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 Malta... di Carla
 

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\\ Blog Home : Storico : Scrittura &amp; Lettura (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 01/04/2015 @ 22:02:44, in Scrittura & Lettura, linkato 1481 volte)

Quest’anno ho intenzione di scrivere tanto. Me lo sono ripromessa visto che nel 2014 ho vissuto di rendita. Mi sono dedicata a revisionare e riscrivere romanzi già scritti, per poi pubblicarli, e a tradurre la serie di “Deserto rosso” in inglese.
 
Ma adesso è arrivato il momento di tornare a scrivere e il modo migliore per farlo è proprio partecipare a un’edizione del Camp NaNoWriMo, quella che inizia oggi e finisce il 30 aprile.
Il romanzo che scriverò s’intitola “Per caso”. È un thriller fantascientifico che rientra nel sottogenere della space opera.
 
“Per caso” racconta del ritrovamento casuale di un’astronave, chiamata Chance, data per dispersa da lunghissimo tempo. La Chance viaggiava dalla Terra alla colonia umana sul pianeta Thalas, ma, poco tempo dopo essere uscita dal tunnel subspaziale ai margini del sistema stellare, ha smesso di comunicare e nessuno ha più saputo che fine avesse fatto. Al suo interno trasportava trecento persone in criostasi, ma ora solo tre capsule sono ancora funzionanti.
Che cosa è accaduto a bordo della nave?
Solo gli unici tre passeggeri sopravvissuti potrebbero rispondere a questa domanda, ma sono rimasti in sonno criogenico per troppo tempo e l’equipe medica di Doc (il protagonista) non riesce a svegliarli.
 
E adesso tocca a me. Stanotte inizierò a scrivere e cercherò di portare a termine almeno 50 mila parole in 30 giorni. Non so se saranno sufficienti a completare il romanzo. Questo lo scoprirò durante il mio viaggio.
 
Di Carla (del 31/03/2015 @ 15:10:01, in Scrittura & Lettura, linkato 2337 volte)

 Primo di una serie di libri unici
 
Ho deciso di leggere questo libro proprio perché è il primo di una serie. Speravo di trovare un ottimo autore e un ottimo personaggio, in modo da potermi poi godere il resto della serie.
Devo dire che questa aspettativa è stata poi delusa. Lee Child è un buon autore e Jack Reacher è un fantastico personaggio, ma questo romanzo termina in maniera definitiva. Non lascia in sospeso neanche un piccolo dettaglio che riguardi il personaggio, non esiste alcuna apparente sottotrama da dipanare in quelli successivi. In altre parole, non c’è alcun motivo per cui, nonostante mi sia piaciuto molto, io mi debba sentire minimamente interessata a leggere i molti altri di questa serie. E a mio parere questo è un grosso difetto, anche perché, con tutti i libri che esistono sul mercato, credo proprio che questa storia di Jack Reacher mi sarà più che sufficiente per lungo tempo, se non addirittura per sempre.
Posso tranquillamente passare ad altro.
Ma nel giudicare questo romanzo ho deciso di ignorare questa pecca, ho deciso di fingere che mi ci sia avvicinata come se fosse un romanzo unico e non l’inizio di una serie di altri libri che hanno location e trame completamente diverse (ho letto rapidamente le descrizioni a fine volume). Voglio fingere di credere che il mondo di Jack Reacher finisca alla fine dell’ultimo capitolo con quella minuscola, ma finta, porticina aperta con cui si conclude. Voglio ignorare anche quello stesso capitolo, tutto raccontato o addirittura riassunto, in cui l’autore si affretta a chiudere la vicenda e a chiarire col lettore che la serie sarà fatta di episodi separati che avranno come unico elemento comune un personaggio che vaga per gli Stati Uniti ed è felice del suo vagare. Voglio ignorare che si tratti di un personaggio statico, che non evolverà durante la storia, non lo farà mai, ma stranamente ovunque vada si trova in mezzo ai guai, dai quali è destinato a uscirne sempre vivo, lasciandosi dietro una lunga scia di morti.
Insomma, voglio ignorare tutto questo e l’imbarazzante numero di refusi di questa sua edizione (per non parlare dei soliti congiuntivi dimenticati), che gli costerebbe minimo una se non due stelline, e dargli il massimo dei voti, ma solo perché mi sono divertita davvero molto a leggerlo e ho trovato molto interessanti alcune parti tecniche (sulla contraffazione del denaro e sulle armi).
Chiarito questo concetto, non mi resta che tornare alla trama di “Zona pericolosa”, che è senza dubbio ben costruita, complessa, e che ti costringe ad arrivare alla fine nel più breve tempo possibile. Ho letto l’ultimo terzo del romanzo (che non è affatto corto) in due sessioni: una prima di dormire e una subito dopo essermi svegliata.
Dovevo finirlo.
Vieni subito catapultato in questo episodio della vita di Reacher. Mentre se ne sta tranquillo a fare colazione in un locale di un paesino sperduto delle Georgia, dove è appena arrivato quella stessa mattina, la polizia irrompe e lo arresta, accusandolo di un omicidio avvenuto la sera prima.
È solo l’inizio dei suoi guai.
Si sarebbe tentati di pensare che “Zona pericolosa” sia soprattutto un libro di azione. Non è così. Le scene di azione ci sono eccome e sono bellissime. Sono un po’ più fitte verso la fine, come è ovvio attendersi. Ma in realtà ci troviamo di fronte a un romanzo di investigazione, ricerca, morti (molti morti) fatti fuori nei modi più cruenti e inquietanti, tracce. Reacher era un agente della polizia militare e in lui troviamo l’addestramento del militare e un’astuzia e una capacità deduttiva degna del migliore Sherlock Holmes.
In un susseguirsi di colpi di scena narrati con maestria, Reacher vede la sua situazione peggiorare, ma non si perde di certo d’animo e non si fa scrupoli. Ne viene fuori un mondo in cui ogni legalità è sospesa, non esistono più riserve morali. Non si può attendere l’intervento della giustizia, ci si deve fare giustizia da sé e si ha la sensazione che vada bene così.
L’autore ci narra la storia mostrandoci i dettagli solo nel momento in cui servono e permettendoci di accompagnare il protagonista nel mettere insieme i pezzi del puzzle. Insieme a lui ci angoscia per la sorte degli altri personaggi. Col cuore in gola si legge, pagina dopo pagina, temendo che possa accadere il peggio, ma accelerando la lettura per sapere la verità, per quanto terribile possa essere.
E in men che non si dica si arriva all’esplosiva conclusione.
Peccato davvero per il capitolo finale che fa crollare di nuovo la storia nel mondo reale, spezzando definitivamente l’incantesimo e lasciando un po’ di amaro in bocca.
 
