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 Hyde Park e il cielo... di Carla
 

“Non avevo mai ucciso qualcuno prima d’oggi.”
Affinità d’intenti




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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 07/11/2015 @ 07:02:27, in Scrittura & Lettura, linkato 1424 volte)

In realtà la prima settimana del National Novel Writing Month è quasi finita e ve ne parlo solo adesso perché non avuto tempo di farlo prima. Al contrario sto riuscendo comunque a trovarlo per sfidare anche quest’anno me stessa a scrivere 50.000 parole di un romanzo in 30 giorni. I primi sei sono passati e con le 10.005 parole scritte finora sono in perfetta linea con la mia tabella di marcia.
 
C’è chi potrebbe pensare che scrivere così tanto in un mese sia qualcosa si eccezionale, che chi partecipa a questa competizione (contro se stessi!) si chiuda in casa per un mese intero. La verità è che la quota giornaliera di parole non è affatto proibitiva. Stiamo infatti parlando di 1667 parole, che, tenendo conto che uno scrittore in genere fa sessioni di scrittura da circa 2000 parole (la lunghezza media di una scena), è un obiettivo assolutamente normale.
La vera difficoltà del NaNoWriMo non è scrivere 1667 parole in un giorno, anche perché se sai bene cosa scrivere riesci a farlo in un tempo che va da una (quando sei veramente ispirato) a tre ore. Facciamo quattro, se proprio non hai fretta.
La vera sfida è farlo tutti i santi giorni.
 
È questo che il NaNoWriMo insegna: la disciplina nello scrivere.
Lo scopo non è arrivare a fine mese con 50 mila parole, né farne 10 mila ogni sei giorni. Lo scopo è scrivere tutti i giorni con una media di 1667 parole al giorno. Se si rimane un po’ indietro (cioè si è scritto un pochino meno del dovuto), qualche giorno si può scrivere di più per recuperare, ma è invece un errore pensare di scrivere molto un giorno per poi prendersi un o più giorni di pausa. Se si spezza il ritmo è maledettamente difficile riprenderlo.
Il NaNoWriMo insegna allo scrittore come creare una propria routine di scrittura che deve ripetersi tutti i giorni, senza guardare sabati e domeniche, perché la creatività non fa mai festa, anzi va nutrita e incoraggiata in maniera costante affinché l’atto di scrivere non sia più incombenza, ma diventi qualcosa che si aspetta con ansia.
 
E così i primi giorni del NaNo (come viene chiamato affettuosamente dai partecipanti) sono difficili perché la nostra mente tende a rifiutarsi di fronte a quello che percepisce come obbligo. Ma, come si va avanti, come entriamo nella storia, come i personaggi diventano (o ridiventano in caso di un libro in una serie) parte di noi, l’obbligo diventa desiderio di fare quella cosa che sembra la più facile tra i tanti impegni del giorno e che il solo completarla ci dà la carica per occuparci di tutto il resto.
E poi si passa al livello successivo. Il desiderio diventa necessità.
 
Ci svegliamo e il nostro primo pensiero è la prossima scena che dovremo scrivere. E non abbiamo pace finché tutte quelle fantasie diventano realtà, nero su bianco, dandoci un po’ di tregua, almeno fino al giorno successivo.
Quando arriviamo a questo risultato, vuol dire che stiamo affrontando questa sfida nella maniera giusta.
 
E infatti è dal novembre 2013 che scrivo (o riscrivo) tutti i miei libri durante il NaNoWriMo e le due sessioni di Camp NaNoWriMo (aprile e luglio) e poi continuo, per quelli più lunghi di 50 mila parole, cercando di impormi lo stesso ritmo.
Be’, posso assicurarvi che funziona.
Anche se all’inizio di ogni sessione mi sembra di violentare me stessa, in pochi giorni la scrittura della mia quota di parole diventa il cardine intorno cui gira tutta la giornata. Una volta scritte, so di aver fatto il mio dovere e affronto gli altri impegni con più tranquillità.
 
Ma parliamo di cosa sto scrivendo.
Il libro in cui mi cimento quest’anno è “Sindrome”, il sequel de “Il mentore, che fu il primo libro che scrissi nell’ambito del NaNoWriMo esattamente tre anni fa (nel 2012).
Era stato un vero e proprio esperimento, visto che in quel periodo stavo scrivendo la serie di “Deserto rosso” ed ero completamente immersa nella fantascienza. Avevo sentito il bisogno di cambiare e cimentarmi nel thriller. Allora non avrei mai immaginato che a distanza di meno di tre anni quello stesso libro sarebbe diventato un bestseller Amazon negli Stati Uniti (“The Mentor”). Anzi, non ne avevo il minimo sospetto neppure meno di diciotto mesi fa, quando lo pubblicai in italiano.
Proprio perché era un esperimento l’avevo concepito come un libro singolo. Ma, siccome ha un finale aperto (come tutti i miei libri), visti poi gli avvenimenti successivi (le ottime vendite, il contratto con Amazon Publishing per la pubblicazione in inglese), ho iniziato a pensare che forse ciò che avevo seminato in quel romanzo mi potesse portare a scriverne un seguito, anzi a scriverne due.
Sì, avete capito bene, sto parlando di una trilogia.
 
E così la scorsa primavera ho buttato giù un’outline di massima della trama di “Sindrome”. Avevo già deciso che l’avrei trasformata in un romanzo questo novembre, nonostante non sapessi ancora con certezza come sarebbero andate le cose con “The Mentor” ed essendo ben consapevole che si trattava di un rischio, come lo sono tutti i sequel, poiché affinché un lettore possa apprezzare appieno “Sindrome” deve aver letto “Il mentore”. Ma ormai avevo le idee abbastanza chiare sulla storia, i personaggi premevano nella mia mente per tornare in azione e nuovi stimolanti sviluppi si facevano strada nella mia mente.
 
