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 Malta... di Carla
 

"Siete stati manipolati a un livello più profondo di quanto immaginiate." L’isola di Gaia




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\\ Blog Home : Storico : Scrittura &amp; Lettura (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 05/08/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1831 volte)

 Il ritorno del violagiorno
 
Avevo apprezzato parecchio l’originalità de “Il sistema Dayworld” e mi ero divertita a leggerlo. Questo suo seguito e secondo libro della trilogia non mi ha del tutto convinto, almeno non quanto il precedente.
Come sempre Farmer mostra di avere una fantasia galoppante e il suo world building è molto accurato. Pur essendo un seguito, a causa del cambio di ambientazione ha dovuto reinventare da capo i luoghi in cui si svolge la storia, proiettando il lettore in una Los Angeles distopica che va oltre ogni immaginazione.
Jeff Caird, infatti, lascia Manhattan e con una nuova identità, che si aggiunge alle sette precedenti, scappa sulla costa occidentale. Tutti lo cercano, poiché uno dei suoi alter ego custodisce un segreto che può ribaltare l’intero sistema.
La storia che riprende esattamente dal punto in cui è finito il primo libro necessita assolutamente della lettura di quest’ultimo per essere compresa a fondo. Devo dire che le serie in cui è obbligatoria la lettura in ordine dei romanzi sono le mie preferite, quindi si tratta senza dubbio di un aspetto positivo.
Il protagonista sa ancora una volta essere coinvolgente per la sua fallibilità e follia, e la trama è del tutto imprevedibile. Non hai la più pallida idea di cosa attenda i personaggi nella pagina successiva né riesci a immaginare un epilogo possibile all’intera storia.
Purtroppo, però, non posso dare il massimo dei voti a questo romanzo, perché ci sono alcuni aspetti che non mi sono piaciuti.
La trama è infarcita di intrighi negli intrighi, creando una complessità che definirei sterile. Inoltre, il distacco necessario dalla struttura del primo libro costringe l’autore a inventarne una nuova che non risulta altrettanto vincente.
Infine, si sente che si tratta del libro intermedio di una trilogia e quindi soffre il suo essere un racconto di transizione.
A questo punto devo procurarmi l’ultimo per sapere come va a finire!
 
Il ribelle di Dayworld (brossura) su Amazon.it.
 
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Di Carla (del 01/08/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1997 volte)

 (Quasi) nessuno è come Bourne
 
Il secondo libro della trilogia originale di Jason Bourne si distacca parecchio da ciò che abbiamo visto nel primo. Una volta risolto il dilemma dell’identità del protagonista, Ludlum ci propone nuovi scenari, minacce e sfide per il nostro superagente segreto.
Per il lettore, il ritrovare con piacere i vecchi personaggi si mescola con la necessità di rimanere attento nella lettura per comprendere l’ingarbugliato intrigo che li vede protagonisti. Ludlum ci fa fare un tuffo nella Cina degli anni ’80 e nei meccanismi sociopolitici del tempo, di cui mostra una profonda conoscenza. Magari non li capiamo tutto, ma ne ricaviamo un quadro generale che appassiona e inquieta, e che senza dubbio fa la felicità di qualsiasi amante delle spy story (come me!).
A ciò si aggiunge il fascino intramontabile di Webb/Bourne, l’eroe danneggiato, sull’orlo della follia (parola che Ludlum usa molto spesso!), folle e fragile, non infallibile, che sa essere freddo, ma anche amare con profondità. Accanto a lui il personaggio di Marie (il mio preferito dopo lo stesso Bourne), come pure quello di Alex e Mo, sono ugualmente centrali nella storia e coinvolgenti. E sono soprattutto essenziali per richiamare il protagonista alla realtà, per saper mettere da parte il Bourne che c’è in lui e tornare a essere David Webb.
Unico aspetto per così dire negativo è la presenza di alcuni passaggi un po’ lenti e qualche inutile ripetizione di ciò che è accaduto nel primo libro.
L’edizione, purtroppo, non è affatto buona. La traduzione è talvolta letterale. Ho letto altri libri di Ludlum con una traduzione in grado di evidenziare la sua bella prosa. Questi di Bourne purtroppo avrebbero bisogno di una revisione, se non altro per eliminare i refusi. Dopo trent’anni sarebbe il caso di farne una, invece di limitarsi a modificare la copertina quando si pubblica una nuova edizione.
Una curiosità sulla scrittura di Ludlum: nei suoi libri non appare alcun tipo di linguaggio volgare, preferisce usare eufemismi e metafore, eppure, stranamente, non si risparmia con le bestemmie. Tutti i personaggi, dal primo all’ultimo, almeno una volta invocano Dio, Gesù o Cristo (o varianti), ma non dicono una sola parolaccia!

