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 Il mare de La Pelosa a Stintino... di Carla
 

"Devi scegliere, Anna: la tua scoperta o la Terra."
Deserto rosso - Nemico invisibile




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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Guest blogger (del 13/02/2014 @ 15:00:00, in Scrittura & Lettura, linkato 3380 volte)


Il guest post di oggi è affidato all'autore Giovanni Venturi, che è già stato ospite di un'intervista (parte 1 e parte 2) in questo blog che risale al 2012. Da allora ha pubblicato altri tre libri. Nell'articolo che segue ci parla di storie a puntate e di libri in serie. E parla pure di me!

Oggi scrivere seguiti e saghe è una cosa normale. I grandi best seller privi di contenuto, ma vendutissimi (per una trilogia in 3 mesi 50 milioni di copie ha dichiarato qualcuno) vengono venduti in cofanetti che raccolgono i volumi, come se si trattasse di serie televisive.

Qualcuno avrà di sicuro comprato “Il miglio verde”, romanzo di Stephen King. Oggi viene venduto come libro unico, ma chi come me segue l’autore da 24 anni a questa parte sa bene che “Il miglio verde” è nato come esperimento. Un romanzo a puntate, 6 per la precisione. Una storia che è stata pubblicata in 6 mesi. Con grande attesa e seguito del lettore. Era il 1995, il 27 ottobre del 1995. Nella prefazione al romanzo King ci parla di come sia nata l’idea del romanzo a puntate. E in questa nota si dice che all’epoca di Charles Dickens era prassi comune e lo stesso Dickens aveva pubblicato molti dei suoi romanzi a puntate.

Adoro quando King (o qualsiasi altro autore) scambia quattro parole con noi Lettori Fedeli e ci narra la genesi di un progetto. Sarebbe quasi quasi IL motivo per pubblicare una storia.

Sempre parlando di King, c’è l’indimenticabile saga de “La Torre Nera” dove il primo libro (L’ultimo cavaliere) esce nel 1989 in Italia, ma era il 1982 negli States. E King, in una nota finale ci spiega che stiamo leggendo il primo episodio di un lavoro molto più lungo. Nel 2004 viene pubblicato il settimo episodio: La Torre Nera. Una storia durata 22 anni. Ricordo di aver letto che una lettrice scrisse a King di essere molto malata e che le restavano pochi mesi di vita. Voleva sapere da Il Re come sarebbe finita “La Torre Nera”, ma neanche Il Re ancora aveva idea del finale. E poi nel 2012 esce un volume extra de “La Torre Nera”: La leggenda del vento, con la solita fantastica prefazione dell’autore.

Poi, sempre parlando di King, c’è l’esperimento The Plant, in ebook, ma all’epoca era un semplice PDF, che l’autore offriva gratuitamente sul web e si aspettava che se uno avesse gradito gli facesse una donazione e se non c’erano sufficienti donazioni nessuno ne avrebbe mai conosciuto il finale e, infatti, molti scaricarono gratuitamente i testi, furono più quelli che presero il PDF senza donare che quelli che donarono. King, come aveva promesso, non ne scrisse mai il finale. Insomma, a King piace scrivere e anche molto, piace ritornare su temi e cittadine (Derry, Castle Rock) create dal nulla.

La domanda che ci si pone è: ha senso creare una storia non autoconclusiva? Ha senso trascinare il lettore per vari mesi/anni su un romanzo? Come si gestisce questa cosa?

In realtà un autore può farsi venire in mente diverse cose. Può pensare da subito di creare una storia dividendola in 4 o 6 parti da pubblicare ogni 3 mesi o ogni anno. Nel caso di King e de “La Torre Nera” era un progetto non ben definito, l’unica cosa certa era il numero di romanzi che componevano il tutto: 7. La scrittura di questa storia delle storie ha impiegato un arco di tempo di 22 anni e, chiaramente, nel mentre King non è che ha scritto solo de “La Torre Nera”, dico in quei 22 anni.

Il problema di un’operazione del genere è la risposta a questa domanda: posso permettermelo? King poteva. King è “Lo Scrittore”, non è uno qualsiasi. Nel caso di un esordiente le case editrici non te lo fanno fare, già è tanto se ti hanno pubblicato. È diverso il caso di trilogie vampiresche o sadomaso, quelle sono state tradotte, sono di proprietà di autori inglesi/americani.

Se è una storia pensata a puntate devo mettermici di tutto impegno a incuriosire il lettore, sennò lo perdo già dalla prima. Non seguirà mai un romanzo a puntate se non si sarà lasciato trascinare puntata per puntata. E non è semplice riuscire. Creare un finale d'impatto per ogni puntate, aggiungere elementi che trascinino sempre di più in una storia.

Un autore indipendente può anche farla una cosa del genere, solo che deve darsi molto da fare, perché diciamocela tutta, se non si trova riscontro nel pubblico chi ci dà la forza per andare avanti e pubblicarla? Perché magari anche se non si pubblica si va avanti, si scrivono tutti i seguiti pensati, però poi manca quello stimolo a rendere il tutto pubblico.

Deserto rosso”, dell’autrice Carla Rita Francesca Monticelli, è un’opera in 4 puntate che ha superato il test di gran lunga. È stata pensata dal principio costituita di 4 parti. Oggi ci ritroviamo con 4 ebook (uno per puntata) e un ebook in cui si raccoglie la storia unica e, in più, un’edizione cartacea.

Quando ho iniziato a scrivere “Le parole confondono” non sapevo molto di dove sarei andato a parare con questa storia, scrivo un po’ come King, scopro le cose scrivendo. A un certo punto mi dissi: “questa storia è molto più lunga di quella che sto presentando”. Andrea Marini è la voce narrante di “Le parole confondono”, poi c’è l’amico Francesco Sacco che aveva, a sua volta, una storia molto interessante da narrare, così mi sono detto (prima che il libro finisse): “Scriverò un seguito dal punto di vista di Francesco”.