Infine, poche settimane fa, ho ripreso in mano quell’outline, l’ho sistemata e il 1° novembre mi sono messa di fronte al foglio bianco per iniziare questa nuova avventura del detective Eric Shaw, capo di una squadra della scientifica di Scotland Yard, un personaggio che, pur avendo l’indole del buono, per via delle persone (soprattutto una!) e di eventi della sua vita che non riesce del tutto a controllare, si ritrova a svolgere un ruolo quasi da anti-eroe, con buoni propositi, ma metodi decisamente poco ortodossi. Il suo equilibrio crolla alla fine de “Il mentore” quando prende una decisione, le cui conseguenze sono destinate a perseguitarlo nel futuro.
 
E in “Sindrome” quel futuro è arrivato.
Due anni dopo gli eventi de “Il mentore” (la storia si svolge il prossimo giugno), mentre Eric lotta con scarso successo per riprendere il controllo della propria vita, ecco che nuovi eventi, legati a due casi intrecciati che lo vedono coinvolto non solo come poliziotto e criminologo, suo malgrado ne cambiano ancora il corso, rendendo il suo proposito sempre più complicato. “Sindrome” è la storia di questa lotta, il cui risultato emergerà solo nella scena finale. Ma nell’arco del libro assisteremo all’evolversi di un personaggio, che, dopo aver perso le proprie certezze (ne “Il mentore”), se ne sta costruendo delle nuove e inconsapevolmente sta gettando le basi del nuovo Eric Shaw, che emergerà nell’ultimo libro della trilogia.
 
Se volete seguire la mia scrittura giornaliera di “Sindrome”, potete farlo tenendo d’occhio il contatore sulla colonna destra del blog oppure sulla pagina del libro nel sito del NaNoWriMo.
A fine mese vi dirò come è andata.
 
Di Carla (del 28/10/2015 @ 01:54:51, in Scrittura & Lettura, linkato 1609 volte)
Dovevo scrivere questo post due mesi fa (o almeno così mi ero riproposta) per parlarvi del mio prossimo romanzo di fantascienza, che per la prima volta non ha alcun legame con il ciclo dell’Aurora. Impegni vari quali l’estate (be’, anche quella impegna), l’editing del romanzo, l’uscita nel mercato inglese de “Il mentore” (che in questi giorni rivaleggia con l’ultimo di John Grisham per la seconda posizione nel Kindle Store su Amazon.com!) e una vacanza (ogni tanto ci vuole) mi hanno allontanato da questo proposito.
Adesso, però, che il libro è chiuso (ho finito proprio ieri di formattare l’edizione in ebook) e devo solo completare la copertina (qui sotto vedete un dettaglio della bozza) e scrivere la descrizione, è proprio arrivato il momento di parlarvi di “Per caso”.
 
In un futuro lontano in cui l’umanità si è diffusa addirittura oltre il sistema solare grazie a una tecnologia in grado di generare tunnel subspaziali (chiamateli wormhole se preferite, ma nei miei romanzi cerco sempre di usare dei termini in italiano), in cui gli esseri umani viaggiano in condizione di animazione sospesa, nel sistema stellare di Rhea (sì, è una stella che ha lo stesso nome del secondo satellite di Saturno, l’ho scelto per il suo riferimento alla mitologia greca) in un pianeta quasi completamente ricoperto di oceani, Thalas, viene una colonia umana. Su Thalas però esiste una specie aliena intelligente che non ha mai accettato l’arrivo degli esseri umani, da essa considerati solo degli invasori, e con i quali questi ultimi sono in guerra.
Gli umani hanno chiamato questi alieni sirene.
Le sirene hanno sempre rifiutato ogni comunicazione con gli umani e si sono limitate ad attaccarli indiscriminatamente nella speranza di cacciarli dal loro pianeta. Ma gli umani hanno una tecnologia superiore alla loro e così le sirene stanno perdendo la guerra e conducendo se stesse all’estinzione pur di non arrendersi.
 
Lo scenario è quello tipico di tante storie di space opera ed effettivamente questo romanzo rientra appieno nel genere, almeno nei presupposti. Esso però racconta un episodio avvenuto molto tempo dopo l’inizio di questa guerra e si concentra su un personaggio, un ufficiale del Corpo della Difesa (così è denominato il corpo militare specializzato nel combattere le sirene), conosciuto col nome di battaglia Doc, poiché un tempo era stato solo un medico.
Dopo una ricognizione nell’arcipelago in cui sono rintanate le sirene, insieme alla sua partner Skyer s’imbatte, per caso, nel relitto di una nave stellare data per dispersa in circostanze misteriose da decine d’anni e adesso che orbita all’interno della fascia di asteroidi che circonda il pianeta. L’astronave si chiama Chance (una parola inglese che vuol dire anche “caso”).
Nel tentativo di sciogliere il mistero della Chance, Doc si ritroverà a conoscere per la prima volta da vicino il suo nemico, le sirene, e a tentare di comprenderlo.
 
Per caso” porta avanti due tematiche principali. Una è quella della casualità come motore degli eventi. Ciò che Doc è diventato, ciò che scopre e il modo in cui gli eventi intorno a lui si realizzano sono governati unicamente dal caso, che incastra alla perfezione ogni tessera del puzzle spingendolo verso scelte che non avrebbe mai pensato di fare.
La secondo è l’inconciliabilità del diverso. Le due specie, umani e sirene, sono profondamente diverse nel modo di concepire la vita e il modo in cui questa si diffonde, la propria struttura sociale e il proprio ruolo al suo interno. Ciò è dovuto in parte a differenze intrinseche della loro natura e a eventi imprevedibili e in parte sconosciuti che hanno influenzato la loro evoluzione. Le differenze sono tali da essere inconciliabili. Le due specie prese nel loro complesso forse non raggiungeranno mai un accordo, ma due singoli, un umano e una sirena, presi nella loro individualità, potrebbero confrontarsi e trovare persino dei punti in comune, magari essere amici.
Ma fino a che punto puoi fidarti del tuo nemico?
 