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Di Carla (del 27/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2180 volte)

 Terrificante, angosciante, geniale
 
Questa recensione sarà breve. Mi vengono così, quando un libro mi piace tanto da non riuscire a trovargli difetti e allo stesso tempo quando a renderlo un buon libro sono pochi elementi orchestrati magistralmente. È il caso di questo romanzo abbastanza breve di Matheson. Esso racconta la vicenda singolare di un uomo che, a causa di una nube radioattiva, ha sviluppato una patologia che lo sto facendo rimpicciolire di tre millimetri al giorno.
La storia si svolge su due piani temporali che scorrono in parallelo. Uno narrato dal protagonista ormai piccolissimo e bloccato nel seminterrato di casa sua, dove deve lottare quotidianamente per procurarsi da mangiare e sopravvivere agli agguati di un ragno enorme (dal suo punto di vista). Nel secondo, invece, il personaggio ripercorre gli eventi che l’hanno portato da uomo normale a un essere tanto piccolo da non riuscire a uscire dal seminterrato.
Durante la lettura l’immedesimazione col protagonista è totale. La sua vergogna mentre diventa sempre più piccolo è anche del lettore, come pure il terrore che prova nel destreggiarsi nell’ambiente ostile del seminterrato che diventa ogni giorno più grande. Da una parte sei curioso di sapere come mai è finito là sotto e apparentemente a nessuno importi, dall’altra vuoi scoprire cosa accadrà quando arriverà il giorno in cui la sua altezza dovrebbe azzerarsi. E l’autore gioca bene le proprie carte, facendo accrescere la tensione al massimo per poi passare all’altro piano temporale, e quindi ripetere lo stesso crescendo.
E così, nell’andare avanti con la lettura, non hai mai idea di cosa potrà accadere nella pagina successiva e lo stesso finale, meraviglioso e geniale nella sua semplicità, ti lascia a bocca aperta.
Aggiungo inoltre che, nonostante si tratti di un libro con qualche decennio sulle spalle e di cui ho letto una traduzione non recentissima, sembra quasi contemporaneo. Non ho notato, né nel linguaggio né nel modo in cui si sviluppa la narrazione, alcuna ingenuità o altro aspetto che mi ricordasse la sua età. Ma ciò non mi stupisce più di tanto, poiché finora è stato quasi sempre così con i romanzi di Matheson.
 
 
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Un giorno per sopravvivere.
Un giorno per lasciar andare il passato.
 
 
Sotto la pioggia di un’estate inglese insolitamente calda, “Affinità d’intenti” segue le vicende di Amelia Jennings, un’agente in forza alla Polizia della City di Londra da appena una settimana, che viene inviata dal detective Monroe a lavorare sotto copertura nello studio legale Goldberg & Associates, flagellato da una serie di omicidi, opera di un killer su commissione. La sua carriera come investigatrice, però, termina prima ancora di iniziare. Quando Amelia si reca a tenere il colloquio finale, da cui dipende la sua assunzione, e incontra nella sala d’attesa un concorrente, Mike Connor, la sua unica preoccupazione è che quell’uomo possa sottrarle il posto di lavoro, vanificando gli intenti della sua squadra. Ma neanche cinque minuti dopo quella stessa sala diventa teatro di una sparatoria. Amelia, contravvenendo agli ordini del proprio capo, si getta all’inseguimento del killer e da questa scelta avventata scaturisce una serie di eventi che la portano a cambiare radicalmente la propria vita nel giro di appena ventiquattro ore. Tra rapimenti, uccisioni, incidenti stradali non precisamente accidentali, inseguimenti, sparatorie, esplosioni, la seguiamo in una calata all’inferno, in cui per sopravvivere dovrà capire di chi può fidarsi. Dotata di autoironia e di una fervida immaginazione, Amelia cercherà di venire a capo di ciò che le sta accadendo e, nel farlo, stempererà la drammaticità delle sue peripezie con riflessioni divertenti e fantasiose, e spesso ammiccanti. Al suo fianco c’è Mike, un uomo che pare più avvezzo di lei a essere bersaglio di una squadra di killer. Sebbene possano apparire due persone quasi opposte, nel corso di questa avventura Amelia e Mike scopriranno di avere qualcosa in comune.
 