Perché, diciamocela tutta, quando un autore entra in sintonia coi suoi personaggi, non vorrebbe più lasciarli andare, ha piacere a stare con loro. Chi non scrive da un bel pezzo non ha proprio idea di questa cosa come funzioni e perché ci spinga a fare ciò che facciamo. E il seguito de “Le parole confondono” c’è. Probabilmente un tantino più lungo del testo precedente. C’è la copertina, c’è il titolo. E avrei iniziato anche un ulteriore terzo volume, ma per il momento l’ho congelato per finire il secondo.

Perché si scrive un seguito? L’ho detto, perché ogni personaggio di un romanzo può ricreare un intero mondo, far vedere la storia da un punto di vista completamente diverso, magari ribaltando ciò che si era letto sotto il punto di vista di un altro personaggio. E, soprattutto, perché può coinvolgere il lettore in una storia completamente nuova. Sarebbe sbagliato narrare esattamente la storia già raccontata cambiando solo il punto di vista senza ricreare un intero mondo, senza aggiungere cose che il lettore non sa.

Non bisogna essere Stephen King per lanciarsi in un’avventura del genere. Alcuni lettori chiedevano di quel personaggio, di quell’altro. Pensate quanti libri si possono scrivere partendo dal cuore di una storia e seguendo tutte le possibili diramazioni.

Possibili diramazioni che, se tenute nello stesso libro, creano un libro game, un prodotto che è gestibile solo in ebook. Le scelte di un personaggio, in base a quelle che sono le curiosità del lettore, portano, in tempo reale, a creare una storia diversa, ma questo è solo un estremo. Lo ripeto di nuovo: pensate quanti libri si possono scrivere partendo dal cuore di una storia e seguendo tutte le possibili diramazioni.

La storia di “Deserto rosso” non termina con la fine della serie, ma è solo la prima parte di un ciclo di libri ambientati nello stesso universo, che darà spazio ad altri personaggi, alcuni già presenti nella serie e altri nuovi.

E poi, se vogliamo, ci sono autori che creano storie con seguito come Lost. Si dice che dovesse concludersi con la terza stagione, poi la ABC rinnovò il contratto per altre tre stagioni e, a quel punto, gli autori dovettero creare nuovi intrecci per altre 45 puntate. E si reinventarono tutto, quasi scrissero un nuovo inizio e da lì, quindi, un nuovo seguito. Una Serie Televisiva come Lost è difficile che nasca di nuovo. È stato qualcosa che resterà nella storia della televisione e la qualità narrativa, i flashback, i flashforward, la struttura, i personaggi, sono rimasti nell’immaginario collettivo come se parlassimo di persone vere.

La scrittura è immaginazione, fantasia e, chiaramente, disciplina, scrittura, riscrittura, taglio di parti inutili che mentre si era all’opera sembravano importanti, aggiunta di elementi che possono rendere migliore un testo, lettura, rilettura, insomma è un lavoro impegnativo e personale. Ogni scrittore ha tematiche e tempi di risposta su un testo che sono diversi, c’è lo scrittore che ha bisogno di 4 anni per completare tutto il lavoro che porta alla pubblicazione e c’è chi può farlo in un anno. E, in ogni caso, diffidate da chi lo fa in 20 giorni e lo dichiara candidamente.



GIOVANNI VENTURI è un ingegnere Informatico che usa/ama/odia Linux. Windows lo ha abbandonato 10 anni fa, una notte che era stanco di soffrire per vedere un banale DVD mentre il sistema si riavviava di continuo sempre nella stessa scena del film. Esprime emozioni viscerali, forti, molto emotive, cambia spesso idea, vorrebbe pubblicare per un grande editore, ma dati i fatti che si verificano quotidianamente crede che la miglior cosa sia scrivere per non pubblicare, come il pittore pazzo del film "Il mistero di Bellavista", di Luciano De Crescenzo, l'arte non si vende, ma si distrugge. Dice continuamente di voler smettere di scrivere e di lasciarlo fare a chi lo sa fare meglio, ma poi si imbatte in pessime storie trovate in libreria e si redime, torna a scrivere e poi se ne pente di nuovo. In bilico tra amore e odio per la scrittura ha pubblicato 8 racconti per un editore romano, senza pagare nulla, e un capitolo di un romanzo a più mani.
Negli ultimi due anni ha pubblicato due raccolte di racconti ("Deve accadere" e "Racconti dall'isola"), un racconto ("Viaggio dentro una storia", disponibile anche in lingua inglese) e un romanzo "Le parole confondono".
Il blog di Giovanni Venturi “Giochi di parole… con le parole”: www.giovanniventuri.com
"Make Your Ebook": www.makeyourebook.me

 
Di Carla (del 11/02/2014 @ 15:00:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2435 volte)

 Una chicca
 
Va detto che si tratta di un raccontino davvero piccolo. L’intero ebook nasce come strumento promozionale e il racconto ne occupa solo un terzo. L’avevo scaricato quando era gratuito. Trovo che farlo pagare, nonostante il valore dell’autore, non sia onesto. Eppure in questo momento è a pagamento, cosa che mi lascia perplessa.
A parte ciò, ci troviamo di fronte a un raccontino davvero geniale sulla possibilità di conoscere il futuro e su come questo possa cambiare il corso delle cose. Personalmente sono rimasta stupita dall’abilità di Hamilton nell’inserire tanti dettagli in un testo così piccolo, conoscendo la tendenza che ha a scrivere storie chilometriche. È riuscito a costruire una storia ben congeniata, abbastanza complessa, che mi ha incuriosito per tutto il tempo di lettura. Non avevo la minima idea di dove volesse andare a parare. E il colpo di scena finale è stato davvero inatteso.
Molto carino.
 

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Attenzione: questo libro è in lingua inglese!

