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 Tramonto sull'Isola di San Pietro... di Carla
 

"Sei proprio un mistero impenetrabile, piccola Anna."
Deserto rosso - Abitanti di Marte




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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 30/05/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1571 volte)

 Dolore, speranza e… Napoli
 
Leggere questo libro è stata un’esperienza particolare. Partivo dai ricordi di “Le parole confondono” in cui il personaggio di Francesco era secondario rispetto al protagonista, Andrea, ma era abbastanza tratteggiato da fornirmi un’immagine di lui, da conoscere alcuni aspetti della storia che avrei letto. Ma il Francesco raccontato da Andrea nel primo libro di questa serie era appunto filtrato dal suo punto di vista, dalle sue esperienze di vita e dalla sua morale ben più rigida. Ciò mi aveva dato un’idea del personaggio che era parziale e in parte distorta. In “Certe incertezze”, invece, ho avuto modo di conoscere Francesco dall’interno della sua anima, in tutti i suoi aspetti contradditori e controversi. Ciò che è apparso di fronte ai miei occhi è stata una persona reale con tutte le complessità e le sfumature di un vero essere umano.
Questa semplice consapevolezza mi ha permesso di apprezzare la bravura dell’autore che è riuscito a immedesimarsi in due personaggi così diversi dando la reale impressione che a narrare fossero due persone diverse. Gli eventi sono mostrati da una prospettiva diversa, i sentimenti sono diversi, il modo stesso con cui i personaggi parlano al lettore è diverso. Immagino che questa illusione abbia funzionato bene anche perché è passato del tempo tra la scrittura del primo e del secondo libro, durante il quale altre storie sono state create, un tempo in cui Giovanni Venturi è senza dubbio maturato, regalandoci un’opera che, nonostante la lunghezza, non annoia mai.
Se ne “Le parole confondono” il tema intorno cui girava la trama era l’amore in tutte le sue forme, grazie a una visione del mondo da parte di Andrea per certi versi intrinsecamente tesa versa un lieto fine, che poi è arrivato alla conclusione del libro, “Certe incertezze” è un racconto di dolore, dalle sue manifestazioni più semplici a quelle più tragiche. Ogni volta che la speranza sembra farsi strada nel rischiarare la vita di Francesco, nuovo dolore lo colpisce, lo piega. Ma lui resiste, diventa più forte, maturo, raccoglie gli insegnamenti che la vita gli impartisce e va avanti.
Pur non amando le storie tristi, per qualche strano motivo, nonostante gli eventi che Francesco ha dovuto affrontare, ho amato la sua storia, poiché ho amato Francesco, il suo essere incerto, confuso, arrabbiato, bugiardo, fragile dentro, e allora stesso tempo determinato, solido, sicuro, schietto, indisponente, forte fuori. Ho amato Francesco perché è palesemente umano, quasi un antieroe, proprio come ognuno di noi.
Ma questo romanzo, oltre a raccontare la storia di Francesco, è una dichiarazione d’amore dell’autore verso la sua Napoli, la cui presenza preponderante ne fa quasi un personaggio. Napoli non è solo il teatro di una parte delle vicende, quelle del passato, ma ne è anche fautrice. Circonda e forgia il protagonista, che la odia tanto da lasciarla dopo ciò che gli ha tolto eppure non può smettere di amarla per ciò che ancora riesce a dargli. E non sorprende il fatto che sia proprio Napoli il luogo e l’origine della sensazione di speranza con cui il romanzo si chiude e che mi ha fatto provare l’assoluta certezza che Francesco avrebbe preso in mano il proprio futuro per proiettarlo verso quell’esistenza felice che merita di raggiungere.
E tale certezza mi è bastata per chiudere il libro con un sorriso.

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Di Carla (del 21/05/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2854 volte)
Cosa distingue la dedizione dell’ossessione?
 
Siamo nel giugno 2016 e sono passati ventuno mesi da quella fatidica notte di settembre del 2014 in cui Eric Shaw ha scoperto l’identità del serial killer soprannominato ‘morte nera’. Sospettava da tempo che si trattasse di lei, ma aveva deciso di non crederci, di guardare dall’altra parte e di seguire le tracce lasciate dalla sua allieva, che accusavano qualcun altro di quei crimini.
Da allora la vita del detective a capo di una delle squadre della sezione scientifica di Scotland Yard è stata resa ancora più complicata da una nuova consapevolezza: è connivente nei confronti dei terribili delitti di un’assassina.
 
 
Il rapporto tra il mentore e la sua allieva è il cuore della trilogia del detective Eric Shaw di cui “Sindrome” il secondo volume.
Su questo tema si innestano le investigazioni, svolte dal protagonista insieme alla detective Miriam Leroux della omicidi di Scotland Yard, alla criminologa Adele Pennington e al resto della sua squadra, su due nuovi casi che seminano morte nella Londra odierna. I cadaveri di due spacciatori di Islington vengono rivenuti in altrettanti appartamenti disabitati di Westminster. Nel frattempo un’infermiera dell’Ospedale St Nicholas accusa la madre di un piccolo paziente di causare volontariamente i peggioramenti del figlio.
 
