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Jason Bourne: astuto, determinato, indistruttibile
Di Carla (del 09/09/2016 @ 09:30:00, in Cinema, linkato 1371 volte)


Se mi dovessi basare sulla visione dei film incentrati su questo personaggio, di cui di recente ho rivisto anche i primi tre, arriverei alla conclusione che Jason Bourne non dorme (e se ci prova è perseguitato da incubi), non mangia, gira mezzo mondo perlopiù in treno e la cosa sembra non stancarlo minimamente, non ha paura di nulla, non gli importa di nessuno (a parte di Marie, che proprio per questo è stata eliminata nel secondo film), le rare volte che viene ferito diventa più forte e non ha neanche bisogno di portarsi un’arma: al momento opportuno, quando si trova ad affrontare non meno di tre addestratissimi agenti, li mette fuori combattimento in pochi secondi a mani nude e prende una delle loro pistole.
Insomma, è indistruttibile.
 
Sì, certo, ha avuto quella brutta amnesia e i suoi ricordi riaffiorano comodamente poco alla volta, tanto da imbastire la trama di un altro film. Ma più ricorda, meno pare emergere dell’uomo che c’era prima: il fantomatico David Webb.
 
Ciò che noto andando avanti nei film è il venire meno dell’empatia del personaggio, che man mano si disumanizza muovendosi sempre più velocemente da una scena d’azione mozzafiato all’altra.
In “The Bourne Identity” mi sono chiesta insieme a lui chi fosse, ho provato preoccupazione per lui e per la donna che aveva deciso di fidarsi di lui e aiutarlo. Solo anni dopo, quando ho letto il libro di Robert Ludlum cui era ispirato, ho saputo che questo è l’unico film della serie ad avere un qualche legame con i romanzi. E si vede, poiché il Bourne del primo film è un personaggio con un certo spessore. Pur comportandosi istintivamente come una macchina da guerra, è pieno di dubbi e timori, come il suo alter ego letterario. La trama è un po’ diversa, anche perché il contesto in cui si svolge è molto più avanti nel tempo, cosa che ha richiesto degli adattamenti. Inoltre il mezzo cinematografico impone una certa riduzione e semplificazione di un romanzo che, invece, è estremamente intricato.
 
Però, dal momento in cui ci si stacca dall’opera di Ludlum (che ha ispirato, lo ammetto, il mio action thriller “Affinità d’intenti”), chi ne subisce di più le conseguenze è proprio il personaggio di Bourne. Viene meno del tutto ciò che la caratterizza: il suo essere un po’ folle, il suo oscillare tra la personalità normale di Webb e quella assetata di vendetta di Bourne, il suo essere fallibile.
Il Bourne dei film, infatti, sbaglia di rado. È sempre un passo avanti agli altri. E questa sua caratteristica si accentua col venire meno dei legami con altre persone, a partire da Marie (interpretata dalla bravissima Franka Potente), per quanto a muoverlo sia, almeno in teoria, un desiderio di vendetta oltre che quello di sopravvivenza, unito all’assenza di alcun timore della morte.
 
In questo contesto le trame si ripetono. Qualcuno vuole farlo fuori, in genere qualcuno della CIA, che si tratti o meno di una decisione ufficiale e approvata. Gli sguinzagliano contro i più spietati asset (quanto mi piace questo termine per indicare un sicario!). Cattivissimi. Fanno fuori chiunque si trovi sulla loro strada, ma mai una volta che riescano a far fuori Bourne.
D’altro canto, quando lui fugge in auto o in moto in compagnia di qualcuno, questo qualcuno finisce per beccarsi la pallottola destinata a lui.
E non sapete quanto mi abbia dato fastidio capire che sarebbe successo anche in questo ultimo film. Guardavo il lungo inseguimento ad Atene e ricordavo quello in India all’inizio di “The Bourne Supremacy”. Era scontato che sarebbe finito così. E in entrambi i casi mi è dispiaciuto, poiché venivano eliminati due personaggi (gli unici) con i quali lui aveva un legame che dava continuità alla trama.
 
 
Jason Bourne” è un ripetersi di tutti questi elementi, tenuti insieme da un segreto da scoprire che riguarda il padre del protagonista e che rappresenta l’unico elemento di novità. Il resto è azione, azione e ancora azione.
Non che mi stia lamentando. Io adoro l’azione.
Sono rimasta per tutta la durata del film incollata alla poltroncina del cinema a seguire il vorticoso succedersi degli eventi e gli stacchi continui della macchina da presa, accompagnata dalla certezza che Bourne avrebbe sempre avuto la meglio. Il bello era scoprire come ci sarebbe riuscito, cosa si sarebbero inventati per fargli superare ogni ostacolo, quale altra famosa città avrebbero messo a ferro e fuoco e in che modo lui avrebbe comunque lasciato gli altri con un palmo di naso.
 
E poi ci sono gli inseguimenti in auto. Non importa se il suo avversario guida un Humvee, che fa saltare gli altri mezzi come fossero birilli, e Bourne una normalissima auto. Quest’ultima si ammaccherà, ma andrà sempre forte, anzi, ancora più forte di prima. Lui, che sa fare tutto, guiderà senza fermarsi, scansando le auto che gli vengono incontro, perché non può certo fare a meno di infilarsi in contromano in qualche strada trafficatissima. Non importa se Bourne è ferito e non indossa la cintura di sicurezza. Quando l’auto cappotterà e lui ne uscirà zoppicando, sarà ancora in grado di combattere a mani nude col suo avversario. Rischierà di soccombere, ma alla fine un colpo di reni lo salverà.
 
Non dimentichiamoci poi la sua astuzia e sfrontatezza. Bourne osserva da lontano (ma neanche tanto) quell’unico personaggio della CIA che tutto sommato non lo considera una minaccia e anticipa le sue mosse. Era già accaduto con quello interpretato da Joan Allen in “The Bourne Supremacy” e in “The Bourne Ultimatum”, e adesso è la volta di Alicia Vikander, che, pur essendo brava e pur avendola apprezzata molto in altre pellicole, non riesce proprio a essermi simpatica in questo film per via del suo modo di pensare prima di tutto a se stessa. Ma non preoccupatevi: Bourne l’ha capita bene. Ve lo dimostrerà alla fine.
 
Insomma, questo film ha tutto quello che serve per piacermi, ma l’ho apprezzato meno del primo e del terzo, e non so se più o meno del secondo. Forse dipende dalla progressiva glacialità mostrata dal protagonista. O forse semplicemente perché non mi è andato giù il modo in cui viene trattata Nicky Parsons, interpretata da Julia Stiles, che è una delle mie attrici preferite. Ultimamente è sempre più relegata a ruoli secondari e speravo che, dopo “The Bourne Ultimatum”, dove invece era uno dei personaggi principali, ciò si sarebbe ripetuto in “Jason Bourne”.
 
Be’, comunque sia, me ne farò una ragione. E, se ci sarà un seguito (dal finale aperto si direbbe proprio di sì), mi toccherà andare a vedere anche quello. D’altronde, non posso mica perdermi un film con Matt Damon.

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