Per scoprirlo dovrete attendere fino al 30 novembre, data di uscita del libro in edizione ebook (la versione cartacea potrebbe uscire un po’ prima).
A quel punto potrete esplorare le giungle di Thalas e ammirarne gli oceani, volare nella sua orbita tra gli asteroidi e le sue lune, e insieme a Doc potrete provare a scoprire il mistero che avvolge la nave stellare Chance, il suo equipaggio e i suoi passeggeri.
 
Di Guest blogger (del 13/10/2015 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2657 volte)

Oggi ho il piacere di presentarvi una nuova ospite del mio blog, l’autrice Mariachiara Cabrini, che in questo articolo ci parla del mondo ironico e ammiccante, ma soprattutto realistico, di uno dei generi letterari più amati dalle donne: il chick lit!

Oggi voglio presentarvi un genere letterario spesso bistrattato, e sottovalutato, il chick lit. Una costola del romanzo rosa ritenuta talmente leggera da risultare quasi effimera, infatti c’è chi addita questi libri come vuoti e privi di ogni qualsivoglia contenuto o legame con la realtà, ma mai descrizione fu più sbagliata. In realtà l’eroina dei libri Chick lit è molto più realistica delle protagoniste di tanti libri urban fantasy e thriller, osannati e riveriti. Voglio dire, pensateci un attimo, nella vita di tutti i giorni è più facile incontrare una ragazza insicura magari con problemi di peso, o una donna che casualmente si trova sempre in posti dove viene commesso un delitto ed è sempre l’unica a notare indizi che sfuggono a tutti gli altri? È più plausibile che tra le nostre cerchie di amici o colleghi ci sia una moglie tradita dal marito, che la lascia per una donna più giovane e dopo il divorzio ha sempre scuse per non pagare gli alimenti al figlio o che si siano almeno venti adolescenti che hanno un lutto in famiglia o un altro trauma o subito dopo incontrano l’amore della loro vita che è sempre un apparente cattivo ragazzo con problemi di suo, ma è in realtà dolce e le ama come nessuno le amerà mai e per sempre?

Il chick lit è più reale del reale, affronta i problemi che le donne di tutto il mondo devono affrontare ogni giorno, problemi con mariti o fidanzati, con i figli, problemi economici, problemi di peso, problemi col nuovo boss pieno di sé. È un genere che deve il suo successo proprio alla grande identificazione che permette al lettore e in più gli regala una cosa ancora più preziosa: la possibilità di ridere di questi problemi, di farli apparire superabili, di darti una speranza che anche tu come la protagonista alla fine potrai ottenere il tuo lieto fine.
Non occorre avere superpoteri, essere bella quanto una modella, essere una novella rambo, o aver sofferto come una martire per guadagnarsi la felicità. Anche una ragazza del tutto normale che si alza con la faccia stropicciata e capelli impossibili da domare e magari odia pure cucinare e che ha dovuto superare solo dei piccoli problemi, a volte causati da lei stessa, ha diritto a conquistare il suo uomo alla fine.

Questo è quello che ti dice il chick lit. Non ti impone modelli impossibili, ti dice che vai bene così come sei. Ti insegna ad accettarti. Un insegnamento preziosissimo per ogni ragazza, poiché per una donna accettarsi è la cosa più difficile del mondo.
Io consiglierei a ogni adolescente di leggere un bel chick lit invece di “Cinquanta sfumature di grigio”: aiuterebbe la loro autostima a crescere e non le spingerebbe a credere che l’uomo ideale deve saperle sottomettere.
Per concludere voglio perciò citarvi i miei quattro chick lit preferiti. Romanzi capaci di rallegrarti la giornata e lo spirito, regalandoti un sorriso.

Il primo èNon sparare, baciami” di Sharon Krum.
Trama: Jane Spring ha trentaquattro anni, vive a New York e lavora come viceprocuratore distrettuale collezionando un successo dopo l’altro. Lo stesso non si può dire della sua vita sentimentale: pur trovandola molto attraente e simpatica gli uomini scappano dopo il primo appuntamento, e Jane non capisce bene il perché. Cresciuta secondo le rigide regole militari dal padre vedovo, Jane non ha mai avuto un modello femminile a cui ispirarsi, ma un giorno, di colpo giunge l’illuminazione. Bloccata a casa da una tempesta di neve, Jane vede in televisione una serie di film con Doris Day e qualcosa le scatta dentro, capisce ciò che gli uomini desiderano davvero: una donna come Doris.
 
Il secondo èDove l’acqua è più blu” di  Jane Heller.
Trama: Mettete insieme tre amiche che più diverse non si può, ma ugualmente divorziate, una crociera di una settimana nei Caraibi e un delitto a bordo. Sarà la ricetta per un disastro o per un’avventura meravigliosa?
 
Il terzo èScusami se esisto” di Jane Heller.
Trama: Una sorella è per sempre… purtroppo! Così, al contrario dei suoi tre mariti, Deborah non poteva divorziare da Sharon, anche se non erano mai andate d’accordo e l’unica cosa che avevano in comune era la sventura di essere nate dagli stessi genitori. E doveva pure starle dietro e badare che non combinasse troppi guai mentre inseguiva l’ennesima fede al dito...
 
E l’ultimo èLa regina della casa” di Sophie Kinsella.
Trama: A soli ventinove anni Samantha Sweeting è la star di un noto studio legale di Londra.  Lavora giorno e notte ed è tutta concentrata sulla carriera. Ma proprio mentre aspetta con ansia di essere nominata socio si accorge di aver commesso un errore che le costerà il posto. Sconvolta, fugge dall’ufficio e si ritrova in aperta campagna con il cuore in tumulto. Chiede informazioni in una splendida casa e per un malinteso viene scambiata dai proprietari per una delle candidate al posto di governante. E viene assunta, senza che i suoi datori sappiano che Samantha è sì una ragazza dal quoziente intellettuale stratosferico, ma non ha la più pallida idea di cosa significhi tenere in ordine una casa.

