riunendo tutti i fili.
L’inizio della prima puntata può essere un po’ più soft, cioè più simile a quello di qualsiasi romanzo, ma quello delle successive deve essere più marcato. Lo scopo di quest’ultimo non è spingere il lettore a continuare a leggere. Il lettore si trova come minimo alla seconda puntata, quindi vuole continuare a leggere, non c’è bisogno che lo convinci. Il suo scopo è di dargli uno schiaffo in faccia (in senso metaforico) appena apre l’ebook, mettendo in dubbio tutte le supposizioni fatte nel periodo di attesa tra le due puntate e scaraventandolo in qualcosa di totalmente diverso da quello che si aspetta.
Il finale col cliffhanger, invece, deve proprio essere col botto. Deve essere inaspettato e allo stesso tempo far sorgere repentinamente delle nuove domande, alle quali il lettore non avrebbe potuto pensare prima (perché non ne aveva gli elementi oppure perché erano ben nascosti), concludendo subito dopo la puntata. Per un attimo sarà sospeso tra l’odio e l’amore nei vostri confronti, ma il più delle volte, se avete giocato bene le vostre carte, alla fine ne sarà entusiasta.
L’ultima puntata, per ovvi motivi, non può avere un cliffhanger, visto che a quel punto ogni filo della storia dovrà aver raggiunto il suo epilogo. Questo però non significa che dovrà essere un finale definitivo. L’ideale sarebbe che lasci comunque qualche spiraglio aperto, che porti il lettore a provare a immaginare ciò che accadrà dopo. In molti romanzi normali esiste questo tipo di finale, ma nei romanzi a puntate, per la loro particolare natura, funziona ancora meglio, poiché il lettore, abituato a leggere qualcosa che ogni volta non finisce, anche all’ultima puntata conserverà questa sensazione, che ridurrà un po’ il dispiacere (sperando che ci sia) di trovarsi veramente alla fine del romanzo.
Questo tipo di sensazione, inoltre, coinvolge lo stesso autore, che come il lettore si affeziona ai personaggi e al mondo che ha creato e ha difficoltà a staccarsene.
E non dimentichiamo che, essendo una serie, nessuno poi impedisce all’autore di progettarne una seconda stagione! Ciò però è possibile solo se si lascia uno spiraglio aperto.
 
I romanzi a puntate chiaramente non sono una novità recente. Si tratta più che altro di un ritorno a una pratica già consolidata nel passato, quando gli autori pubblicavano a puntate nelle riviste. Con l’avvento degli ebook, adesso non è più necessario un contenitore esterno per presentarli al pubblico. Ogni singola puntata diventa un prodotto a sé stante, vendibile singolarmente a prezzi bassissimi, che stimolano la curiosità.
Questo fenomeno è stato subito notato da Amazon, che recentemente ha inaugurato i Kindle Serials. Si tratta, appunto, di storie a puntate pubblicate in esclusiva su Amazon, che il lettore paga una volta all’inizio e poi vede puntualmente recapitate nel proprio Kindle con una determinata cadenza.
I Kindle Serials purtroppo non sono ancora usciti dal circuito americano, ma sono pronta a scommettere che presto arriveranno anche in Europa. L’unico neo che vedo è proprio l’esclusività, che impedisce all’autore di pubblicare la serie al di fuori di Amazon. Capisco la necessità del retailer di tutelarsi, ma non sono convinta che questo sia un bene per gli autori. In fondo si può benissimo scrivere dei romanzi con puntate separate senza rientrare nel meccanismo automatico dei serial.
In ogni caso tutto questo è un sintomo di come con l’avvento dell’editoria digitale la fruizione delle storie scritte stia sempre più cambiando, dando molto più spazio a testi più corti, che di conseguenza costano meno e risultano più invitanti per il lettore.
 
