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Fantascienza e realismo magico
Di Guest blogger (del 30/03/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 600 volte)
        


Oggi ho una nuova ospite sul blog. Si tratta di Annamaria Bortolan, autrice del romanzo “I colori dell’autunno“. Annamaria ci illustra le analogie e le differenze esistenti tra la fantascienza e il realismo magico nell’ambito della narrativa.
L’immagine accanto è stata realizzata dall’autrice.
 
Il realismo magico è una corrente artistica che riguarda sia le arti figurative che la letteratura. La sua tipicità consiste nel proporre il fantastico come datità che non necessita di spiegazione. Ad esempio ne “La metamorfosi” di Kafka la trasformazione del protagonista in insetto è proposta come realtà fattuale su cui l’autore non si sofferma in relazione alle sue possibili cause.
 
La fantascienza, pur avvalendosi di meccanismi narrativi logici (la scoperta di qualche nuova teoria nell’ambito della fisica, per esempio), analogamente propone al lettore la realtà di mondi paralleli senza supportarla attraverso una serie di prove che possano essere effettivamente considerate inoppugnabili. Ciò dona immediatezza al testo e rende possibile l’immedesimazione del lettore. La narrativa fantascientifica ha così saputo coniugare la presenza di elementi fantastici con la divulgazione di messaggi filosofici o politici con immediatezza ed incisività. E, non di rado, il potere di un testo di penetrare acutamente la realtà è inversamente proporzionale agli elementi fattuali e oggettivi che mette in scena. Se poi tutto ciò è condito da una certa piacevolezza ci troviamo di fronte a un bel romanzo. E i testi di fantascienza lo sono, ecco perché li leggo e li consiglio volentieri. Esistono ovviamente anche numerose differenze fra realismo magico e fantascienza. Leggete questo articolo se volete approfondire la questione.
 
Se nella science fiction il rapporto con la tecnologia è positivo e fondamentale nell’ambito della narrazione, il realismo magico può farne a meno o, addirittura, porsi in maniera critica nei confronti delle scoperte scientifiche.
Nel romanzo “Cent’anni di solitudine” di G. García Marquez, Macondo è un paese i cui abitanti vivono in uno stato di innocenza primordiale: non conoscono l’utilizzo della calamita, della dentiera e del cannocchiale, né comprendono le leggi fisiche che regolano l’universo. Di fronte agli zingari che propongono loro tutte queste cose, compreso qualche giro aereo su una magica stuoia volante, i nativi si mostrano affascinati e stupefatti ma, a parte un bizzarro esponente della famiglia Buendia, un alchimista dedito a strampalati esperimenti, si limitano ad usufruirne senza cercare di proporre a loro volta qualche singolare novità realizzata per mezzo delle conoscenze tecniche di cui, del resto, appaiono mancanti. Macondo è un luogo immaginario dove i miracoli possono accadere, un mondo appartato dove nessuno è mai morto di morte naturale (almeno fino all’arrivo dei nomadi) in quanto ogni abitante conduce pacificamente la sua vita. E, forse, proprio questa mancanza di tecnologia che sembra caratterizzare la cittadinanza di questo villaggio irreale conferisce agli abitanti quella ingenuità da bimbi che rende possibile l’accettazione del magico nella vita quotidiana.
Macondo è un monito per tutti noi: non esiste solo un mondo fatto di leggi della scienza ma anche quel quid di imperscrutabile proprio del mistero stesso della vita a cui non pensiamo quasi mai. Per scorgerlo, talvolta è necessario lasciarsi alle spalle la rigidità della ragione per aprirsi alla fluidità dei sentimenti e della magia che è dentro di noi.
 
Realismo magico e fantascienza possono aiutarci: per questo apprezzo molto sia l’uno che l’altra. Non a caso mi sono servita del primo per arricchire il mio romanzo pubblicato di recente come ebook e intitolato “I colori dell’autunno” con un risultato finale davvero sorprendente.
Il valore di un testo non sta semplicemente nella verosimiglianza ma piuttosto nella sua capacità di mettere in discussione i luoghi comuni e nella riflessione che ne scaturisce.
 
Per approfondire le tracce di realismo magico presenti nella letteratura mondiale, ecco un interessante articolo relativo al bellissimo romanzo “Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy, un’altra opera da non perdere insieme al capolavoro di Marquez.
 

 
ANNAMARIA BORTOLAN, insegnante di ruolo, ha collaborato a partire dagli anni dell’università con diversi periodici, occupandosi soprattutto di antropologia del sacro e, in quest’ambito, ha pubblicato due saggi: “I simboli del sacro” (Torino 2007) e “I misteri del mito” (Torino 2009).
Ha inoltre lavorato con l’antropologo Massimo Centini firmando alcune prefazioni ai suoi libri.
 
I colori dell’autunno” è il suo primo romanzo del quale firma anche le illustrazioni che posta sulla sua omonima pagina Facebook.
 
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