 
AFFINITÀ D’INTENTI è in offerta in ebook a 1,99 euro su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play solo fino al 31 luglio 2016.
L’edizione acquistabile su Google Play è in ePub senza DRM e quindi leggibile su qualsiasi dispositivo (incluso Kobo e iPad).
 
È inoltre disponibile in edizione cartacea (a 7,99 euro) su Amazon e Giunti.
 
A partire dal 1° agosto il prezzo su Amazon, Giunti e Google Play salirà a 2,99 euro.
Il libro è acquistabile in ebook anche su Kobo, Apple, Mondadori Store, LaFeltrinelli e Nook (tramite l’app per Windows) al prezzo di listino di 3,49 euro ed è disponibile gratuitamente per gli abbonati di 24Symbols.
 
Di Carla (del 18/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2368 volte)

 Ingenuo cliché
 
Dovrei dire che la recensione contiene qualche anticipazione sulla trama, ma in realtà quest’ultima è talmente scontata che non credo che sia necessario.
Partiamo dai pochi aspetti positivi del romanzo.
La prosa è sicuramente molto bella e pulita, ed è esaltata da una buona traduzione. L’autrice ha un’ottima gestione del punto di vista della protagonista e nel complesso il testo ti porta a una lettura veloce, anche se devo confessare che ho avuto fretta di finirlo pur di liberarmene al più presto.
Ma, nonostante le ottime doti tecniche, la storia è soltanto un ingenuo cliché.
L’inutile prologo fa capire subito come si svolgerà la storia e come finirà: anticipa la morte del bambino (cosa che poi effettivamente avviene a circa l’80% del romanzo), che lei è sola e che c’è qualcosa di strano che riguarda il marito.
Tutto il resto si chiarisce nei primi capitoli.
Jenny, la protagonista, è assolutamente non credibile. Quando mai una madre single, divorziata, che quindi ci è già passata, a New York (mica in un paesino di zotici), si fida subito del primo tipo che si interessa a lei? Anzi, dovrebbe dubitare di questo interesse subitaneo. Lui le chiede di sposarla dopo una settimana! Qualunque donna sarebbe scappata a gambe levate e una come lei, che ha due figlie, più veloce di qualunque altra. Questa poca credibilità la rende un personaggio fastidioso per la sua eccessiva stupidità, debolezza e per la totale mancanza di carattere.
Il fatto che la storia sia ambientata negli anni ’80 può giustificare la trama trita a ritrita (al tempo lo era un po’ meno), ma non la sua pessima esecuzione e i suoi personaggi bidimensionali.
Lui ha un’aria sinistra già da subito. Dopo aver letto il prologo, viene naturale dubitare subito di lui, tanto più per via del suo modo di essere invadente e prevaricante con una donna appena conosciuta e cui si interessa perché è quasi identica alla madre morta, altro motivo per cui qualunque persona sana di mente sarebbe fuggita subito da lui.
I tentativi dell’autrice di confondere la carte e far dubitare della protagonista falliscono miseramente. Non una volta è riuscita a sviarmi dalla convinzione, maturata dal primo momento che ho incontrato Erich nel primo capitolo, che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui, che fosse lui la causa di tutto. L’inserimento tardivo di elementi di dubbio sembra un arrampicarsi sugli specchi e la tendenza della protagonista a dare credito a essi ne dà un’immagine ancora più stupida e debole.
Il finale è scontato. E come volete che finisca una storia del genere? Dai!
La citazione velata, ma neanche tanto, a Psycho avrà fatto rivoltare Hitchcock nella tomba.
Era la prima volta che leggevo un libro della Higgins Clark e, senza dubbio, sarà l’ultima.
 
Nella notte un grido su Amazon.it.
 