 
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Di Carla (del 28/03/2015 @ 03:02:55, in Scrittura & Lettura, linkato 1863 volte)

 Un’entusiasmante storia di fantascienza hard
 
Mentre leggevo questa novella, continuavo a ripetermi che era proprio il genere di libro di fantascienza che faceva per me. Contiene, infatti, tutti gli elementi che prediligo.
In primo luogo, è ambientata in un prossimo futuro caratterizzato da sufficienti elementi del presente da renderlo riconoscibile e plausibile. Già dalle prime pagine sei in grado di percepire un tale senso di realismo da credere che tutto ciò che viene raccontato potrebbe davvero accadere in qualche decennio.
La credibilità della narrazione è inoltre accentuata dall’accurato contenuto scientifico e tecnologico. Questa è fantascienza hard nella sua massima espressione. L’autore mostra di essere estremamente preparato nel tema dell’astronautica e dell’esplorazione spaziale.
La trama è avvincente. Da una parte ci mostra un futuro in cui i viaggi spaziali sono resi più semplici dall’esistenza di un ascensore spaziale (proprio a esso si riferisce il titolo). Si tratta di un tema molto caro agli amanti di questo sottogenere della fantascienza, ma anche e soprattutto a coloro che sono interessati nell’esplorazione spaziale e si dilettano a immaginare quali giovamenti in questo campo tale tecnologia potrebbe apportare.
Uno degli aspetti che preferisco è l’immagine di un futuro positiva, nonostante la fisiologica presenza di intrighi, complotti e tradimenti. Un futuro in cui la tecnologia permette all’umanità di fare grandi cose.
Accanto a questo tema c’è quello dell’asteroide. Potrebbe essere un pericolo per Terra? O solo un qualcosa di interessante da studiare? E se celasse qualche meraviglioso mistero? E qui l’autore gioca le sue carte in maniera davvero originale (non posso entrare nel dettaglio perché rischierei di cadere nello spoiler).
A ciò si aggiunge il problema di come gestire certe informazioni con l’opinione pubblica. Turnbull ci mostra la reazione ambivalente dell’essere umano di fronte all’ignoto, in cui la lotta contro la paura e le sue conseguenze può essere di grande intralcio alla conoscenza.
Il peggio ma anche il meglio (incluso l’eroismo) della natura umana divengono a loro volta protagonisti.
Tutti questi elementi sono intrecciati sapientemente in una storia fatta dai personaggi, così ben delineati da quasi prendere vita nelle pagine. Ottimi dialoghi, spesso arguti e divertenti, scene d’azione mozzafiato e maestria nel mettere insieme le scene e interromperle al momento giusto completano il confezionamento di questa piccola perla del panorama fantascientifico.
È sicuramente un ottimo modo per conoscere questo autore e credo che presto leggerò altri suoi libri.
 
Questo libro è scritto in lingua inglese!
 
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Di Carla (del 25/03/2015 @ 07:26:17, in Scrittura & Lettura, linkato 2893 volte)

Quello di dare un nome ai propri personaggi è sempre un momento molto particolare della scrittura di un libro. Che si tratti di un protagonista o di una comparsa che appare in una sola scena, è importante che il nome che si sceglie in qualche modo lo rappresenti.
 
