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 I personaggi di "Deserto rosso"... di Carla
 

“Non avevo mai ucciso qualcuno prima d’oggi.”
Affinità d’intenti




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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carla (del 18/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2141 volte)

 Ingenuo cliché
 
Dovrei dire che la recensione contiene qualche anticipazione sulla trama, ma in realtà quest’ultima è talmente scontata che non credo che sia necessario.
Partiamo dai pochi aspetti positivi del romanzo.
La prosa è sicuramente molto bella e pulita, ed è esaltata da una buona traduzione. L’autrice ha un’ottima gestione del punto di vista della protagonista e nel complesso il testo ti porta a una lettura veloce, anche se devo confessare che ho avuto fretta di finirlo pur di liberarmene al più presto.
Ma, nonostante le ottime doti tecniche, la storia è soltanto un ingenuo cliché.
L’inutile prologo fa capire subito come si svolgerà la storia e come finirà: anticipa la morte del bambino (cosa che poi effettivamente avviene a circa l’80% del romanzo), che lei è sola e che c’è qualcosa di strano che riguarda il marito.
Tutto il resto si chiarisce nei primi capitoli.
Jenny, la protagonista, è assolutamente non credibile. Quando mai una madre single, divorziata, che quindi ci è già passata, a New York (mica in un paesino di zotici), si fida subito del primo tipo che si interessa a lei? Anzi, dovrebbe dubitare di questo interesse subitaneo. Lui le chiede di sposarla dopo una settimana! Qualunque donna sarebbe scappata a gambe levate e una come lei, che ha due figlie, più veloce di qualunque altra. Questa poca credibilità la rende un personaggio fastidioso per la sua eccessiva stupidità, debolezza e per la totale mancanza di carattere.
Il fatto che la storia sia ambientata negli anni ’80 può giustificare la trama trita a ritrita (al tempo lo era un po’ meno), ma non la sua pessima esecuzione e i suoi personaggi bidimensionali.
Lui ha un’aria sinistra già da subito. Dopo aver letto il prologo, viene naturale dubitare subito di lui, tanto più per via del suo modo di essere invadente e prevaricante con una donna appena conosciuta e cui si interessa perché è quasi identica alla madre morta, altro motivo per cui qualunque persona sana di mente sarebbe fuggita subito da lui.
I tentativi dell’autrice di confondere la carte e far dubitare della protagonista falliscono miseramente. Non una volta è riuscita a sviarmi dalla convinzione, maturata dal primo momento che ho incontrato Erich nel primo capitolo, che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui, che fosse lui la causa di tutto. L’inserimento tardivo di elementi di dubbio sembra un arrampicarsi sugli specchi e la tendenza della protagonista a dare credito a essi ne dà un’immagine ancora più stupida e debole.
Il finale è scontato. E come volete che finisca una storia del genere? Dai!
La citazione velata, ma neanche tanto, a Psycho avrà fatto rivoltare Hitchcock nella tomba.
Era la prima volta che leggevo un libro della Higgins Clark e, senza dubbio, sarà l’ultima.
 
Nella notte un grido su Amazon.it.
 
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Di Carla (del 13/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1625 volte)


