Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Carla (del 25/04/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 2411 volte)
   Insieme di cose già viste e colpi di scena telefonati
La mia opinione su questo libro è variata alcune volte durante la lettura. L’inizio non mi ha entusiasmato, ma circa a metà della storia mi sono trovata coinvolta in essa, per poi venire miseramente delusa alla fine.
Iniziamo dagli aspetti positivi.
Dugoni scrive bene, su questo non c’è dubbio. E la traduzione di Roberta Marasco, salvo qualche piccola imperfezione (un paio di virgole sbagliate, perché riportate tali e quali dall’inglese, e che avrebbero dovuto essere corrette da chi si è occupato della revisione), è ottima.
La storia è senza dubbio scorrevole, grazie anche alle ambientazioni suggestive che non possono non rimandare alle immagini uggiose di familiari paesini inquietanti dello stato di Washington visti al cinema o in tivù. Come dicevo prima, inoltre, intorno alla metà si fa interessante e ti viene la voglia di sapere come continua, poiché speri in qualche colpo di scena.
Purtroppo questa speranza viene disillusa.
Di fatto siamo di fronte a un insieme di cose già viste, a partire dalla ragazza scomparsa/uccisa nel paesino in cui non era mai successo nulla prima, a continuare col classico caso irrisolto vecchio di vent’anni e per finire con la bufera di neve che arriva proprio nel momento più drammatico della storia.
Il personaggio di Tracy, la protagonista, non è abbastanza approfondito e non sono riuscita a immedesimarmi in lei. Mi è piaciuto il personaggio di Dan, ma alla fine non ha così tanto spazio nella risoluzione della storia. È vittima degli eventi. Inoltre lo sviluppo sentimentale tra i due è scontato fin da subito e viene mostrato in maniera fredda, senza coinvolgere il lettore.
I flashback sono tristi e deprimenti, a volte non portano avanti la trama, sono lì solo come elemento drammatico.
La trama in sé è il problema principale del romanzo. Possibile che in vent’anni Tracy si sia concentrata su chi non potesse essere l’assassino della sorella e non su chi potesse esserlo?
Le motivazioni dei personaggi sono molto deboli, soprattutto di coloro che hanno mandato in prigione Edmund House. Il motivo per cui non l’hanno mai spiegato a Tracy, facendola dannare per vent’anni, non regge proprio.
L’autore non ci porta mai a pensare a chi possa essere l’assassino, tanto che a un certo punto ho sperato fosse uno dei personaggi comparsi per caso oppure insospettabili, ma purtroppo mi sbagliavo. In teoria la sua intenzione è suggerircene qualcuno attraverso il comportamento delle persone coinvolte nella manomissione delle prove, ma la loro motivazione per tale azione è evidente, quindi neanche per un istante ho pensato che uno di loro potesse aver ucciso Sarah. Solo nell’ultima parte Dugoni cerca di indirizzarci verso un personaggio in particolare, ma anche in questo caso è evidente che la teoria non regge, e alla fine dei giochi l’assassino è il più ovvio possibile.
E infatti per tutto il tempo mi sono stupita di come una detective della Omicidi di Seattle non riuscisse a vedere l’ovvio.
Di fronte a tutto ciò in pratica non ho rilevato alcun colpo di scena e in generale molti eventi che avrebbero dovuto stupire sono di fatto telefonati, poiché l’autore li anticipa o comunque li indirizza verso sviluppi scontati. Dal momento della “rivelazione” (ovvia) dell’identità dell’assassino ho saputo come sarebbe finita la storia, anche perché non c’era il minimo dubbio che Tracy si sarebbe salvata, essendo la protagonista e trattandosi del primo libro di una serie.
Infine, gli ultimi capitoli sono abbastanza inutili. Le scene in cui lei va trovare le persone in ospedale erano evitabili, idem si può dire per l’epilogo.
In poche parole mi spiace dover dire che, una volta capito che non presentava alcuna originalità né sorpresa, ho trovato nel complesso il romanzo abbastanza noioso.
Di Carla (del 18/04/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 2392 volte)
    Grande ricostruzione storica del maestro
Quella della grande rapina al treno del 1855 è una delle storie vere in cui la realtà supera la fantasia. il modo ingegnoso con cui la rapina è stata preparata, il suo sviluppo pieno di colpi di scena e il finale a sorpresa sembrano frutto della fantasia di qualcuno, e invece sono storia.