In molti casi ho come l’impressione che siano gli stessi personaggi a sussurrarmi il loro nome, tant’è che mi ritrovo a inventarlo nel bel mezzo della prima frase in cui viene indicato, senza che questo rallenti più di tanto la scrittura.
È successo così per i protagonisti del mio prossimo thriller, “Affinità d’intenti” (in uscita il 21 maggio 2015). Mentre scrivevo la prima scena della prima stesura il 1° novembre del 2013, sono venuti fuori i nomi di Amelia Jennings e Mike Connor. In realtà il nome Amelia l’avevo già deciso qualche giorno prima, perché in tutti i miei libri c’è sempre un personaggio più o meno importante il cui nome inizia per “A” e Amelia era tra quelli papabili. Ma l’abbinamento col cognome e poi quello di Mike Connor sono saltati fuori così, senza un motivo particolare. Magari appartengono a qualcosa che è riaffiorato nel mio subconscio. Chissà!
 
Più o meno allo stesso modo ho inventato il nome di Eric Shaw, il protagonista de “Il mentore”, e di Christopher Garnish, altro personaggio di questo libro. In altri casi, però, sono arrivata a un nome in maniera un po’ più lunga e complessa. In questo ovviamente Google è stato molto utile, tramite cui sono approdata a Yahoo! Answers, vari siti e forum che trattano appunto di nomi di diverse nazionalità.
Per esempio, per il cognome della signorina Hinchinghooke, la nuova assistente di Gabriel Asbury alla fine de “L’isola di Gaia”, ho dovuto fare qualche ricerca. Mi serviva un nome inglese molto raro e altrettanto strano e difficile da pronunciare, questo perché nelle uniche scene in cui si vede questo personaggio, Gabriel la chiama in cinque modi diversi, proprio per via di questa difficoltà (Hinchingcosa, Hinching, Hinchy, Hinch e ovviamente Hinchinghooke).
In maniera simile mi sono procurata quello di Adele Pennington, ne “Il mentore”. Il nome è uno di quelli con la “A” della famosa lista, ma per il cognome volevo qualcosa che suonasse maledettamente inglese e allo stesso tempo non fosse il primo nome che può venirti in mente.
 
Diciamo che finché i personaggi sono anglofoni, scovare quello giusto è abbastanza semplice. Abbiamo un’immensa cultura a disposizione fatta di libri, film e serie tivù da cui attingere. La vera sfida è inventare dei nome di personaggi non anglofoni e neppure italiani (ma in realtà anche per questi ultimi mi ritrovo spesso a fare delle ricerche).
Ricordo quando decisi di dare un nome alla protagonista della serie di “Deserto rosso. È svedese quindi e le mie conoscenze in merito si fermano a qualche personaggio della trilogia Millennium di Larsson. Non un granché. Il nome doveva essere con la “A” e doveva essere diffuso in Svezia ma allo stesso tempo abbastanza comune nel resto del mondo, inclusa l’Italia, in modo da rimanere facilmente impresso. Il sito per eccellenza in casi come questi è Nomix.it. Questo è ciò che ho trovato alla voce nomi femminili svedesi.  L’occhio mi è subito caduto su Anna. Era perfetto: breve, comune in Svezia ma anche nel resto del mondo, e semplice. Per il cognome mi sono affidata a Cognomix.it. Qui alla voce “I 100 cognomi più diffusi in Svezia” nella posizione 8 trovo Persson: un nome che suona decisamente svedese ed è facilissimo da ricordare.
Risultato: Anna Persson.
La prima volta che l’ho pronunciato, mi sono detta: è lei!
La cosa divertente è che in tempi recenti ho scoperto che è un nome talmente comune in Svezia che esistono ben due personaggi pubblici che si chiamano così: un’atleta e un’attrice.
Mi verrebbe quasi voglia di provare a contattarle e offrire loro una copia in inglese dei libri!
 
Utilizzando gli stessi siti ho inventato i nomi di Jan e Kirsten De Wit, sempre di “Deserto rosso”. Essendo belga fiamminghi, sono andata a cercare dei nomi olandesi. Stesso discorso per molti altri personaggi. Il nome di Milja De Wit (non il cognome), invece, viene da quello di una mia vecchia amica di penna dei tempi del liceo che si chiamava Milja e viveva a Bruxelles.
 
I cognomi arabi di Hassan Qabbani e della famiglia Jibril mi hanno dato un po’ di filo da torcere. Per i nomi propri non c’era problema, un po’ perché se ne sentono tanti in giro, un po’ perché sono presi in considerazione su Nomix. Per i cognomi, ricordo che mi ero messa spulciare nomi di autori di lingua araba su Wikipedia.
 