Per quanto mi riguarda, come sapete, ho pubblicato finora la prima puntata di “Deserto rosso” (“Punto di non ritorno”) lo scorso 6 giugno, mentre la seconda uscirà il 30 novembre, col titolo “Abitanti di Marte”.
Dovendo fare un bilancio adesso di questo esperimento letterario, devo ammettere che ha superato notevolmente le mie aspettative. Ho venduto molte più copie di quanto sperassi (l’80% su Amazon, ma di recente c’è stata una crescita delle vendite negli altri retailer). C’è stato un picco all’inizio, grazie al lavoro di promozione che ho fatto nei primi mesi (quasi tutto a costo zero, ci tengo a dirlo), oltre che all’effetto novità nell’ambito del genere fantascientifico, che non conta tantissimi titoli, ma anche ora, dopo sei mesi dalla pubblicazione, noto con piacere che la novella continua a essere venduta con un ritmo costante. Sono curiosa adesso di vedere cosa accadrà con l’uscita del seguito.
Non solo. La cosa più bella è stata, e continua a essere, il continuo feedback da parte dei lettori, che mi ha letteralmente sospinto nella stesura di “Abitanti di Marte”.
Infatti il vero trionfo, dal mio punto di vista di scrittrice, è proprio il fatto che l’essermi imbarcata in una serie ha significato un vero e proprio balzo in avanti nella mia produttività creativa. Grazie a “Deserto rosso” ho scritto più di 65.000 parole in meno di 10 mesi di calendario, contro le 123.000 de “L’isola di Gaia” in più di 3 anni. E l’anno non è ancora finito. Infatti con il NaNoWriMo 2012, al quale sto in questo momento partecipando, e l’inizio della prima stesura della terza puntata di “Deserto rosso” potrei tranquillamente raggiungere lo stesso traguardo in un terzo del tempo.
 
Che dire? Scrivere una romanzo a puntate è stato per me un vero e proprio evento di svolta nel mio impegno come scrittrice e senza dubbio mi sento di consigliarlo a chiunque voglia seriamente cimentarsi in maniera costante in questa arte, anzi, in questo lavoro.
Non dovrebbe provare a farlo solo chi ne ha il tempo (non ce l’ha mai nessuno), ma tutti quelli che sono disposti a trovarlo. Scrivere a puntate è di certo uno dei tanti trucchi che può aiutare lo scrittore in questo intento.
 
 
Di Carla (del 31/10/2012 @ 16:57:02, in Scrittura & Lettura, linkato 2166 volte)

Quest'anno per la prima volta ho deciso di partecipare al NaNoWriMo. Si tratta dell'acronimo del National Novel Writing Month, ma in realtà è un evento di natura globale, che coinvolge scrittori di tutto il mondo in una sfida contro se stessi. Questa consiste nello scrivere 50.000 parole di un romanzo in soli 30 giorni, ed esattamente tra il primo e il 30 novembre.
Cosa si vince? La soddisfazione di avercela fatta e un badge da mettere sul proprio sito, oltre che, ovviamente, 50.000 parole della prima stesura di un romanzo, che non sono certo da buttare via.

Lo scopo di questa competizione è spingere gli autori a produrre in maniera continua per un determinato periodo senza doversi preoccupare della qualità. Il fatto di avere delle scadenze e il dovere di scrivere un certo numero di parole al giorno (in media circa 1600) è un fortissimo incentivo a mettersi davanti al foglio bianco e scrivere. Si deve mettere da parte ogni desiderio di rileggere o iniziare a revisionare ciò che si è scritto, altrimenti si rimane indietro. Inoltre, scrivendo così tanto in così poco tempo, si finisce per vivere intensamente la propria storia, non a caso l'intera manifestazione viene pubblicizzata dallo slogan "Trenta giorni e notti di abbandono letterario!".

Per partecipare a questa edizione del NaNoWriMo ho deciso di avventurarmi nella scrittura di un thriller (intitolato "Il mentore"). Ho riesumato dagli spazi profondi della mia mente un'idea nata due anni fa e ho provato a svilupparla, scrivendo una breve outline, che è lungi da coprire l'intero corso del romanzo, ma contiene gli elementi salienti dell'asse portate della trama dall'inizio fino alla fine. Spero che sia abbastanza da permettermi di scrivere 50.000 parole, dopodiché metterò questo scritto da parte e solo successivamente ci tornerò completando il resto del romanzo.