 
Se poi avete voglia di leggere un chick lit tutto nostrano ambientato a Milano, aggiungo alla lista di letture suggerite anche il mio chick lit, “LIE4ME Professione bugiarda”, che ho scritto proprio a causa dell’amore che provo verso questo genere.
Trama: Proprio come l’Alice del Paese delle Meraviglie, anche Alice Schiano ha un’irrefrenabile fantasia e decide di sfruttarla per inventarsi un lavoro alternativo. La sua missione è migliorare le vite altrui... una bugia alla volta. Vuoi mollare il tuo fidanzato ma non vuoi farlo di persona per non vivere un’esperienza spiacevole? Vuoi fare bella figura con il capo, sbarazzarti di una rivale, conquistare un collega? Alice è la donna che fa per te! Non c’è nulla che non possa risolvere grazie alla sua parlantina, e non prova mai rimorsi per ciò che fa, perché mentire paga, e bene! I servizi della sua agenzia sono richiestissimi, gli affari vanno alla grande e anche la vita sentimentale scorre liscia come l’olio, forse proprio perché racconta un bel po’ di bugie anche al fidanzato. Finché qualcuno non fa saltare in aria la sua auto. Chi è stato? Alice non intende restare con le mani in mano ad aspettare che la polizia scopra il colpevole. Tanto più che collaborare con l’ispettore Donati, uomo affascinante quanto irritante, potrebbe portare a risvolti inaspettati. In tutti i sensi.
Buona lettura e buone risate a tutti!
 

 
 
MARIACHIARA CABRINI si definisce una lettrice compulsiva. Ormai da sette anni gestisce, con il nickname WEIRDE, un blog dedicato alle sue letture: “L’arte dello scrivere… forse” e si è anche cimentata nella scrittura pubblicando i romanzi: Imprinting love (Zerocentoundici Editore, 2010), La Fiamma del destino (Lulu.com editore, 2011), Le rocambolesche avventure di una lettrice compulsiva (Ilmiolibro.it, 2012), I colori della nebbia, scritto a quattro mani con Francesca Cani (Harlequin Mondadori, 2013) e Lie4me Professione bugiarda (Harlequin Mondadori, 2015).

Visitate il suo sito: http://writtenbyweirde.altervista.org/
E il suo blog: http://weirdesplinder.tumblr.com/

 
Di Carla (del 21/09/2015 @ 19:25:09, in Scrittura & Lettura, linkato 1782 volte)

 A caccia di rover sulla Luna
 
Ancora una volta mi ritrovo a leggere un libro di fantascienza hard ambientato sulla Luna, fatto che già di per sé ne assicura un notevole gradimento. Ed effettivamente questo libro ha molti aspetti positivi.
Morgan costruisce con precisione una trama complessa e crea un mondo molto particolareggiato nei dettagli. È evidente quanto l’autore abbia lavorato a questo libro, probabilmente diversi anni. La stessa parte scientifica è abbastanza plausibile, almeno in buona misura. Le scene d’azione sono talmente ben mostrate che ti pare di stare lì nei panni dei personaggi a viverle. E, infatti, l’identificazione nei personaggi principali, soprattutto in alcune scene, avviene in maniera spontanea ed efficace. Infine l’epilogo è carino e intrigante, lasciando il lettore con un finale aperto che permette di fantasticare su cosa potrebbe accadere dopo.
Nonostante tutte queste considerazioni positive, non solo non sono riuscita a dare la quinta stellina, ma a tratti sono stata in dubbio se dare pure la quarta. I motivi sono tanti. Vediamoli uno per uno.
In primo luogo, nel libro c’è davvero troppo info-dump. Io sono la prima che ama l’approfondimento nei libri, soprattutto se riguarda alcuni argomenti di mio interesse, come l’astronautica, ma qui l’autore va oltre. Ferma di continuo l’azione per dare in una volta sola tutti i dettagli, invece di intermezzarli agli eventi. In questo modo, quando poi riprende l’azione, il lettore, che ha l’impressione di essere stato trascinato all’interno di un saggio, non si ricorda cosa era successo prima, ma soprattutto perde il contatto con i personaggi, si stacca dalla storia e di fatto la sua immaginazione viene strappata dal mondo da essa creato durante la lettura.
In particolare, poi, nella prima metà del libro l’autore fa mille digressioni e apre mille parentesi per raccontare la storia di personaggi totalmente secondari che non hanno alcuna importanza nel portare avanti la trama.
Inoltre, alcuni flashback non sono ben posizionati, non sono in una posizione logica o avrebbero avuto bisogno di una demarcazione ben definita per segnalare la loro posizione nel passato. Si ha l’impressione che alcune scene siano state scritte e poi solo successivamente incastrate tra loro. Molti autori fanno così e non c’è nulla di male, ma il lettore non dovrebbe mai avere questa impressione (che corrisponda o meno a verità).
I tre elementi precedenti (info-dump, digressioni e posizione dei flashback) interrompono di continuo l’azione principale, facendo perdere drammaticità alla lettura.
Nella parte finale del romanzo, inoltre, dopo il climax la storia si trascina in una lunga risoluzione raccontata, che non è affatto necessaria e che danneggia il libro nel suo complesso, anche per via dei comportamenti illogici dei personaggi e l’assenza di realisticità di certi eventi.
C’è poi da dire che la mia sospensione dell’incredulità ha vacillato parecchio per le numerose volte in cui i personaggi vengono esposti al vuoto per lungo tempo e sopravvivono quasi come se niente fosse. Da come tali scene vengono mostrate, sembra quasi che l’unico problema sia l’assenza di ossigeno (e già a quella resistono fin troppo, in particolare in scene di “fatica”) e, in seconda battuta, il vuoto in sé (ma che appare quasi come un problema minore). Mai si legge un accenno ai problemi dovuti alla bassissima temperatura al buio (che congela istantaneamente) o all’altissima temperatura e altri effetti dell’irradiazione solare diretta alla luce (che provoca danni, se possibile, ancora peggiori).
In generale direi che diversi tagli avrebbero giovato al ritmo e al finale del libro, magari molti di tali passaggi avrebbero avuto una migliore collocazione in eventuali note in appendice o addirittura in racconti spin-off (soprattutto, ma non solo, quelli relativi a personaggi secondari).
In ogni caso alla fine ho deciso di dare quattro stelle a questo libro, poiché in esso si percepisce davvero un grandissimo lavoro di ricerca e fantasia da parte dell’autore.