Ne “L’isola di Gaia”, visto che la storia è ambientata in un futuro po’ più lontano (nel prossimo secolo), ammetto di aver lasciato libera la fantasia in alcuni casi, come quello di Rivus Gado. Non credo che esista al mondo nessuno che si chiami così, benché poi abbia scoperto che il cognome Gado esiste (anche se raro). Altro esempio è quello di Isabella Gredani. Nel leggerlo può sembrare un nome quasi italiano, ma cercandolo su Google salta fuori solo il mio libro.
Il nome di Gaia, invece, viene dal titolo (e non il contrario) e indica un altro nome della Terra, oltre a Gea, in cui mi ero imbattuta all’università quando ho studiato l’Ipotesi Gaia di Lovelock (ecologia).
Infine il nome di Alicia è saltato fuori da quello di un personaggio di uno dei miei film preferiti, “Batman” di Tim Burton, in cui l’amante di Jack Napier (il Joker) si chiama appunto Alicia.
 
Potrei andare avanti così per chissà quanto a raccontarvi il ragionamento, la ricerca o il ricordo da cui è scaturito ogni singolo nome dei miei personaggi, ma probabilmente vi annoiereste.
Di certo quando si legge un libro raramente si dà importanza a un nome, non si ha la percezione del mondo che sta dietro quella particolare scelta. Ma, quando poi si passa dall’altra parte del libro, quella dello scrittore, ci si rende conto come battezzare un personaggio sia una parte molto importante del processo creativo che sta dietro la scrittura di una storia. Almeno lo è per me. È come se, quando gli do un nome, il personaggio riesca finalmente a prendere forma nella mia mente, a diventare reale, vivo, e da quel momento in poi sarà pronto a raccontarmi il resto della sua storia.
 
Di Carla (del 19/03/2015 @ 05:50:32, in Scrittura & Lettura, linkato 2015 volte)

 La lotta contro il mostro
 
Avevo questo libro da un po’ di tempo, non so neppure come me lo fossi procurato, e ho iniziato a leggerlo perché incuriosita dalla descrizione.
In realtà, e direi anche per fortuna, la storia narrata ha ben poco a che vedere con la quarta di copertina, che descrive solo un dettaglio di una delle storie che si intrecciano in questo bellissimo romanzo, ma soprattutto non fa il minimo accenno all’argomento principale che lo anima: l’alcolismo.
Un medico, un operaio, un sacerdote, la giovane rampolla di una famiglia facoltosa, persone diverse che si incontrano all’interno della storia proprio a causa della loro dipendenza dall’alcol.
L’autore entra nella mente dell’alcolista e riesce a mostrare al lettore quale filo di pensieri spinge il primo a tornare bere, anche dopo essere stato malissimo e aver giurato se stesso che avrebbe smesso, anche se questo significa trascurare le persone che ama e che l’amano, anche se può portarlo a un passo dalla morte, anche se ciò costringe lui e la sua famiglia alla povertà, anche se sa perfettamente il motivo di questa sua malattia, tanto da essere in grado di consigliare altri come lui.
L’alcolismo è il mostro che controlla i protagonisti di questo romanzo, che li accompagna nella loro discesa all’inferno. Alcuni non ce la fanno e vengono sconfitti, soprattutto se non hanno nessuno cui affidarsi. Altri, che hanno la fortuna di poter contare sui propri cari, trovano la forza, o almeno obbligano se stessi a trovarla, per combatterlo, e magari vincerlo.
La meravigliosa prosa di Konsalik scorre tra disperazione, ironia e speranza, tra una lacrima e un sorriso, finché arrivi alla fine con la sensazione di aver ricevuto un dono.
 
 
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Di Guest blogger (del 17/03/2015 @ 09:00:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2683 volte)

Oggi ospito ancora una volta Noemi Gastaldi, che sta per pubblicare il volume conclusivo della sua trilogia “Oltre i confini”. In questa tappa del suo blog tour Noemi tenta di intervistare due personaggi dei suoi libri. Ci riuscirà?
 
Oltrepasso lo schermo e li vedo: Bruno (immagine in basso) e Lucilla (nella copertina accanto) sono sdraiati a terra in un campo incolto poco fuori Torino. So che sono esausti, intenti a riprendere le forze perdute dopo la rocambolesca fuga dalla caserma in cui li tenevano rinchiusi. Mi avvicino piano, voglio parlare con loro, ma dovrò fare attenzione: non devono scoprire chi sono.
 
- Vi ho visti in caserma, vi ho seguiti. Come avete fatto a fuggire? – chiedo.
Loro si mettono in piedi, mi guardano. È Lucilla a rivolgermi la parola:
- Non ci è chiaro il come. Tu, invece? –
Mi guardano scettici, capisco che se voglio parlare con loro dovrò inventarmi qualcosa.
- Io… ho sentito la presenza di una Forza Ancestrale attorno a voi, così vi ho seguiti. –
 
Ora si sono fatti più interessati, posso porre loro un’altra domanda:
- Come avete scoperto l’esistenza delle Forze Ancestrali? – chiedo. Lucilla si rivolge nuovamente a me:
- Non parlerei di scoperta. Le Forze Ancestrali sono attorno a noi, e piano piano ci si rende conto della loro presenza… Si tratta di essere più consapevoli, ecco tutto. –
Guardo Bruno, spero in una risposta anche da parte sua:
- Io ho “scoperto” tutto ciò dopo la convivenza forzata con la biondina… - mi dice.
 