Personalmente credo che le storie in generale abbiamo bisogno di più tempo per essere create, per quanto una velocità di scrittura di 1600-2000 parole al giorno sia senza dubbio ragionevole. In realtà, però, se anche si fa un'outline molto precisa prima di iniziare a scrivere, le storie e soprattutto i personaggi tendono a ribellarsi e volerti portare altrove, e questo importantissimo aspetto creativo, che fa maturare le storie e le rende migliori, ha di fatto bisogno di più tempo.
Perciò non ho pensato di affidare al NaNoWriMo l'idea del mio prossimo romanzo di fantascienza, che necessita di molto più tempo per essere sviluppata.
D'altra parte il NaNoWriMo è molto utile come esercizio letterario per esplorare nuove idee a ruota libera per un breve periodo, oppure può essere molto utile per completare un romanzo già iniziato, cioè scriverne le ultime 50.000 parole, quando la storia è ormai ben definita e c'è solo da finire di metterla giù.
Per altri autori può essere invece un modo per scrivere una primissima stesura di qualcosa che hanno in mente, che poi dovrà essere riscritta in maniera profonda, talvolta stravolta.
Comunque sia il NaNoWriMo è una grandissima esperienza che ogni scrittore dovrebbe provare prima o poi.

Io sono pronta a raccogliere la sfida e iniziare. E voi?
Se vi va, visitate il mio profilo sul sito del NaNoWriMo e tenetelo d'occhio durante il mese. Alla fine vi dirò com'è andata.
 
Di Carla (del 29/10/2012 @ 16:05:18, in Scrittura & Lettura, linkato 1533 volte)

In questi giorni sul blog Bibliomania di Camilla P. è partito lo speciale dedicato a "Deserto rosso - Punto di non ritorno". Si tratta di una serie di tre articoli ispirati o direttamente legati al mio libro.

Il primo (Fase #1: Lancio) è già disponibile nel blog. In esso si parla in generale di Marte, concentrandosi sulle sue caratteristiche, sulla storia dello studio di questo pianeta dalle prime mappe disegnate nel 1800 fino a Curiosity, che si trova adesso sulla superficie marziana, e sulla letteratura, ovviamente fantascientifica, che si è dedicata al pianeta rosso.

Volete saperne di più?
Allora fate clic su questo link o sull'immagine per leggere l'articolo.

Seguirà nei prossimi giorni la seconda fase, che include la recensione del mio libro da parte di Camilla, e poi la terza, che include una mia intervista, che rappresenta così la quarta tappa del mio blog tour.
In questa intervista ci sarà anche qualche piccola anticipazione su "Deserto rosso - Abitanti di Marte", che, come sapete, uscirà il 30 novembre 2012.
A questo proposito ci rileggiamo fra qualche giorno.
Nel frattempo andate su Bibliomania!
 
Di Carla (del 25/10/2012 @ 00:15:34, in Scrittura & Lettura, linkato 1656 volte)


Vi voglio presentare un fumetto di fantascienza, intitolato "Anjce", dell'autrice Miriam Blasich. Parla di una rinata che vive su un'isola di roccia nello spazio e mangia cioccolata in compagnia di una simpatica talpa, mentre cerca il suo grande amore perduto.

Questo fumetto verrà presentato alla prossima edizione di Lucca Comics dalla ProGlo Edizioni e ve ne parlo, perché ho avuto l'onore di scrivere la prefazione all'albo.

È stata decisamente una sorpresa quando Matteo Scaldaferri mi ha contattata a questo proposito. Io scrivo fantascienza, ma sono abbastanza estranea al mondo del fumetto. Poi ho letto "Anjce" e non ho potuto che apprezzarlo.
È una storia spesso ironica, caratterizzata da situazioni bizzarre, ma sempre originali. Insomma si tratta senza dubbio di un bel prodotto.

Facendo clic su questo link o sull'immagine, avrete la possibilità di visualizzare un'anteprima del fumetto, compresa la mia prefazione.
Dateci un'occhiata!
(Aspettate che si carichi tutta la pagina: potrebbe volerci un po').

