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L'uomo di Marte (The Martian) - Andy Weir
Di Carla (del 09/05/2013 @ 05:55:49, in Scrittura & Lettura, linkato 10936 volte)


 Scienza, avventura e ironia: una miscela perfetta

Nota: recensione aggiornata il 30 ottobre 2014.

Premetto che ho letto questo libro nella sua prima edizione in versione originale (nella prima metà del 2013), quando Andy Weir era un self-publisher, prima che venisse ripubblicato da un grosso editore e si parlasse di un film di Ridley Scott. Per questo motivo sto dando un giudizio al contenuto del libro e non all’edizione italiana, né tanto meno alla qualità della traduzione.
Dell’edizione della Newton Compton posso solo dire che non comprendo la necessità di tradurre “The Martian” in “L’uomo di Marte”. Credevano forse che scrivendo “Il marziano” la gente pensasse che ci fossero di mezzo gli omini verdi? Considerando che la fantascienza è un po’ la cenerentola della narrativa in Italia, la cosa non mi stupirebbe.
Comunque veniamo al libro, che è stato è senza dubbio il più bel libro di fantascienza scritto da un autore indipendente che avessi letto fino a quel momento. Me lo sono veramente goduto dall’inizio alla fine.
La storia è quella di un astronauta disperso su Marte, creduto morto e lasciato indietro dal resto dell’equipaggio. Ritrovatosi ferito e con pochi mezzi, Mark Watney deve trovare il modo di sopravvivere in un pianeta deserto e ostile.
Le parole con le quali si apre il romanzo (“I’m pretty much fucked. That’s my considered opinion. Fucked.”) ne delineano immediatamente il tono (da notare che la prima frase in italiano è stata pulita traducendola con un misero “Sono spacciato di brutto”). Ci troviamo di fronte all’ironia di un personaggio che non ha più niente da perdere e trova in sé, anche grazie alle sue conoscenze scientifiche, la forza di combattere per la propria sopravvivenza.
È proprio il tono ironico a fare la differenza rispetto alla similitudine millantata in copertina col film “Gravity”. Non è un libro drammatico, bensì un romanzo che da una parte fa sorridere e dall’altra ci parla di scienza. Come paragone mi viene piuttosto in mente MacGyver.
La storia, però, parte da un assunto non corretto proprio dal punto di vista scientifico, cioè che una tempesta di sabbia abbia costretto l’equipaggio ad abortire la missione. Ciò è impossibile visto che l’atmosfera marziana è così sottile che, anche in caso di venti fortissimi, questi non sono in grado di causare alcun danno, a parte coprire tutto di polvere. Ma questa è finzione, non realtà.
Grazie alla sospensione dell’incredulità la storia ha inizio e da quel momento in poi è un susseguirsi di trovate geniali. Mark si trova di volta in volta a dover affrontare nuove sfide e a trovare soluzioni improbabili, ma non impossibili. Allo stesso tempo si segue l’azione sulla Terra, al controllo missione, dove all’inizio il protagonista è creduto morto. Anche qui l’ironia la fa da padrona. Più volte ho riso forte durante la lettura. Le battute di dialogo sono fulminanti. Lo stesso diario di Mark è a tratti esilarante, quasi come se il protagonista cercasse di affrontare la paura per la sua condizione, scherzandoci sopra, secondo una consuetudine tipica del film e delle serie TV americane.
Il risultato è un libro di hard sci-fi davvero bellissimo.
Leggendo le altre recensioni, ho scoperto che l’autore l’ha pubblicato a puntate e solo alla fine ha realizzato il romanzo intero. Devo dire che per come è strutturata la storia, con una serie di problemi che emergono e vengono risolti, ha effettivamente un taglio episodico, ma ammetto che durante la lettura non ci avevo fatto alcun caso.
A questo punto non mi resta che attendere il film, che sicuramente non mancherò di vedere, anche se proprio per questa sua natura una serie TV sarebbe stata più azzeccata, per non dover ridurre troppo le vicissitudini raccontante nel libro.
 
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