Crichton ha scritto questo libro a metà strada tra resoconto e romanzo, mescolando fatti desunti dalle sue ricerche con scene romanzate da lui create sulla base di tali fatti. Non c’è da stupirsi che ne sia stato tratto un film. Sembra concepito e scritto per il cinema!
Il lettore ha l’opportunità di calarsi nella Londra vittoriana e conoscerne usi e costumi, soprattutto della criminalità, a partire dal pittoresco gergo. Non si può non ridere in alcuni passaggi e si deve tifare per il ladro gentiluomo e i suoi compari. La lettura è avvincente per tutta la sua lunghezza, ma è il finale a essere davvero fantastico.
Di Carla (del 11/04/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 2881 volte)
    Stupisce senza essere credibile
Nonostante la valutazione positiva data complessivamente a questo romanzo, sono tanti gli aspetti che mi hanno lasciato perplessa.
La trama è quella del classico serial killer superefferato che per motivi imperscrutabili se la prende con le coppie, ma con la peculiarità di far scegliere a uno dei due chi deve morire, e finisce per iniziare un gioco perverso con la polizia.
Una delle prime cose che ho notato durante la lettura è la totale assenza di un riferimento geografico. Ho capito che era ambientato nel Regno Unito solo quando hanno parlato di sterline, ma per il resto ho avuto difficoltà a visualizzare un’ambientazione precisa. Questa cosa mi ha disorientato e ha dato da subito alla storia un senso di irrealtà.
A un certo punto ho intuito l’identità l’assassino, ma non tutta la sua complessa macchinazione e tuttora mi sfugge il senso di quest’ultima, poiché è autodistruttiva. Si ha l’impressione che il 50/50 Killer non avesse alcuna intenzione di farsi beccare, eppure finisce per fare a se stesso delle cose che gli avrebbero reso la vita più difficile in futuro, se fosse sfuggito alla polizia. Non capisco questo eccesso solo per mettere in atto un piano così complesso. Non capisco il suo dare una tale importanza a questo piano, nonostante le circostanze. L’autore non è riuscito a convincermi. Questo personaggio è così centrale nella storia che non mi accontento della follia come motivazione per le sue azioni.
Non mi ha convinto neppure il suo comportamento alla fine. È stato troppo facile batterlo e ciò mi ha dato ben poca soddisfazione. Mi è sembrata una soluzione escogitata con l’unico scopo di portare a compimento la storia, ma che manca di una propria logica intrinseca.
Non sono riuscita a legare in particolare con nessun personaggio, inclusa la voce narrante in prima persona (Mark, il giovane detective). Ho trovato l’interiorità di ognuno di essi poco convincente, anche perché supportata da una realtà esterna priva di riferimenti chiari.
In particolare ho trovato irritante il comportamento paranoico di Eileen (la moglie del capo di Mark). Non ne capivo la necessità, finché alla fine mi è stato chiaro che si trattava soltanto di un espediente per creare un colpo di scena. Anche in questo caso è assente una logica intrinseca o almeno non è stata mostrata a sufficienza nel testo da renderla credibile.
Ho odiato l’uso del nome all’inizio di ogni sezione del libro per indicare il personaggio del punto di vista. È assolutamente superfluo e di conseguenza fastidioso. Sembra che l’autore pensi che i lettori non siano in grado di desumerlo dal testo, il che è grave perché presuppone che ritenga il proprio testo non ben scritto o i lettori non abbastanza intelligenti (o entrambe le cose!).
Nel complesso ho trovato la storia deprimente e non solo per il fatto che inizia e finisce con un funerale.
Sono stata tentata di dargli solo tre stelle, ma alla fine sono salita a quattro, perché l’inganno del killer è davvero ben pensato e sviluppato e bisogna dare merito all’autore di una notevole originalità, non tanto nell’idea in sé, ma nel modo in cui è riuscito a metterla in atto.
Una nota sulla traduzione: perché chiamare il personaggio che dà il titolo al libro 50/50 Killer, all’inglese, invece che Killer 50/50, come sarebbe stato corretto in italiano? Mistero.