 
Di Carla (del 16/10/2012 @ 23:16:32, in Scrittura & Lettura, linkato 2118 volte)


 Senza speranza


Non è un romanzo facile, non tanto per una sua difficoltà intrinseca ma piuttosto per le dolorose sensazioni che suscita. Generalmente rifuggo da questo tipo di storie a priori, perché non amo le storie tristi, soprattutto se senza speranza. Ed è proprio così che posso definire questo romanzo, senza speranza. Quel poco di essa, che si affaccia tra le parole in alcuni episodi raccontati, viene inesorabilmente schiacciato da fatti tragici o dall'incapacità della protagonista di uscire dalla negatività, in cui finisce per autoimprigionarsi anche dopo essersi fisicamente liberata di certe catene.
Questa storia, oltre a essere triste e deprimente, ti fa arrabbiare proprio perché sembra crogiolarsi in questi sentimenti negativi. Non c'è un vero tentativo di riscatto.
La narrazione in sé è abbastanza piacevole, soprattutto la parte dedicata all'infanzia e alcuni capitoli dell'età adulta, ma il libro non ti spinge a voltare pagina. Alla fine di ogni capitolo ti viene voglia di abbandonarlo. Solo una volta mi è capitato di iniziare subito il capitolo successivo spinta dalla curiosità (in riferimento alla nascita del rapporto col compagno della protagonista) e lì ho sperato in una virata del romanzo che portasse a un finale confortante, ma poi è arrivata la delusione. La fine raggiunge un vero e proprio apice di tristezza.
La storia è estremamente realistica (probabilmente in parte reale), ma è proprio questo il problema. I romanzi sono finzione. La finzione assomiglia alla realtà, ma non lo è. Non è detto che una cosa reale vada bene in un romanzo. Dovrebbe essere smussata, romanzata, dovrebbe catturarti dalla prima all'ultima parola. Non dovrebbe respingerti. Purtroppo, invece, è quest'ultima la sensazione che ho avuto nel leggerlo.
Peccato.

Una bambina sbagliata su Amazon.it.

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Di Carla (del 09/10/2012 @ 20:50:08, in Scrittura & Lettura, linkato 3269 volte)


Alla continua ricerca di nuovi strumenti per promuovere i miei scritti, mi sono imbattuta nel podiobook, molto utilizzato nel mercato anglofono.
La parola podiobook nasce dall'unione di podcast e audiobook (audiolibro). In pratica si tratta di un podcast nel quale l'autore legge a puntate il proprio libro. Essendo un podcast, è un prodotto gratuito al quale ci si abbona. È talmente diffuso nel mercato anglofono che esistono dei siti specializzati in podiobook, tra cui appunto Podiobooks.com.
Ci si può chiedere come offrire in pratica un audiolibro a puntate gratuitamente possa favorire la promozione del libro, che invece si vuole vendere.
Come tutti questi strumenti, in realtà, il podiobook ha la funzione si aumentare il campo di diffusione della propria opera. È vero che se uno ascolta tutte le puntate difficilmente decide di comprare il libro, ma la loro serialità è la chiave. Se infatti il fruitore, dopo aver ascoltato le prime puntate vuole sapere come va a finire senza dover attendere settimane o mesi, allora comprerà il libro.
Molti autori, invece, propongono in podiobook opere diverse da quelle che vendono in altri formati, compreso il vero e proprio audiolibro, quindi in questo caso si punta principalmente sul promuovere l'autore e non un'opera in particolare.
C'è anche da dire che i fruitori di materiale audio non sempre corrispondono ai lettori, perché ascoltare un libro e leggerlo sono due tipi di intrattenimento molto diversi.
In Italia poi, dove gli audiolibri sono davvero poco diffusi, lo scenario è ben diverso. Qui il podiobook dell'incipit di un libro può funzionare come una sorta di spot audio, che possa incuriosire i veri lettori e spingerli all'acquisto.
Di sicuro, comunque, non fa male tentare questa strada.
Io ne ho creato uno per la prima scena di "Deserto rosso - Punto di non ritorno". Dura appena cinque minuti e in esso ho usato la musica del booktrailer per l'introduzione e un brano di sottofondo dei Polydream (con il loro permesso), intitolato "Catch Me If You Can".
Potete ascoltarlo qui sotto.