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Di Carla (del 08/09/2015 @ 22:17:04, in Scrittura & Lettura, linkato 1932 volte)

 La Luna: affascinante e letale
 
Subisco da sempre il fascino della Luna e delle storie ambientate nel nostro satellite naturale, per cui quando mi sono imbattuta in questo romanzo, che tra l’altro costa pochissimo, non ho potuto trattenere il mio indice e in meno di un minuto era già nel mio Kindle. E posso dire che è stato uno dei migliori acquisti fatti negli ultimi anni.
La storia è ambientata in un prossimo futuro nel polo sud lunare, dove è stata creata una base di ricerca nelle vicinanze delle cosiddette “cold trap”, trappole di freddo, cioè quei crateri d’impatto il cui fondo, trovandosi ad altissime latitudini, non riceve i raggi solari da quando esistono e in cui del ghiaccio d’acqua è intrappolato, mescolato alla regolite e ad altri materiali, inclusi alcuni elementi rari di notevole interesse economico.
L’autore mescola con maestria una scienza plausibile e molto accurata nei dettagli con delle ambientazioni suggestive, mostrate attraverso i sensi dei personaggi, che solo a loro volta ben sviluppati e realistici. L’impressione di trovarsi sul suolo lunare durante la lettura è reale. E lo sono anche le emozioni dei protagonisti durante le rocambolesche scene ricche d’azione e di suspense. In altre parole questo libro ha tutto ciò che cerco in un romanzo di fantascienza hard.
L’ho letto in pochi giorni ed ero talmente presa dalla storia che non vedevo l’ora di mettermi nel letto col mio Kindle per continuare la lettura.
La storia si conclude con un grandioso colpo di scena, anche se a un certo punto l’avevo previsto, ma ho apprezzato persino il fatto di averlo visto arrivare per via della sua perfetta logicità all’interno della trama e per il modo astuto con cui l’autore ha orchestrato i vari indizi che mi hanno portato a prevederlo.
Se devo indicare un difetto, che però non va a inficiare il mio giudizio finale, devo dire che avrei preferito che i flashback relativi al personaggio di Moochy fossero più brevi e intermezzati con la linea principale della narrazione. Invece sono inseriti in pratica nel bel mezzo della storia, interrompendo del tutto l’azione per raccontare la storia di Moochy, rischiando di farci dimenticare i dettagli della trama principale e allontanando la stessa trama dalla fantascienza.
Nonostante questo, non posso che giudicarlo una grandissima opera prima.

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Di Carla (del 02/09/2015 @ 22:40:13, in Scrittura & Lettura, linkato 3120 volte)