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Di Carla (del 04/04/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 2391 volte)
    Cartoni cattivi
Su questo libro potrei ripetere più o meno quello che ho scritto sul precedente di questa serie, “ Infect@”. Dovendomi concentrare sulle differenze, direi che ho trovato “Toxic@” molto più semplice da seguire. Non so se sia dovuto a un’evoluzione nello stile dell’autore o al fatto che avevo già assimilato l’ambientazione del primo libro. Di certo mi sono sentita più attratta nei confronti della sua lettura e curiosa di sapere cosa sarebbe successo dopo.
Rispetto alla storia di “Infect@” sono passati sette anni (se non erro) e la situazione di degrado dovuta ai cartoon, in questa Milano del futuro, è diventata critica. Un’ampia zona della città si è trasformata in una discarica del materiale derivato dai cartoni morti, che ha formato una melma immensa. In cielo “splende” anche di notte il Sole di Bart, ciò che resta di una versione gigante di Bart Simpson. E i cartoni, molto più cupi e minacciosi, sono il veicolo di una pericolosissima infezione chiamata il Morbo dei 30 Minuti.
C’è però una speranza: una Purga, che potrebbe eliminare di colpo tutti i cartoni. Una task force condotta dall’ex-commissario Montorsi deve piazzare quest’arma, ma il cattivo di turno, il Mescolatore, un serial killer che si diverte ad attaccare insieme pezzi di cadaveri umani e di cartoon, vuole fermarla. A ciò si aggiunge un terzo personaggio, quello di Cora, una cacciatrice di cartoon.
I tre filoni della storia si dipanano, per poi incrociarsi, in una lunga notte.
A costo di essere ripetitiva, devo affermare che, nonostante questo libro non rientri in alcun modo nel genere di romanzi che preferisco per una serie di motivi (per esempio, ambientazione deprimente e introspezione limitata dei singoli personaggi, dovuta in parte all’impronta corale data al libro, in cui la trama è più importante dei personaggi), sono stata ammaliata dalla scrittura di Tonani, evocativa ed efficace.
Una cosa che non sono riuscita a sentire (ma credo valga anche per il libro precedente) è la drammaticità. I personaggi, pur trovandosi in situazioni impossibili, mantengono dei toni ironici e persino sarcastici, dando un ulteriore senso di irrealtà all’ambientazione. Ma questo tutto sommato è un bene, poiché ne stempera la cupezza e rende la storia più godibile, proprio perché non si prende tanto sul serio.
Di Carla (del 28/03/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 2916 volte)
     L’erede di Bourne (e di Ludlum)
Il cambio di penna si nota eccome, nonostante ciò, devo dare merito a Van Lustbader di essersi impegnato per avvicinarsi a Ludlum in tanti piccoli dettagli (per esempio, l’uso di bestemmie, anche se non in maniera così eccessiva). Però la differenza c’è. La scrittura di Van Lustbader è molto più ordinata, ma priva di quella follia che Ludlum conferiva ai propri personaggi e che li rendeva fragili, fallibili e quindi umani. Questo nuovo Jason Bourne è molto più lucido e controllato. Si può prendere come pretesto il passaggio del tempo e una maggiore maturità del personaggio, che pare tenere sotto controllo la propria psicosi, ma ci sono degli aspetti che mancano al lettore abituato al protagonista della vecchia trilogia. Sebbene Bourne menzioni dell’esistenza di una doppia personalità dentro di sé, io non sono riuscita a vederla. Non c’è traccia nel libro della lotta continua tra Jason Bourne e David Webb nella sua stessa mente, spesso costellata di battibecchi.
Questo nuovo Jason Bourne indistruttibile ricorda quello dei film e non ha niente a che vedere con l’uomo che continuava a vivere sull’orlo del fallimento, sia a livello fisico che mentale, visto nei libri di Ludlum.
Devo dire che, soprattutto all’inizio, questa mancanza ha diminuito il mio coinvolgimento nelle vicende del personaggio, finché non è stato messo in luce un elemento essenziale della trama (da cui poi deriva il titolo). Da quel punto in poi Van Lustbader ha giocato bene le proprie carte nello scavare nella psicologia del personaggio e nella sua interazione con questo suo “erede”, spingendomi verso la necessità di continuare a leggere e suscitando in me il piacere dell’attesa del momento in cui avrei letto ancora.
