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Birdman e il cinema, quello vero
Di Carla (del 14/03/2015 @ 09:54:49, in Cinema, linkato 3304 volte)
Da qualche anno a questa parte, immagino l’abbiate notato, le sale cinematografiche sono infestate di film tratti da qualcosa (un libro, un fumetto, una storia vera o un libro a sua volta tratto da una storia vera) o che sono il sequel, il remake o il reboot di qualcosa. Moltissimi film sono un adattamento di una storia nata su un mezzo di fruizione diverso o direttamente nella realtà, oppure sono in pratica una minestra riscaldata.
Per carità, diversi di questi film non sono affatto male, riescono a essere dei buoni prodotti che svolgono bene il loro compito, cioè divertire. Qualcuno addirittura riesce ad eccellere, spesso per la bravura di chi ha dovuto usufruire di materiale usato di riuscire comunque a rielaborarlo in maniera efficace e metterci del suo. Ma, tranne rarissimi casi, il fatto che queste storie non siano state concepite appositamente per il cinema o per quel particolare film (in caso di remake/reboot e sequel) fa sì che si avverta la loro tendenza a portarsi dietro un peso, quello del confronto con l’originale.
 
In particolare, adattare una storia nata per un romanzo a un film è un’operazione molto difficile, proprio per l’enorme differenza tra i due mezzi di narrazione. Nel primo si utilizzano le parole, nel secondo le immagini. Sono mezzi diversi, che permettono di dare più spazio a certi aspetti e hanno enormi limiti in altri.
Un romanzo, per esempio, sa portarti dentro la testa di un personaggio, o di più personaggi. Nello stesso tempo però, non fornendoti l’immagine, può celarti ciò che sta fuori del personaggio stesso. Il film invece può mostrarti qualsiasi cosa si trovi all’esterno della mente dei un personaggio, ma niente di quello che si trova al suo interno, a meno che non usi artifizi presi in prestito dalla narrativa, come la voce narrante, o cerchi di tradurre in immagini un ricordo o un pensiero simulando la parte emotiva con un particolare uso della fotografia.
 
L’adattamento da un medium all’altro implica una notevole modifica di ciò che si vuole narrare, cosa di cui il prodotto finale soffre. Tant’è che in genere il film non è mai tanto bello quanto il libro, tranne il caso in cui il libro è davvero brutto (ma avendo venduto tanto ci hanno comunque fatto un film) e chi si è ritrovato a doverlo adattare per il cinema non ha potuto che migliorarlo, anche perché non ci voleva molto. Tendo a pensare che a quest’ultima categoria appartenga “50 Sfumature di Grigio”, anche se il film non l’ho visto, ma sono certa che, nonostante i limiti del materiale di base, ne avranno tirato fuori un prodotto cinematografico come minimo passabile.
 
Se, invece di andare a adattare qualcosa di già pronto, si crea qualcosa di nuovo per il cinema, il discorso cambia completamente. Colui che scrive il soggetto e magari anche la sceneggiatura, lo fa facendo uso degli strumenti del cinema, in altre parole delle immagini stesse. Concepisce il germe della storia a partire dalle immagini che generano un’emozione diversa in ogni spettatore (e non dall’emozione trasmessa delle parole che può evocare un’immagine diversa in ogni lettore, come accade nei romanzi) e ciò gli permette di sfruttare al meglio la potenza del mezzo che sta usando per raccontare una storia.
 
Un film come “Birdman” è un esempio di questo cinema che nasce direttamente come tale. L’autore del film, Alejandro González Iñárritu, che oltre ad averlo diretto ha co-scritto la sceneggiatura (non a caso ha vinto l’Oscar come regista e sceneggiatore), ha giocato tantissimo sull’immagine arrivando a girare un film che sembra costituito da un unico piano sequenza!
In esso vediamo mostrati uno dopo l’altro, senza soluzione di continuità, elementi realistici (come la stessa caratterizzazione dell’ambiente teatrale di Broadway e del personaggio principale, interpretato da Michael Keaton, che a tratti si confonde con l’attore stesso che nella realtà più di 20 anni fa ha effettivamente interpretato un supereroe e se l’è portato dietro per il resto della sua carriera) con altri totalmente fantasiosi (Birdman che gli parla e appare in scena, lui che lievita in aria o sembra avere altri superpoteri, un mostro che compare nel bel mezzo di New York). Solo la magia del cinema poteva mettere insieme questi elementi e comunque mantenere la sospensione dell’incredulità.
Lo stesso finale ambiguo del film funziona proprio perché è un film.
 
“Birdman” non è il solo esempio, né quello migliore, di un cinema vero.
Un altro è “Grand Budapest Hotel”, film meraviglioso che gioca sulla fotografia, sul montaggio, sulle scenografie, sui costumi, sulla colonna sonora (non dimentichiamocene!) e così via, insomma su tutti quegli elementi che sono importanti quanto e forse pure più della storia stessa.
 
Vedere un film come “Birdman” (e “Grand Budapest Hotel”) mi ha ricordato perché amo il cinema, anzi mi ha ricordato cos’è il cinema. In anni di adattamenti, remake, reboot e sequel me l’ero quasi scordata. Mi ha ricordato quando da ragazzina mi annullavo davanti al grande schermo in film come “Ritorno a Futuro”, “Edward Mani di Forbice”, “Ghostbusters” o, parlando di Keaton, “Beetlejuice” (anche se purtroppo l’ho visto solo sul piccolo schermo, ma un numero esagerato di volte), solo per fare qualche esempio, e ancora una volta mi sono chiesta perché le grandi produzioni cinematografiche abbiano quasi del tutto smesso di essere qualcosa di originale. In realtà la risposta la so: perché portare sul grande schermo un prodotto che è già di successo dà maggiori certezze sull’investimento economico. Rispetto al passato si rischia meno.
Ma il risultato è che sembra quasi che manchino le idee di un tempo o che non si voglia ascoltare chi le ha.
 
In realtà c’è tutto un esteso sottobosco di cinema indipendente che invece parte da idee originali (anche perché non si può permettere di acquisire i diritti per utilizzare quelle di altri), ma che purtroppo solo in piccola parte giunge a noi nel grande schermo.
Chissà se si continuerà ancora su questa strada o ci sarà anche nelle grandi produzioni un ritorno significativo verso l’originalità. Ovviamente spero nella seconda ipotesi e nel frattempo cerco di godermi quelle piccole perle di cinema, quello vero, che riesco ancora a scovare.