 Il controllo del sistema e l’ignoranza
 
Ho compreso e apprezzato l’intento dell’autore nello scrivere questo libro. Il tema del controllo delle persone tramite quello delle informazioni è stato declinato mille volte nella narrativa e non era certo semplice essere originali, ma in questo piccolo romanzo ne ho colto una sfumatura che ho particolarmente apprezzato.
Il protagonista, Giorgio Ferri, vive in un prossimo futuro distopico, in cui tutto è controllato dal sistema a un livello tale che le persone comuni sono felici di tale controllo, poiché le fa sentire più sicure. I personaggi non hanno l’illusione di scegliere per sé, ma in buona misura sono ben consci di non farlo ed è proprio questa consapevolezza che li fa vivere ancora più tranquilli. Se seguono le regole, senza farsi domande, non devono preoccuparsi e possono concentrarsi su altro, come gli affetti e la famiglia. In questo mondo raccontato da Lampis, all’apparenza, seguire le regole dà la certezza della tranquillità, di una vita serena. Al contempo in queste persone si osserva la totale negazione nei confronti di qualsiasi aspetto che possa minare la sicurezza in cui sono convinti di vivere. Per Giorgio è più semplice pensare che il vicino di casa sia davvero un criminale che sospettare che sia stato preso di mira dal sistema per qualche motivo recondito, poiché anche il semplice sospetto farebbe crollare la condizione di fiducia nei confronti del sistema stesso che fa da perno alla sua vita.
L’assurdo di questa condizione è che Giorgio, in fondo al suo cuore, sa che esiste un sistema, ma allo stesso tempo non lo sa, poiché non ci fa caso, fino al momento in cui non si trova a scontrarsi con esso.
Ma nell’approccio di Giorgio agli eventi in cui viene coinvolto si nota qualcosa di più. Non è vero che Giorgio crede a ciò che il sistema gli propina, poiché credere presuppone sapere a cosa si debba credere. Giorgio invece dà per scontato che una cosa sia vera, o la possa essere, solo in base alla fonte, senza informarsi sul contenuto. Giorgio crede che un’informazione sia vera perché lo dice il telegiornale. Giorgio inizia a dubitare del sistema perché a dirglielo è il suo migliore amico, nonostante il suo dubbio sia incoerente col suo modo di porsi nei confronti del sistema stesso. Mi sarei infatti attesa che rispondesse alle accuse di Tony dicendo che non c’era nulla (o quasi) di sbagliato in ciò che lui gli stava raccontando, poiché tutto ciò che deviava dalla sicurezza in cui viveva andava eliminato. Ciò che invece andava a cozzare con la sua visione della società (il fatto che gli dessero qualcosa per frenare il suo istinto di ribellione) avrebbe dovuto subito tacciarlo come insensato e non avrebbe dovuto sentire il desiderio di dimostrare a Tony, e a se stesso, che si sbagliava.
Al contrario, di fronte a una fonte dubbia (i complottisti delle scie chimiche), Giorgio non crede, ma solo perché si annoia a leggere un lungo volantino, non perché trovi il suo contenuto assurdo oppure errato.
Il problema di Giorgio è che ignora i fatti per sua scelta. Non vuole conoscere la realtà e comprenderla. Giorgio è emblematico della pigrizia della persona comune dei giorni nostri che acquisisce delle nozioni e le etichetta come vere o false in base alla fonte o a quanto ciò le faccia comodo, senza entrare nel merito con spirito critico, senza chiedersi perché una tale informazione sia vera o falsa.
L’ignoranza di Giorgio è il motivo dell’insorgere della sua paura, quando viene convocato dalla Commissione Governativa. Secondo il suo modo di vedere la realtà, quello in cui crede di vedere la realtà, lui dovrebbe andare al colloquio sicuro di non avere nulla da temere. E, invece, è terrorizzato, ha un costante senso di colpa verso qualcosa che potrebbe aver fatto, nonostante non abbia fatto nulla. La paura nasce dall’ignoranza. E forse questo è il messaggio più vero veicolato dal libro.
Nonostante tutto, non ho potuto dare più di tre stelle al romanzo di Lampis. I motivi sono diversi.
Sebbene l’autore faccia sfoggio di un’ottima prosa, non posso dire che l’edizione sia curata come dovrebbe. Al di là delle scelte di punteggiatura disinvolte (la punteggiatura non è un’opinione e quindi sono degli errori!), manca la mano di un bravo editor nel curare alcuni aspetti stilistici oltre che lo sviluppo stesso della trama.
Le prime due parti si sviluppano in modo tale da creare l’evento che dovrebbe portare verso il climax e la conclusione della storia, ma a un certo punto il romanzo, invece di spiccare il volo, si chiude su se stesso, come pure il protagonista. Ciò che manca è l’evoluzione del personaggio principale che all’interno di un romanzo dovrebbe mostrare una crescita, almeno in uno dei suoi aspetti. Giorgio arriva quasi a iniziare questo percorso di crescita, ma invece si osserva in lui e nella struttura della trama una regressione, che porta a un finale deprimente e, al contempo, troppo definitivo, che non può soddisfare il lettore.
Trovo inoltre infelice la scelta di ambientare la storia in un contesto cronologico specifico. Il mondo raccontato da Lampis, anche se fa il verso alla società odierna, è comunque distopico e indicando una data così vicina nel futuro, invece di mantenersi sul vago (come se fosse un universo alternativo) o mostrare un futuro lontano (con tutte le tecnologie del caso), fa crollare la sospensione dell’incredulità.
Infine, il piano del sistema per eliminare i personaggi è fin troppo macchinoso. È talmente incredibile che è normale che Giorgio non possa crederci e ciò rende ancora meno efficace la storia nel suo modo di raccontare una cosa per dire l’esatto opposto.

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Di Carla (del 21/08/2015 @ 09:00:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2389 volte)