 Realistico, inquietante, imprevedibile

Non è un caso che Marc Elsberg venga paragonato a Frank Schätzing. Questo suo romanzo è davvero un bellissimo techno-thriller europeo, che dà molti numeri alle opere dei colleghi d’oltreoceano. La storia di un blackout esteso per tutta Europa è particolarmente inquietante poiché gli scenari descritti sono molto realistici. Non si parla del futuro, ma di qualcosa che potrebbe accadere anche in questo momento. Siamo abituati a dare per scontata la disponibilità di corrente elettrica, ma cosa accadrebbe se questa venisse a mancare per giorni o settimane? Quali sarebbero le conseguenze? Ma, soprattutto, quale o chi ne potrebbe essere la causa?
Tutti questi aspetti vengono esplorati in “Blackout”.
La parte tecnica è molto accurata e interessante, segno che l’autore deve aver fatto grandi ricerche (sebbene lui stesso ammetta di essersi preso diverse licenze), ma, nonostante l’abbondanza di informazioni, non è mai noiosa.
Il romanzo può essere definito corale, in quanto in esso si muovono tanti personaggi, all’inizio apparentemente separati gli uni dagli altri, ma le cui vicende finiscono per convergere. E, anche se sono numerosi, Elsberg riesce a caratterizzarli bene. In particolare mi sono sentita coinvolta nelle peripezie di Piero, che è quello che potrebbe essere indicato come protagonista.
La scelta di dare il ruolo di eroe a un italiano è sorprendente, essendo stata fatta da un autore di lingua tedesca (ma di nazionalità austriaca). Anzi, praticamente tutti i personaggi più positivi del romanzo non sono tedeschi, mentre questi ultimi fanno spesso la figura di quelli che sbagliano (talvolta in maniera fraudolenta) o sono troppo rigidi nelle proprie posizioni e quindi incapaci di trovare reali soluzioni.
Ho letto un altro romanzo su un argomento simile, intitolato “Cyberstorm”, di Matthew Mather (autore canadese). Parlava del blocco di internet e del conseguente venir meno della fornitura di elettricità in una New York flagellata da una lunghissima tormenta di neve. Ma “Blackout” è, a mio parere, un’opera migliore poiché illustra uno scenario più realistico e soprattutto è un vero techno-thriller, in quando racconta il fenomeno del sabotaggio alla rete elettrica e di come tutti i cerchino di venirne a capo fino alla sua risoluzione. “Cyber Storm”, invece, si concentra sul dramma del protagonista che non ha idea di cosa stia accadendo e non ha nulla a che vedere con le investigazioni. Inoltre la tecnologia è solo accennata, facendo scivolare la trama nell’americanata post-apocalittica. Non c’è nulla da fare: in certi ambiti creativi gli europei hanno la capacità di uscire dai cliché, di pensare fuori dalle righe e di creare delle storie originali e dagli sviluppi imprevedibili. Mentre gli autori di oltreoceano tendono a ricadere su certi temi. Probabilmente è perché gli americani di fatto conoscono poco le altre culture (anche per motivi geografici) e finiscono per interpretare tutto attraverso la loro, mentre gli europei sono già di per sé un guazzabuglio di culture in continua interazione e che ricevono da sempre le conoscenze di quelle esterne, prendendo da ognuna diversi aspetti e creando così innumerevoli combinazioni originali.
È ottima persino la traduzione, cosa più unica che rara al giorno d’oggi. Dal tedesco in un certo senso è più facile ottenere un italiano perfetto, vista la notevole somiglianza a livello di sintassi. Comunque è bello leggere finalmente un libro in italiano che non sembra tradotto.
Lo stesso personaggio di Piero, un hacker di Milano, è credibile. Non ci sono le solite forzature che si vedono nelle opere di autori stranieri quando descrivono dei personaggi italiani.
Infine devo dire che, pur essendo un libro molto lungo, l’ho fatto fuori in pochi giorni. Non riuscivo a smettere e non vedevo l’ora di rimettermi a leggere.
Ho provato a pensare quale potesse essere un aspetto negativo di “Blackout”, in relazione ai miei gusti, ma in tutta onestà non ne ho trovato uno.

Blackout (Kindle e brossura) su Amazon.it.

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Di Carla (del 08/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1974 volte)

 Geniale distopia d’altri tempi
 
Non vado matta per i romanzi distopici contemporanei, mentre mi ritrovo sempre più spesso ad apprezzare questo sottogenere della fantascienza quando si tratta di libri di qualche decennio fa, destinati a diventare dei classici. L’inevitabile anacronismo di certi elementi della trama dona a “Il sistema Dayworld” di Farmer un fascino particolare e un’originalità che stento a vedere nelle storie più recenti.
Nello specifico in questo romanzo si tratta l’argomento dell’animazione sospesa da un’angolatura diversa da quella per cui si presume che tale tecnologia del futuro debba essere usata: per combattere la sovrappopolazione. Siccome nel mondo ci sono troppe persone, si decide di far loro vivere un solo giorno alla settimana, riducendo a un settimo il numero degli individui attivi sul pianeta. Questa idea folle è alla base della storia di Jeff Caird, un “violagiorno”, cioè una persona che, invece di vivere un solo giorno alla settimana, li vive tutti, calandosi in sette identità diverse. E qui salta subito fuori un secondo elemento geniale: Caird ogni giorno cambia nome, vita, ma anche personalità. Ognuna delle sue sette versioni è un personaggio distinto, cosa che è evidente anche al lettore, e ha persino difficoltà a “connettersi” con le sue altre versioni.
Come se non bastasse avere un protagonista che vive sull’orlo della follia a causa delle presenza di ben sette personalità nella sua testa, Caird (e tutti gli altri) è un ribelle del sistema che finisce per ribellarsi a chi vuole rovesciare il sistema. E proprio per questo motivo rischia di essere ucciso, mettendo in luce che nessuna delle due parti è veramente “buona”.
La struttura del libro, in cui vediamo una dopo l’altra mostrarsi a noi tutte le declinazioni del protagonista, è un meccanismo perfetto, che riesce comunque a coinvolgere il lettore, nonostante i continui cambi di prospettiva.
Inoltre, anche se sono trascorsi più di trent’anni dalla pubblicazione di questo romanzo, esso regge bene il passaggio del tempo. Gli anacronismi non sono eccessivi e talvolta potrebbero anche essere visti come una naturale regressione.
Molto belle ed emozionanti le scene d’azione, totalmente imprevedibili gli sviluppi compreso il finale, che è impossibile da prevedere.
Nel complesso è davvero un bel libro, il primo di una trilogia che si prospetta molto godibile.
Ho, invece, qualche perplessità su alcune scelte di traduzione dell’edizione italiana. Il traduttore, per esempio, si sofferma a spiegare in una nota il significato di “immer” e di “pathos e bathos”, anche se nel testo originale non è specificato, ma non traduce Jacob e Israel in Giacobbe e Israele, quando viene citato un episodio biblico. Un altro aspetto che stona è la scelta di non localizzare le unità di misura. Ciò è problematico, visto che sono ampiamente utilizzate, quindi risulta quasi incomprensibile per chi non conosca la lunghezza dei piedi o delle iarde (stranamente tradotte con “yarde”!) avere una corretta impressione delle distanze, soprattutto nelle concitate scene d’azione nell’ultima parte del libro.
 
