\\ Blog Home : Articolo : Stampa
Il cinema che racconta il cinema in "The Artist"
Di Carla (del 24/03/2012 @ 05:38:05, in Cinema, linkato 2071 volte)

© 2011 La Petite Reine, Studio 37, La Classe Américaine, JD Prod, France 3 Cinéma, Jouror Production, uFilmsCome ho già scritto in passato ho un amore viscerale per il cinema. Non è semplicemente che mi piace: lo adoro proprio. E penso che non ci sia niente di meglio del cinema che racconta se stesso.
Avevo sentito parlare per la prima volta di "The Artist" al tempo del Festival di Cannes 2011. Come molti ero scettica nei confronti di un film francese del 2011 in bianco e nero e muto. Ma in realtà non mi ero informata abbastanza, complice la scarsa pubblicità che questo film ha avuto in Italia sia prima che dopo la sua uscita ufficiale, avvenuta lo scorso dicembre, alla quale è seguita una distribuzione quasi nulla.
Ammetto che non ne sapevo molto, a parte una vaga infarinatura della trama: la storia di un attore del muto che si trova in grande difficoltà nel momento in cui il cinema passa al sonoro.
Non avevo colto la potenzialità di un'opera del genere.
Evidentemente non ero l'unica, visto che, come dicevo, del film si è visto ben poco nei cinema italiani al tempo della sua uscita, tanto che ero convinta che non fosse affatto uscito. Poi c'è stata le nomination agli Oscar, la vincita dei Golden Globe ed ecco che si è iniziato veramente a parlarne. Ma solo con la travolgente vittoria alla notte degli Oscar, che ha riguardato categorie importantissime - costumi, colonna sonora, regia, attore protagonista e soprattutto miglior film -, le cose sono finalmente cambiate. La prima volta che un film francese diventa il miglior film premiato dall'Academy è senza dubbio un evento storico. E ricordo che parliamo di un film in bianco e nero e muto, nell'era del tridimensionale.
Può sembrare qualcosa di rivoluzionario e in un certo senso lo è, ma basta vederlo per capire senza ombra di dubbio il perché di questo successo.
E posso dire che sono stata fortunata a riuscire a vederlo sul grande schermo, visto che è stato distribuito decentemente (senza esagerare) solo dopo che ha vinto l'Oscar (cosa che non stupisce, dopo il caso di due anni fa di "The Hurt Locker", che al momento della vittoria era già su Sky, dopo una brevissima apparizione nelle sale), e nella mia città, su quattro multisala, solo uno l'ha portato e tenuto per poche settimane.
Sono stata fortunata, perché un film del genere va visto al cinema, proprio per come è stato fatto: muto (quasi del tutto), in bianco e nero e persino in formato 1,33:1 (i 4:3 dei vecchi televisori), perché al tempo del muto non esisteva il formato panoramico. Solo sul grande schermo si può apprezzare al meglio la maestria con cui è stato creato.
Esso infatti, come dicevo, è sì il classico cinema che racconta sé stesso, ma non solo con la storia (ambientata a Hollywood), bensì addirittura con la parte tecnica. Il regista si è divertito a giocare con le espressioni degli attori, per riprodurre ciò che si faceva negli anni venti del secolo scorso, con la musica, che è proprio come quella di allora, con il formato dell'immagine, con i titoli volutamente ridicoli (ingenui) dei film citati, con l'assenza di immagini "inappropriate" (neanche un bacetto sulle labbra tra i protagonisti!), con le scritte che riportano battute e suoni, oltre che i titoli di testa e coda, che sembrano venire direttamente dal passato, con le immagini leggermente accelerate, con l'assenza del suono e la sua improvvisa comparsa.
Viene raccontato il cinema così bene che il film si apre con una scena in un cinema, con il pubblico tutto agghindato, lo schermo col nostro protagonista in versione agente segreto e l'orchestra delle grandi occasioni, che suona dal vivo la colonna sonora.
Ragazzi, questo è cinema allo stato puro. Questa è arte. È il cinema che fa quello che sa fare meglio e che ne rappresenta l'essenza: raccontare una storia con le immagini.
L'assenza di dialoghi ti costringe a concentrarti sui dettagli. Perdere una sola espressione significa rischiare di non capire qualcosa della trama. L'immagine ti assorbe e nel silenzio della sala, tu non sei più lì, ma dentro lo schermo. E quando la scritta "BANG" appare, tu sussulti, preoccupato di ciò che può essere accaduto, più di quanto potrebbe succedere col più sofisticato effetto sonoro creato al computer.
E ti commuovi.
Questa è emozione pura, quella che solo il cinema riesce a darti.

Nella foto: Jean Dujardin (vincitore dell'Oscar come miglior attore protagonista) e Bérénice Bejo.