- Eravate in cella assieme? – provo a chiedere.
- Sì, evidentemente i militari ci hanno preso tanto gusto a darci la caccia da aver finito lo spazio… - dice Lucilla. Bruno la interrompe:
- Ci hanno pressati in una celletta minuscola, e tu dovresti saperlo, se dici di aver percepito la Forza Ancestrale… Perché se lo hai fatto, anche tu devi essere una Viator. –
 
Resto in silenzio: il ragazzo non si fida, è evidente. Inaspettatamente, Lucilla mi viene in aiuto:
- Può anche essere una di quelle persone molto recettive che si accorgono di noi, perché no? – chiede a Bruno. Lui non le risponde, mi guarda dritto negli occhi:
- Come sei finita in caserma? – mi chiede.
 
- E tu, piuttosto? – incalzo. Lui capisce che so cosa ha fatto, anche se dubito che possa sapere con chi sta parlando. Lucilla lo guarda interrogativa, e io decido di abbandonare questa versione alternativa della mia città per tornarmene alla vita di tutti i giorni. Il romanzo è già scritto, e di questa mia intrusione tra i poveri personaggi dello scenario distopico che ho creato non parlerò: sarà come non fosse mai accaduto.
 
Blog tour “La trilogia è completa”: https://www.facebook.com/events/467905823361981/
 


NOEMI GASTALDI è nata e cresciuta in provincia di Torino, città in cui attualmente risiede. Ama scrivere fin da quando era piccola, ma la sua prima pubblicazione risale al 2009, quando collabora al romanzo erotico-sentimentale “22 fiori gialli”, attualmente edito da Eroscultura. Nel 2011, affascinata dal mondo sommerso dell’arte indipendente, riprende in mano una vecchia bozza ideata anni prima e mette le basi per la saga “Oltre i confini”. Il primo volume della stessa, “Il tocco degli Spiriti Antichi”, viene autopubblicato nel novembre 2012. Il secondo volume, “Il battito della Bestia”, viene autopubblicato nel gennaio 2014. Il volume conclusivo, “Il canto delle Forze Ancestrali” è disponibile dal 22 marzo 2015.
 
Visitate il suo sito “I mondi di Noemi”:
http://mondinoemi.altervista.org/
Noemi gestisce anche un blog dedicato ai blog tour, “Blog in tour - alla scoperta di autori indipendenti”:
http://blog-in-tour.blogspot.it
 
La trilogia “Oltre i confini” include:
1) Il tocco degli Spiriti Antichi
2) Il battito della Bestia
3) Il canto delle Forze Ancestrali
 
 
Di Carla (del 10/03/2015 @ 20:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2350 volte)

 Mummie!
 
Ho riletto da poco questa novelization del film “La Mummia”. L’avevo già letta due volte, ma stiamo parlando di quindici anni fa. Avendo visto molte volte il film, ricordavo la storia, ma non altrettanto bene i dettagli del romanzo, quindi l’ho rivisto con occhi nuovi.
Ricordo che all’epoca avevo notato delle piccole differenze nella svolgersi degli eventi, ma adesso la mia memoria fa fatica a distinguerle. Per farlo dovrei rivedere il film. Erano comunque dettagli non significativi.
Il modo in cui è narrato soffre parecchio del fatto di essere tratto da una sceneggiatura. Ciò impone un punto di vista onnisciente, simile appunto a quello di una macchina da presa. A tratti questo aspetto crea notevole distanza dai personaggi e fa perdere l’immedesimazione nella storia. È un peccato perché il potenziale per tenere il lettore incollato alle pagine c’è tutto. D’altra parte si tratta di un libro che a suo tempo era stato pensato per i fan del film.
Ciò che lo rende particolarmente interessante è il fatto che rivela alcuni aspetti che poi non sono apparsi nel film stesso e come la mano del regista abbia modificato alcuni dettagli della trama.
Per esempio, nel film si dice erroneamente che gli antichi egizi rimuovessero il cuore dai defunti prima dell’imbalsamazione. Non è così e ciò era considerato un “errore” del film (per quanto il termine errore avesse senso parlando di una storia di mostri della Universal che non pretendeva in alcun modo di riportare realtà storiche). Leggendo il libro, si scopre che nella sceneggiatura i personaggi dicevano che la rimozione del cuore avveniva per le persone cattive e che fosse una punizione dopo la morte.
Questo è solo un piccolo dettaglio, ma leggendo il romanzo molti passaggi della storia hanno molto più senso rispetto al film, proprio perché viene dato più spazio per spiegarli.
Nel complesso è una lettura niente male, adatta anche a chi non abbia mai visto il film.
Il linguaggio fa a tratti uso di termini obsoleti riproducendo il fatto che gli eventi narrati appartengono a un passato non vicinissimo (il 1925). La traduzione non è affatto male, salvo qualche piccola imprecisione tipica del passaggio dalla lingua inglese, ma considerando che si tratta di un’edizione economica è molto buona rispetto a prodotti equivalenti pubblicati negli ultimi anni.
Pur non essendo un’opera di grande letteratura, svolge in maniera perfetta il suo ruolo di novelization di una sceneggiatura, per cui si merita i pieni voti.
 