Entrambi i casi finiscono per coinvolgere il protagonista ben oltre il suo ruolo di investigatore e mettere ancora più alla prova il suo senso morale, avvicinandolo sempre più pericolosamente a quel sottile limite che separa ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Ed Eric sa bene che, se mai dovesse oltrepassarlo, non potrebbe più tornare indietro.
 
Riuscirà Eric a scoprire l’identità di uno spietato assassino e a svelare chi sta giocando con la salute dei giovani pazienti dell’Ospedale St Nicholas di Londra, senza perdere del tutto il controllo sulla propria vita?
 
Per scoprirlo dovete leggere “Sindrome”, disponibile in ebook a 2,99 euro su Amazon, GiuntiGoogle Play, Kobo, iTunes, Mondadori Store, laFeltrinelli, Nook (tramite l’app di Windows), 24Symbols (gratuito per gli abbonati) e Smashwords e in edizione cartacea a 10,99 euro su Amazon e Giunti.
 
Ecco la descrizione del libro.
 
Mentre indaga sull’omicidio di due pregiudicati collegati a un noto trafficante di droga londinese, resosi protagonista di una spettacolare evasione dal cellulare che lo stava riportando al penitenziario di Coldingley dopo un’udienza in tribunale, la squadra scientifica di Scotland Yard diretta dal detective Eric Shaw si ritrova coinvolta nel caso di un’infermiera che accusa una madre di essere responsabile di una serie di violenti episodi febbrili che hanno colpito suo figlio Jimmy, di soli dieci anni. Quest’ultima si accanirebbe sul proprio bambino, peggiorandone le condizioni di salute, per attirare su di sé l’attenzione e la compassione del personale sanitario.
Eric ne viene a conoscenza casualmente, poiché la pediatra che ha in cura il piccolo paziente, Catherine Foulger, è una sua vecchia fiamma, che il detective ha ripreso a frequentare di recente nella speranza di rimettere ordine nella propria vita dopo aver scoperto l’identità del serial killer denominato ‘morte nera’.
Ma la sua ex-compagna Adele Pennington, criminologa del Laboratorio di Scienze Forensi, non ha affatto accettato di buon grado questa nuova relazione.
 
 
Come spiego anche nei ringraziamenti del libro, “Sindrome” non sarebbe dovuto esistere, poiché “Il mentore” era stato concepito come romanzo autoconclusivo. La prospettiva della pubblicazione in inglese mi ha spinto a pensare che il detective Shaw meritasse che il resto della sua storia venisse raccontata.
 
Essendo il secondo libro di una trilogia, è necessaria la lettura del primo per una completa comprensione della trama.
 “Il mentore”, che è un bestseller internazionale con oltre 165.000 lettori in tutto il mondo, è disponibile in ebook su Amazon, Giunti, Google Play, Kobo, iTunes, Mondadori Store, LaFeltrinelli, Nook (tramite l’app di Windows), 24Symbols (gratuito per gli abbonati) e Smashwords e in edizione cartacea su Amazon e Giunti.
 
 
E il detective Shaw e la sua allieva vi aspettano a Londra per farvi conoscere da vicino il male che alberga nell’animo delle persone.
 
Di Carla (del 18/05/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1800 volte)

 Un originale viaggio nella storia
 
Questo primo libro di quella che si prospetta una lunga saga è diverso da qualsiasi altra cosa da me letta in passato. L’elemento storico è preponderante, a esso però si aggiunge quello fantastico in una maniera a dir poco originale.
È senza dubbio ammirevole il lavoro di ricerca compiuto dall’autrice. La storia narrata è così approfondita e i dettagli così ben delineati che i periodi storici della narrazione si sono materializzati davanti ai miei occhi, man mano che procedevo con la lettura. A ciò si aggiunge una notevole complessità della trama. Sebbene si tratti solo della prima parte di una saga più ampia, l’autrice ha creato con maestria un preciso intrico di fili narrativi.
La scelta del narratore esterno in un reperto archeologico senziente (che è l’elemento fantastico di cui parlavo) è un buon escamotage, che ho apprezzato anche se in genere non sono una fan delle storie con un narratore esterno. Esso non può entrare nella mente dei personaggi umani e c’è un’oggettiva difficoltà nell’immedesimarsi in una tale entità non del tutto definita. Nonostante ciò sono riuscita a creare una buona empatia con i vari personaggi che si sono susseguiti lungo il romanzo. Peccato che l’effetto episodico me li abbia spesso fatti perdere per strada proprio quando mi stavo affezionando a loro.
Il filone narrativo che ho preferito è senza dubbio quello di Amberlee, proprio perché il punto di vista è il suo e quindi c’è l’introspezione di un personaggio cui ho potuto rapportarmi (un essere umano!). Nei pochi capitoli a lei dedicati si delinea una storia ricca di suspense e azione, e si intravedono grandi possibilità per il libro successivo.
Una particolare nota merita la prosa estremamente ricercata di quest’opera, fatta di periodi lunghi ben costruiti e termini non comuni usati sempre in maniera appropriata. Anche i dialoghi ambientati nel passato sono del tutto credibili, contribuendo all’illusione generale di vivere quel periodo storico.
Il romanzo termina con un cliffhanger, cosa che dal mio punto di vista è assolutamente positiva, poiché accresce in me la curiosità di leggere il seguito.
Gli unici aspetti che ho apprezzato meno, per un gusto personale, sono la presenza di troppi filoni narrativi indipendenti che si muovono in parallelo e la generale struttura episodica della storia dovuta ai salti temporali.
Per quanto riguarda il primo, il fatto che ci siano così tanti filoni mi ha portato quasi a dimenticare quello di Amberlee, cui avrei voluto venisse dato più spazio perché è il mio preferito e ha un taglio narrativo più moderno.
L’aspetto episodico, invece, tende a trasformare il romanzo in una successione di racconti, spesso dimenticabili (nel senso che non contribuiscono alla trama principale). Niente di sbagliato in questo, di per sé, anche perché le singole storie sono davvero molto belle, ma quello del racconto è un formato della narrativa che non amo particolarmente, poiché è troppo breve e non mi dà il tempo di creare un legame con i personaggi.
Comunque confido nel prossimo libro per un maggiore sviluppo della storia ambientata ai giorni nostri, anzi, lo attendo con trepidazione. Visto il modo in cui è strutturata, penso che questa saga potrà essere apprezzata ancora di più quando ci saranno più volumi a disposizione da leggere uno di seguito all’altro.

