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Il mentore

 
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Fonti di idee per gli autori: ispirarsi al cinema o alla TV
Di Carla (del 21/11/2012 @ 01:52:51, in Scrittura & Lettura, linkato 5147 volte)


Quante volte vedendo un film o una serie TV vi sarà capitato di immaginare di trasportare i personaggi in un’altra storia. Credo che praticamente tutti abbiamo sperimentato qualcosa del genere, soprattutto se il film o la serie in questione ci sono piaciuti parecchio.
Da questo desiderio nasce quello che è a tutti gli effetti un genere letterario, e pure tra i più prolifici, cioè le fan fiction. Si tratta di racconti o romanzi, che traggono ambientazione e personaggi da un film o una serie e li utilizzano per narrare una storia originale. La bravura dell’autore di fan fiction consiste dal rimanere fedele allo spirito della storia a cui si ispira, in modo che i lettori e fan di quel film (o serie) lo riconoscano, ma allo stesso tempo sviluppare una trama nuova, che ne sembri la naturale continuazione. Chiaramente un approccio del genere è sempre molto personale, perché tendiamo comunque a fare nostre le storie e a interpretarle in maniera individuale. Non è detto quindi che gli altri fan apprezzeranno il lavoro dell’autore, ma la verità è che scrivere fan fiction è prima di tutto una gratificazione personale, un’estensione del nostro amore per un determinato personaggio, attore o saga.
 
Come sapete anch’io in passato ho scritto fan fiction. “La morte è soltanto il principio” è solo uno degli esempi, l’unico portato a compimento e poi pubblicato gratuitamente ben 12 anni dopo. Mi ero, però, già cimentata nel genere con una fan fiction di Star Wars a più mani, scritta insieme ad altri fan tra il 1998 e il 1999, ma mai terminata. Avevo tentato di sviluppare anche altre idee, ma poi mi ero arenata. Questo perché alla fine scrivere di un mondo creato da altri presenta dei limiti che intrappolano la creatività dell’autore e allo stesso tempo rendono il risultato di tutto quel lavoro qualcosa della quale non si può prendere tutto il merito. In un certo senso la trovavo un’esperienza insoddisfacente.

Ero giunta alla fan fiction per via del mio amore per il cinema, che all’inizio mi aveva portato a scrivere sceneggiature. Poi avevo lasciato perdere entrambi i tipi di scrittura creativa e anni dopo avevo dato vita al mio primo romanzo di fantascienza originale (“L’isola di Gaia”, di futura pubblicazione). Volevo creare un universo mio, con le mie regole nate dal mio personale modo di vedere il futuro, in cui muovere i miei personaggi. Eppure ciò non lo rendeva affatto del tutto esente dall’influenza del cinema o della TV.
In realtà in tutto ciò che ho scritto finora e in altri progetti ai quali conto di dedicarmi in futuro esiste sempre un qualche elemento, in genere un attore e/o un personaggio o anche solo una situazione, un’immagine, che possa essere ricondotto a un film o una serie TV. Il collegamento però non è affatto evidente, poiché si riferisce spesso al modo in cui io ho interiorizzato tale film (o serie), e viene poi stravolto man mano durante la scrittura.

E così in “Deserto rosso”, ci crediate o no, esiste l’influenza della serie TV “Caprica” (spin-off di “Battlestar Galactica”). Direte: cosa c’entra? Assolutamente niente. È solo che uno dei personaggi principali, Jan De Wit, nella mia mente è Eric Stoltz (ma in una versione più giovane; foto 2) protagonista di “Caprica”, che stavo guardando nel periodo in cui ho scritto la prima stesura di “Punto di non ritorno”. Si è insinuato nella storia senza che io volessi e adesso è lì a farne parte tranquillamente, quasi insospettabile. L’unica somiglianza con Stoltz è il suo aspetto fisico, per il resto non c’è nulla, ma questo basta a definirlo in un certo modo nella mia mente.

Anche ne “L’isola di Gaia” c’è lo zampino di “Battlestar Galactica” (si capisce che sono una fan, no?), anche qui in maniera marginale. La storia non c’entra nulla con la serie, ma c’è un personaggio che ha il corpo e il portamento di Tricia Helfer (la cylone Numero Sei; foto 1), in una sua versione rielaborata dalla mia mente (più giovane), mentre sono diametralmente opposte a livello emotivo (emozioni quasi assenti nella prima, passionale la seconda).

Adesso, nell’ambito del NaNoWriMo 2012, sto scrivendo un thriller intitolato “Il mentore”. L’idea originale, compreso il titolo, spuntarono nella mia mente ben due anni fa e ne fu senza dubbio complice il fatto che nel periodo settembre-novembre danno su Sky “CSI:NY”. Il risultato è che il protagonista, il detective Eric Shaw, è un Gary Sinise (foto 3) di dieci anni fa (che volete farci, gli attori invecchiano, ma nella nostra testa possiamo riavvolgere il tempo come ci pare), che chiaramente si rifà al detective Mac Taylor, ma in realtà non ha nulla a che vedere con lui.

A dirla tutta il buon Sinise si era inserito anche ne “L’isola di Gaia” nel ruolo del dottor Gabriel Asbury, che è stato descritto pensando a lui. Le poche persone che hanno letto la prima stesura del libro (due in tutto) non se ne saranno di certo accorte, anche perché esiste solo nella mia mente.

Ho anche un altro esempio, quello del romanzo “Sangue” (finora è solo un insieme di appunti). Si tratta di un thriller gotico fantascientifico. L’idea da cui trae origine si è sviluppata da una gloriosa fusione puramente visiva tra alcuni elementi di “Underworld” e un personaggio della serie di film su “The Avengers” della Marvel. Mentre il legame col primo può apparire ovvio (ma vi assicuro che non è proprio così), quello col secondo potrebbe lasciare perplessi. Be’, ve lo spiego subito: il protagonista di “Sangue” (ancora senza nome) è uguale a Tom Hiddleston (foto 4), cioè l’interprete di Loki, il fratello cattivo di Thor. Il collegamento è puramente visivo. Quando l’ho visto in una particolare inquadratura (solo quella!), mi sono detta: è lui. Tutto qui.

Il bello di questo meccanismo è proprio prendere da fonti visive esterne (un film, una serie TV) degli elementi, che hanno un significato importante per noi per la loro capacità di emozionarci in un modo personale, anche solo per un breve istante, e cercare di incanalare questa emozione per creare qualcosa di completamente nuovo, che trasmetta un messaggio originale capace di emozionare i nostri lettori. Inoltre, così facendo, nella nostra mente ciò che stiamo scrivendo diventa a sua volta un film con il migliore cast che potremmo desiderare, all’interno del quale possiamo far muovere attori e personaggi a nostro piacimento. E, una volta messo nero su bianco, è come se quel film esistesse davvero.
Per una come me, cresciuta con l’amore per il cinema, soprattutto di Hollywood, che da ragazzina fantasticava di lavorare in quel campo come regista, questo meccanismo diventa un perfetto surrogato di quel sogno, il cui unico limite è la mia fantasia.
 

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