La mummia (brossura) su Amazon.it.
 
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Di Carla (del 26/02/2015 @ 04:23:46, in Scrittura & Lettura, linkato 3058 volte)


 La serie che mi ha fatto rivalutare il cyberpunk

Il cyberpunk è un genere con cui non ho mai avuto grande affinità. I miei precedenti tentativi di leggerlo (“Luce virtuale” di Gibson e “Criptosfera” di Banks) non mi hanno particolarmente entusiasmato, benché, per ironia, mi sia cimentata nella scrittura (anche) di questo sottogenere della fantascienza. Sospettavo insomma che non fosse il sottogenere in sé il problema, ma che mi fossi imbattuta nei titoli sbagliati, almeno per ciò che riguardava i miei gusti personali. Infatti, leggendo libri più recenti in cui l’elemento cyberpunk era sì importante ma non predominante (come la Trilogia del Vuoto di Hamilton) mi sono sempre molto divertita.
Per fortuna, quando ho iniziato a leggere i libri di Effinger non avevo idea di trovarmi di fronte a uno dei padri del cyberpunk nel suo periodo di massimo sviluppo, gli anni ’80. Ciò dimostra come le etichette certe volte facciano più male che bene. Avevo solo due dei libri della serie, procurati in tempi diversi, senza neppure sapere che fossero collegati. Appena ho iniziato a leggere il primo, e ne sono rimasta rapita, mi sono subito prodigata a trovare una copia del terzo, poiché sapevo che mi sarebbe servito molto presto.
Avendoli letti uno di fila all’altro, ho deciso di recensirli insieme, anche perché mi è difficile giudicarli separatamente senza farmi influenzare dalle letture precedenti o successive.
 
La trilogia del Budayeen (sarebbe più corretto chiamarla serie, poiché l’autore aveva progettato almeno altri due libri, che purtroppo non ha fatto in tempo a scrivere prima di morire) non è solo cyberpunk. La storia è ambientata fra due secoli, in un quartiere malfamato, il Budayeen, di una città del mondo arabo non meglio specificata. Nel futuro immaginato da Effinger la gente si fa “circuitare” il cervello per potervi inserire dei moduli che permettono di fornire all’individuo nuove nozioni, capacità e persino personalità. L’elemento cyberpunk è fornito da questa tecnologia, che è di fatto uno dei pochi elementi fantascientifici presenti nella storia. Qui la fantascienza è solo uno strumento per raccontarci la storia dei personaggi e soprattutto per gran parte del primo libro (ma anche per ampie parti degli altri) la stessa storia funzionerebbe altrettanto bene se raccontata in un contesto al di fuori del fantastico.
 
Riguardando adesso, dopo trent’anni, questo futuro immaginario, esso appare costellato di elementi anacronistici, quasi fosse un universo alternativo o semplicemente al di fuori del tempo.
Il Budayeen in realtà è una metafora del quartiere francese di New Orleans (Effinger non l’aveva mai nascosto), con i suoi night club, dove pare sia abbastanza difficile trovare una donna che sia geneticamente tale, e con la sua malavita organizzata. A ciò si aggiunge il tocco esotico dell’averlo inserito nel mondo islamico, che viene rappresentato in maniera accurata con tutte le sue contraddizioni, ancora più evidenti se viste fra duecento anni. Il rapporto dei personaggi con la religione islamica, il rispetto verso di essa, accompagnato alle azioni più efferate è un astuto richiamo al contraddittorio ma tristemente reale binomio cattolicesimo-mafia, che non può far che sorridere. È un po’ come dire che anche nel futuro, pur cambiando le persone, i luoghi e persino la religione, i risultati che si ottengono sono sempre gli stessi.
 
Al di là di questa ambientazione, i romanzi di Effinger girano tutti intorno alla figura del protagonista, Marîd Audran, un investigatore drogato, cauto (per non dire codardo), pieno di difetti, ma estremamente umano, che cerca di sbarcare il lunario facendo lavoretti più o meno legali, tra un’ubriacatura e l’altra, coadiuvato dall’assunzione di pastiglie tra le più varie (a seconda delle occasioni: una per dormire, una contro l’ansia, una per stare sveglio e così via), e rischiando di farsi ammazzare a ogni istante. In tutto questo Marîd, che ci racconta la sua storia in prima persona, non perde mai la sua autoironia, neppure nelle situazioni peggiori. Insomma, è una simpatica canaglia, anzi un simpatico antieroe.
Ho riso tanto nel leggere questi romanzi, ma ciò che li rende così belli è la loro imprevedibilità. Effinger non segue schemi. La storia è realistica grazie al modo in cui gli eventi si susseguono quasi casualmente, proprio come nella realtà, senza una logica. Non sai mai cosa accadrà nella pagina dopo e non puoi fare altro che continuare a leggere. Così ogni giorno mi ritrovavo ad attendere con trepidazione il momento in cui sarei andata a letto e avrei preso in mano il libro.
 