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Di Carla (del 17/05/2016 @ 01:05:06, in Scrittura & Lettura, linkato 1635 volte)

 Come una musica
 
Quest’ultimo romanzo di Francesco Zampa è un’opera matura e raffinata. Ambientato a pochi anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, racconta il viaggio compiuto da un giovane giornalista parigino, figlio di un’insegnante di ballo (ex-ballerina) ed ebreo, per fare chiarezza su un particolare episodio accaduto durante lo sbarco degli americani in Normandia e che in qualche modo finisce per intrecciarsi alla sua storia personale. Il tutto è mostrato a noi in un’opera a metà strada tra romanzo storico e di formazione, impreziosita dalla bella prosa di Zampa, che sa essere ricercata ma allo stesso tempo molto diretta ad arrivare all’animo del lettore.
La delicatezza con cui questa storia è narrata ne fa quasi una musica, come quella di Gershwin il cui brano “Someone To Watch Over Me” è citato nel titolo ed è collegato alla trama (ma preferisco non rivelare in che modo).
Ancora una volta, dopo “La scelta”, l’autore ci porta in un passato non tanto lontano e riesce a farlo rivivere in noi in maniera realistica, anche grazie a un’evidente lavoro grazia al quale riesce a mescolare eventi inventati e reali con grande maestria.
Si tratta di una lettura coinvolgente che, oltre a intrattenere con le vicende del giovane René, costituisce un’occasione per esplorare con un occhio diverso eventi storici che troppo spesso si conoscono in maniera superficiale.

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Di Carla (del 13/05/2016 @ 06:21:27, in Scrittura & Lettura, linkato 1567 volte)

Circa due anni fa in questo periodo usciva “Il mentore”, un crime thriller che vedeva il mio debutto in un genere letterario diverso da quello del fantastico. Influenzato dal mio background di serie TV procedurali, questo romanzo racconta la storia di un detective della scientifica di Scotland Yard che sospetta che una persona cui tiene potrebbe essere una serial killer, soprannominata ‘morte nera’.
A due anni da quei fatti e a ventuno mesi dall’epilogo de “Il mentore”, Eric Shaw torna in “Sindrome” per mostrarci cosa è successo dopo quella notte di settembre del 2014.
 
 
Sindrome” si svolge nel prossimo giugno 2016, perlopiù nell’arco di una settimana in cui Eric e la sua squadra si trovano coinvolti in due casi paralleli. L’investigazione si intreccia fatalmente con la sua vita privata e con quella della sua allieva, in un susseguirsi di omicidi, colpi di scena e rivelazioni.
Riuscirà Eric a riprendere in mano il proprio destino?
 
 
Lo scoprirete il 21 maggio.
Nel frattempo, per non rischiare di dimenticarvene, potete preordinare l’ebook di “Sindrome” a 2,99 euro su Amazon, GiuntiGoogle Play, Kobo, iTunes, Mondadori Store, laFeltrinelli e Nook (tramite l’app di Windows). Il libro sarà disponibile nel giorno della pubblicazione anche su Smashwords e 24Symbols, e presto anche in edizione cartacea.
 
Ecco la trama.
 
Mentre indaga sull’omicidio di due pregiudicati collegati a un noto trafficante di droga londinese, resosi protagonista di una spettacolare evasione dal cellulare che lo stava riportando al penitenziario di Coldingley dopo un’udienza in tribunale, la squadra scientifica di Scotland Yard diretta dal detective Eric Shaw si ritrova coinvolta nel caso di un’infermiera che accusa una madre di essere responsabile di una serie di violenti episodi febbrili che hanno colpito suo figlio Jimmy, di soli dieci anni. Quest’ultima si accanirebbe sul proprio bambino, peggiorandone le condizioni di salute, per attirare su di sé l’attenzione e la compassione del personale sanitario.
Eric ne viene a conoscenza casualmente, poiché la pediatra che ha in cura il piccolo paziente, Catherine Foulger, è una sua vecchia fiamma, che il detective ha ripreso a frequentare di recente nella speranza di rimettere ordine nella propria vita dopo aver scoperto l’identità del serial killer denominato ‘morte nera’.
Ma la sua ex-compagna Adele Pennington, criminologa del Laboratorio di Scienze Forensi, non ha affatto accettato di buon grado questa nuova relazione.
 
