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Blog letterari e autori esordienti (o aspiranti tali): un rapporto difficile?
Di Carla (del 09/03/2012 @ 08:30:57, in Scrittura & Lettura, linkato 5053 volte)

Immagine © Corriere.itEssere in grado di leggere sia in italiano che in inglese è sicuramente un vantaggio per il lettore, in quanto aumenta in maniera esponenziale il materiale letterario di cui può disporre, ma lo è anche per lo scrittore, poiché gli permette di espandere i propri orizzonti e conoscere realtà completamente diverse.
In particolare ci si rende conto di quali enormi differenze esistano tra l'editoria italiana e quella anglofona, che comprende cioè tutti i paesi di lingua inglese, e come sia diverso l'approccio del web nei suoi confronti. Parlo in dettaglio di quelli che genericamente vengono chiamati blog letterari, cioè i blog che parlano di scrittura, dei romanzi, degli autori, di editoria e di tutto ciò che orbita intorno alla letteratura.
In questo ambito si notano a mio parere delle differenze lampanti, non solo negli argomenti, ma anche nel modo in cui vengono affrontati.
Il discorso, però, sarebbe troppo lungo, in questo post mi voglio quindi soffermare su uno di questi argomenti: gli autori esordienti o gli aspiranti tali, cioè quegli scrittori che hanno pubblicato il loro primo libro o stanno cercando di farlo.
Leggendo articoli che li riguardano, si nota prima di tutto che tra i blogger italiani c'è una diffusa tendenza a guardare a questi un po' dall'alto in basso.
Si guarda con un certo sospetto queste persone che si affacciano all'editoria, supponendo già da subito che non abbiano la minima esperienza, che siano presuntuosi, che non abbiano chissà quale talento (soprattutto se sono autori indipendenti), che abbiano scritto solo quell'unico libro pubblicato (o che intendono pubblicare) e che magari non conoscano a dovere neppure la grammatica o la sintassi.
Insomma, ci si trova di fronte a una marea di pregiudizi.
È vero che da sempre ciò che è sconosciuto viene spesso mal visto o visto con sospetto, ma talvolta oggettivamente si esagera.
Per non parlare poi della disdicevole abitudine di chiamare gli autori non ancora pubblicati con l'infelice espressione "aspiranti scrittori", cosa che trovo denigrante, quasi a voler dire che non è gente che scrive, ma che pensa di farlo prima o poi.
Chiariamo le cose: non si diventa scrittori da un giorno all'altro. Non è che un giorno ti svegli e aspiri a diventare uno scrittore, poi il giorno dopo inizi a scrivere. Non funziona così.
Noi tutti impariamo a scrivere da bambini e alcuni di noi, senza neppure rendersene conto, prima o poi iniziano a scrivere delle storie. Altri invece non lo fanno. Punto. Non esiste un momento nella vita in cui aspiriamo a scrivere delle storie. Iniziamo semplicemente a farlo, oppure no.
Chi lo fa è uno scrittore, chi non lo fa non lo è.
L'aspirante scrittore non esiste. Esiste essere uno scrittore o non esserlo.
Si può semmai aspirare a essere un autore, nel senso di desiderare di completare uno scritto. È infatti relativamente facile iniziare a scrivere qualcosa, lo è meno portarla a termine. Ma nel momento in cui si completa la scrittura del primo racconto, o del primo romanzo, o della prima sceneggiatura ecc... di fatto si diventa autori.
A questo punto si può essere al massimo aspiranti autori pubblicati.
Perciò l'alludere a un autore non pubblicato con l'espressione "aspirante scrittore" è a mio parere abbastanza offensivo, poiché sembra quasi che si pensi che la persona in questione non scriva affatto, ma abbia solo il desiderio (il sogno?) di farlo, magari per diventare famoso. Ma, se una persona non scrive abitualmente, senza ombra di dubbio non potrà essere un buon scrittore nel momento in cui decida di farlo, perché non ne ha l'esperienza.
Ma l'aspirante autore pubblicato, come pure l'autore esordiente (alla prima pubblicazione), è tutt'altro che una persona priva di esperienza.
Sicuramente quel romanzo (pubblicato o no) non è l'unica cosa che ha scritto. Probabilmente ne ha scritto altri, come pure racconti, fan fiction, poesie e tante altre cose, molte delle quali magari brutte (le prime), altre migliori. Dietro un autore esordiente esiste tutto un mondo di scrittura, che magari risale alla sua adolescenza o addirittura prima, esistono mille esperimenti e tentativi, tutte cose che costituiscono la sua esperienza nel campo della scrittura, qualcosa che non deve essere in alcun modo sottovalutata.