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Di Carla (del 13/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1746 volte)


 Realistico, inquietante, imprevedibile

Non è un caso che Marc Elsberg venga paragonato a Frank Schätzing. Questo suo romanzo è davvero un bellissimo techno-thriller europeo, che dà molti numeri alle opere dei colleghi d’oltreoceano. La storia di un blackout esteso per tutta Europa è particolarmente inquietante poiché gli scenari descritti sono molto realistici. Non si parla del futuro, ma di qualcosa che potrebbe accadere anche in questo momento. Siamo abituati a dare per scontata la disponibilità di corrente elettrica, ma cosa accadrebbe se questa venisse a mancare per giorni o settimane? Quali sarebbero le conseguenze? Ma, soprattutto, quale o chi ne potrebbe essere la causa?
Tutti questi aspetti vengono esplorati in “Blackout”.
La parte tecnica è molto accurata e interessante, segno che l’autore deve aver fatto grandi ricerche (sebbene lui stesso ammetta di essersi preso diverse licenze), ma, nonostante l’abbondanza di informazioni, non è mai noiosa.
Il romanzo può essere definito corale, in quanto in esso si muovono tanti personaggi, all’inizio apparentemente separati gli uni dagli altri, ma le cui vicende finiscono per convergere. E, anche se sono numerosi, Elsberg riesce a caratterizzarli bene. In particolare mi sono sentita coinvolta nelle peripezie di Piero, che è quello che potrebbe essere indicato come protagonista.
La scelta di dare il ruolo di eroe a un italiano è sorprendente, essendo stata fatta da un autore di lingua tedesca (ma di nazionalità austriaca). Anzi, praticamente tutti i personaggi più positivi del romanzo non sono tedeschi, mentre questi ultimi fanno spesso la figura di quelli che sbagliano (talvolta in maniera fraudolenta) o sono troppo rigidi nelle proprie posizioni e quindi incapaci di trovare reali soluzioni.
Ho letto un altro romanzo su un argomento simile, intitolato “Cyberstorm”, di Matthew Mather (autore canadese). Parlava del blocco di internet e del conseguente venir meno della fornitura di elettricità in una New York flagellata da una lunghissima tormenta di neve. Ma “Blackout” è, a mio parere, un’opera migliore poiché illustra uno scenario più realistico e soprattutto è un vero techno-thriller, in quando racconta il fenomeno del sabotaggio alla rete elettrica e di come tutti i cerchino di venirne a capo fino alla sua risoluzione. “Cyber Storm”, invece, si concentra sul dramma del protagonista che non ha idea di cosa stia accadendo e non ha nulla a che vedere con le investigazioni. Inoltre la tecnologia è solo accennata, facendo scivolare la trama nell’americanata post-apocalittica. Non c’è nulla da fare: in certi ambiti creativi gli europei hanno la capacità di uscire dai cliché, di pensare fuori dalle righe e di creare delle storie originali e dagli sviluppi imprevedibili. Mentre gli autori di oltreoceano tendono a ricadere su certi temi. Probabilmente è perché gli americani di fatto conoscono poco le altre culture (anche per motivi geografici) e finiscono per interpretare tutto attraverso la loro, mentre gli europei sono già di per sé un guazzabuglio di culture in continua interazione e che ricevono da sempre le conoscenze di quelle esterne, prendendo da ognuna diversi aspetti e creando così innumerevoli combinazioni originali.
È ottima persino la traduzione, cosa più unica che rara al giorno d’oggi. Dal tedesco in un certo senso è più facile ottenere un italiano perfetto, vista la notevole somiglianza a livello di sintassi. Comunque è bello leggere finalmente un libro in italiano che non sembra tradotto.
Lo stesso personaggio di Piero, un hacker di Milano, è credibile. Non ci sono le solite forzature che si vedono nelle opere di autori stranieri quando descrivono dei personaggi italiani.
Infine devo dire che, pur essendo un libro molto lungo, l’ho fatto fuori in pochi giorni. Non riuscivo a smettere e non vedevo l’ora di rimettermi a leggere.
Ho provato a pensare quale potesse essere un aspetto negativo di “Blackout”, in relazione ai miei gusti, ma in tutta onestà non ne ho trovato uno.

Blackout (Kindle e brossura) su Amazon.it.