Marîd si infila in un guaio dopo l’altro. Quando pensi che peggio di così non gli potrebbe andare, be’, gli va peggio. Ma bene o male se ne tira fuori, nel senso che sopravvive.
Nel primo libro si trova a investigare su degli omicidi, cerca di tenere in piedi la sua storia con la bella ballerina Yasmin (di cui lui è molto innamorato), che non è sempre stata una donna, cerca di evitare di finire sotto il controllo di Friedlander Bey, il “capo mafia” del Budayeen, e ovviamente di non farsi ammazzare.
Nel secondo si trova a scoprire un oscuro programma, chiamato Fenice, a causa del quale molte persone vengono uccise, e si ritrova a lavorare con la polizia.
Nel terzo finisce in esilio nel deserto arabico, dove vive per un certo tempo con i nomadi. Questo libro sembra quasi diviso in due, con una parte ambientata nel deserto e un’altra nel Budayeen che sono completamente separate.
 
Effinger era un grande autore e lo dimostra la maestria con cui usava le tecniche narrative più disparate.
Una cosa che ho particolarmente apprezzato è l’artificio narrativo con cui ci mostra le scene in cui Marîd indossa un modulo di personalità (detto moddy). Di colpo si passa dalla prima persona alla terza, creando una distanza tra il lettore e il personaggio che simula la sensazione che questo deve avere mentre il controllo di se stesso viene filtrato da un software, mentre la sua coscienza è quasi messa da parte, come se fosse uno spettatore. Nel leggere queste scene si ha davvero l’impressione di vivere in una sorta di stato alterato, un po’ come capitava allo stesso Marîd. Particolarmente divertente è quando il protagonista prova il moddy di Nero Wolf e si sente più grasso e del tutto disinteressato alle donne.
Lo stesso artificio viene utilizzato nelle due scene ambientate nella realtà virtuale (nel secondo libro), mentre Marîd e Chirinda stanno facendo un gioco. Le scene di per sé non portano avanti la trama, ma Effinger le ha scritte lo stesso e sono comunque molto godibili proprio per via della sensazione di “partecipazione filtrata” che esse danno e che le distingue dal resto del romanzo.
 
Altro aspetto che ho apprezzato è la tendenza dell’autore di mostrarci Marîd a un certo punto della storia e poi far sì che lui ricostruisca, tramite i suoi ricordi spesso offuscati, cosa è accaduto prima, con una transizione verso il flashback che imita alla perfezione il modo associativo con cui la memoria funziona. Marîd torna indietro nei suoi pensieri e ci mostra tutto ciò che è accaduto, anche per molte pagine, fino ad arrivare al punto di apparente tranquillità da cui il capitolo è iniziato. Così pian piano scopriamo che si trova in un grosso guaio da cui è impossibile immaginare come lui riuscirà a venire fuori. Spesso questa consapevolezza viene seguita da un colpo di scena che peggiora ancora di più le cose, se possibile.
 
Proprio per l’assenza di schemi e per la sottile vena di imperfezione che attraversa tutti i libri, ognuno di essi è caratterizzato da un finale malinconico o al massimo dolceamaro, ma comunque sempre aperto. E, considerato che Effinger è morto prima di scrivere i libri successivi, questi finali ci autorizzano a immaginarne noi il seguito.
A questo proposito aggiungo che esiste una raccolta postuma di racconti, purtroppo mai pubblicata in italiano, “Budayeen Nights” (la recensirò a parte), che include tutta una serie di scritti di Effinger tra cui l’inizio del quarto libro e soprattutto un racconto che ha come protagonista Marîd (benché il suo nome non venga mai pronunciato) che ci permette di dare uno sguardo al suo futuro in cui a quanto pare si è liberato dal controllo del “capo mafioso” del Budayeen e ha una vita abbastanza tranquilla, anche se ogni tanto viene coinvolto in qualche investigazione pericolosa.
I tre romanzi della trilogia del Budayeen sono: “Senza tregua” edito dalla Nord, che è poi stato ripubblicato da Hobby & Work col titolo de “L’inganno della gravità” (fedele all’originare “When Gravity Fails”); “Programma Fenice” della Nord, poi ripubblicato da Hobby & Work come “Fuoco nel sole” (originale “A Fire in the Sun”); ed “Esilio dal Budayeen” della Nord e la sua riedizione di Tascabili Nord intitolata “La guerra di Marid Audran ­ Esiliato dal Budayeen”.
Se avete l’occasione di procurarveli, non fateveli scappare.
 