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Di Carla (del 06/02/2014 @ 15:00:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2240 volte)

 Angosciante
 
Premetto che si tratta di un tipo di storia che non avrei mai letto se non mi fosse stato suggerito dall’autore di scaricarla gratuitamente. Se l’ebook fosse stato a pagamento, non l’avrei mai comprato, vista la lunghezza (neanche cinquanta pagine).
Ciò purtroppo ha effetto sul giudizio finale, in quanto non amo affatto questi scenari cupi e la sensazione di depressione sempre maggiore che i personaggi trasmettono, fino alla fine. Una volta terminata la lettura hai voglia di dimenticartene del tutto, perché non ti lascia di certo una bella sensazione.
Probabilmente questo è anche un merito dell’autore, poiché è riuscito a trasmettere al lettore ciò che voleva. Ci è riuscito benissimo con una prosa ottima, molto evocativa, molto curata nei dettagli. Lo stesso ebook è ben formattato. Nel complesso siamo di fronte a un prodotto editoriale davvero buono.
Ma resta il fatto che quando leggo una storia vorrei non deprimermi. È una considerazione del tutto personale, ma questa è di fatto una recensione di gradimento, quindi deve essere personale.
 

L'orfanotrofio (Cronache dalla Città) su Amazon.it.
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Di Guest blogger (del 04/02/2014 @ 15:00:00, in Scrittura & Lettura, linkato 3060 volte)


Per la seconda volta ho il piacere di ospitare l'autore Francesco Zampa, che ha già scritto in queste pagine il guest post "A proposito di sbirri e fiction" ed è stato protagonista di una simpatica intervista. Oggi ci parla del momento in cui si dà vita ai propri personaggi, facendoli parlare.

Non voglio, non posso, insegnare niente a nessuno, ma raccontare la mia breve esperienza di autore, sì. C’è un momento in cui sono diventato tale. Non mi riferisco alla maturazione, alla musa che arriva o altre cose extrasensoriali, quelle sono scelte già avvenute in passato. Mi riferisco proprio a una linea cronologica spartiacque che esiste, è esistita, per chiunque abbia scritto qualcosa, un confine impercettibile ma netto, superato il quale non sono più stato scrittore o aspirante tale ma sono divenuto autore a pieno titolo.
Mi riferisco al momento della creazione del personaggio o meglio al momento in cui il personaggio prende vita. E quando prende vita? Come un neonato, la prima volta che parla! Ricordo il momento in cui mi accingevo a scrivere il mio primo giallo. Quando inizi a scrivere hai già qualcosa dentro che deve uscire, tant’è che alla fine ti senti esausto e, se non svuotato, da rigenerare. Venivo da un’esperienza di racconti brevi in cui la quasi totalità della narrazione era affidata al discorso indiretto. Per quanto il racconto breve sia stato, e lo sia tuttora, un ottimo banco di prova, la mia preparazione e la mia predisposizione me lo facevano affrontare come un tema alle superiori, o qualcosa del genere. C’era il cappello-introduzione, uno svolgimento e la conclusione, forse un messaggio o l’espressione di un’opinione, un’idea, una posizione personale, insomma. I dialoghi erano rarefatti e ridotti al minimo necessario, come in un documentario.
Non è stato così nel momento di affrontare la prima prova “matura”: avevo un’idea chiara e che ideona originale: una ragazza giovane e carina era stata uccisa! Avevo scritto l’incipit così come mi era venuto, tosto e brutale quanto poteva bastare; e il personaggio principale era stato presentato, finalmente come piaceva a me e come lo desideravo io. E allora? Allora, era ora che si facesse sentire, che parlasse! Ho avuto un momento di smarrimento: e che vuole questo? Soprattutto: che dice? Parla lui o parlo io? Ci ho riflettutto un po’, ho pensato a lui. Mi sono distaccato e l’ho immaginato proprio come un’altra persona, non come una mia propaggine. Se l’ho pensato così, ragionerà più o meno così,ecco cosa mi sono detto. E così è stato. Non c’è stato nessun problema, in realtà, perché ho aperto le virgolette e lui ha parlato lì, dalla carta -virtuale- bianca di Word, e non c’è stato bisogno di suggerigli nulla, perché è andato avanti da solo e, subito adulto, ha saputo chi era e come doveva trattare gli altri. Sulla scia, anche gli altri personaggi via via arrivati non hanno avuto problemi, e per tutti c’è stato il momento fatale del primo respiro: da qui hanno proprio preso vita reale. È vero, ci sono personaggi che parlano, da subito, dando del tu al lettore: sono tecniche narrative diverse, ma in entrambe parlano e vivono autonomamente.
Non è la storia che abbiamo in mente, in realtà la storia del personaggio? Ecco perché credo che dare vita a un personaggio non sia soltanto una bella frase o un luogo comune: ma ciò che rende lo scrittore effettivamente autore.

FRANCESCO ZAMPA (1964) vive e lavora in Umbria. Appassionato di cinema, fumetti e libri, è autore di gialli e thriller.
Ha già pubblicato una graphic novel nel 2010, “Calciopoli ovvero l’Elogio dell’Inconsistenza” e ha scritto alcuni racconti che hanno per protagonista il maresciallo dei carabinieri Franco Maggio, uno dei quali, “Destinatario Sconosciuto” è stato pubblicato in una raccolta nel Giallo Mondadori.
Il maresciallo Franco Maggio è protagonista anche del suo romanzo d’esordio, “Doppio Omicidio per il Maresciallo Maggio”, della raccolta di racconti “C'è sempre un motivo, Maresciallo Maggio!” e del suo ultimo romanzo “Gioco pericoloso, Maresciallo Maggio!”.
 