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Di Carla (del 08/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2174 volte)

 Geniale distopia d’altri tempi
 
Non vado matta per i romanzi distopici contemporanei, mentre mi ritrovo sempre più spesso ad apprezzare questo sottogenere della fantascienza quando si tratta di libri di qualche decennio fa, destinati a diventare dei classici. L’inevitabile anacronismo di certi elementi della trama dona a “Il sistema Dayworld” di Farmer un fascino particolare e un’originalità che stento a vedere nelle storie più recenti.
Nello specifico in questo romanzo si tratta l’argomento dell’animazione sospesa da un’angolatura diversa da quella per cui si presume che tale tecnologia del futuro debba essere usata: per combattere la sovrappopolazione. Siccome nel mondo ci sono troppe persone, si decide di far loro vivere un solo giorno alla settimana, riducendo a un settimo il numero degli individui attivi sul pianeta. Questa idea folle è alla base della storia di Jeff Caird, un “violagiorno”, cioè una persona che, invece di vivere un solo giorno alla settimana, li vive tutti, calandosi in sette identità diverse. E qui salta subito fuori un secondo elemento geniale: Caird ogni giorno cambia nome, vita, ma anche personalità. Ognuna delle sue sette versioni è un personaggio distinto, cosa che è evidente anche al lettore, e ha persino difficoltà a “connettersi” con le sue altre versioni.
Come se non bastasse avere un protagonista che vive sull’orlo della follia a causa delle presenza di ben sette personalità nella sua testa, Caird (e tutti gli altri) è un ribelle del sistema che finisce per ribellarsi a chi vuole rovesciare il sistema. E proprio per questo motivo rischia di essere ucciso, mettendo in luce che nessuna delle due parti è veramente “buona”.
La struttura del libro, in cui vediamo una dopo l’altra mostrarsi a noi tutte le declinazioni del protagonista, è un meccanismo perfetto, che riesce comunque a coinvolgere il lettore, nonostante i continui cambi di prospettiva.
Inoltre, anche se sono trascorsi più di trent’anni dalla pubblicazione di questo romanzo, esso regge bene il passaggio del tempo. Gli anacronismi non sono eccessivi e talvolta potrebbero anche essere visti come una naturale regressione.
Molto belle ed emozionanti le scene d’azione, totalmente imprevedibili gli sviluppi compreso il finale, che è impossibile da prevedere.
Nel complesso è davvero un bel libro, il primo di una trilogia che si prospetta molto godibile.
Ho, invece, qualche perplessità su alcune scelte di traduzione dell’edizione italiana. Il traduttore, per esempio, si sofferma a spiegare in una nota il significato di “immer” e di “pathos e bathos”, anche se nel testo originale non è specificato, ma non traduce Jacob e Israel in Giacobbe e Israele, quando viene citato un episodio biblico. Un altro aspetto che stona è la scelta di non localizzare le unità di misura. Ciò è problematico, visto che sono ampiamente utilizzate, quindi risulta quasi incomprensibile per chi non conosca la lunghezza dei piedi o delle iarde (stranamente tradotte con “yarde”!) avere una corretta impressione delle distanze, soprattutto nelle concitate scene d’azione nell’ultima parte del libro.
 
Il sistema Dayworld su Amazon.it.
 
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Di Carla (del 07/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1855 volte)
Credit: ESA
Circa due settimane fa ho messo la parola fine alla prima stesura del mio undicesimo libro, “Ophir”. Come molti voi sapranno, si tratta della terza parte del ciclo di fantascienza dell’Aurora, che finora include anche la serie marziana di “Deserto rosso” e il romanzo “L’isola di Gaia”.
 
Ho impiegato quasi un anno per scrivere questa prima stesura, anche se in realtà, togliendo i periodi di pausa (in cui ho pubblicato “Per caso”, scritto e pubblicato “Sindrome” e tradotto in inglese “Affinità d’intenti”), il lavoro effettivo è durato circa quattro mesi e ciò che ne è venuto fuori è il romanzo più lungo che abbia scritto finora. Ben 136 mila parole, che superano anche se solo di mille quelle de “L’isola di Gaia”.
 
Al di là delle tempistiche e della lunghezza questo è stato senza dubbio il libro che ho avuto più difficoltà a scrivere. Si potrebbe pensare che scrivere dei sequel sia più semplice, perché si lavora su un universo e con dei personaggi già conosciuti. Io, invece, lo trovo molto faticoso. Avere a che fare con un universo noto e con una trama che deve per forza andare in una certa direzione (considerando che questo libro è cronologicamente inserito tra le prime due parti del ciclo) pone troppi paletti che ingabbiano la mia creatività, la quale vorrebbe essere libera di vagare e sviluppare la storia come meglio crede. Ho sudato su ogni singola parola scritta, anzi, ho sudato prima ancora di scriverla. La cosa più difficile era proprio riuscire a calarsi, contro la mia stessa volontà, nei personaggi e nella ambientazioni e mettere nero su bianco quelle dannate scene.
Lo ammetto: mentre lo scrivevo, ho odiato profondamente questo libro.
 