L'inganno della gravità, Fuoco nel sole ed Esilio dal Budayeen su Amazon.it.
When Gravity Fails, A Fire in the Sun e The Exile Kiss (edizioni in lingua inglese) su Amazon.it.
When Gravity Fails, A Fire in the Sun e The Exile Kiss (edizioni in lingua inglese) su Amazon.com.
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
 
Di Carla (del 18/02/2015 @ 03:59:24, in Scrittura & Lettura, linkato 1888 volte)

Dopo quasi tre anni dalla sua uscita ho deciso di rinnovare la copertina del primo libro della serie di “Deserto rosso” e ve la presento oggi qui sul blog. Nei prossimi giorni dovrebbe apparire nei vari retailer (su Amazon la versione disponibile ha già la nuova copertina anche se potrebbe non apparire ancora nella pagina del prodotto).
 
Avendo fatto delle piccole modifiche alla grafica dei titoli, ho modificato gli stessi anche nelle copertine degli altri libri della serie, pur mantenendo la stessa immagine. Anche nel loro caso le nuove copertine appariranno presto nei retailer.
 
Questa decisione è dovuta al fatto che a breve pubblicherò i quattro libri della serie separatamente in edizione cartacea e mi serviva un’immagine della protagonista con una risoluzione maggiore. Inoltre volevo dare a “Deserto rosso - Punto di non ritorno” (sempre disponibile in ebook a partire da 69 cent), che di fatto presenta la serie ai nuovi lettori, un look più accattivante con un bel primo piano della nostra astronauta/esobiologa preferita.
I quattro libri in edizione cartacea avranno un formato più tascabile, ma nel contempo un carattere di stampa più grande rispetto all’edizione della raccolta, divenendo in questo modo più leggeri  e quindi maneggevoli, oltre che avere una leggibilità maggiore.
Inoltre mi sto attivando affinché tutti i miei libri in formato ebook approdino al più presto anche su Tolino, l’ebook reader di IBS.
 
Avendo da poco terminato la traduzione in inglese di “Deserto rosso - Ritorno a casa” (“Red Desert - Back Home” uscirà a luglio), sto dedicando queste due settimane a portare a termine un po’ di cose che mi ero riproposta nei mesi passati, prima di rituffarmi nell’editing del mio prossimo romanzo, “Affinità d’intenti” (è un action thriller), che dovrebbe uscire a maggio.
E tra queste cose c’è anche quella di essere più presente qui nel blog con nuovi articoli interessanti (spero), recensioni dei libri che ho letto e altri aggiornamenti sulle mie attività.
 
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Di Carla (del 13/02/2015 @ 18:09:07, in Scrittura & Lettura, linkato 2858 volte)


 Orrore sulla Luna

E va bene, ho comprato questo libro perché c’era la parola Luna in copertina, anche se dalla descrizione avevo intuito che si trattava di un romanzo young adult, che non è proprio il mio genere. Devo dire che non sono rimasta delusa, anche perché sapevo dove stavo andando a cacciarmi.
Il linguaggio del libro è molto semplice, come è giusto che sia trattandosi di un romanzo rivolto agli adolescenti. Per chi come me parla l’inglese come seconda lingua è sicuramente un vantaggio, poiché la lettura è andata avanti senza alcun intoppo. La parte scientifica, che poi è il motivo per cui ho deciso di leggerlo, è abbastanza accurata e alcune sequenze sulla superficie lunare sono davvero emozionanti.
C’è da specificare che si tratta di una fantascienza che sfocia nell’horror e questo in parte giustifica l’assunto assurdo che esista una stazione sulla Luna di cui nessuno sa nulla, che le missioni lunari siano state interrotte perché c’è qualcosa di pericoloso lassù e che adesso si sia deciso di mandarci dei ragazzi e non una squadra super addestrata. Ma perché? Gli assunti delle storie dell’orrore sono spesso assurdi o comunque fanno già presagire il peggio. Il finale è in piena linea col genere del libro e senza dubbio è l’unico finale possibile che impedisca alla storia di crollare su se stessa e trasformarsi in qualcosa di insulso.
Il libro però non è esente da difetti. La storia ci mette molto tempo a decollare. Il primo terzo del libro è troppo lento. L’autore si sofferma a presentare i personaggi che (sorpresa?!) saranno selezionati per la missione. Il loro background in realtà non è affatto funzionale alla trama e avrebbe potuto inserirlo qui e là, piuttosto che dedicarci interi capitoli.
L’altra cosa che era proprio evitabile è la scelta di inviare degli adolescenti sulla Luna. Se proprio volevano mandarci della gente qualunque a scopo propagandistico, considerati i rischi, non vedo perché avrebbero dovuto inviarci dei ragazzini. Va bene che il libro è rivolto a un target giovane e si vuole far immedesimare i lettori, ma credo che avrebbe funzionato ugualmente se si fosse trattato almeno di maggiorenni. Se non altro, la sospensione dell’incredulità avrebbe retto un po’ di più.
Nel complesso comunque non è un brutto libro. È stata una lettura piacevole.

172 Hours on the Moon (Kindle, brossura, rilegato) su Amazon.it.
172 Hours on the Moon (tutti i formati) su Amazon.com.
Questo libro è scritto in lingua inglese!
 
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