Visitate il suo blog “I Racconti del Maresciallo Maggio”: http://ilmaresciallomaggio.blogspot.it/
Trovate Francesco anche su Facebook: http://www.facebook.com/MarescialloMaggio
Infine date un’occhiata al suo profilo su GoodReads: http://www.goodreads.com/Zipporo
 
Di Carla (del 01/02/2014 @ 00:30:20, in Scrittura & Lettura, linkato 2337 volte)

 Storia mediocre, prodotto editoriale scadente
 
C’è da dire che si tratta di un prodotto di edicola rivolto probabilmente a un pubblico giovane (o almeno è ciò che mi auguro), ma ciò non lo giustifica. La storia non offre grandi spunti, ma ciò che la rende davvero poco godibile è la scarsa qualità della traduzione, fatta in qualcosa di molto lontano dall’italiano. Il testo è inoltre pieno di refusi. La trama è semplicistica, ma in linea col tipo di prodotto: mutanti, eroi, poteri psichici, finale scontato. Forse, se fosse stato tradotto in maniera più decente, l’avrei apprezzato di più come lettura da spiaggia, ma il modo in cui è scritto a volte dà proprio sui nervi.
Migliore sotto certi aspetti il racconto in fondo al libro, scritto sicuramente meglio (l’autore è italiano, quindi nessuna traduzione) e abbastanza divertente nel suo essere un po’ maschilista. Nonostante ciò l’ho trovato un po’ troppo sopra le righe, troppo surreale per essere preso sul serio anche come racconto umoristico.
 
Supermutante su Amazon.it (usato).
 

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Di Carla (del 19/01/2014 @ 22:34:06, in Scrittura & Lettura, linkato 2279 volte)

 Cuori infranti… in serie
 
Dopo il romanzo “Un patto con una sconosciuta” e la novella “Gemelle incompatibili”, Martina Munzittu si cimenta in una storia rosa più classica, in cui i patimenti sentimentali delle protagoniste sono però sempre affiancati dall’ironia tipica dei suoi scritti, cui si aggiungono elementi drammatici sapientemente misurati. Ma la vera peculiarità di questa novella (anzi, quasi un romanzo breve) è che si tratta a tutti gli effetti dell’episodio pilota di una serie.
Ma andiamo per ordine. Le vicende narrate ruotano intorno a una sorta di associazione di mutua assistenza fra donne (e uomini) con problemi amorosi fra i più disparati, fondata da Nonna Pina, un’italiana trapiantata a Londra, e chiamata “Il Rifugio dei Cuori Infranti”. La serie ha uno sviluppo di tipo episodico, vale a dire che nell’ambito di una puntata vengono seguiti due “casi” che vengono risolti prima della sua fine. Allo stesso tempo esistono delle sottotrame che sospetto verranno sviluppate nel corso dei prossimi episodi. Inoltre verso la fine compare un nuovo personaggio, che anticipa l’episodio successivo. Il format è senza dubbio perfetto. Le due storie vanno avanti in parallelo, con un ritmo abbastanza sostenuto, costringendo il lettore, anche grazie allo stile leggero e coinvolgente della Munzittu, a girare una pagina dopo l’altra, finché non arriva alla conclusione. Il tutto è infarcito da elementi ironici, che strappano più di una risata, e altri più seri che spingono alla riflessione. Sullo sfondo la Londra odierna, scorci di vita quotidiana e location ben conosciute.
Il risultato soddisfa appieno le buone premesse. In questo episodio in particolare, intitolato “Tradimento”, si affronta questo tema molto comune in ambito sentimentale da due prospettive ben diverse, addirittura opposte, ma sempre in maniera misurata e convincente, grazie alla sensibilità dell’autrice che riesce ancora una volta a farci divertire e un po’ anche arrabbiare insieme ai suoi personaggi.
La brevità, se da una parte penalizza l’approfondimento delle storie e dei personaggi, ha dalla sua il fatto che permette al lettore di non dover attendere troppo per vedere soddisfatta la sua curiosità su come andrà a finire e nel contempo lo lascia col desiderio di leggere nuove storie come questa.
 
 
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Di Carla (del 10/01/2014 @ 01:08:01, in Scrittura & Lettura, linkato 4161 volte)

Non è un segreto che la maggior parte dei lettori siano donne e non è un caso quindi che i generi più letti siano quelli amati dalle donne. Non parlo solo di romanzi rosa o erotici o della cosiddetta narrativa femminile in generale, sarebbe troppo facile. In realtà il genere più letto in Italia, anzi in tutto il mondo, è senza dubbio il thriller e, sì, le donne divorano i thriller. È un genere talmente trasversale che raccoglie lettrici di qualsiasi tipo. Lo so anche perché ne faccio parte.
 
Ma la fantascienza?
Tradizionalmente la fantascienza viene considerata un genere maschile. I motivi sono vari e affondano probabilmente le proprie origini nella cosiddetta fantascienza classica, caratterizzata da protagonisti maschili, storie che affrontavano grandi tematiche socio-politiche e ovviamente la scienza. Per quanto la fantascienza sia da sempre considerata un genere di intrattenimento, di fatto molti di questi libri sono abbastanza difficili da affrontare, chi non è interessato a certe tematiche potrebbe persino annoiarsi.
Ma ovviamente c’è sempre stata anche l’altra faccia meno impegnata di questo genere, quella spesso legata ai prodotti di edicola (benché in edicola si trovassero anche quelli che poi sono diventati classici!), caratterizzati da tanta azione, dialoghi improbabili, alieni cattivissimi e così via. Intrattenimento puro, spesso rivolto a un pubblico giovanissimo maschile, che non aveva in sé praticamente nulla che potesse piacere alle donne.
 
Comunque la si guardi la fantascienza in passato non ha mai avuto un gran numero di estimatrici donne, per quanto si possano nominare diverse autrici di questo genere.
Ma perché la presenza di tematiche più o meno impegnate o quella di elementi come l’azione e l’avventura sono sufficienti ad allontanare le lettrici? In realtà non sono questi elementi il vero problema, bensì la mancanza di altro.
 