Se, dopo tutto questo, decidono di tentare la pubblicazione di un certo romanzo, è perché esso rappresenta l'apice del lavoro fatto negli anni passati, alimentato dalla loro passione per la parola scritta. Potranno ancora essere ben lontani dalla perfezione (senza dubbio), ma è impossibile che ci troviamo di fronte a gente che non conosce discretamente la lingua italiana. E già questo non è poco.
Perciò dico che meritano rispetto.
Purtroppo ciò che vedo spesso e volentieri è il tentativo da parte di certi "critici" di mettere i bastoni fra le ruote a questo tipo di autori. Se hanno pubblicato qualcosa, si cerca costantemente di trovare il pelo nell'uovo nel loro libro, di mettere in luce i difetti, invece di concentrarsi sugli aspetti positivi dell'opera.
Invece nei confronti di chi non ha ancora pubblicato (e in questo caso mi riferisco agli articoli generici rivolti agli "aspiranti scrittori") si fa di tutto per ricordare a questi autori che scrivere bene è difficile, anzi quasi impossibile, che è faticoso, che non conoscono alla perfezione la grammatica (?), che ci sono mille mila regole di stile che devono seguire, che dopo aver scritto la prima stesura hanno ben poco da esserne lieti, perché sicuramente fa schifo... e così via.
In entrambi i casi si cerca in tutti i modi di scoraggiare lo scrittore.
A questo punto la domanda sorge spontanea: perché questo accanimento?
Le risposte potrebbero essere tante. Forse perché queste persone si divertono a criticare gli altri. Oppure perché sanno a menadito quello che non si deve fare quando si scrive, ma non hanno idea di quello che si deve fare (altrimenti, forse, scriverebbero anche loro romanzi e non critiche, no?). Oppure proprio perché pure loro, essendo esordienti o aspiranti tali, si sentono minacciati dalla concorrenza? Non è da escludere. Oppure ancora si tratta di autori delusi o disullusi nei confronti dell'editoria in generale tanto che non possono fare a meno di scoraggiare gli altri a intraprendere la stessa strada (della serie: datevi all'ippica, magari avete più speranze; oppure: io non ce l'ho fatta e non voglio che ce la facciate neppure voi).
Sicuramente ognuno avrà le sue motivazione (più o meno accettabili), ma di certo ciò che fanno non aiuta gli scrittori che li leggono. Li indispettisce, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, li scoraggia.
È un po' come se a un bambino, che vi mostra il suo disegno, voi diceste "Ma cos'è questa cosa? Non si fa così! Non sei proprio capace!", invece di dirgli "Bravo!", apprezzando cioè lo sforzo di una persona che sta crescendo, evitando di stroncare sul nascere una passione che potrebbe diventare importante per lui e soprattutto incentivandolo a migliorarsi.
Ovviamente sto parlando di scrittori che sanno scrivere in un italiano corretto e che, se fanno errori, sono solo incappati in qualche refuso. In tutto questo discorso non prendo neppure in considerazione chi ha delle grosse lacune di grammatica e sintassi e neppure se ne rende conto.
Ora, a questo proposito, spostandosi nell'area anglofona, ecco che saltano agli occhi le differenze. I cosiddetti blog letterari, prima di tutto, sono tenuti quasi sempre da autori, persone cioè che scrivono libri e che vogliono condividere con altri scrittori ciò che hanno imparato dalla loro esperienza. Lo scopo è ovviamente farsi conoscere e volere bene, per trovare nuovi lettori e vendere più libri. È comprensibile.
Il risultato, però, non solo è piacevole, ma anche utile.
Questi blog sono delle fonti inesauribili di spunti, per conoscere meglio tutti gli aspetti della scrittura, sia per quanto riguarda la parola in sé (quindi lo stile) che la vera e propria capacità di narrare delle storie, cioè la struttura narrativa. Leggendo questi articoli si imparano veramente tantissime cose, anche se si scrive in una lingua diversa (nel mio caso in italiano).
Al di là delle eccezioni, che comunque esistono (meno male), la mia domanda è: perché questa differenza tra il web italiano e quello anglofono?
Sinceramente sto cercando ancora di capirlo, ma di certo so a quale dei due preferisco rivolgermi.