 
Essendo il secondo libro di una trilogia (il terzo “Oltre il limite” uscirà l’anno prossimo) è necessaria la lettura del primo per comprendere appieno la storia.
 
Non avete ancora letto “Il mentore”?
Questa è la vostra occasione per fare vostro il thriller italiano con oltre 165.000 lettori in tutto il mondo (nella sua edizione inglese) a un prezzo piccolissimo.
Fino al 21 maggio incluso, infatti, “Il mentore” è in offerta su Amazon (anche tramite il sito di Giunti) e su Google Play a soli 1,99 euro!
 
 
È tempo di immergersi nella Londra cupa del detective Eric Shaw per individuare il sottile limite che separa ciò che giusto da ciò che è sbagliato… stando attenti a non oltrepassarlo.
 
Di Carla (del 05/04/2016 @ 10:00:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2069 volte)

 Space opera godibile ma cupa
 
Si tratta di un romanzo complesso e articolato di cui ho apprezzato molto certi aspetti. Uno di questi è il fatto che, nonostante i personaggi principali non siano pochi, l’autore è riuscito comunque ad approfondirli. È semplice creare un legame con uno di essi che permette di immergersi nella storia. Nel mio caso il personaggio con cui sono riuscita da subito a stabilire un legame è stato Dan Sylveste, forse perché è uno dei primi a fare la propria comparsa nel romanzo.
Molto bello anche il world building. Reynolds mostra di possedere un’enorme fantasia nel creare pianeti, società e alieni inimmaginabili, come i Giocolieri Mentali che, di fatto, sono degli oceani viventi. Pur creando dal nulla un universo complesso con pochissimi riferimenti alla nostra realtà, l’autore riesce comunque a renderlo credibile. Non si avverte il senso di distacco che si potrebbe rischiare di provare in questo tipo di storie. In questo senso è di notevole aiuto la bella prosa, coinvolgente e poetica.
Infine la storia si conclude con un finale aperto migliore rispetto a un altro suo libro che ho letto (Century Rain), poiché i personaggi principali hanno una crescita che si concretizza anche grazie al finale.
Vi sono però degli aspetti che mi hanno impedito di dare i pieni voti a questo libro.
Nell’immergersi nella lettura appare subito evidente che si presupponga una certa conoscenza da parte del lettore di alcuni aspetti della storia, dei nomi e dei personaggi stessi. All’inizio del libro c’è un glossario scritto a questo scopo, ma non si può veramente pensare che qualcuno si metta a leggerlo, e poi magari se ne ricordi, prima di iniziare la lettura del romanzo. Così si ha la costante impressione di leggere il secondo libro di una serie, in altre parole che manchi una parte della storia. Sarebbero servite maggiori spiegazioni all’interno del romanzo, laddove erano necessarie per favorire la comprensione del lettore.
Lo stesso finale aperto di cui parlavo prima, per quanto di per sé sia una risoluzione degli eventi ben congegnata, mi provoca comunque un senso di insoddisfazione che non riesco a decifrare, forse perché il ruolo di Sylveste alla fine non mi è piaciuto, in quanto subisce gli eventi, senza poter far nulla per alterarli.
A ciò si aggiunge una visione generale un po’ pessimistica del futuro, sia nelle immagini che nei toni, che non rientra affatto nelle mie corde.
 
Questa recensione si riferisce al libro in sé. Una nota a parte “merita” l’edizione.
Trovo incomprensibile la scelta di dividere il libro in due e pubblicarne le parti a distanza di ben tre mesi. Considerando che si tratta un prodotto di edicola, il prezzo complessivo dei due volumi insieme è troppo elevato rispetto alla qualità scadente dell’edizione, che è infestata, oltre che dai soliti refusi, da continui e ripetuti errori grammaticali, di sintassi e di traduzione. Inoltre, talvolta, la scelta del vocabolo errato in italiano tra due traduzioni possibili dello stesso in inglese dà luogo a passaggi involontariamente comici.
 
 
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Di Guest blogger (del 25/03/2016 @ 09:00:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2510 volte)

Fra pochi giorni consegnerò la quarta stesura di “Sindrome” ai miei beta reader e allora ho voluto cogliere l’occasione per chiedere ad alcuni di loro di parlare del modo in cui affrontano questa particolare mansione. Oggi è la volta di Giovanni Venturi, che oltre a essere uno dei miei principali beta reader è a sua volta uno scrittore.

Quando ho sentito parlare per la prima volta di beta lettura è stato quando un’autrice che aveva letto alcuni miei racconti e di cui avevo apprezzato la prima puntata della serie di romanzi di “Deserto rosso” mi chiese di farle da beta lettore per i successivi libri della serie.
Sono un attento lettore, leggo diversi generi, classici, un paio di autori famosi (Stephen King e John Grisham); sono uno scrittore, ma essere un beta lettore era qualcosa di nuovo per me.
 