Il sistema Dayworld su Amazon.it.
 
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Di Carla (del 07/07/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1722 volte)
Credit: ESA
Circa due settimane fa ho messo la parola fine alla prima stesura del mio undicesimo libro, “Ophir”. Come molti voi sapranno, si tratta della terza parte del ciclo di fantascienza dell’Aurora, che finora include anche la serie marziana di “Deserto rosso” e il romanzo “L’isola di Gaia”.
 
Ho impiegato quasi un anno per scrivere questa prima stesura, anche se in realtà, togliendo i periodi di pausa (in cui ho pubblicato “Per caso”, scritto e pubblicato “Sindrome” e tradotto in inglese “Affinità d’intenti”), il lavoro effettivo è durato circa quattro mesi e ciò che ne è venuto fuori è il romanzo più lungo che abbia scritto finora. Ben 136 mila parole, che superano anche se solo di mille quelle de “L’isola di Gaia”.
 
Al di là delle tempistiche e della lunghezza questo è stato senza dubbio il libro che ho avuto più difficoltà a scrivere. Si potrebbe pensare che scrivere dei sequel sia più semplice, perché si lavora su un universo e con dei personaggi già conosciuti. Io, invece, lo trovo molto faticoso. Avere a che fare con un universo noto e con una trama che deve per forza andare in una certa direzione (considerando che questo libro è cronologicamente inserito tra le prime due parti del ciclo) pone troppi paletti che ingabbiano la mia creatività, la quale vorrebbe essere libera di vagare e sviluppare la storia come meglio crede. Ho sudato su ogni singola parola scritta, anzi, ho sudato prima ancora di scriverla. La cosa più difficile era proprio riuscire a calarsi, contro la mia stessa volontà, nei personaggi e nella ambientazioni e mettere nero su bianco quelle dannate scene.
Lo ammetto: mentre lo scrivevo, ho odiato profondamente questo libro.
 
Per rendermela più semplice, ho deciso di dividerlo in tre parti e dedicare a esse tre separate sessioni di scrittura. Avere un obiettivo non eccessivo di parole da raggiungere, senza l’assillo di completare per forza la storia, mi ha permesso di riuscire comunque a fare il mio lavoro. Anche se la terza parte è stata la più dura, poiché in quel caso la storia la dovevo proprio finire!
 
Questa esperienza mi ha però fatto scoprire che sono perfettamente in grado di scrivere anche se non ne ho voglia. E direi pure di scrivere bene.
Alla fine di ogni parte, dopo un periodo di pausa, quando mi sono messa a rileggerla, ho scoperto che mi piaceva. Non solo era scritta bene (come può essere scritta bene una prima stesura), ma i personaggi che sentivo così lontani, come per magia, prendevano vita e riuscivo a emozionarmi con loro, anche se sapevo come sarebbe andata a finire.
Me ne sto accorgendo ancora di più in questo preciso momento, a poche ore dalla fine della rilettura dell’ultima parte del libro.
 
Credit: NASAQuando due settimane fa ho finito di scriverlo, pensavo che quest’ultima parte avrebbe avuto bisogno di un maggiore lavoro durante la fase di editing, poiché mentre la scrivevo, con grande sforzo, avevo la percezione che la mia scrittura fosse diventata arida, per cui ero costretta a impegnarmi più di quanto non avessi fatto in passato per creare le singole scene. Nel rileggerla, invece, mi rendo conto che questa mia fatica non è affatto visibile.
Non avete idea di quale sollievo sia questa scoperta!
 