"Deserto rosso - Punto di non ritorno" - podiobook 1 di Rita Carla Monticelli

Creare un file del genere non è eccessivamente difficile. Serve un programma per montare le tracce audio (io ho usato una vecchia versione di Cool Edit, ma sono certa che ne esistono anche di gratuiti con funzioni analoghe) e un microfono, magari anche avere una scheda audio decente sul computer aiuta. In pratica sono le stesse cose che possono servire per creare un qualsiasi podcast. La parte più difficile è proprio leggere correttamente il brano scelto.
Una volta che si ha un mp3, un ottimo sistema per condividerlo è Soundcloud. Se poi avete intenzione di continuare con le puntate successive, potete inserire il vostro podiobook su iTunes, esattamente come un qualsiasi altro podcast.
Non so se andrò avanti con quello del mio libro, poiché è solo un esperimento. Ritengo comunque che sia positivo avere sempre qualcosa di nuovo da proporre sul web, per veicolare nuovi lettori verso la propria attività letteraria.
E voi cosa aspettate a creare un podiobook?

 
Di Carla (del 05/10/2012 @ 04:16:08, in Scrittura & Lettura, linkato 3954 volte)
More about Preda


 Nanotecnologie in salsa crichtoniana

 
È difficile recensire un romanzo del "maestro" senza ripetersi, poiché, qualunque sia la storia narrata, tutti i suoi scritti sono caratterizzati da una parte dalla capacità di incollarci alle pagine fino alla fine e dall'altra dal fatto che esplorano un argomento, insegnandoci sempre qualche cosa di nuovo.
Succede anche in "Preda". L'argomento di turno sono le nanotecnologie e il tema dell'esperimento scientifico che sfugge alle mani di chi lo esegue. Quest'ultimo tema non è certo qualcosa di innovativo, ma il taglio con cui Crichton decide di raccontarci la storia è molto particolare.
Quasi tutto il romanzo (a eccezione, se non erro, di una sola scena), infatti, è raccontato in prima persona dal marito della scienziata di turno, che per buona parte del libro si trova di fronte a strane situazioni che non capisce o interpreta in maniera sbagliata, tenendo così viva la nostra curiosità, pagina dopo pagina, e permettendoci di scoprire i fatti insieme a lui. Un approccio questo che aiuta un coinvolgimento completo nella lettura.
Eppure a differenza degli altri romanzi finora letti ho dato "solo" 4 stelline. Il motivo è forse personale: l'argomento dello sciame di nanoparticelle non mi ha entusiasmata del tutto. Non che l'autore non se lo giochi nella maniera migliore. Anzi, tutto il contrario. Gli sciami, così come ce li descrive, fanno davvero paura. Però l'ho trovato un argomento difficile da concepire, soprattutto alla luce degli sviluppi finali della storia, ma anche tutta la parte che definirei di divulgazione, in cui lui ci spiega un po' le frontiere della nanotecnologia (informazioni basate in parte su studi reali confermati dalla bibliografia e cui viene aggiunta un bel po' di speculazione e fantasia), non mi hanno preso. Magari dipende dal fatto che la nanotecnologia, almeno nel modo in cui è stata presentata in questo libro, non mi è parsa molto interessante. È mancata, insomma, per quanto mi riguarda quella parte di divertimento nei libri di Crichton che nasce dall'imparare qualcosa di nuovo, questo perché, non essendo interessata all'argomento, non mi è rimasto molto.
Lui, però, resta comunque per me un saldo punto di riferimento. Mi spiace solo che, una volta finiti di leggere tutti i suoi libri, non ce ne saranno mai più degli altri.
 
 
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Di Carla (del 28/09/2012 @ 06:39:14, in Scrittura & Lettura, linkato 2624 volte)