Devo dire che come scrittore sono portato a primo impulso a guardare il lavoro degli altri scrittori con gli occhi da scrittore e non da lettore. C’è una bella differenza tra i due modi di agire.
Con il tempo sono diventato sempre più critico verso un testo scritto, sia mio che non mio. Recensisco di rado, solo quando una storia mi ha suscitato un certo interesse, perché mi rendo conto che è davvero difficile fare una buona recensione e farne una superficiale non è assolutamente utile.
 
Quando Rita Carla Francesca Monticelli mi diede uno dei suoi romanzi di “Deserto rosso” da leggere per riportare note, non avevo nemmeno ben capito cosa esattamente mi aspettasse, per quanto era scritto molto bene nel messaggio che avevo ricevuto. La primissima volta ero anche un po’ nervoso perché dovevo mettermi a fare note di critica a qualcuno e non sapevo davvero come potesse prenderla e se mai le mie fossero annotazioni valide o meno.
 
Vedete, per un semplice lettore attento è più facile fare il beta lettore, rispetto a uno che scrive. Perché? Chi scrive è sempre portato a pensare di dover correggere un testo come se fosse il proprio, che va scritto come io scrittore lo scriverei. E questa cosa porta completamente fuori pista. Alcuni scrittori non è quello che ti chiedono, altri magari hanno bisogno proprio di quello, ma come riesci a farlo nella giusta maniera? Non è banale.
Soprattutto, la beta lettura non si deve accettare per sforzarci a fare un favore o pensando che rifiutare rompa una salda amicizia. Il compito non è semplice, quindi va accettato solo se la trama ci interessa, se lo stile di chi scrive ci è noto e ci piace e quella di Carla era ed è una buona scrittura.
 
La prima volta presi a riscrivere qualche paragrafo così come lo avrei scritto io. Errore grossolano di chi era inesperto in questa delicata questione della beta lettura. Ogni scrittore ha il suo stile e non si può pretendere che assomigli al proprio o a qualche modello ideale di cui si è sentito parlare in qualche blasonata scuola di scrittura creativa. Rita mi fece notare che in effetti non stavo operando nel modo richiesto. Oggi ho fatto esperienza di questa cosa e ogni volta che noto qualcosa che secondo me non va mi chiedo sempre se sto valutando l’errore in sé o sto intaccando lo stile. Spesso è più facile quando trovi un refuso quale può essere “ando via da lì”, dove il termine che è scorretto è “ando”, che va scritto come “andò”. Questa è la parte più facile.
 
Durante questa lettura mi sfuggiva un’altra cosa richiesta. Le note sul testo riguardo cosa mi suscitavano le scene. All’inizio ignoravo il requisito, poi mi sono detto: è importante. Altrimenti quale può mai essere il mio contributo? Non c’è da fare un tema per dire che una scena fa ridere, oppure se ti viene in mente che il personaggio ha detto una bugia che magari verrà svelata a seguire e, soprattutto, bisogna dare un’informazione su come si trova l’incipit della storia. È fondamentale per uno scrittore sapere se l’avvio di un romanzo prende o è fiacco. Perché, a seconda di come viene percepito da chi legge, si può intervenire migliorando il primo impatto dopo aver letto la mia nota.
Tante cose le impari man mano.
Per esempio ho imparato che si potevano aggiungere note ed evidenziare anche file PDF. Io uso Linux, quindi mi avvalgo del programma Evince per aggiungere note e segnalazioni, ma chi ha Windows o Mac ha i corrispondenti strumenti anche per quel sistema operativo.
 
A fine mese mi attende la nuova sessione di beta reading con il romanzo di Carla,“Sindrome”, che è il secondo volume investigativo ambientato a Londra che leggerò. Apprezzai molto il precedente, “Il mentore”, che tra l’altro Amazon Crossing ha selezionato, tradotto in inglese e venduto sul loro store permettendo di raggiungere 165.000 lettori sparsi ai quattro angoli. Sapere di fare da beta reader a una scrittrice così è una soddisfazione. Vedrò di fare del mio meglio.
Di solito mi dedicavo a leggere il romanzo sul mio Kindle riportando le note sul PDF successivamente. Stavolta leggerò direttamente in PDF la sera sul mio PC Linux.
 

GIOVANNI VENTURI è Ingegnere Informatico che usa/ama/odia Linux. Windows lo ha abbandonato 10 anni fa, una notte che era stanco di soffrire per vedere un banale DVD mentre il sistema si riavviava di continuo sempre nella stessa scena del film. Esprime emozioni viscerali, forti, molto emotive, cambia spesso idea, vorrebbe pubblicare per un grande editore, ma dati i fatti che si verificano quotidianamente crede che la miglior cosa sia scrivere per non pubblicare, come il pittore pazzo del film "Il mistero di Bellavista", di Luciano De Crescenzo, l'arte non si vende, ma si distrugge. Dice continuamente di voler smettere di scrivere e di lasciarlo fare a chi lo sa fare meglio, ma poi si imbatte in pessime storie trovate in libreria e si redime, torna a scrivere e poi se ne pente di nuovo. In bilico tra amore e odio per la scrittura ha pubblicato 8 racconti per un editore romano, senza pagare nulla, e un capitolo di un romanzo a più mani. E dal luglio del 2012 a oggi la raccolta di racconti Deve accadere, Racconti dall'isola, il racconto lungo Viaggio dentro una storia, i romanzi Le parole confondono e Joe è tra noi.

