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 Giant's Causeway, Irlanda del Nord... di Carla
 

"Qui si parla di andare su Marte. Vivere su Marte!" Deserto rosso - Punto di non ritorno




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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Guest blogger (del 17/03/2015 @ 09:00:00, in Scrittura & Lettura, linkato 2139 volte)

Oggi ospito ancora una volta Noemi Gastaldi, che sta per pubblicare il volume conclusivo della sua trilogia “Oltre i confini”. In questa tappa del suo blog tour Noemi tenta di intervistare due personaggi dei suoi libri. Ci riuscirà?
 
Oltrepasso lo schermo e li vedo: Bruno (immagine in basso) e Lucilla (nella copertina accanto) sono sdraiati a terra in un campo incolto poco fuori Torino. So che sono esausti, intenti a riprendere le forze perdute dopo la rocambolesca fuga dalla caserma in cui li tenevano rinchiusi. Mi avvicino piano, voglio parlare con loro, ma dovrò fare attenzione: non devono scoprire chi sono.
 
- Vi ho visti in caserma, vi ho seguiti. Come avete fatto a fuggire? – chiedo.
Loro si mettono in piedi, mi guardano. È Lucilla a rivolgermi la parola:
- Non ci è chiaro il come. Tu, invece? –
Mi guardano scettici, capisco che se voglio parlare con loro dovrò inventarmi qualcosa.
- Io… ho sentito la presenza di una Forza Ancestrale attorno a voi, così vi ho seguiti. –
 
Ora si sono fatti più interessati, posso porre loro un’altra domanda:
- Come avete scoperto l’esistenza delle Forze Ancestrali? – chiedo. Lucilla si rivolge nuovamente a me:
- Non parlerei di scoperta. Le Forze Ancestrali sono attorno a noi, e piano piano ci si rende conto della loro presenza… Si tratta di essere più consapevoli, ecco tutto. –
Guardo Bruno, spero in una risposta anche da parte sua:
- Io ho “scoperto” tutto ciò dopo la convivenza forzata con la biondina… - mi dice.
 
- Eravate in cella assieme? – provo a chiedere.
- Sì, evidentemente i militari ci hanno preso tanto gusto a darci la caccia da aver finito lo spazio… - dice Lucilla. Bruno la interrompe:
- Ci hanno pressati in una celletta minuscola, e tu dovresti saperlo, se dici di aver percepito la Forza Ancestrale… Perché se lo hai fatto, anche tu devi essere una Viator. –
 
Resto in silenzio: il ragazzo non si fida, è evidente. Inaspettatamente, Lucilla mi viene in aiuto:
- Può anche essere una di quelle persone molto recettive che si accorgono di noi, perché no? – chiede a Bruno. Lui non le risponde, mi guarda dritto negli occhi:
- Come sei finita in caserma? – mi chiede.
 
- E tu, piuttosto? – incalzo. Lui capisce che so cosa ha fatto, anche se dubito che possa sapere con chi sta parlando. Lucilla lo guarda interrogativa, e io decido di abbandonare questa versione alternativa della mia città per tornarmene alla vita di tutti i giorni. Il romanzo è già scritto, e di questa mia intrusione tra i poveri personaggi dello scenario distopico che ho creato non parlerò: sarà come non fosse mai accaduto.
 
Blog tour “La trilogia è completa”: https://www.facebook.com/events/467905823361981/
 


NOEMI GASTALDI è nata e cresciuta in provincia di Torino, città in cui attualmente risiede. Ama scrivere fin da quando era piccola, ma la sua prima pubblicazione risale al 2009, quando collabora al romanzo erotico-sentimentale “22 fiori gialli”, attualmente edito da Eroscultura. Nel 2011, affascinata dal mondo sommerso dell’arte indipendente, riprende in mano una vecchia bozza ideata anni prima e mette le basi per la saga “Oltre i confini”. Il primo volume della stessa, “Il tocco degli Spiriti Antichi”, viene autopubblicato nel novembre 2012. Il secondo volume, “Il battito della Bestia”, viene autopubblicato nel gennaio 2014. Il volume conclusivo, “Il canto delle Forze Ancestrali” è disponibile dal 22 marzo 2015.
 