Sapete, noi scrittori viviamo immersi nei dubbi. Ci facciamo mille domande. La storia funziona? Riuscirò a trasmettere ciò che volevo al lettore? Il mio stile manterrà il livello dei miei libri precedenti?
Dopo che scrivi undici libri, la domanda “Riuscirò a finire questo libro?” non te la poni più, perché la risposta è senza dubbio sì, ma le altre restano.
Ecco, adesso, l’aver portato a termine “Ophir, nonostante quanto mi sia risultato faticoso farlo, mi permette di rispondere con un chiaro “sì” anche alle altre domande. Per uno scrittore i dubbi sono normali, ma si dice che chi ha esperienza sappia che non hanno niente a che vedere con il risultato. Be’, ora credo di averne avuto l’ennesima clamorosa conferma.
Non so se ciò mi impedirà di pormi ancora quelle domande in futuro (magari no), ma forse ripensare a questo momento mi permetterà di rispondere a esse e affrontare i prossimi libri con maggiore sicurezza. E magari godermi un po’ più la fase creativa.
Questo lo scoprirò fra qualche mese, per ora tutto ciò che mi aspetta, a partire dalla prossima settimana, è l’editing di “Ophir.
 
Okay, dopo aver fatto sorbire tutte le mie riflessioni sulla scrittura di questo libro, è arrivato il momento di raccontarvi qualcosa di più su di esso.
Iniziamo da qualche numero. Il conteggio delle parole, come ho detto, supera quota 136 mila, suddivise in tre parti per un totale di sedici capitoli.
La prima parte, intitolata “Intelligenza artificiale”, a eccezione della primissima scena, è ambientata circa tre anni (terrestri) dopo la fine di “Deserto rosso”, in quello che viene definito anno 4 del Programma Aurora. La seconda (“Coscienza artificiale”) e la terza (“Vita artificiale”), invece, sono ambientate nell’anno 13 del Programma Aurora, vale a dire dodici anni terrestri dopo la fine di “Deserto rosso”.
 
Metà della storia si svolge su Marte e ha come voce narrante in prima persona Melissa Diaz, alle prese con la necessità di gestire la comunità di cui è leader (e che controlla) e che allo stesso tempo deve far fronte al conflitto interiore tra l’entità che la guida e le sensazioni generate dal proprio corpo umano.
L’altra metà della storia, invece, ha luogo sulla Terra, con una breve incursione sul lato lontano della Luna (nella prima parte), in cui ritroviamo gran parte dei personaggi che già abbiamo visto in “Deserto rosso”, vale a dire Anna, Hassan, Jan, Kirsten, Martin Logan e Michael Gray. Inoltre compaiono due personaggi de “L’isola di Gaia”, in una versione decisamente più giovane: Virginia Logan ed Elizabeth Caldwell. Quest’ultima ha un ruolo primario nella trama del romanzo.
 
E poi c’è CUSy, detta anche semplicemente Susy, l’IA complessa che gestisce gli habitat marziani e sue altre eventuali copie o versioni semplificate, che rappresenta una presenza costante e a tratti inquietante lungo tutta la storia e da cui derivano i titoli delle singole parti.
Di fatto Susy (o una sua copia) è uno dei pochissimi personaggi destinati a comparire in tutti i libri del ciclo dell’Aurora e svolgerà un ruolo fondamentale nella sua conclusione.
Come avrete intuito, in questo libro provo a esplorare il tema dell’intelligenza artificiale, anche se in maniera marginale. Inizio a chiedermi fino a che punto un software in grado di ragionare per conto proprio, apprendere, compiere delle scelte autonome ed evolversi possa essere considerato semplicemente uno strumento. Fino a che punto si può veramente essere certi di poterlo controllare? Fino a che punto ci si può fidare di lui?
In realtà non è un tema del tutto nuovo per i miei libri. In “Deserto rosso” viene toccato verso la fine dell’ultimo libro, quando l’entità estranea rivela la propria origine. Chi ha letto la serie sa di cosa parlo e può già intuire che si tratta ancora una volta del ripetersi di uno schema (un po’ come accade in Battlestar Galactica), le cui conseguenze, però, non sono necessariamente scontate e verranno affrontate nei due ultimi libri del ciclo, “Sirius” e “Aurora”.
Di certo in “Ophir” scopriremo di più di questa entità e di come essa sia ben diversa dall’essere implacabile e infallibile (campi magnetici permettendo) che ci ha fatto intendere di essere in “Deserto rosso”.
 
Be’, preferisco fermarmi qui, su questi pochi concetti che pur anticipando alcuni temi di fatto svelano poco o nulla della trama. Per conoscerne i dettagli dovrete attendere il 30 novembre, ma mi sento di dirvi che ne varrà la pena.
 
Cosa faresti se una persona cui tieni fosse un serial killer?
 