Mi è dispiaciuta la totale assenza di Marie, che viene soltanto nominata, mentre nella vecchia trilogia era un personaggio cardine nell’evoluzione del protagonista.
Rispetto ai libri di Ludlum, dove non avevo mai idea di cosa sarebbe accaduto nella pagina successiva, questo di Van Lustbader è a tratti abbastanza prevedibile, per chi abbia un po’ di esperienza di storie d’azione. Il fatto di seguire un determinato schema naturale di evoluzione della storia non è assolutamente un demerito di per sé, ma, messo a confronto con la prosa indisciplinata di Ludlum, ne esce un po’ male.
Piuttosto, non capisco la necessità, per un libro così ben costruito, di ricorrere a mezzucci come lo spezzare una scena tra due capitoli. Ogni singola scena è così ben scritta e suscita tale e tanta curiosità, che non ha alcun bisogno di obbligare il lettore a non fermarsi alla fine di un capitolo.
L’ultima parte del libro è dir poco perfetta, poiché fonde introspezione (di tutti i personaggi) e azione in maniera equilibrata e coinvolgente. Peccato per una scelta non coerente compiuta da Bourne verso la fine, cioè non raccontare una certa cosa alla moglie. Ciò è totalmente fuori dal personaggio. Ma d’altronde il fatto che lui pensi alla moglie così poco in tutto il romanzo, mentre era di continuo al centro dei suoi pensieri nella trilogia, lo fa allontanare parecchio dal Bourne di Ludlum, rendendolo ancora una volta meno umano.
E anche la scelta compiuta dal suo “erede” non è sufficientemente motivata: è solo un pretesto per lasciare l’argomento in sospeso.
L’epilogo presenta un finale aperto, come è giusto che sia, che fa ben sperare per i romanzi successivi. Questo, insieme alla virtuale perfezione degli ultimi capitoli, soprattutto a livello emotivo, mi ha spinto verso il massimo dei voti, nonostante i difetti, a riprova del fatto che il finale di un libro ha un peso enorme sul suo gradimento.
Di Carla (del 21/03/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 2642 volte)
    Geniale protagonista antieroe, caso non memorabile
Con questo romanzo scopro un antieroe che non può non diventare subito un idolo. Cormoran Strike, figlio di una rockstar e di una supergroupie, ed ex-militare veterano dell’Afghanistan, dove ha perso un piede e una gamba in un’esplosione, è un investigatore privato squattrinato appena abbandonato dalla fidanzata. Tutto sembra andare a rotoli nella sua vita, quando compaiono una nuova segretaria interinale e un danaroso cliente, che lo vuole assoldare per dimostrare che sua sorella, famosa top model, non si è suicidata.
La storia si svolge tra le strade di una familiare Londra odierna, nel mondo patinato della moda cui Strike non appartiene, ma al quale deve comunque adattarsi per portare avanti la propria indagine. E ci riesce pure bene, strappando più di una risata al lettore!
Si tratta di un romanzo molto lungo, che, nonostante offra qualche scorcio sulla vita del protagonista e che questo subisca una certa crescita nell’arco della storia, è a tutti gli effetti un giallo.
Buona parte del testo è costituito da interrogatori e da altri dettagli delle indagini, che fanno un po’ perdere la cognizione del passaggio del tempo. C’è tanto di quel materiale da impedire al lettore di unire i punti per capire chi è l’assassino, a meno che non punti direttamente al meno probabile senza saperne il perché.
Ma alla fine chi se ne frega dell’assassino di Lula Landry?
Devo dire che nel complesso mi è piaciuto.
Sono due le cose che mi hanno impedito di dare la quinta stellina.
La prima è la tendenza dell’autrice (che sappiamo essere niente meno che J.K. Rowling) a cambiare punto di vista nel bel mezzo di una scena. Ciò mi faceva perdere la connessione con la storia e mi costringeva a interrompere la lettura e tornare in dietro per cogliere la transizione.
La seconda è che, nonostante ci fossero i presupposti per una maggiore presenza della sottotrama relativa al protagonista (che è la cosa migliore del libro), questa è invece solo marginale. È un peccato, perché Strike in sé è molto più interessante del caso, la cui risoluzione non mi ha impressionato e che ho in gran parte già completamente dimenticato.