Il blog di Giovanni Venturi “Giochi di parole… con le parole”: www.giovanniventuri.com

 
Di Carla (del 18/02/2016 @ 03:19:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1831 volte)

 Quasi vero
 
Nick Hornby è un autore cui tendo a ritornare ciclicamente, nonostante ogni volta che legga un suo libro rimanga in parte delusa dal finale, ma con il suo stile di scrittura, i suoi personaggi comuni e allo stesso tempo originali e le sue trame cariche di quell’assurdità tipica che si può osservare solo nella vita reale, in cui la realtà supera sempre la fantasia, riesce a incollarmi alle pagine del libro come pochi altri suoi colleghi. Alla fine apprezzo il tempo che trascorro nel leggere un suo romanzo più che il modo in cui la trama si sviluppa e si conclude.
Ma con “Funny Girl” mi ha davvero stupito.
Il modo con cui ci racconta lo storia della protagonista è una mescolanza perfetta di realtà e fantasia tra cui non è possibile scorgere il confine. Per tutta la durata del libro mi sono chiesta se si trattasse di una storia vera, ipotesi corroborata dalle numerose foto a corredo del testo.
L’illusione è alimentata dal fatto che questa viene a tratti illustrata a mo’ di resoconto, con la distanza tipica di un narratore esterno.
La credibilità della storia diventa così totale. Hornby abbandona le situazioni assurde e sopra le righe dei suoi libri precedenti, le stesse che poi deludevano con un finale non all’altezza delle sue trovate geniali, intessendo dall’inizio alla fine una trama equilibrata, divertente ma senza mai diventare comica o eccessiva, che ti lascia con un senso di appagamento e ti fa chiudere il libro con un sorriso.
Per quanto mi sforzi, non riesco proprio a trovare alcun difetto a questo libro.
 
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
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Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
 
Di Carla (del 07/02/2016 @ 20:20:28, in Scrittura & Lettura, linkato 2385 volte)


I quattro libri singoli che costituiscono la serie di “Deserto rosso” sono originariamente nati come ebook pubblicati tra il giugno 2012 e il settembre 2013, mentre a partire dal dicembre 2013 sono stati riuniti in una raccolta disponibile anche in formato cartaceo.

Questa raccolta include 656 pagine in una dimensione non proprio tascabile, per questo motivo nei mesi scorsi ho iniziato a pubblicare anche singolarmente i quattro libri, per fornire a nuovi e vecchi lettori l’opportunità di avere “Punto di non ritorno”, “Abitanti di Marte”, “Nemico invisibile” e “Ritorno a casa” come volumi separati, più piccoli (13,34 x 20,32 cm), maneggevoli e stampati in caratteri più grandi (stesse dimensioni dei cartacei di “Per caso”, “Il mentore” e “Affinità d’intenti”).

Adesso sono tutti disponibili anche in brossura e possono essere acquistati su Amazon e sul sito di Giunti.

Ecco tutti i dettagli. Per maggiori informazioni fate clic sul titolo del libro.

Deserto rosso - Punto di non ritorno” include 116 pagine e costa 4,99 euro. Acquistabile su Amazon e Giunti (ISBN: 978-1515394235).

Deserto rosso - Abitanti di Marte” include 232 pagine e costa 7,99 euro. Acquistabile su Amazon e Giunti (ISBN: 978-1517516741).

Deserto rosso - Nemico invisibile” include 352 pagine e costa 10,99 euro. Acquistabile su Amazon e Giunti (ISBN: 978-1523405220).

Deserto rosso - Ritorno a casa” include 442 pagine e costa 11,99 euro. Acquistabile su Amazon e Giunti (ISBN: 978-1523793655).

Vi ricordo che i costi di spedizione sono gratuiti per una spesa superiore ai 19 euro.

 
Di Carla (del 27/01/2016 @ 23:26:54, in Scrittura & Lettura, linkato 3654 volte)

È stato il film che ha dominato i botteghini dei cinema di tutto il mondo nell’ottobre 2015, continuando a essere proiettato durante il mese di novembre. Terminata la sua vita sul grande schermo è passato all’homevideo, pronto ad approdare alla pay-per-view, ha vinto due Golden Globe e si appresta a presentarsi agli Oscar con sette nomination. Ma è stato anche il primo esempio in cui la NASA abbia abbracciato senza riserve e in maniera totale, sin dall’inizio, un progetto hollywoodiano, trasformandolo nella bandiera del suo più grande obiettivo per il futuro, il cosiddetto Journey To Mars, con cui intende portare i propri astronauti su Marte.
Ma pochi sanno che il romanzo bestseller da cui il film è tratto era originariamente un prodotto del self-publishing, anzi, è stato un bestseller proprio come romanzo autopubblicato e per questo è approdato al cinema, trasformandolo anche in un bestseller per l’editore tradizionale che ne aveva acquisito i diritti d’autore (Random House) e per quelli in tutto il mondo che avevano ottenuto i diritti di traduzione, inclusa la Newton Compton in Italia, che l’aveva originariamente pubblicato col titolo “L’uomo di Marte” (vedi sotto la copertina) per poi presentare una seconda edizione che recava il titolo italiano del film, “Sopravvissuto - The Martian” (penultima immagine in basso).
 