Spesso i romanzi di fantascienza del passato mancavano di un aspetto fondamentale che invece è il fulcro della narrativa attuale (compresa quella fantascientifica): dei personaggi reali intorno ai quali veniva costruita la storia.
Io sono convinta che un libro che si basi sui personaggi, sulla loro umanità e sulla capacità di creare empatia tra essi e il lettore, qualunque sia il genere, possa essere apprezzato da chiunque (o quasi), sebbene porti con sé tematiche complesse o che il lettore in questione non troverebbe normalmente interessanti. Anzi, il lettore profano di tali tematiche, ancorandosi ai personaggi, potrebbe scoprirle (o riscoprirle) e magari finire per apprezzarle.
 
La fantascienza di oggi non è più come quella di una volta. In essa si possono trovare delle storie che funzionano a prescindere dal fatto che siano ambientate in un contesto fantascientifico, perché appunto si fondano sui personaggi. Nonostante ciò nel nostro Paese la fantascienza è ancora considerata un genere di nicchia (al contrario di come avviene all’estero) e sospetto che ciò sia dovuto al fatto che non è riuscita ancora a convincere le donne, che costituiscono la maggior parte dei lettori, di essere un genere che fa per loro.
È un problema non da poco per chi come me, donna, scrive fantascienza, raccontando delle storie basate sui personaggi, addirittura con una protagonista femminile, mettendo a nudo la sua emotività (ma anche quella dei personaggi maschili), parlando di sentimenti e, sì, di amore, e allo stesso tempo infarcendo la trama di azione, elementi thriller (sì, perché le mie storie sono prima di tutto dei thriller), avventura, scienza e tecnologia descritte in maniera accurata e allo stesso tempo non pesante, argomenti di natura sociale (come l’intolleranza verso il diverso). Una miscela complessa che contiene elementi appetibili sia per il lettore uomo, in particolare l’appassionato di fantascienza, che è di solito molto esigente, che per la lettrice donna, non necessariamente esperta del genere.
 
Eppure la maggior parte dei miei lettori credo proprio che siano uomini e certe volte mi pongo il problema di come arrivare a loro: le lettrici.
Una soluzione vera e propria non l’ho trovata, ma col passare del tempo noto con piacere che, complice il passaparola, qualche lettrice al di fuori della cerchia degli amanti del genere approda alla mia serie, “Deserto rosso”, e la apprezza, spesso stupendosi (addirittura!) di aver trovato tutto questo nei miei romanzi di fantascienza.
 
Prima o poi riusciremo a togliere alla fantascienza questa fastidiosa etichetta di essere “di nicchia” e “maschile” e far capire ai lettori, uomini o donne, che quello scientifico il più delle volte è solo uno spunto, un contesto, nell’ambito del quale si muovono personaggi vivi in cui immedesimarsi, capaci di farci commuovere e talvolta addirittura innamorare?
Io non perdo la speranza.
 
Di Carla (del 02/01/2014 @ 01:22:43, in Scrittura & Lettura, linkato 1736 volte)


Eccoci di nuovo al classico post in cui tiro le somme dell'anno passato ed elenco i propositi per quello appena iniziato.
Iniziamo proprio da quelli del 2013 e vediamo un po' come me la sono cavata.

Rileggendo la lista, che trovate qui, scopro che soltanto uno non è stato portato a termine, cioè il numero 3 'Finire l'editing de "L'isola di Gaia"'. Effettivamente era un proposito un po' difficile da completare, considerando tutti gli altri, ma soprattutto era il meno urgente. Non ho terminato l'editing de "L'isola di Gaia", ma ho comunque completato la seconda stesura e sono assolutamente in linea con la tabella di marcia, che mi permetterà di pubblicarlo entro il 30 novembre 2014.

Devo dire che gli altri invece sono stati un successo:
- ho scritto e pubblicato gli ultimi due episodi di "Deserto rosso", un ad aprile ("Deserto rosso - Nemico invisibile") e l'altro a settembre ("Deserto rosso - Ritorno a casa");
- ho ripubblicato l'intera serie in un unico volume, sia in ebook che in cartaceo, in tempo per Natale;
- ho iniziato la traduzione in inglese di "Deserto rosso", anzi, conto di terminare presto il primo episodio;
- ho continuato a studiare il mercato anglofono, iniziando a sviluppare il mio blog in inglese;
- ho partecipato e vinto il NaNoWriMo, grazie al quale ho completato la prima stesura del romanzo "Affinità d'intenti" (un action thriller);
- ho scritto almeno 150 mila parole, anzi, ne ho scritte ben 220 mila! Qui sono stata davvero brava;
- ho letto 50 libri. Ammetto di aver barato un po', inserendo libri corti e contando anche i libri che ho pubblicato. Ma non si può certo dire che non li abbia letti;
- infine mi ero riproposta di vendere almeno il doppio degli ebook del 2012 (500) e qui è stato un successo totale, perché nel 2013 ho venduto oltre 2700 copie, cioè ho più che quintuplicato tale traguardo.
Non posso che essere molto soddisfatta.

Vorrei spendere in particolare due parole in più riguardo alla serie di "Deserto rosso", che mi ha accompagnato per questi due anni e che con grande malinconia ho chiuso con "Ritorno a casa".
Scrivere e pubblicare una serie di fantascienza di quattro libri in poco più venti mesi, interagendo nel contempo con tutti i voi, è stata un'esperienza fantastica. I personaggi (Anna fra tutti, ma non solo lei) sono diventati miei (e vostri) amici, hanno fatto parte della mia quotidianità. In questo momento mi sembra difficile, se non impossibile, immaginare di creare in futuro un legame altrettanto stretto con altri personaggi di un'altra serie. È anche vero che, sebbene "Deserto rosso" sia terminato, lo stesso non vale per la loro storia e troveremo alcuni di loro in altri libri del ciclo dell'Aurora, ma credo che sentirò per sempre un affetto particolare per questa avventura marziana, per l'intensità con cui l'ho vissuta e per come ha segnato l'inizio di un mio impegno più serio come scrittrice e autrice, e anche come appassionata di esplorazione spaziale, soprattutto di Marte.