Se non fosse stato per il bellissimo (non di certo in senso estetico!) protagonista, non sarei riuscita a dare al libro una recensione positiva.
Di Carla (del 14/03/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 3072 volte)
     Breve ma intenso
Questo romanzo breve, il secondo della trilogia noir di Matheson, è la corsa folle di un personaggio che in poche ore riesce a distruggere quel che resta della propria vita. Convinto di essere stato derubato della donna che ama, fugge dal manicomio, dove è detenuto per aver ucciso suo padre e nel quale è pure lui stesso vittima di abusi, per “salvarla”. Ma la donna in questione non ha mai ricambiato i suoi sentimenti. È tutta una creazione della sua mente.
E il libro rappresenta proprio un viaggio prima di tutto nella mente del protagonista, alla scoperta di come la follia si genera e del modo in cui lo spinge ad agire.
Matheson anche questa volta mi stupisce con una storia diversa dalle altre precedenti. Attraverso i punti di vista dei cinque personaggi principali, attraverso il modo personale con cui ciascuno di loro la interpreta, si svelano uno strato alla volta i dettagli della trama. Il tono dell’intero romanzo è drammatico, costellato di violenza e morte. Come lettrice mi sono preoccupata per le sorti delle vittime, ma anche del protagonista folle, che è a suo modo una vittima in grado di suscitare pietà.
La scelta di chi uccidere e chi far sopravvivere alla fine non è casuale. Accanto allo sprofondamento del protagonista nel delirio si delinea l’ascesa di un altro personaggio e la redenzione dell’ultima vittima.
Di Carla (del 07/03/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 2987 volte)
    Troppe coincidenze sfortunate
Questo romanzo è caratterizzato da una storia intricata, che l’autrice è stata in grado di gestire con cura e attenzione. I tanti fili che si dipanano nella stesura della trama si uniscono poi alla fine.
Il passaggio tra le due linee temporali avviene sempre in maniera intelligente, tenendo il lettore incollato al libro. Non a caso aspettavo con piacere di mettermi a leggere, prima di andare a dormire.
Forse il ritmo con cui la storia si sviluppa è un po’ lento e ciò mi rendeva un po’ troppo impaziente di andare oltre per sapere cosa sarebbe accaduto. Non sono riuscita a legare con il personaggio della voce narrante (Libby), ma mi è piaciuto molto quello del fratello, anche se ha avuto dei momenti di incoerenza ingiustificata.
A mio parere, il problema principale di questo romanzo è la presenza di eccessive coincidenze, sfortune e cattiverie. Davvero troppe, tutte concentrate nel lasso di un unico giorno.
Il finale poi è sotto tono. Una volta chiarito cosa è accaduto, l’autrice smette di mostrare e inizia a raccontare, come se non vedesse l’ora di chiudere il libro. Ciò mi ha lasciato con l’amaro in bocca.
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Di Carla (del 21/02/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 3562 volte)
     Meno originale dei precedenti, ma tecnicamente perfetto
Questo terzo romanzo della serie di Bosch è finora quello che mi è piaciuto di più. Nonostante sia apparentemente più lineare dei precedenti (cosa che in genere non amo), l’autore ha giocato benissimo le proprie carte.
Scopriamo finalmente l’evento che ha rappresentato la genesi del personaggio come lo conosciamo: il fatto di aver ucciso un uomo disarmato, pensando che stesse per tirare fuori una pistola. L’uomo in questione altro non era che un serial killer, ma Bosch aveva agito senza chiamare i rinforzi e per questo motivo era stato retrocesso nel proprio lavoro in polizia.
Quattro anni dopo, mentre Bosch sta subendo una causa civile per quella uccisione, da parte della famiglia del serial killer, salta fuori un nuovo omicidio che porta la stessa firma, ma compiuto in un secondo momento.
Bosch ha ucciso l’uomo sbagliato? O si tratta di un emulatore?
La storia si svolge tra tribunale e risoluzione del caso. Abbiamo a che fare col caso di un serial killer abbastanza convenzionale, in cui l’assassino è tra i personaggi della storia e va individuato. L’autore cerca di portarci in una direzione sbagliata dopo l’altra. Sarebbe tutto facile (o quasi), se non ci fosse di mezzo il processo, che ci distrae e ci fa cambiare prospettiva.