 
Ambientata nella Londra odierna tra il 2014 e il 2017, la trilogia del detective Eric Shaw ha come protagonista un caposquadra della sezione scientifica di Scotland Yard, che si trova ad affrontare un periodo cruciale della propria vita. L’eccessiva dedizione al lavoro ha causato il fallimento del suo matrimonio e l’ha trasformato in un poliziotto pronto a infrangere più di una regola pur di soddisfare la sua ossessione di assicurare i criminali alla giustizia. Il suo già precario equilibrio viene minato da una criminologa della sua squadra, molto più giovane di lui, Adele Pennington, per cui prova dei sentimenti che lui stesso considera inappropriati vista la differenza d’età, e da una serie di delitti sui quali indaga insieme alla figlioccia Miriam Leroux, detective della Omicidi. Essi mostrano delle somiglianze con un caso irrisolto del 1994, nell’ambito del quale lo stesso Eric aveva tratto in salvo da una scena del crimine una bambina di sette anni, unica testimone del massacro della propria famiglia.
 
L’edizione inglese de “Il mentore” (“The Mentor”) è un bestseller internazionale con oltre 165.000 lettori in tutto il mondo.
Leggi gli articoli su La Repubblica, Wired, Tiscali News e La Nuova Sardegna.
 
 
Il primi due libri della trilogia del detective Eric Shaw, “Il mentore” e “Sindrome”, sono in offerta in ebook a 1,99 euro ciascuno su Amazon, Giunti Al Punto e Google Play solo fino al 30 giugno 2016.
L’edizione acquistabile su Google Play è in ePub senza DRM e quindi leggibile su qualsiasi dispositivo (incluso Kobo e iPad).
 
Sono inoltre disponibili in edizione cartacea (rispettivamente a 7,99 euro e 10,99 euro) su Amazon e Giunti.
 
Ecco i link dei singoli retailer.
 
IL MENTORE
In offerta a 1,99 € fino al 30/6:
Amazon (anche cartaceo), Giunti (anche cartaceo) e Google Play.
A 3,49 €:
Kobo, Apple, Mondadori Store e laFeltrinelli.
 
SINDROME
In offerta a 1,99 € fino al 30/6:
Amazon (anche cartaceo), Giunti (anche cartaceo) e Google Play.
A 2,99 € fino al 4/7:
Kobo, Apple, Mondadori Store e laFeltrinelli.
 
 
A partire dal 1° luglio il prezzo di “Sindrome” e “Il mentore” su Amazon, Giunti e Google Play tornerà a 2,99 €. A partire dal 5 luglio il prezzo di “Sindrome” su Kobo, Apple, Mondadori Store e LaFeltrinelli salirà a 3,49 €.


Il libro finale della trilogia, “Oltre il limite”, uscirà nel 2017.
 
Incredibile! È passato un altro anno e io sono di nuovo qui a intrufolarmi senza il permesso della mia creatrice (be’, più o meno) per parlarne con voi. Quattro anni fa, infatti, usciva “Deserto rosso - Punto di non ritorno, il primo libro della serie marziana che mi vede protagonista, e per la prima volta avete sentito parlare di me. Mi avete vista uscire di nascosto dalla Stazione Alfa e vi siete chiesti dove stessi scappando, considerando che di fronte a me c’era soltanto un intero pianeta deserto.
 
 
Cosa è successo negli ultimi 12 mesi?
Prima di tutto la mia creatrice ha completato la pubblicazione della versione inglese della serie nel luglio 2015 con l’uscita di “Red Desert - Back Home” e da allora i lettori anglofobi che hanno potuto seguire le mie avventure sono aumentati.
In occasione di questa pubblicazione la mia creatrice è tornata come ospite nel podcast Mars Pirate Radio dove ha avuto anche la possibilità di parlare di quello che è poi stato il suo libro successivo in inglese, “The Mentor” (l’edizione inglese de “Il mentore”, che è diventata un bestseller internazionale).
 
Tra agosto e gennaio sono state realizzate anche le edizioni cartacee dei quattro libri della serie in italiano. Sono quattro volumi in brossura per un totale di 1142 pagine, che rispetto all’edizione della raccolta (che ha dei caratteri molto piccoli e pagine molto grandi), danno un’idea più realistica della dimensione dell’intera serie. La suddivisione in libri separati la rende decisamente più maneggevole durante la lettura. Dateci un’occhiata a questo link. Potrebbe essere anche un’idea per un regalo.
 
Ma senza dubbio la notizia più importante è che nell’ultimo anno la mia creatrice ha lavorato (concluderà a giorni la prima stesura) al nuovo libro del ciclo dell’Aurora, “Ophir”, in cui ci sarò di nuovo anch’io! E non solo. Ci saranno tutti i personaggi principali di “Deserto rosso” (Hassan, Jan, Melissa e tanti altri) insieme ad alcuni che avete visto ne “L’isola di Gaia”. La storia è ambientata tra la serie e il romanzo successivo ed è il sequel cronologico di “Deserto rosso”, ma per comprendere al meglio la storia è necessario leggere anche il libro precedente del ciclo. Gli eventi si svolgono per metà sulla Terra e per l’altra metà su Marte. Eh, sì, il mio amato pianeta rosso, dove però la storia sarà portata avanti da Melissa, mentre io e gli altri avremo qualche problemino da risolvere qui sul nostro pianeta blu.
 