Per rendermela più semplice, ho deciso di dividerlo in tre parti e dedicare a esse tre separate sessioni di scrittura. Avere un obiettivo non eccessivo di parole da raggiungere, senza l’assillo di completare per forza la storia, mi ha permesso di riuscire comunque a fare il mio lavoro. Anche se la terza parte è stata la più dura, poiché in quel caso la storia la dovevo proprio finire!
 
Questa esperienza mi ha però fatto scoprire che sono perfettamente in grado di scrivere anche se non ne ho voglia. E direi pure di scrivere bene.
Alla fine di ogni parte, dopo un periodo di pausa, quando mi sono messa a rileggerla, ho scoperto che mi piaceva. Non solo era scritta bene (come può essere scritta bene una prima stesura), ma i personaggi che sentivo così lontani, come per magia, prendevano vita e riuscivo a emozionarmi con loro, anche se sapevo come sarebbe andata a finire.
Me ne sto accorgendo ancora di più in questo preciso momento, a poche ore dalla fine della rilettura dell’ultima parte del libro.
 
Credit: NASAQuando due settimane fa ho finito di scriverlo, pensavo che quest’ultima parte avrebbe avuto bisogno di un maggiore lavoro durante la fase di editing, poiché mentre la scrivevo, con grande sforzo, avevo la percezione che la mia scrittura fosse diventata arida, per cui ero costretta a impegnarmi più di quanto non avessi fatto in passato per creare le singole scene. Nel rileggerla, invece, mi rendo conto che questa mia fatica non è affatto visibile.
Non avete idea di quale sollievo sia questa scoperta!
 
Sapete, noi scrittori viviamo immersi nei dubbi. Ci facciamo mille domande. La storia funziona? Riuscirò a trasmettere ciò che volevo al lettore? Il mio stile manterrà il livello dei miei libri precedenti?
Dopo che scrivi undici libri, la domanda “Riuscirò a finire questo libro?” non te la poni più, perché la risposta è senza dubbio sì, ma le altre restano.
Ecco, adesso, l’aver portato a termine “Ophir, nonostante quanto mi sia risultato faticoso farlo, mi permette di rispondere con un chiaro “sì” anche alle altre domande. Per uno scrittore i dubbi sono normali, ma si dice che chi ha esperienza sappia che non hanno niente a che vedere con il risultato. Be’, ora credo di averne avuto l’ennesima clamorosa conferma.
Non so se ciò mi impedirà di pormi ancora quelle domande in futuro (magari no), ma forse ripensare a questo momento mi permetterà di rispondere a esse e affrontare i prossimi libri con maggiore sicurezza. E magari godermi un po’ più la fase creativa.
Questo lo scoprirò fra qualche mese, per ora tutto ciò che mi aspetta, a partire dalla prossima settimana, è l’editing di “Ophir.
 
Okay, dopo aver fatto sorbire tutte le mie riflessioni sulla scrittura di questo libro, è arrivato il momento di raccontarvi qualcosa di più su di esso.
Iniziamo da qualche numero. Il conteggio delle parole, come ho detto, supera quota 136 mila, suddivise in tre parti per un totale di sedici capitoli.
La prima parte, intitolata “Intelligenza artificiale”, a eccezione della primissima scena, è ambientata circa tre anni (terrestri) dopo la fine di “Deserto rosso”, in quello che viene definito anno 4 del Programma Aurora. La seconda (“Coscienza artificiale”) e la terza (“Vita artificiale”), invece, sono ambientate nell’anno 13 del Programma Aurora, vale a dire dodici anni terrestri dopo la fine di “Deserto rosso”.
 