Questo romanzo non è originale come i due precedenti, ma è tecnicamente perfetto e, a differenza dei precedenti, dà al lettore anche la piccola soddisfazione di avere gli elementi per capire in anticipo chi è l’assassino. Che ci riesca, poi, è tutta un’altra storia.
In questo contesto continua poi a svilupparsi l’aspetto privato della storia del protagonista, che rimane centrale nella trama del libro e rischia di avere dei risvolti drammatici.
Il finale rassicurante ha tutta l’aria del preludio di una nuova tempesta.
Di Carla (del 14/02/2017 @ 09:30:00, in Lettura, linkato 3468 volte)
     Ottimo crime thriller, nonostante una certa mancanza di originalità rispetto al precedente della serie
Ultimamente la Cornwell sta prendendo l’insana abitudine di uccidere un personaggio ricorrente per libro, o almeno questo è ciò che è accaduto negli ultimi due che ho letto. Spero che si dia una calmata, altrimenti non ne resteranno molti!
Ma veniamo al libro.
Parte con ritmo molto lento nella prima parte, tanto che il primo cadavere arriva molto tardi. Mi è comunque piaciuto il modo in cui l’autrice costruisce tutta la storia dal solo punto di vista della Scarpetta, sfruttando i dialoghi con altre persone, e la chiude nel giro di poco più di un giorno.
A mio parere, però, la scelta di questo approccio per questo romanzo presenta due problemi. Il primo è che per gran parte del libro, che è abbastanza lungo, ci sono solo lei e pochi altri personaggi, rendendo lo sviluppo della trama ancora più statico. Per fortuna c’è Marino, ma Lucy e Benton arrivano tardi e sembrano quasi insignificanti nell’ambito della storia. Il secondo è che la Cornwell ha usato una struttura molto simile nel libro precedente, quindi si ha la sensazione che quest’ultimo manchi di originalità.
D’altra parte non mi dispiace affatto che il caso sia strettamente connesso al libro precedente, poiché dà continuità alle sottotrame, che diventano perciò preponderanti. Ciò rende il libro fruibile solo da chi ha letto almeno il precedente, ma in tal modo le continue spiegazioni riferite a esso diventano inutili e contribuiscono alla lentezza del libro.
È molto difficile se non impossibile capire l’identità del colpevole. Col senno di poi ci si rende conto di alcuni dettagli che potevano essere notati dal lettore, solo che si perdono nella marea di informazioni che la Cornwell mette nei suoi libri, la maggior parte delle quali non ha una reale rilevanza nell’economia della trama.
Ho invece trovato molto sfizioso l’elemento scientifico utilizzato per spiegare gli omicidi. Una biologa come me non ha potuto fare a meno di apprezzarlo!
Anche stavolta la risoluzione finale mi ha fregato. Arriva in un singolo capoverso, anzi in un singolo periodo. Per la fretta di sapere cosa sarebbe accaduto, non ho letto bene l’ultima proposizione e poi al capoverso successivo ho scoperto che il colpevole era stato colpito, ma io non me n’ero accorta. Per l’ennesima volta sono dovuta tornare indietro a rileggere. Non c’è niente da fare: succede sempre così.
Il capitolo finale di epilogo serve unicamente per unire tutti i punti e uccide di nuovo il ritmo che si era creato, portando a una conclusione senza infamia e senza lode.
Vi chiederete perché ho dato 5 stelle nonostante tutti questi difetti. Be’, perché, preso singolarmente, questo è un libro costruito ottimamente e ben scritto (sebbene io non ami certe scelte stilistiche della Cornwell, ma apprezzo la sua coerenza nell’utilizzarle). Di certo avrebbe avuto un impatto maggiore su di me, se il precedente non avesse presentato una struttura così simile.
So che la Cornwell preferisce scrivere in prima persona dal punto di vista della Scarpetta. Ammetto che, invece, io preferisco i suoi libri in terza persona, poiché le storie sono più aperte e meno statiche, e perché così lei ha l’opportunità di esplorare dei punti di vista diversi da quelli di Kay Scarpetta che, diciamocelo, non è proprio simpaticissima!
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