Per scoprire di più sul ciclo dell’Aurora e su “Ophir”, date un’occhiata al sito monotematico dedicato a questa saga: http://www.desertorosso.net/.
Complessivamente in tutto il mondo i lettori del ciclo dell’Aurora hanno superato la soglia dei 10.000!
Se non sei uno di loro, cosa aspetti?
 
Come sempre, vi ricordo che potete trovarmi su Twitter dove non smetto di parlare di Marte, condividendo articoli, perlopiù in inglese, relativi alla sua esplorazione e alla sua futura colonizzazione.
 
 

 

Be’, cari lettori, è stato bello parlare direttamente con voi anche quest’anno, nell’attesa di ritrovarvi a leggere di me e dei amici (e nemici).
Ci rivediamo il 30 novembre con “Ophir”!
 
Di Carla (del 30/05/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1445 volte)

 Dolore, speranza e… Napoli
 
Leggere questo libro è stata un’esperienza particolare. Partivo dai ricordi di “Le parole confondono” in cui il personaggio di Francesco era secondario rispetto al protagonista, Andrea, ma era abbastanza tratteggiato da fornirmi un’immagine di lui, da conoscere alcuni aspetti della storia che avrei letto. Ma il Francesco raccontato da Andrea nel primo libro di questa serie era appunto filtrato dal suo punto di vista, dalle sue esperienze di vita e dalla sua morale ben più rigida. Ciò mi aveva dato un’idea del personaggio che era parziale e in parte distorta. In “Certe incertezze”, invece, ho avuto modo di conoscere Francesco dall’interno della sua anima, in tutti i suoi aspetti contradditori e controversi. Ciò che è apparso di fronte ai miei occhi è stata una persona reale con tutte le complessità e le sfumature di un vero essere umano.
Questa semplice consapevolezza mi ha permesso di apprezzare la bravura dell’autore che è riuscito a immedesimarsi in due personaggi così diversi dando la reale impressione che a narrare fossero due persone diverse. Gli eventi sono mostrati da una prospettiva diversa, i sentimenti sono diversi, il modo stesso con cui i personaggi parlano al lettore è diverso. Immagino che questa illusione abbia funzionato bene anche perché è passato del tempo tra la scrittura del primo e del secondo libro, durante il quale altre storie sono state create, un tempo in cui Giovanni Venturi è senza dubbio maturato, regalandoci un’opera che, nonostante la lunghezza, non annoia mai.
Se ne “Le parole confondono” il tema intorno cui girava la trama era l’amore in tutte le sue forme, grazie a una visione del mondo da parte di Andrea per certi versi intrinsecamente tesa versa un lieto fine, che poi è arrivato alla conclusione del libro, “Certe incertezze” è un racconto di dolore, dalle sue manifestazioni più semplici a quelle più tragiche. Ogni volta che la speranza sembra farsi strada nel rischiarare la vita di Francesco, nuovo dolore lo colpisce, lo piega. Ma lui resiste, diventa più forte, maturo, raccoglie gli insegnamenti che la vita gli impartisce e va avanti.
Pur non amando le storie tristi, per qualche strano motivo, nonostante gli eventi che Francesco ha dovuto affrontare, ho amato la sua storia, poiché ho amato Francesco, il suo essere incerto, confuso, arrabbiato, bugiardo, fragile dentro, e allora stesso tempo determinato, solido, sicuro, schietto, indisponente, forte fuori. Ho amato Francesco perché è palesemente umano, quasi un antieroe, proprio come ognuno di noi.
Ma questo romanzo, oltre a raccontare la storia di Francesco, è una dichiarazione d’amore dell’autore verso la sua Napoli, la cui presenza preponderante ne fa quasi un personaggio. Napoli non è solo il teatro di una parte delle vicende, quelle del passato, ma ne è anche fautrice. Circonda e forgia il protagonista, che la odia tanto da lasciarla dopo ciò che gli ha tolto eppure non può smettere di amarla per ciò che ancora riesce a dargli. E non sorprende il fatto che sia proprio Napoli il luogo e l’origine della sensazione di speranza con cui il romanzo si chiude e che mi ha fatto provare l’assoluta certezza che Francesco avrebbe preso in mano il proprio futuro per proiettarlo verso quell’esistenza felice che merita di raggiungere.
E tale certezza mi è bastata per chiudere il libro con un sorriso.