A tutto ciò sopra elencato devo poi aggiungere che nel 2013 ho tradotto il romanzo "Amantarra" di Richard J. Galloway, che adesso è disponibile in versione italiana su Amazon e iTunes (presto anche su Kobo). Questo risultato, che non era affatto previsto all'inizio dell'anno, mi ha permesso di diventare a tutti gli effetti una traduttrice letteraria. Spero di ripetere presto un'esperienza simile. Di certo tradurrò i prossimi due libri di Richard, appena saranno pronti.

Infine tra i risultati raggiunti nello scorso anno devo senza dubbio annoverare la bellissima esperienza di partecipare come relatore all'evento COM:UNI:CARE Live Conference presso l'Università di Salerno, durante il quale ho parlato di self-publishing.
Vorrei avere più tempo da dedicare a questo tema, per permettere a tutti gli autori indipendenti e a coloro che vogliono diventarlo di avere un maggiore accesso a tutte quelle informazioni che possono tornare loro utili per creare dei prodotti editoriali di qualità. Come dimostrano ampiamente i nostri colleghi internazionali, i self-publisher hanno la potenzialità di crearsi un proprio spazio professionale e con un elevato standard di qualità nell'ambito del mercato editoriale, e vorrei riuscire a dare un mio contributo affinché sempre più di loro ci riescano.

Nel corso di quest'anno ho migliorato e ampliato le mie conoscenze nei confronti di questo mestiere e sono diventata un'autrice indipendente più consapevole e preparata. Il mio essere self-publisher assorbe più del 50% del mio tempo e ciò che spero di fare nel prossimo anno è gettare le basi per rendere questo mio impegno una fonte di guadagno un pochino più sostanziosa.

A questo punto non mi resta che parlare dei propositi veri e propri per il 2014.
Eccoli qui.
1) Completare l'editing e pubblicare "Il mentore" entro la primavera 2014.
2) Fare la terza stesura (che sarà una riscrittura), fare l'editing e pubblicare "L'isola di Gaia" entro il novembre 2014 (in tempo per Natale).
3) Partecipare e vincere il NaNoWriMo 2014. Non ho ancora deciso se lo sfrutterò per scrivere un altro romanzo di circa 50 mila parole o per iniziare la prima stesura di un romanzo più lungo, come per esempio "Ophir", il terzo del ciclo dell'Aurora, che comprende già "Deserto rosso" e "L'isola di Gaia".
4) Terminare la traduzione in inglese di "Deserto rosso" e pubblicarne almeno i primi due o tre episodi. Il massimo sarebbe riuscire a pubblicare tutti e quattro gli episodi entro Natale, ma non sono ancora certa di riuscirci.
5) Sviluppare la mia piattaforma da autrice nel mercato anglofono, preparando un piano di marketing e mettendolo in pratica, possibilmente con successo.
6) Leggere almeno 52 libri, cioè in media uno la settimana.
7) Per quanto riguarda il numero di parole da scrivere in un anno, mi piacerebbe rimanere almeno sulle 200 mila, ciò significherebbe vincere il NaNoWriMo e riscrivere "L'isola di Gaia". Ma so che è molto difficile che io riesca a non scrivere nulla di nuovo fino al prossimo novembre. L'unico problema è il tempo. Eventualmente potrei pensare di partecipare al Camp NaNoWriMo a luglio e aggiungere altre 50 mila parole. Mi riservo di deciderlo più avanti.
8) Infine veniamo alle previsioni di vendita. Sarei perfettamente felice di riuscire a vendere altre 3000 copie. Non ho idea di come andranno le cose sul mercato inglese ed è difficile fare previsioni, ma con cinque titoli all'attivo e almeno altri due sempre in italiano che usciranno nel corso dell'anno dovrei come minimo ripetere i buoni risultati del 2013, in teoria. Mi rendo conto che vendere dei libri a 89 centesimi (e talvolta anche meno) è molto più facile che con prezzi ben sopra l'euro, come sarà sicuramente "L'isola di Gaia", ma staremo a vedere.
Spero vivamente che la realtà dei fatti mi stupisca anche quest'anno!

Cosa ne pensate?
Credo che questa lista sia ancora più impegnativa di quella dello scorso anno, ma l'esperienza fatta negli ultimi dodici mesi mi ha insegnato davvero tanto. L'aver fatto più di ciò che avessi previsto (come per esempio la traduzione di "Amantarra") mi rende fiduciosa sui risultati che potrò aspettarmi per il 2014.
Si tratta ancora una volta di una sfida che sono pronta a raccogliere, ben sapendo che potrò in qualsiasi momento decidere di cambiare o sostituire qualcuno di questi propositi.
So per certo che per raggiungere certi risultati avrò bisogno anche quest'anno del vostro sostegno. Siete voi, amici, collaboratori e lettori, che mi motivate ogni giorno a portare avanti questa mia piccola impresa editoriale e che mi ricordate perché amo tanto scrivere.
Insomma, vi terrò aggiornati!

E adesso veniamo a voi. Siete riusciti a realizzare i propositi espressi lo scorso anno? Quali sono i vostri propositi per il 2014?

 
Di Guest blogger (del 28/12/2013 @ 18:10:49, in Scrittura & Lettura, linkato 4044 volte)


Oggi il mio blog ospita Viola Veloce, autrice indipendente del bestseller "Omicidi in pausa pranzo", che ci racconta un po' degli esperimenti fatti per pubblicizzare i suoi libri.

Nessuno può predire con certezza se un libro venderà poco o tantissimo. Persino le case editrici fanno errori a volte fatali, quando danno un anticipo molto corposo per pubblicare un autore che negli Stati Uniti ha venduto un milione di copie, mentre da noi ne piazza tremila.