Visitate il suo sito “I mondi di Noemi”:
http://mondinoemi.altervista.org/
Noemi gestisce anche un blog dedicato ai blog tour, “Blog in tour - alla scoperta di autori indipendenti”:
http://blog-in-tour.blogspot.it
 
La trilogia “Oltre i confini” include:
1) Il tocco degli Spiriti Antichi
2) Il battito della Bestia
3) Il canto delle Forze Ancestrali
 
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Di Carla (del 14/03/2015 @ 09:54:49, in Cinema, linkato 2720 volte)
Da qualche anno a questa parte, immagino l’abbiate notato, le sale cinematografiche sono infestate di film tratti da qualcosa (un libro, un fumetto, una storia vera o un libro a sua volta tratto da una storia vera) o che sono il sequel, il remake o il reboot di qualcosa. Moltissimi film sono un adattamento di una storia nata su un mezzo di fruizione diverso o direttamente nella realtà, oppure sono in pratica una minestra riscaldata.
Per carità, diversi di questi film non sono affatto male, riescono a essere dei buoni prodotti che svolgono bene il loro compito, cioè divertire. Qualcuno addirittura riesce ad eccellere, spesso per la bravura di chi ha dovuto usufruire di materiale usato di riuscire comunque a rielaborarlo in maniera efficace e metterci del suo. Ma, tranne rarissimi casi, il fatto che queste storie non siano state concepite appositamente per il cinema o per quel particolare film (in caso di remake/reboot e sequel) fa sì che si avverta la loro tendenza a portarsi dietro un peso, quello del confronto con l’originale.
 
In particolare, adattare una storia nata per un romanzo a un film è un’operazione molto difficile, proprio per l’enorme differenza tra i due mezzi di narrazione. Nel primo si utilizzano le parole, nel secondo le immagini. Sono mezzi diversi, che permettono di dare più spazio a certi aspetti e hanno enormi limiti in altri.
Un romanzo, per esempio, sa portarti dentro la testa di un personaggio, o di più personaggi. Nello stesso tempo però, non fornendoti l’immagine, può celarti ciò che sta fuori del personaggio stesso. Il film invece può mostrarti qualsiasi cosa si trovi all’esterno della mente dei un personaggio, ma niente di quello che si trova al suo interno, a meno che non usi artifizi presi in prestito dalla narrativa, come la voce narrante, o cerchi di tradurre in immagini un ricordo o un pensiero simulando la parte emotiva con un particolare uso della fotografia.
 
L’adattamento da un medium all’altro implica una notevole modifica di ciò che si vuole narrare, cosa di cui il prodotto finale soffre. Tant’è che in genere il film non è mai tanto bello quanto il libro, tranne il caso in cui il libro è davvero brutto (ma avendo venduto tanto ci hanno comunque fatto un film) e chi si è ritrovato a doverlo adattare per il cinema non ha potuto che migliorarlo, anche perché non ci voleva molto. Tendo a pensare che a quest’ultima categoria appartenga “50 Sfumature di Grigio”, anche se il film non l’ho visto, ma sono certa che, nonostante i limiti del materiale di base, ne avranno tirato fuori un prodotto cinematografico come minimo passabile.
 
Se, invece di andare a adattare qualcosa di già pronto, si crea qualcosa di nuovo per il cinema, il discorso cambia completamente. Colui che scrive il soggetto e magari anche la sceneggiatura, lo fa facendo uso degli strumenti del cinema, in altre parole delle immagini stesse. Concepisce il germe della storia a partire dalle immagini che generano un’emozione diversa in ogni spettatore (e non dall’emozione trasmessa delle parole che può evocare un’immagine diversa in ogni lettore, come accade nei romanzi) e ciò gli permette di sfruttare al meglio la potenza del mezzo che sta usando per raccontare una storia.
 
Un film come “Birdman” è un esempio di questo cinema che nasce direttamente come tale. L’autore del film, Alejandro González Iñárritu, che oltre ad averlo diretto ha co-scritto la sceneggiatura (non a caso ha vinto l’Oscar come regista e sceneggiatore), ha giocato tantissimo sull’immagine arrivando a girare un film che sembra costituito da un unico piano sequenza!
In esso vediamo mostrati uno dopo l’altro, senza soluzione di continuità, elementi realistici (come la stessa caratterizzazione dell’ambiente teatrale di Broadway e del personaggio principale, interpretato da Michael Keaton, che a tratti si confonde con l’attore stesso che nella realtà più di 20 anni fa ha effettivamente interpretato un supereroe e se l’è portato dietro per il resto della sua carriera) con altri totalmente fantasiosi (Birdman che gli parla e appare in scena, lui che lievita in aria o sembra avere altri superpoteri, un mostro che compare nel bel mezzo di New York). Solo la magia del cinema poteva mettere insieme questi elementi e comunque mantenere la sospensione dell’incredulità.
Lo stesso finale ambiguo del film funziona proprio perché è un film.
 