Metà della storia si svolge su Marte e ha come voce narrante in prima persona Melissa Diaz, alle prese con la necessità di gestire la comunità di cui è leader (e che controlla) e che allo stesso tempo deve far fronte al conflitto interiore tra l’entità che la guida e le sensazioni generate dal proprio corpo umano.
L’altra metà della storia, invece, ha luogo sulla Terra, con una breve incursione sul lato lontano della Luna (nella prima parte), in cui ritroviamo gran parte dei personaggi che già abbiamo visto in “Deserto rosso”, vale a dire Anna, Hassan, Jan, Kirsten, Martin Logan e Michael Gray. Inoltre compaiono due personaggi de “L’isola di Gaia”, in una versione decisamente più giovane: Virginia Logan ed Elizabeth Caldwell. Quest’ultima ha un ruolo primario nella trama del romanzo.
 
E poi c’è CUSy, detta anche semplicemente Susy, l’IA complessa che gestisce gli habitat marziani e sue altre eventuali copie o versioni semplificate, che rappresenta una presenza costante e a tratti inquietante lungo tutta la storia e da cui derivano i titoli delle singole parti.
Di fatto Susy (o una sua copia) è uno dei pochissimi personaggi destinati a comparire in tutti i libri del ciclo dell’Aurora e svolgerà un ruolo fondamentale nella sua conclusione.
Come avrete intuito, in questo libro provo a esplorare il tema dell’intelligenza artificiale, anche se in maniera marginale. Inizio a chiedermi fino a che punto un software in grado di ragionare per conto proprio, apprendere, compiere delle scelte autonome ed evolversi possa essere considerato semplicemente uno strumento. Fino a che punto si può veramente essere certi di poterlo controllare? Fino a che punto ci si può fidare di lui?
In realtà non è un tema del tutto nuovo per i miei libri. In “Deserto rosso” viene toccato verso la fine dell’ultimo libro, quando l’entità estranea rivela la propria origine. Chi ha letto la serie sa di cosa parlo e può già intuire che si tratta ancora una volta del ripetersi di uno schema (un po’ come accade in Battlestar Galactica), le cui conseguenze, però, non sono necessariamente scontate e verranno affrontate nei due ultimi libri del ciclo, “Sirius” e “Aurora”.
Di certo in “Ophir” scopriremo di più di questa entità e di come essa sia ben diversa dall’essere implacabile e infallibile (campi magnetici permettendo) che ci ha fatto intendere di essere in “Deserto rosso”.
 
Be’, preferisco fermarmi qui, su questi pochi concetti che pur anticipando alcuni temi di fatto svelano poco o nulla della trama. Per conoscerne i dettagli dovrete attendere il 30 novembre, ma mi sento di dirvi che ne varrà la pena.
 
Cosa faresti se una persona cui tieni fosse un serial killer?
 
 
Ambientata nella Londra odierna tra il 2014 e il 2017, la trilogia del detective Eric Shaw ha come protagonista un caposquadra della sezione scientifica di Scotland Yard, che si trova ad affrontare un periodo cruciale della propria vita. L’eccessiva dedizione al lavoro ha causato il fallimento del suo matrimonio e l’ha trasformato in un poliziotto pronto a infrangere più di una regola pur di soddisfare la sua ossessione di assicurare i criminali alla giustizia. Il suo già precario equilibrio viene minato da una criminologa della sua squadra, molto più giovane di lui, Adele Pennington, per cui prova dei sentimenti che lui stesso considera inappropriati vista la differenza d’età, e da una serie di delitti sui quali indaga insieme alla figlioccia Miriam Leroux, detective della Omicidi. Essi mostrano delle somiglianze con un caso irrisolto del 1994, nell’ambito del quale lo stesso Eric aveva tratto in salvo da una scena del crimine una bambina di sette anni, unica testimone del massacro della propria famiglia.
 
L’edizione inglese de “Il mentore” (“The Mentor”) è un bestseller internazionale con oltre 165.000 lettori in tutto il mondo.
Leggi gli articoli su La Repubblica, Wired, Tiscali News e La Nuova Sardegna.
 
 
Il primi due libri della trilogia del detective Eric Shaw, “Il mentore” e “Sindrome”, sono in offerta in ebook a 1,99 euro ciascuno su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play solo fino al 30 giugno 2016.
L’edizione acquistabile su Google Play è in ePub senza DRM e quindi leggibile su qualsiasi dispositivo (incluso Kobo e iPad).
 
Sono inoltre disponibili in edizione cartacea (rispettivamente a 7,99 euro e 10,99 euro) su Amazon e Giunti.
 
Ecco i link dei singoli retailer.
 