Only God knows se un libro andrà bene o meno, anche se un fattore predittivo importante è quanto una casa editrice – o un self publisher – sono disposti a spendere in ADV, e cioè in pubblicità.
La pubblicità è quella cosa onesta per cui paghi qualcuno perché metta in vista il tuo prodotto – un libro, in questo caso – da qualche parte. Sulle pagine di un giornale, su un sito online, eccetera.
Trovo onesta la pubblicità perché non c’è niente di male a dire: “Ehi, comprami! Sono qui, se mi vuoi!”.
 
Arrivo finalmente al punto: la differenza tra un editore “tradizionale” e un self publisher.
Un editore tradizionale dispone infatti di grosse somme da destinare alla pubblicità e quindi è in grado di far sapere al pubblico che è stato stampato un determinato libro.
Gli stessi punti vendita fisici sono di per se stessi canali pubblicitari molto efficaci. Se davanti all’ingresso di una libreria, c’è una pila di libri con una bella copertina colorata, è molto probabile che ti venga voglia di comprarne uno, solo perché l’hai VISTO.
I self publisher invece non hanno grandi somme a disposizione per l’ADV e partono quindi svantaggiati.
È difficile che riescano a far sapere che hanno autopubblicato un ebook o un libro cartaceo e l’hanno messo in vendita su una piattaforma online.
Sono infatti contraria ai puristi del self publishing che ritengono che un libro debba camminare solo sulle proprie gambe o gambette che siano.
Trovo anzi molto divertente cercare di utilizzare gli strumenti di ADV online che sono oggi accessibili sul web. Non li cito perché non voglio sembrare una marchettara, ma posso dire di aver imparato da utilizzare delle piattaforme di ADV online piuttosto complesse, con mio grande divertimento.
 
La differenza tra un self publisher e una casa editrice tradizionale sta quindi anche nel fatto che il self publisher probabilmente si costruirà da solo la sua mini-campagna online, mentre invece la casa editrice si rivolgerà a un'agenzia, che caricherà anche i propri costi su quelli degli acquisti di spazi pubblicitari.
Naturalmente spendere 100 euro di ADV è diverso che spenderne 200.000, visto che sono queste le grandezze di spesa che normalmente distinguono i self publisher dalle case editrici.
 
Per quanto mi riguarda, ho fatto molte sperimentazioni sull’ADV, costruendo anche un sito che era esclusivamente dedicato all’advertising di uno dei miei libretti.
Il sito però, VENDETTA ROSA, non ha avuto un grande successo, perché il libro a cui era collegato – MARITI IN SALSA WEB – non sembra averne tratto grossi benefici. Forse la copertina è sbagliata, e sto pensando di cambiarla.
Mentre invece il libro sul quale ho fatto meno investimenti (stiamo sempre parlando di pochissime centinaia di euro) è quello che funziona meglio: OMICIDI IN PAUSA PRANZO.
 
La conclusione è quindi abbastanza sconfortante (ma non solo per i self publisher, anche per gli editori): l’ADV è una condizione necessaria ma non sufficiente.
Esistono libri per i quali sono stati fatti enormi investimenti pubblicitari ma che hanno venduto poco, e libri che invece sono riusciti a scatenare reazioni di tipo “virale” – il passaparola – e che hanno venduto molto.
Neanche Hari Seldon sarebbe stato quindi in grado di fare previsioni ESATTE su quante copie venderà un libro. 

Non solo per quanto riguarda quelli pubblicati da noi self publisher ma anche per quelli delle case editrici….

 


 

Chi è VIOLA VELOCE?
Detesto quelli che ti raccontano tutto: com’erano simpatici i nonni, come sono ancora stronzi la mamma e il papà, e gli orribili o meravigliosi  - scegliete voi – ricordi delle vacanze di quando erano bambini.
Ma le “due note bio” ci vogliono sempre.
Ecco le mie: donna, impiegata, single di ritorno, figlio alle medie. Punto.
Quando torno a casa la sera, dopo l’ufficio, metto un po’ a posto, cucino qualcosa, infilo i piatti sporchi in lavapiatti, e poi faccio i compiti con Tommaso.
Studiamo  l’impero carolingio,  le figure retoriche, i settori produttivi della Calabria: quella specie di macedonia confusa che sono i nuovi programmi delle  medie. Poi, quando abbiamo finito, mi attacco al PC.
Dove vado alle undici di sera, a Milano? E il ragazzino, lo lascio da solo? Certo che no.
Basta, non ho altro da dichiarare.



Tutti i libri di Viola Veloce sono disponibili su Amazon.
Visitate il suo sito: Omicidi in pausa pranzo.


 
Di Guest blogger (del 24/12/2013 @ 16:57:33, in Scrittura & Lettura, linkato 2970 volte)

Photo: Mr Tickle - Wachoo Wachoo Tribe CongressmanÈ con grande piacere che vi presento questo guest post di Richard J. Galloway, autore di "Amantarra", riguardo alle storie che possono nascondersi dietro dei semplici oggetti.

Stavo rovistando tra alcune vecchie scatole in garage l’altro giorno, quando mi sono imbattuto in una raccolta di oggetti della mia infanzia. C’era una conchiglia col guscio leopardato, che era stata comprata per me alla fine del 1960 mentre eravamo in vacanza. I miei ricordi della vacanza sono lacunosi; brevi istantanee di una settimana di sole all’età di nove anni. Mi ricordo che faceva molto caldo, così caldo che l’asfalto sui marciapiedi era abbastanza morbido da poterci scavare con un bastone. Ho guidato la mia prima barca a motore, e ho ricevuto il mio primo paio di occhiali da sole. Il guscio era un oggetto semplice e niente di speciale, ma per me era una chiave per alcuni ricordi molto personali.
C’erano altre cose nella scatola.
I resti di un set da dama che mi era stato dato quando avevo dieci anni. Solo la scacchiera e alcuni dei pezzi erano rimasti. Il set era molto vecchio quando mi era stato regalato. I quadrati rossi e gialli sulla scacchiera erano rovinati dal tempo e dall’uso. Le pedine erano fatte di una sorta di resina indurita, di colore nero o bruno-rossastro. Per qualche motivo ho sempre associato quelli neri al mal di testa. Trovare il set mi ha ricordato di come l’ho ricevuto, e chi me l’ha regalato.

