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L’uomo di casa - Romano De Marco
Di Carla (del 12/06/2019 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 704 volte)

 Se solo non avessi previsto ogni singolo colpo di scena
 
Non vorrei apparire presuntuosa nell’intitolare in questo modo la mia recensione, ma io stessa per prima mi rammarico dell’eccessiva prevedibilità, almeno dal mio punto di vista, nello svolgimento di questo romanzo.
De Marco ha senza dubbio fatto un ottimo lavoro nel sviluppare l’ambientazione. I dettagli sono tali e tanti che pare quasi che lui sia nato e cresciuto a Richmond. Forse il fatto che siano a volte eccessivi tradisce il suo voler informare un pubblico italiano, per consentirgli di comprendere il mondo in cui si muovono i personaggi. E questo è solo uno dei tanti aspetti che mi ha distratto e ha reso difficile la mia immedesimazione in quegli stessi personaggi.
La realtà è che non sono riuscita a farmene piacere alcuno, a sentirmi nei panni di almeno uno di essi, cosa essenziale per un mio completo coinvolgimento nella storia. Ciò è forse avvenuto un po’ perché ce ne sono tanti cui è affidato un ruolo prominente (Sandra, Gina e Annette), che rendono in tal modo questo romanzo quasi corale, mentre altri che avevano tutte le carte in regola per essere interessanti sono stati appena abbozzati (come John, l’avvocato e lo stesso Alan), e un po’ perché ho trovato irritante e poco credibile quella che può esserne considerata la protagonista (Sandra). Un effetto collaterale di questa situazione è stato che i tentativi dell’autore di distrarmi, di portarmi fuori strada, non hanno funzionato. Li ho notati tutti e ovviamente ho subito pensato che l’opposto fosse la verità. E non ha di certo aiutato l’effetto straniente dell’uso della terza persona al presente, che fa tanto sceneggiatura, ma durante la lettura di un romanzo induce il mio editor interiore a intervenire, facendomi notare un tempo sbagliato (al presente invece che al passato, o al passato invece che al trapassato), per poi correggersi come si rende conto che tutti i verbi sono diversi da quelli che si aspetta di trovare. Le uniche scene in cui ciò non si osservava sono quelle poche in cui il punto di vista di Sandra è in prima persona, ma nel leggerle spesso me ne accorgevo solo quando ero a metà e mi chiedevo perché proprio quella scena e non altre che la vedevano come protagonista. Il motivo di tale scelta in quel momento non mi era chiaro. Per comprenderlo dovrei scorrere di nuovo il romanzo, isolare quelle scene e probabilmente a quel punto coglierei l’intenzione dell’autore. L’assenza di una segnalazione visiva della transizione (basta un asterisco all’inizio e alla fine di quel tipo di scene) mi ha impedito di farlo durante la lettura e magari di apprezzare la scelte compiute in questo senso da De Marco. Ed è un peccato, perché io adoro l’uso non convenzionale della persona narrante.
Insomma, non so quali di questi aspetti sia il vero colpevole, sta di fatto che ho anticipato in pratica ogni singolo evento, persino quelli più clamorosi messi lì col chiaro scopo di lasciare a bocca aperta, inclusa l’ultimissima scena alla fine dell’epilogo, che dovrebbe essere una rivelazione straordinaria per il lettore, mentre a me è parsa una cosa del tutto logica cui avevo già pensato diverse pagine prima.
Peccato. Sì, sono proprio dispiaciuta, poiché volevo dare un buon voto a questo libro. Perché è scritto da un italiano che ha osato raccontare una storia che nulla ha a che vedere con l’Italia. Perché scrive davvero bene. Perché è evidente quanto si sia documentato. Purtroppo è stato forse l’unico thriller tra i tantissimi letti nella mia vita del quale sono riuscita ad anticipare tutto, senza neanche fare chissà quale sforzo di immaginazione, e la mancanza dell’effetto sorpresa non può che influenzare negativamente il mio giudizio.
 
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