IL MENTORE
In offerta a 1,99 € fino al 30/6:
Amazon (anche cartaceo), Giunti (anche cartaceo) e Google Play.
A 3,49 €:
Kobo, Apple, Mondadori Store e laFeltrinelli.
 
SINDROME
In offerta a 1,99 € fino al 30/6:
Amazon (anche cartaceo), Giunti (anche cartaceo) e Google Play.
A 2,99 € fino al 4/7:
Kobo, Apple, Mondadori Store e laFeltrinelli.
 
 
A partire dal 1° luglio il prezzo di “Sindrome” e “Il mentore” su Amazon, Giunti e Google Play tornerà a 2,99 €. A partire dal 5 luglio il prezzo di “Sindrome” su Kobo, Apple, Mondadori Store e LaFeltrinelli salirà a 3,49 €.


Il libro finale della trilogia, “Oltre il limite”, uscirà nel 2017.
 
Incredibile! È passato un altro anno e io sono di nuovo qui a intrufolarmi senza il permesso della mia creatrice (be’, più o meno) per parlarne con voi. Quattro anni fa, infatti, usciva “Deserto rosso - Punto di non ritorno, il primo libro della serie marziana che mi vede protagonista, e per la prima volta avete sentito parlare di me. Mi avete vista uscire di nascosto dalla Stazione Alfa e vi siete chiesti dove stessi scappando, considerando che di fronte a me c’era soltanto un intero pianeta deserto.
 
 
Cosa è successo negli ultimi 12 mesi?
Prima di tutto la mia creatrice ha completato la pubblicazione della versione inglese della serie nel luglio 2015 con l’uscita di “Red Desert - Back Home” e da allora i lettori anglofobi che hanno potuto seguire le mie avventure sono aumentati.
In occasione di questa pubblicazione la mia creatrice è tornata come ospite nel podcast Mars Pirate Radio dove ha avuto anche la possibilità di parlare di quello che è poi stato il suo libro successivo in inglese, “The Mentor” (l’edizione inglese de “Il mentore”, che è diventata un bestseller internazionale).
 
Tra agosto e gennaio sono state realizzate anche le edizioni cartacee dei quattro libri della serie in italiano. Sono quattro volumi in brossura per un totale di 1142 pagine, che rispetto all’edizione della raccolta (che ha dei caratteri molto piccoli e pagine molto grandi), danno un’idea più realistica della dimensione dell’intera serie. La suddivisione in libri separati la rende decisamente più maneggevole durante la lettura. Dateci un’occhiata a questo link. Potrebbe essere anche un’idea per un regalo.
 
Ma senza dubbio la notizia più importante è che nell’ultimo anno la mia creatrice ha lavorato (concluderà a giorni la prima stesura) al nuovo libro del ciclo dell’Aurora, “Ophir”, in cui ci sarò di nuovo anch’io! E non solo. Ci saranno tutti i personaggi principali di “Deserto rosso” (Hassan, Jan, Melissa e tanti altri) insieme ad alcuni che avete visto ne “L’isola di Gaia”. La storia è ambientata tra la serie e il romanzo successivo ed è il sequel cronologico di “Deserto rosso”, ma per comprendere al meglio la storia è necessario leggere anche il libro precedente del ciclo. Gli eventi si svolgono per metà sulla Terra e per l’altra metà su Marte. Eh, sì, il mio amato pianeta rosso, dove però la storia sarà portata avanti da Melissa, mentre io e gli altri avremo qualche problemino da risolvere qui sul nostro pianeta blu.
 
Per scoprire di più sul ciclo dell’Aurora e su “Ophir”, date un’occhiata al sito monotematico dedicato a questa saga: http://www.desertorosso.net/.
Complessivamente in tutto il mondo i lettori del ciclo dell’Aurora hanno superato la soglia dei 10.000!
Se non sei uno di loro, cosa aspetti?
 
Come sempre, vi ricordo che potete trovarmi su Twitter dove non smetto di parlare di Marte, condividendo articoli, perlopiù in inglese, relativi alla sua esplorazione e alla sua futura colonizzazione.
 
 

 

Be’, cari lettori, è stato bello parlare direttamente con voi anche quest’anno, nell’attesa di ritrovarvi a leggere di me e dei amici (e nemici).
Ci rivediamo il 30 novembre con “Ophir”!
 

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