Certe incertezze su Amazon.it.
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aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
 
Di Carla (del 21/05/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2603 volte)
Cosa distingue la dedizione dell’ossessione?
 
Siamo nel giugno 2016 e sono passati ventuno mesi da quella fatidica notte di settembre del 2014 in cui Eric Shaw ha scoperto l’identità del serial killer soprannominato ‘morte nera’. Sospettava da tempo che si trattasse di lei, ma aveva deciso di non crederci, di guardare dall’altra parte e di seguire le tracce lasciate dalla sua allieva, che accusavano qualcun altro di quei crimini.
Da allora la vita del detective a capo di una delle squadre della sezione scientifica di Scotland Yard è stata resa ancora più complicata da una nuova consapevolezza: è connivente nei confronti dei terribili delitti di un’assassina.
 
 
Il rapporto tra il mentore e la sua allieva è il cuore della trilogia del detective Eric Shaw di cui “Sindrome” il secondo volume.
Su questo tema si innestano le investigazioni, svolte dal protagonista insieme alla detective Miriam Leroux della omicidi di Scotland Yard, alla criminologa Adele Pennington e al resto della sua squadra, su due nuovi casi che seminano morte nella Londra odierna. I cadaveri di due spacciatori di Islington vengono rivenuti in altrettanti appartamenti disabitati di Westminster. Nel frattempo un’infermiera dell’Ospedale St Nicholas accusa la madre di un piccolo paziente di causare volontariamente i peggioramenti del figlio.
 
Entrambi i casi finiscono per coinvolgere il protagonista ben oltre il suo ruolo di investigatore e mettere ancora più alla prova il suo senso morale, avvicinandolo sempre più pericolosamente a quel sottile limite che separa ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Ed Eric sa bene che, se mai dovesse oltrepassarlo, non potrebbe più tornare indietro.
 
Riuscirà Eric a scoprire l’identità di uno spietato assassino e a svelare chi sta giocando con la salute dei giovani pazienti dell’Ospedale St Nicholas di Londra, senza perdere del tutto il controllo sulla propria vita?
 
Per scoprirlo dovete leggere “Sindrome”, disponibile in ebook a 2,99 euro su Amazon, GiuntiGoogle Play, Kobo, iTunes, Mondadori Store, laFeltrinelli, Nook (tramite l’app di Windows), 24Symbols (gratuito per gli abbonati) e Smashwords e in edizione cartacea a 10,99 euro su Amazon e Giunti.
 
Ecco la descrizione del libro.
 
Mentre indaga sull’omicidio di due pregiudicati collegati a un noto trafficante di droga londinese, resosi protagonista di una spettacolare evasione dal cellulare che lo stava riportando al penitenziario di Coldingley dopo un’udienza in tribunale, la squadra scientifica di Scotland Yard diretta dal detective Eric Shaw si ritrova coinvolta nel caso di un’infermiera che accusa una madre di essere responsabile di una serie di violenti episodi febbrili che hanno colpito suo figlio Jimmy, di soli dieci anni. Quest’ultima si accanirebbe sul proprio bambino, peggiorandone le condizioni di salute, per attirare su di sé l’attenzione e la compassione del personale sanitario.
Eric ne viene a conoscenza casualmente, poiché la pediatra che ha in cura il piccolo paziente, Catherine Foulger, è una sua vecchia fiamma, che il detective ha ripreso a frequentare di recente nella speranza di rimettere ordine nella propria vita dopo aver scoperto l’identità del serial killer denominato ‘morte nera’.
Ma la sua ex-compagna Adele Pennington, criminologa del Laboratorio di Scienze Forensi, non ha affatto accettato di buon grado questa nuova relazione.
 
 
Come spiego anche nei ringraziamenti del libro, “Sindrome” non sarebbe dovuto esistere, poiché “Il mentore” era stato concepito come romanzo autoconclusivo. La prospettiva della pubblicazione in inglese mi ha spinto a pensare che il detective Shaw meritasse che il resto della sua storia venisse raccontata.
 
Essendo il secondo libro di una trilogia, è necessaria la lettura del primo per una completa comprensione della trama.
 “Il mentore”, che è un bestseller internazionale con oltre 165.000 lettori in tutto il mondo, è disponibile in ebook su Amazon, Giunti, Google Play, Kobo, iTunes, Mondadori Store, LaFeltrinelli, Nook (tramite l’app di Windows), 24Symbols (gratuito per gli abbonati) e Smashwords e in edizione cartacea su Amazon e Giunti.
 
 
E il detective Shaw e la sua allieva vi aspettano a Londra per farvi conoscere da vicino il male che alberga nell’animo delle persone.
 