Mio padre era un elettricista. Oltre a lavorare nelle acciaierie ha fatto gli impianti elettrici di molte case. Di tanto in tanto mi portava con lui come topo dei cavi ufficiale. Essendo piccolo, potevo stare sotto le assi del pavimento, il che significava che avrei potuto far andare i cavi negli angoli più remoti delle camere. Non era un lavoro da schiavi, era un’avventura sotterranea a pagamento. Una volta, mentre strisciavo in uno spazio angusto tra le pareti alveolari, il che significava che doveva zigzagare avanti e indietro per la stanza per raggiungere l’angolo più lontano, ho incontrato un idraulico proveniente dall’altra parte e sono dovuto tornare indietro. A volte era davvero affollato laggiù.
Il vecchio cui stavamo facendo l’impianto aveva un’ottantina d’anni, e ci mostrò un pianoforte che era in una delle camere al piano superiore.
“Ho chiesto a mio figlio di aiutarmi a portare quel pianoforte al piano di sopra dieci anni fa” il vecchio ci disse. “Ha detto che era troppo pesante per essere sollevato e che avrebbe dovuto chiedere l’aiuto di alcuni traslocatori. Gli ho detto: non ho intenzione di pagare delle persone. Lo farò io stesso.”
“Davvero?” chiese a mio padre, non credendo veramente che un uomo, che all’epoca aveva settant’anni, avrebbe potuto portare il pianoforte al piano di sopra da solo.
“Scommetto che non riuscite a immaginare come ho fatto.”
Io ho suggerito che si trattasse di una magia, ma il vecchio aveva ragione, non ne avevamo proprio idea.
Il vecchio era stato nella marina mercantile dal 1890, e aveva iniziato il suo apprendistato a quattordici anni su un alto veliero. Non era molto più grande di me in quel periodo.
“Non avete vissuto fino a quando siete stati tra il cordame di un veliero mentre doppiavate il Capo di Buona Speranza durante una tempesta,” disse.
Esperienze come questa avevano tolto all’uomo qualsiasi paura dell’altezza e senza dubbio avevano migliorato la sua presa, ma era quello che aveva imparato a bordo della nave che gli aveva permesso di spostare il piano di sopra. Per lui la soluzione era semplice: aveva usato un paranco per trasportare lo strumento al piano di sopra.

Trovo ancora questa storia impressionante e di ispirazione, ma non è il motivo per cui l’ho raccontata. Il punto è che non avevo pensato al vecchio e al suo pianoforte, fino a quando non ho trovato il set da dama che mi aveva dato. È la storia che sta dietro l’oggetto a essere importante per me. Mentre scrivo, mi guardo intorno e osservo le decorazioni della stanza. C’è una storia dietro ognuna di esse. Ognuna è una chiave che mi lega a eventi che riguardano il modo in cui l’ho ottenuta.

Il mio libro “Amantarra” è iniziato come una storia su come ho ricevuto un orologio d’argento per taschino. In una certa misura, la trama del libro è vera per quanto riguarda l’evento reale, ma io sono appassionato delle storie nascoste. Mi piace prendere ciò che appare e crearne delle spiegazioni fantastiche. Colpi di scena alternativi al posto dell’ovvio. La svolta nella storia dell’orologio è diventata il catalizzatore di una storia molto più grande, e l’attenzione passa dalla orologio al personaggio principale, Amantarra. Ciò ha portato alla nascita di Valheel, una città costruita all’interno di una sfera, la creazione di Elleria, la morte dell’immortalità, e un secondo libro.
Non sento lo stesso attaccamento per gli oggetti in un negozio, o anche oggetti appena acquistati. Gli oggetti diventano personali solo quando conosco la storia che sta dietro di essi, o dopo che hanno generato un po’ di storia, sia che la storia sia reale o immaginata. Ho ancora l’orologio che il mio prozio mi ha dato quando avevo otto anni. È al piano di sopra in una scatola da scarpe, in attesa che Elleria arrivi per attivarlo.

 


 


Cresciuto tra vicino alle industrie del nord-est dell'Inghilterra con Star Trek, Doctor Who e romanzi fantasy, RICHARD J. GALLOWAY si è ribellato contro il destino segnato dalle scuole frequentate, secondo cui il lavoro industriale sarebbe stata la sua vocazione. Dopo aver esaurito l'unica opzione apparente, il suo insegnante era disperato. "Se non vuoi lavorare nelle acciaierie, dove vuoi lavorare?" La sua risposta era sempre: "Non lo so." Il settore in cui sarebbe finito non si concretizzò che dieci anni dopo. Nessuna meraviglia che il suo insegnante si preoccupasse. Dalla scuola, tramite lo studio di disegno e di architettura, alla fine si è trovato a lavorare con i grandi sistemi informatici.
Carriera a parte, il filo che ha legato tutto insieme è stata la fantasia. Non ha mai perso la sua fascinazione per le immagini che una buona storia possono evocare. Dopo tutto, gli aveva mostrato dei mondi al di là di questo, e le possibilità al di là delle acciaierie. E continua a farlo.
Richard vive ancora nel nord-est dell'Inghilterra con la moglie, la famiglia, e un grosso gatto chiamato Beano. L'industria pesante si è ridotta, ma il mondo della fantasia di Richard è cresciuto. Spesso si chiede quale consiglio avrebbe ricevuto se il suo insegnante avesse letto un po' di fantascienza.

Amantarra è il primo romanzo di Richard.

Visitate il suo sito web italiano: www.richardjgalloway.eu

 

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