  Un viaggio sulle onde del tempo
 
Il 2012, oltre a essere l’anno della fine del mondo prevista dai Maya, è anche quello del centenario dell’affondamento del Titanic. Come conseguenza di ciò c’è stata una tendenza molto diffusa tra gli autori a scrivere dei romanzi che in qualche modo si rifanno a questa ricorrenza.
Essendo sempre stata molto affascinata dalle navi (non solo quelle che affondano), non ho potuto fare a meno di scaricare sul mio Kindle alcuni di questi romanzi, che adesso sto leggendo. Il primo che mi è capitato è proprio “Depth of Deception” e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa.
La trama tra realismo e sospensione dell’incredulità è costruita in maniera magistrale. Lo stile dell’autore è estremamente diretto, cosa che facilita non poco la lettura ai non madrelingua, ma non per questo banale. Di fronte alla storia impossibile di una donna, che sembra aver viaggiato nel tempo dalla notte di quella tragedia fino ai giorni nostri (in realtà gli anni ’80), il mio gusto per questo tipo di fantastico si è subito risvegliato. Mi chiedevo come l’autore potesse giustificare un fatto così assurdo, che di pagina in pagina pareva corrispondere a realtà, e allo stesso tempo far coesistere un intreccio così ricco di particolari plausibili e realistici. La curiosità, unita al ritmo coinvolgente della narrazione, mi ha spinto ad arrivare in davvero poco tempo (sono stata costretta a una interruzione solo per via di una vacanza durante la quale non mi andava di portare con me il Kindle) al sorprendente finale, che a mio parere è perfetto. Sarebbe infatti stato molto facile sbagliare proprio questa parte essenziale del libro e rovinarlo del tutto, ma Alexander Galant non l’ha fatto.
È una lettura che consiglio agli amanti delle storie ricche di mistero, che però non disdegnino lasciarsi andare ogni tanto alla semplice accettazione dell’inspiegabile.
Davvero un ottimo libro.
 
 
Di Carla (del 22/09/2012 @ 06:54:22, in Scrittura & Lettura, linkato 5508 volte)