Ma come è iniziata davvero la favola di Andy Weir, l’autore del romanzo?
Le informazioni a proposito non sono affatto chiare. Avevo cercato di ricostruire la genesi di questo libro anche su FantascientifiCast. Adesso, dopo aver letto qualche articolo in più e un’intervista all’autore pubblicata su The Guardian (anche se in essa ho subito individuato un’incongruenza di date), voglio di nuovo provare a fare ordine su un caso editoriale che fa sognare tanti self-publisher nel mondo, me compresa visto che, guarda caso, sono autrice di una serie ambientata sul pianeta rosso.
 
“The Martian” nasce come una storia scritta a puntate da Weir nel proprio blog o sito e che per qualche motivo è diventata virale tramite Reddit. La parte più dura da comprendere è come questo passaggio sia stato reso possibile.
Reddit è un ottimo luogo virtuale dove recuperare informazioni, sia attingendo a ciò che è disponibile sia rivolgendosi agli utenti per averne delle altre. Il suo target di utenti è costituito perlopiù uomini interessati alla tecnologia. L’affinità con una storia come quella di Weir, in cui l’astronauta Mark Watney viene abbandonato su un pianeta deserto e deve sopravvivere usando solo le proprie conoscenze scientifiche, appare evidente.
Secondo quanto affermato dallo stesso Weir, l’idea di scrivere questa storia era nata come una sorta di esercizio in cui tentava di ricostruire una situazione così estrema (da notare che l’autore che racconta la storia di un astronauta non viaggia neppure in aereo perché soffre di una fobia per il volo!). Reddit è stato il mezzo con cui, a sua detta, si è messo in contatto con esperti di vario tipo per risolvere le problematiche che si ponevano di fronte al suo astronauta e provare a dare luogo a uno scenario realistico.
 
E qui viene il primo dubbio. Come mai ha deciso di partire da un assunto scientificamente errato (quello che una tempesta di sabbia su Marte potesse creare tanti danni da far abortire una missione)? Il pianeta rosso offriva sicuramente mille altre possibilità narrative, altrettanto drammatiche ed efficaci, per far sì che il personaggio del protagonista venisse creduto morto e abbandonato per via dell’impossibilità di recuperarne il corpo.
Forse l’autore non si era posto il problema, poiché certo non immaginava cosa sarebbe accaduto dopo.
 
Ed ecco cosa è successo. Man mano che andava avanti con la scrittura Weir è riuscito a coinvolgere sempre più persone. Che lo volesse o meno, ha fidelizzato i propri lettori, che si sono sentiti parte del progetto per lunghi mesi a cavallo tra il 2011 e il 2012. Quando questo è giunto alla sua conclusione, in molti gli hanno chiesto di mettere il libro finito su Amazon, affinché potessero scaricarlo sul proprio Kindle, e lui l’ha fatto. Siccome non poteva essere messo gratis (tranne forse per qualche giorno, se avesse aderito all’opzione Select), l’ha offerto in vendita al prezzo più basso: 99 centesimi di dollaro.
Il suo già nutrito gruppo di lettori ha subito acquistato il libro, facendogli scalare la classifica e, per qualche magia dovuta agli algoritmi del sito (stiamo parlando del 2012 quando gli ebook disponibili erano in numero significativamente inferiore e fare in modo che il proprio diventasse popolare non era del tutto impossibile, se potevi contare su una buona spinta di vendite iniziali), portandolo all’attenzione di tanti altri potenziali lettori.
 
Tra questi ultimi c’ero anch’io. Ricordo con chiarezza quando mi imbattei per la prima volta in “The Martian”. Era l’inizio del 2013, forse febbraio. Stavo lavorando al terzo libro di “Deserto rosso” e mi ero messa a cercare su Amazon.com dei romanzi di fantascienza hard ambientati su Marte.
Quasi subito, facendo una ricerca, mi ritrovai di fronte la pagina di un ebook dalla copertina molto semplice (un’arcinota foto di Marte della NASA; vedi immagine a sinistra), una descrizione misera (appena una riga), un prezzo basso (l’equivalente di 89 eurocent), ma ben 1200 recensioni con una media visiva di 4 stelline e mezzo. Per un libro autopubblicato uscito meno di sei mesi prima!
E le recensioni erano entusiastiche. Al che non ci pensai neppure mezzo secondo e feci clic per acquistarlo.
 
Quel libro rimase nel mio Kindle senza essere aperto fino a maggio 2013, quando, in cerca di ispirazione per scrivere il libro finale della mia serie, decisi di leggerlo.
Ne rimasi folgorata.
A parte qualche problemino di formattazione e qualche refuso qua e là (scusabile visto il prezzo esiguo per un romanzo tanto lungo e articolato), riconobbi subito in esso il miglior romanzo autopubblicato che avessi mai letto (qui trovate la mia recensione).
Quando andai io stessa ad aggiungere la mia recensione, scoprii che il libro non era più in vendita, poiché era stato acquisito da un grosso editore e sarebbe uscito di nuovo nel febbraio 2014 (l’informazione era riportata dall’autore sulla pagina del prodotto), ma nonostante questo le recensioni fioccavano di continuo, ogni giorno, più volte al giorno.
 