“Birdman” non è il solo esempio, né quello migliore, di un cinema vero.
Un altro è “Grand Budapest Hotel”, film meraviglioso che gioca sulla fotografia, sul montaggio, sulle scenografie, sui costumi, sulla colonna sonora (non dimentichiamocene!) e così via, insomma su tutti quegli elementi che sono importanti quanto e forse pure più della storia stessa.
 
Vedere un film come “Birdman” (e “Grand Budapest Hotel”) mi ha ricordato perché amo il cinema, anzi mi ha ricordato cos’è il cinema. In anni di adattamenti, remake, reboot e sequel me l’ero quasi scordata. Mi ha ricordato quando da ragazzina mi annullavo davanti al grande schermo in film come “Ritorno a Futuro”, “Edward Mani di Forbice”, “Ghostbusters” o, parlando di Keaton, “Beetlejuice” (anche se purtroppo l’ho visto solo sul piccolo schermo, ma un numero esagerato di volte), solo per fare qualche esempio, e ancora una volta mi sono chiesta perché le grandi produzioni cinematografiche abbiano quasi del tutto smesso di essere qualcosa di originale. In realtà la risposta la so: perché portare sul grande schermo un prodotto che è già di successo dà maggiori certezze sull’investimento economico. Rispetto al passato si rischia meno.
Ma il risultato è che sembra quasi che manchino le idee di un tempo o che non si voglia ascoltare chi le ha.
 
In realtà c’è tutto un esteso sottobosco di cinema indipendente che invece parte da idee originali (anche perché non si può permettere di acquisire i diritti per utilizzare quelle di altri), ma che purtroppo solo in piccola parte giunge a noi nel grande schermo.
Chissà se si continuerà ancora su questa strada o ci sarà anche nelle grandi produzioni un ritorno significativo verso l’originalità. Ovviamente spero nella seconda ipotesi e nel frattempo cerco di godermi quelle piccole perle di cinema, quello vero, che riesco ancora a scovare.
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Di Carla (del 10/03/2015 @ 20:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 1875 volte)

 Mummie!
 
Ho riletto da poco questa novelization del film “La Mummia”. L’avevo già letta due volte, ma stiamo parlando di quindici anni fa. Avendo visto molte volte il film, ricordavo la storia, ma non altrettanto bene i dettagli del romanzo, quindi l’ho rivisto con occhi nuovi.
Ricordo che all’epoca avevo notato delle piccole differenze nella svolgersi degli eventi, ma adesso la mia memoria fa fatica a distinguerle. Per farlo dovrei rivedere il film. Erano comunque dettagli non significativi.
Il modo in cui è narrato soffre parecchio del fatto di essere tratto da una sceneggiatura. Ciò impone un punto di vista onnisciente, simile appunto a quello di una macchina da presa. A tratti questo aspetto crea notevole distanza dai personaggi e fa perdere l’immedesimazione nella storia. È un peccato perché il potenziale per tenere il lettore incollato alle pagine c’è tutto. D’altra parte si tratta di un libro che a suo tempo era stato pensato per i fan del film.
Ciò che lo rende particolarmente interessante è il fatto che rivela alcuni aspetti che poi non sono apparsi nel film stesso e come la mano del regista abbia modificato alcuni dettagli della trama.
Per esempio, nel film si dice erroneamente che gli antichi egizi rimuovessero il cuore dai defunti prima dell’imbalsamazione. Non è così e ciò era considerato un “errore” del film (per quanto il termine errore avesse senso parlando di una storia di mostri della Universal che non pretendeva in alcun modo di riportare realtà storiche). Leggendo il libro, si scopre che nella sceneggiatura i personaggi dicevano che la rimozione del cuore avveniva per le persone cattive e che fosse una punizione dopo la morte.
Questo è solo un piccolo dettaglio, ma leggendo il romanzo molti passaggi della storia hanno molto più senso rispetto al film, proprio perché viene dato più spazio per spiegarli.
Nel complesso è una lettura niente male, adatta anche a chi non abbia mai visto il film.
Il linguaggio fa a tratti uso di termini obsoleti riproducendo il fatto che gli eventi narrati appartengono a un passato non vicinissimo (il 1925). La traduzione non è affatto male, salvo qualche piccola imprecisione tipica del passaggio dalla lingua inglese, ma considerando che si tratta di un’edizione economica è molto buona rispetto a prodotti equivalenti pubblicati negli ultimi anni.
Pur non essendo un’opera di grande letteratura, svolge in maniera perfetta il suo ruolo di novelization di una sceneggiatura, per cui si merita i pieni voti.
 