 Tanta politica, tanto Marte, ma personaggi poco realistici
 
Come sempre Robinson è bravissimo nel world building, cioè riesce a creare un futuro immaginario su Marte molto ben dettagliato e credibile, merito da una parte della sua immensa fantasia e dall’altra di un evidente accurato lavoro di ricerca. E lo fa con una prosa stupenda. Ci sono dei passaggi davvero bellissimi, che meriterebbero di essere letti a prescindere da tutto il resto.
Rispetto a “Red Mars” ho letto tutto, nel senso che non ho saltato delle parti come mi era capitato nel primo libro (le disquisizioni teoriche di psicologia). Per quanto un libro del genere che ha anche uno scopo divulgativo tenda a essere afflitto da un certo info-dump, non l’ho mai avvertito come tale, forse perché è riuscito spalmare meglio le sue argomentazioni su tutto il testo senza caricare troppo certe parti, ma anche perché si tratta comunque di argomenti che ho trovato più interessanti e inerenti alla storia. Ma ammetto che, anche se ho letto tutto, di tanto in tanto mi distraevo in alcuni passaggi in cui di fatto non accadeva nulla, senza che perdessi il filo della trama.
Nonostante ciò non sono riuscita a farmi piacere questo libro. Il motivo è semplice: non mi sono immedesimata in alcun personaggio. Non ce n’è stato uno che mi abbia catturato e che allo stesso tempo abbia mantenuto un ruolo coerente in tutto il libro, come era accaduto con Frank in “Red Mars”. In questo senso gli enormi salti temporali non mi hanno aiutato, poiché appena trovavo un personaggio interessante (per esempio, Arthur), di colpo finiva la parte e da quel punto in poi diventava trascurabile nell’economia della storia.
Il problema è che questo libro non è fatto dai personaggi e neanche da una trama ben congegnata, ma si tratta di un tentativo di ricostruzione di una possibile situazione socio-politica del futuro su Marte. I personaggi invece di determinare la storia ne sono i burattini, come se si trattasse di un saggio e non di narrativa.
All’interno delle singole parti, inoltre, il ritmo è così lento che si ha l’impressione che non accada nulla e, quando accade qualcosa, viene riferita in maniera così distaccata da sembrare un resoconto. Poi, passando alla parte successiva, si scopre che è trascorso tanto tempo e ciò che aveva un ruolo preminente nella parte precedente diventa trascurabile. Da lettore ci si sente un po’ traditi da questo modo di narrare, poiché si è portati a proiettare le proprie sensazione, aspettative e sentimenti su dei personaggi e su alcuni eventi, per poi scoprire che tutto è accaduto a nostra insaputa e di fatto non ha più importanza.
Ma veniamo ad alcuni aspetti della trama.
Già nel primo libro si parlava della possibilità di prolungare la vita dei protagonisti con dei trattamenti. Si tratta di un artificio narrativo per utilizzare gli stessi personaggi per un lasso di tempo più lungo. Il problema è che in questo secondo libro si arriva a dire che i trattamenti fanno vivere per un tempo indefinito. L’idea stessa che i personaggi non abbiano un qualche riferimento temporale per misurare la propria vita è abbastanza inquietante e contribuisce ad allontanarmi da loro. Viene da chiedersi quale sia lo scopo della vita di tali persone.
Nel leggere questo libro parrebbe che tutti i personaggi siano interessati unicamente alla situazione di Marte (terraformazione, indipendenza dalla Terra), cioè tutto gira intorno a grandi temi, tanto che pare che non abbiano una vita reale, fatta di piccole cose. I piccoli elementi che definiscono l'umanità delle persone mancano. E, quando ci sono, vengono inseriti in maniera didascalica, come se fossero secondari. Ma per le persone reali gli scopi personali sono tutto ciò che realmente conta. Per quanto uno possa dedicarsi a una causa, tale causa deve venire dopo, altrimenti si tratta di fanatici potenzialmente pericolosi, non certo di persone equilibrate. Certo, ci possono essere dei fanatici anche su Marte (e infatti alcuni sono descritti come tali), ma non è credibile che tutti siano così. Di fatto i personaggi non sembrano persone reali.
Per quanto riguarda l’aspetto scientifico, nonostante l’evidente ricerca fatta dall’autore, ho l’impressione che il processo di terraformazione descritto avvenga un po’ troppo velocemente e troppo facilmente si creino le condizioni per accelerarlo. Ma questo aspetto è un problema minore, poiché potrebbe essere una licenza presa dall’autore per portare la trama in una certa direzione. D’altronde si tratta di una trilogia che parla proprio della terraformazione di Marte. C’è da dire che il Marte parzialmente terraformato, descritto in questo libro, ai miei occhi ha perso tutto il fascino che aveva nel primo.
Infine, del libro precedente non avevo apprezzato il catastrofismo presente verso la fine. Anche qui ci siamo andati vicino. Ma, mentre in “Red Mars” l’evento catastrofico determinava il climax della storia e aveva quindi un suo scopo narrativo, la tensione in “Green Mars” rimane bassa per quasi tutto il romanzo e non riesce sul finale a salire come dovrebbe.
Insomma, una volta giunta all’ultima pagina, l’unica parola che mi è venuta in mente, stremata da una lettura a dir poco pesante, è stata: finalmente!

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Di Carla (del 19/08/2015 @ 22:37:01, in Scrittura & Lettura, linkato 2071 volte)

 Bizzarro
 
È davvero difficile per me esprimere un’opinione su questo libro. Non riesco a capire cosa mi sia piaciuto e cosa non mi sia piaciuto. A tratti ha un buon ritmo. Le scene d’azione svolgono bene il loro compito. La prosa dell’autore, soprattutto nelle descrizioni che aprono certi capitoli, riesce a essere evocativa.
Ma ciò che proprio non mi ha convinto è la trama, sia come idea di partenza, sia come è stata sviluppata, sia come finale, anche se ammetto che quest’ultimo era l’unica scelta possibile che non fosse del tutto banale.
Dipenderà anche dal fatto che non amo particolarmente questi scenari pessimistici (si parla di un futuro prossimo in cui la razza umana si sta istupidendo), anche se capisco che si tratta di pura speculazione, ma il motivo principale è che non c’è stato un passaggio del libro che sia riuscito ad apparire credibile ai miei occhi né tanto meno a sorprendermi. La storia e i personaggi sono talmente bizzarri da parere privi di alcun senso. La sospensione dell’incredulità non ha funzionato. Inoltre ho capito subito il giochetto delle parole (inclusa quella del titolo) e ho subito ricollegato alcune scene iniziali con quanto accade più avanti, per cui ho visto arrivare con largo anticipo i colpi di scena.
Tuttavia non è stata una lettura del tutto negativa. Il libro è abbastanza ben scritto e si legge in maniera scorrevole, ma tutto ciò non può bastare per dargli un giudizio positivo.
 
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Di Carla (del 11/08/2015 @ 21:56:05, in Scrittura & Lettura, linkato 2046 volte)
 La storia vera fa paura più della finzione
 