Nella mia mente augurai ogni bene a Weir per il suo futuro, anche se stentavo a capire perché un self-publisher che vendesse tanto bene avesse deciso di cedere alle lusinghe di un editore. Certo, era evidente che come self-publisher non fosse proprio bravissimo. A parte le ottime vendite, il libro non si presentava bene, aveva un prezzo basso di quelli che richiedono davvero grandi numeri per farti guadagnare, non aveva altri libri con cui sfruttare l’effetto domino del successo del primo. Tutto sommato, per un autore che non pareva interessato a diventare editore di se stesso, ma che l’aveva fatto solo per ripiego, firmare un contratto con un grosso editore e ricavarne subito un lauto anticipo era una scelta di tutto rispetto.
 
Quando poi l’anno dopo il libro venne ripubblicato (vedi copertina a destra), vidi che stava accadendo esattamente quello che sospettavo. La posizione in classifica era davvero bassa. Le recensioni continuavano ad arrivare, ma provenivano dall’edizione a 99 cent non più disponibile. Il prezzo che viaggiava, se non ricordo male, molto vicino ai 10 dollari di certo non aiutava, nonostante le belle copertine (una diversa per ogni formato) e la descrizione intrigante. Il libro sembrava destinato a finire nell’oblio.
 
Ma poi scattò il colpo di scena. Iniziò a girare la notizia che dall’opera di Weir sarebbe stato tratto un film di Ridley Scott con Matt Damon. Ciò stava avvenendo a pochi mesi dalla seconda uscita del libro, che continuava tutto sommato a vendicchiare, ma ben lontano dalle posizioni in classifica della sua prima versione.
Solo quando i rumor si trasformarono in certezze, il libro tornò al centro dell’attenzione, stavolta di un pubblico più grande. Mentre si produceva il film, i suoi diritti venivano venduti all’estero. Mentre dal set arrivavano le prime immagini, la NASA lanciava il primo passo del suo Journey To Mars col volo inaugurale della capsula Orion, avvenuto con successo nel dicembre 2014.
Man mano che si andava avanti, che veniva annunciata la data di uscita del film (poi anticipata di quasi due mesi, all’ottobre 2015, in sospetta sincronia con la notizia bomba della NASA aveva trovato dell’acqua scorrere sulla superficie di Marte), il romanzo “The Martian” (“L’uomo di Marte” in Italia) tornava a essere un bestseller, quanto lo era stata la sua edizione autopubblicata, ormai quasi dimenticata, senza il successo della quale, però, niente sarebbe mai accaduto.
 
Il resto lo sapete. “The Martian” esce, raccoglie un grosso bottino ai botteghini, riportando il romanzo ai vertici delle classifiche dei libri di tutto il mondo.
 
Ma cosa era successo veramente da permettere a un ebook da 99 cent autopubblicato quasi solo per sfizio su Amazon di trasformarsi in un blockbuster?
Era successo che nei primi mesi che seguirono la sua autopubblicazione, nel settembre 2012, “The Martian” aveva venduto 35 mila copie. E questo fatto era stato sufficiente ad attirare l’attenzione di un grosso agente che si era offerto di rappresentare l’opera di Weir presso possibili editori.
Ci era riuscito pochi mesi dopo, ma contemporaneamente aveva trovato un produttore cinematografico interessato ad acquisire l’opzione per la realizzazione del film.
I due contratti furono firmati separatamente e quasi contemporaneamente pochi mesi dopo.
 
Sì, è proprio così: è stato il successo come self-publisher, ottenuto in maniera fortunosa (non sapremo mai come sia andata davvero), a far sì che “The Martian” approdasse a Hollywood. Il successivo successo editoriale con la Random House è avvenuto solo perché Andy Weir non era un vero imprenditore autore. Non aveva le competenze né i mezzi per gestire la pubblicazione professionale del proprio libro e aveva accolto con piacere l’interesse di un grosso editore tradizionale.
Resta il fatto che non è stata la pubblicazione con quest’ultimo a portare all’esistenza e al successo della sua trasposizione cinematografica (cui si deve un importante apporto promozionale anche da parte delle NASA: è soprattutto di questo che parlo nel podcast), bensì quella avuta tramite il self-publishing e l’autopromozione.
 
Andy Weir (foto accanto) non è precisamente il modello di self-publisher cui fare riferimento, poiché non è mai stato un professionista di questo mestiere e neppure gli interessava esserlo, ma la sua favola è una di quelle che dimostra come questo modello editoriale abbia sempre più il merito di portare all’attenzione del pubblico opere validissime, che altrimenti sarebbero rimaste chiuse nei cassetti dei loro autori o addirittura, in casi come questo, non sarebbero mai state scritte. E, sebbene noi self-publisher professionisti non ci riconosciamo in Weir (ma magari vogliamo capire come accidenti abbia fatto a usare Reddit per rendere il suo scritto così virale!), poiché per produrre i nostri libri ci impegniamo a offrire una qualità dei contenuti ma anche di confezionamento che li rendano indistinguibili o addirittura migliori di quelli degli editori tradizionali, vediamo comunque in questa storia la realizzazione di un sogno, che ci ispira, ci dà speranza e ci spinge a portare avanti il nostro progetto editoriale, perché magari un giorno lo stesso destino potrebbe toccare a noi.
 

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08/04/2020 @ 06:26:56
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