Di Carla (del 18/05/2016 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1656 volte)

 Un originale viaggio nella storia
 
Questo primo libro di quella che si prospetta una lunga saga è diverso da qualsiasi altra cosa da me letta in passato. L’elemento storico è preponderante, a esso però si aggiunge quello fantastico in una maniera a dir poco originale.
È senza dubbio ammirevole il lavoro di ricerca compiuto dall’autrice. La storia narrata è così approfondita e i dettagli così ben delineati che i periodi storici della narrazione si sono materializzati davanti ai miei occhi, man mano che procedevo con la lettura. A ciò si aggiunge una notevole complessità della trama. Sebbene si tratti solo della prima parte di una saga più ampia, l’autrice ha creato con maestria un preciso intrico di fili narrativi.
La scelta del narratore esterno in un reperto archeologico senziente (che è l’elemento fantastico di cui parlavo) è un buon escamotage, che ho apprezzato anche se in genere non sono una fan delle storie con un narratore esterno. Esso non può entrare nella mente dei personaggi umani e c’è un’oggettiva difficoltà nell’immedesimarsi in una tale entità non del tutto definita. Nonostante ciò sono riuscita a creare una buona empatia con i vari personaggi che si sono susseguiti lungo il romanzo. Peccato che l’effetto episodico me li abbia spesso fatti perdere per strada proprio quando mi stavo affezionando a loro.
Il filone narrativo che ho preferito è senza dubbio quello di Amberlee, proprio perché il punto di vista è il suo e quindi c’è l’introspezione di un personaggio cui ho potuto rapportarmi (un essere umano!). Nei pochi capitoli a lei dedicati si delinea una storia ricca di suspense e azione, e si intravedono grandi possibilità per il libro successivo.
Una particolare nota merita la prosa estremamente ricercata di quest’opera, fatta di periodi lunghi ben costruiti e termini non comuni usati sempre in maniera appropriata. Anche i dialoghi ambientati nel passato sono del tutto credibili, contribuendo all’illusione generale di vivere quel periodo storico.
Il romanzo termina con un cliffhanger, cosa che dal mio punto di vista è assolutamente positiva, poiché accresce in me la curiosità di leggere il seguito.
Gli unici aspetti che ho apprezzato meno, per un gusto personale, sono la presenza di troppi filoni narrativi indipendenti che si muovono in parallelo e la generale struttura episodica della storia dovuta ai salti temporali.
Per quanto riguarda il primo, il fatto che ci siano così tanti filoni mi ha portato quasi a dimenticare quello di Amberlee, cui avrei voluto venisse dato più spazio perché è il mio preferito e ha un taglio narrativo più moderno.
L’aspetto episodico, invece, tende a trasformare il romanzo in una successione di racconti, spesso dimenticabili (nel senso che non contribuiscono alla trama principale). Niente di sbagliato in questo, di per sé, anche perché le singole storie sono davvero molto belle, ma quello del racconto è un formato della narrativa che non amo particolarmente, poiché è troppo breve e non mi dà il tempo di creare un legame con i personaggi.
Comunque confido nel prossimo libro per un maggiore sviluppo della storia ambientata ai giorni nostri, anzi, lo attendo con trepidazione. Visto il modo in cui è strutturata, penso che questa saga potrà essere apprezzata ancora di più quando ci saranno più volumi a disposizione da leggere uno di seguito all’altro.

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Di Carla (del 17/05/2016 @ 01:05:06, in Scrittura & Lettura, linkato 1513 volte)

 Come una musica
 
Quest’ultimo romanzo di Francesco Zampa è un’opera matura e raffinata. Ambientato a pochi anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, racconta il viaggio compiuto da un giovane giornalista parigino, figlio di un’insegnante di ballo (ex-ballerina) ed ebreo, per fare chiarezza su un particolare episodio accaduto durante lo sbarco degli americani in Normandia e che in qualche modo finisce per intrecciarsi alla sua storia personale. Il tutto è mostrato a noi in un’opera a metà strada tra romanzo storico e di formazione, impreziosita dalla bella prosa di Zampa, che sa essere ricercata ma allo stesso tempo molto diretta ad arrivare all’animo del lettore.
La delicatezza con cui questa storia è narrata ne fa quasi una musica, come quella di Gershwin il cui brano “Someone To Watch Over Me” è citato nel titolo ed è collegato alla trama (ma preferisco non rivelare in che modo).
Ancora una volta, dopo “La scelta”, l’autore ci porta in un passato non tanto lontano e riesce a farlo rivivere in noi in maniera realistica, anche grazie a un’evidente lavoro grazia al quale riesce a mescolare eventi inventati e reali con grande maestria.
Si tratta di una lettura coinvolgente che, oltre a intrattenere con le vicende del giovane René, costituisce un’occasione per esplorare con un occhio diverso eventi storici che troppo spesso si conoscono in maniera superficiale.

Qualcuno che ti protegga (Kindle e brossura) su Amazon.it.
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