Messi da parte momentaneamente i panni del maresciallo Maggio, Francesco Zampa si cala in quelli di un altro carabiniere, stavolta a Roma durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. Passa quindi dal giallo a un romanzo storico non privo di suspense e segue le vicende del brigadiere Flavio Cesari, che cura il censimento dei militari di razza ebraica all’Ufficio Riservato del Ministero della Guerra, durante il peggiore momento della sua vita. Cesari è un personaggio inventato, ma la vicenda storica narrata, quella della deportazione dei Carabinieri della capitale avvenuta il 7 ottobre 1943, è assolutamente vera, anche se ben poco conosciuta. I tedeschi avevano preso quella decisione in previsione della deportazione degli ebrei romani, poiché temevano che gli uomini dell’Arma potessero essere di intralcio alle loro intenzioni.
Flavio Cesari scopre per caso ciò che sta per accadere e da quel momento inizia la sua fuga. Nel cercare delle risposte alle mille domande che affollano la sua mente, Cesari vive quei tremendi momenti facendosi narratore di uno degli eventi più bui della nostra storia recente. Come lettrice, mi sono trovata a trepidare con lui, a temere per la sua vita, con quel particolare terrore che mi accompagna di fronte a una storia ambientata durante la follia nazista. Si tratta del terrore provocato dall’inconcepibilità delle azioni portate avanti da esseri umani che, però, appaiono incapaci di umanità e di alcuna forma di pietà, e proprio per questo non possono che spaventare.
Ho letto questo libro diversi mesi fa, ma ci ho ripensato a lungo più di recente dopo una visita ad Auschwitz e Birkenau, i campi di sterminio che rappresentavano la destinazione finale (in tutti i sensi) dei deportati. Nel vedere quei luoghi, nel sapere le atrocità commesse in tempi tutt’altro che lontani, si reagisce cercando di allontanarne il pensiero, poiché è così fuori da ogni razionalità che si ha difficoltà ad accettare che una cosa del genere sia potuta accadere nella civilissima Europa del ventesimo secolo.
Zampa nel raccontare quella che è soltanto una breve vicenda riesce comunque a trasmettere l’eco lontana di quelle stesse atrocità, di cui possiamo vedere solo piccoli dettagli in alcuni eventi narrati. E con essa la paura.
Ho trovato particolarmente bello il modo con cui di fronte alla macchina infernale del nazismo i singoli uomini, con i loro dubbi (compresi coloro che avrebbero dovuto eseguire degli ordini per via della loro posizione: gli stessi Carabinieri, ma anche alcune Camice Nere), mettano a nudo la loro umanità, talvolta diventando, come lo stesso Cesari, protagonisti di atti di eroismo, che non avrebbero mai pensato di dover compiere.
A tutto ciò Zampa aggiunge la sua prosa coinvolgente e precisa, che accompagna il lettore in questo viaggio nel passato.

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Di Carla (del 06/08/2015 @ 00:38:19, in Scrittura & Lettura, linkato 2136 volte)

Con l’arrivo di agosto, dopo un rocambolesco mese di luglio in cui ho partecipato al Camp NaNoWriMo (e vinto), ho pubblicato l’ultimo libro di “Deserto rosso” in inglese (“Red Desert - Back Home”) e l’edizione cartacea di tutti i libri di “Red Desert”, mi ritrovo a rallentare il ritmo, cosa che mi provoca una strana sensazione, come se non stessi facendo il mio dovere. E così, dopo pochi giorni, mi sono rimessa all’opera, anche se senza l’urgenza delle scadenze.
 
Volente o nolente, tutto ciò fa sì che io dedichi parte di questa settimana a qualche bilancio, in attesa dell’ultimo quadrimestre del 2015 (oddio, sembra ieri che è iniziato!), che vedrà tra le varie cose anche l’uscita di “The Mentor” (versione inglese de “Il mentore”) pubblicato da AmazonCrossing (cui ho venduto i diritti di traduzione in inglese) e il cui risultato avrà effetti sulle mie scelte future.
 
Come dicevo sopra, a luglio ho partecipato al Camp NaNoWriMo. Stavolta mi sono posta come obiettivo soltanto 40 mila parole, poiché volevo scrivere la prima parte di “Ophir”, il prossimo libro del ciclo dell’Aurora. Ad appena due minuti dalla mezzanotte del 31 luglio sono riuscita a raggiungere la quota prefissata e posso dire di aver vinto. Come al solito (fatta eccezione per “Affinità d’intenti”, di cui completai la prima stesura proprio nello stesso momento in cui vinsi il NaNoWriMo 2013), raggiungere l’obiettivo non significa aver terminato la scrittura. Mi mancano ancora circa tremila o quattromila parole, che vorrei tanto riuscire a scrivere prima di Ferragosto per poi mettere da parte questo libro per un po’. Infatti ho intenzione di scrivere le altre due parti di “Ophir” tra il gennaio e l’aprile del 2016 (il libro poi uscirà nel novembre dello stesso anno).
 
Ma il mio obiettivo principale per questo mese, e l’inizio del prossimo, è l’editing di “Per caso”, il mio prossimo romanzo di fantascienza, frutto del Camp NaNoWriMo di aprile e che uscirà il 30 novembre 2015.
Lo so, avevo promesso di parlarvene più diffusamente in un post, ma non l’ho ancora fatto. Lo farò, stavolta sul serio, entro la fine del mese.
In questi giorni sto rileggendo la prima stesura e come al solito provo quella strana sensazione che, anche dopo appena pochi mesi, mi fa chiedere: “Ma questo l’ho scritto davvero io?
Come trama e tematiche è un romanzo molto diverso dai miei precedenti, ma credo che riconoscerete la mia voce d’autrice nella struttura e nel modo di affrontare i personaggi dall’interno.
 
Non si tratta però dell’unico mio impegno di questo mese. Ieri ho iniziato a prendere appunti su un nuovo thriller che scriverò forse l’anno prossimo o quello dopo (titolo provvisorio “Quella notte”) e nelle prossime settimane voglio metterne giù qualcuno su altre idee (di altri tre romanzi che mi ronzano in testa). Ho messo da parte l’outline di “Sindrome”, che sarà invece il prossimo libro che scriverò, tra novembre e dicembre, e sarà il seguito de “Il mentore”, il secondo di una trilogia (all’ultimo, il cui titolo provvisorio è “Oltre il limite”, ci penserò l’anno prossimo). Devo inoltre iniziare la traduzione in italiano del nuovo libro di Richard J. Galloway, del quale ho già tradotto “Amantarra”.
 
Infine ai primi di settembre sarò ospite della Sassari Comics and Games 2015 (se siete in zona, fatemelo sapere) e nelle settimane prima dovrò prepararmi per il panel che dovrò tenere durante la manifestazione, in cui parlerò dei miei libri di fantascienza e di Destinazione Terra e Fantascientificast, di cui sono inviata.
Insomma, non si può proprio parlare di un mese di riposo, ma solo un leggero rallentamento, che intendo mantenere anche a settembre e ottobre, prima del rush finale di questo 2015.
 

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