Sono tre gli elementi principali, dai quali scaturisce un buon romanzo o racconto, indipendentemente dal fatto che si tratti comunque di una valutazione soggettiva.
Il primo è l’idea di base, su cui viene creata la storia, cioè quel qualcosa che la rende speciale, possibilmente originale (anche se non è essenziale che lo sia del tutto), ma comunque sempre unica.
Il secondo è lo stile di scrittura, che come le pennellate di un pittore dà colore alla storia stessa portandola alla luce. Esso riguarda l’uso di un determinato linguaggio e il tono con cui questo viene utilizzato. Con stile non intendo, quindi, l’ortografia e la sintassi, che do per scontate.
Il terzo è il modo in cui viene raccontata, cioè tutto l’insieme di tecniche narrative utilizzate nel presentare la storia al lettore, per esempio i punti di vista, i colpi di scena, i flashback, i red herring, i cliffhanger, l’incipit, il finale, il prologo, i punti chiave della trama e tutta una serie di altri trucchi, alcuni dei quali non hanno un nome ben preciso, che intervengono sulla struttura della storia, indipendentemente dall’idea di base e dall’uso della lingua.
Fermo restando che il romanzo ideale dovrebbe avere una buona idea di base, uno stile altrettanto buono e dovrebbe essere raccontato nel modo migliore possibile, di questi tre elementi, a mio parere, il più importante è proprio il terzo.
Pensateci su un attimo.
Supponete di avere un’idea fantastica, a cui nessuno possa resistere. Supponete di scrivere con uno stile impeccabile, fluido, magari musicale, fortemente evocativo, in grado di incantare il lettore.
E supponete, però, di non sapere come usare questi due elementi per raccontarla nella maniera giusta, scegliendo il punto di vista più adeguato, intercalando le scene nella maniera più avvincente, misurando la lunghezza stessa delle scene affinché non siano troppo affrettate né troppo sintetiche, inserendo nel punto giusto elementi della trama che lascino col fiato sospeso, intrappolando il lettore tra le pagine del libro dalle prime righe o lasciandolo soddisfatto quando legge le ultime e così via.
Supponete che vi manchi tutto questo o gran parte di esso. Pensate che il vostro libro piacerà ai lettori? Non credo proprio.
Adesso immaginate di avere un’idea già sentita, per niente originale, di scrivere con uno stile accettabile, ma niente di speciale, ma nonostante tutto questo siete dei veri maestri nella costruzione della storia. Vi destreggiate alla grande tra le varie tecniche narrative, incatenate il lettore dalle prime parole e non lo lasciate fino alla fine. Anzi, appena chiude il libro, soddisfatto, non vede l’ora di leggere il prossimo.
È chiaro che avete tutto quello che serve per farvi amare dai lettori (e magari diventare uno scrittore di successo).
Magari i lettori (e scrittori) un po’ più fini (snob?) storceranno il naso, diranno che siete commerciali. La verità è che la maggior parte dei lettori non sono affatto così ricercati e voi volete raggiungere tutti loro. Be’, la bella notizia è che avete in voi l’elemento più importante che serve per farlo.
I grandi bestseller ci dimostrano che è così. Mi riferisco sia a quelli buoni che a quelli cattivi (secondo un punto di vista come sempre soggettivo). Alcuni di loro potranno contare anche sugli altri due elementi (idea e stile), o almeno sul secondo, ed essere quindi buoni. Altri invece mancheranno totalmente di una buona idea e di un buono stile, o almeno del secondo, e saranno cattivi. Ma tutti o quasi (le anomalie ci sono sempre), chi più chi meno, saranno caratterizzati da una struttura narrativa solida.
Laddove questa manchi del tutto, si avrà uno scritto esteticamente bello, magari con uno spunto unico, ma che fallirà nel tentativo di soddisfare il lettore, che poi è il suo scopo finale. In fondo lo è anche per quelli che dicono che scrivono solo per se stessi, ma che poi pubblicano i loro scritti o comunque li fanno leggere (quindi evidentemente non lo fanno solo per se stessi).
Certo, qualcuno dirà che ci sono esempi del passato di autori che davano un po’ meno importanza allo sviluppo della trama, concentrandosi proprio sullo stile. Mi viene in mente Virginia Woolf, nei libri della quale succede ben poco, ma tutto è narrato tramite il bellissimo flusso di coscienza. In questo caso, però, farei notare che il flusso di coscienza è di fatto una tecnica narrativa (cioè rientra più nel famoso terzo elemento che nello stile in sé). E comunque nessuno di noi è Virginia Woolf o James Joyce, ma soprattutto non viviamo ai loro tempi. I lettori di adesso cercano altro, facciamocene una ragione.
Questa è una riflessione forse banale, ma, se ci pensate, talvolta la si mette un po’ da parte. Si insiste moltissimo sullo stile, sulla proprietà di linguaggio, sulla varietà nell’uso della lingua, ma si perde di vista che lo scrittore deve prima di tutto essere bravo a raccontare delle storie.
Se gli manca questa capacità, tutto il resto è inutile.
Ovviamente, se a questo affianca uno stile originale, in grado di suscitare piacere nella lettura, ma senza prendersi tutta la scena (lo stile migliore è quello che non si nota consciamente, mentre si legge, perché si è troppo presi dalla storia per farci caso sul serio), il risultato sarà un romanzo (o un racconto) coi fiocchi.
Alla fine l’elemento meno importante è proprio l’idea. Se ci fate caso, i libri ci ripropongono di continuo idee trite e ritrite, eppure molti di loro sono ampiamente apprezzati dai lettori. Questo perché l’autore, che sa usare bene il proprio stile e soprattutto le tecniche narrative, ha la capacità di prendere un’idea già sentita e farla sua, ripresentandola al lettore in una versione del tutto nuova, capace di emozionare quanto o anche più della prima volta in cui questa sia stata utilizzata.
Credo, anzi, che gli autori più bravi siano proprio quelli che riescono a sfruttare delle vecchie idee, attirando di conseguenza con facilità i lettori ai quali piacciono, producendo comunque uno scritto in grado di stupire ed emozionare chiunque lo legga.
Ovviamente il discorso è ben più complesso di così, ma il motivo per cui ho deciso di parlarne è perché, sempre più spesso, mi capita di incappare in libri che presentano appunto il difetto di essere mal raccontati. E devo dire che è una cosa che noto molto negli autori italiani. Non a caso, mentre i libri di autori stranieri, ormai di qualsiasi paese, vengono importati con facilità nel nostro, come in tanti altri, proprio perché presentano questo elemento universale di essere ben raccontati (anche qui ci sono molte eccezioni), non è altrettanto facile vedere il fenomeno opposto e, quando lo si vede, ci potete scommettere che si tratta di autori che maneggiano con disinvoltura le principali tecniche narrative.
Il perché di questa mancanza italiana sinceramente non lo so. La riflessione che, però, ne voglio trarre è che, a mio parere, tutti gli scrittori, anche quelli un po’ snob, che vogliano davvero diventare bravi, invece di fossilizzarsi su troppe letture alternative, dovrebbero leggerli questi bestseller e cercare di capire cosa nel modo in cui sono costruiti li rende tali.
Male non fa, anzi, c’è solo da imparare.
 

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