La mummia (brossura) su Amazon.it.
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
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Di Carla (del 04/03/2015 @ 13:06:45, in Musica, linkato 2005 volte)

In questi giorni i Queen e Adam Lambert stanno terminando il loro tour europeo cui ho avuto l’enorme piacere di assistere poco più di tre settimane fa ad Assago. E da allora mi è salita di nuovo la febbre da Queen.
 
Ho vaghi ricordi di un giorno nel 1989, mentre mi aggiravo nella sezione dischi dell’UPIM di Carbonia e mi apprestavo a comprare il mio primo CD. Si trattava di “The Miracle” dei Queen. Allora avevo quindici anni e avevo ricevuto come regalo di compleanno un impianto stereo con tanto di lettore CD (appunto) e giradischi (e infatti lo stesso giorno avevo anche acquistato un vinile). Anche se allora non me ne rendevo conto, la mia passione per la musica in quel momento stava per prendere una svolta fondamentale.
 
Negli anni a quel CD se ne sono aggiunti davvero tanti: tutti gli album da studio dei Queen, i vari Greatest Hits e diverse altre raccolte, i concerti live (compresi diversi bootleg), gli album dei The Cross che era il side project di Roger Taylor (il mio preferito della band!), gli album solisti sempre di Taylor, quello di Brian May (e anche quello live), quelli di Freddie Mercury (inclusa la raccolta postuma e quello con Monserrat Caballé), l’album della Royal Philarmonic Orchestra che esegue i brani più famosi della band e così via. Ma poi ovviamente ho tantissime videocassette, che però non posso più vedere, perché non ho più un VCR, e adesso dovrò migrare pian piano verso i DVD (sto già iniziando). Per non parlare delle magliette, una giacca, che adesso non ho più perché l’ho letteralmente consumata, poster di tutti i tipi, persino una fibbia per cinto (mai usata), dovrei avere anche qualche toppa. Tutto appartenente al merchandising ufficiale. Alcune di queste cose provengono da un megacofanetto comprato negli anni ’90, che ricordo era costato un bel po’. Ho persino delle foto stampate relative a dei concerti degli anni ’70, che avevo acquistato da uno dei meravigliosi cataloghi in inglese (quando non c’era internet, si acquistava dai cataloghi!).
 
Insomma, tanta roba.
E con tutta questa roba, se mi torna la febbre da Queen, non mi manca di certo il materiale con cui curarmi.
 
I Queen fanno parte di quei pochissimi artisti di cui a un certo punto della mia vita ho avuto tutta la discografia originale (non scaricata o, come si faceva prima, copiata) e di cui conoscevo a memoria tutte le canzoni. Magari adesso non le ricordo più tutte, ma una buona parte è scolpita nella mia mente e mi ha permesso di cantare a squarciagola lo scorso 10 febbraio al Forum di Assago.
L’unico altro artista che fa parte di questa piccola élite e che continuo ad ascoltare anche adesso è Elisa, ma va da sé che tra lei e i Queen c’è un abisso, anche nel mio gradimento.
 
Ma i Queen sono più della mia band preferita. La loro musica ha la capacità di riportarmi indietro nel tempo, nel periodo che va dalla mia adolescenza agli anni felici di quando studiavo e poi lavoravo all’università. È un viaggio nei ricordi che mi mette in contatto con una parte di me che continua a esistere e che mi spinge a compiere nuove imprese con entusiasmo, anche se non sono più, ahimè, una ventenne né tanto meno un’adolescente. Quella stessa parte di me che si era persa negli anni in cui avevo smesso di ascoltare i Queen, perché erano spariti dalle scene, e che si è risvegliata quando hanno ripreso a suonare dal vivo dieci anni fa.
Mai avrei immaginato in passato di avere l’occasione di assistere a un loro concerto, dopo la morte di Freddie, e invece è successo. Dal 2005 a oggi non mi sono persa nessuno dei tre tour che hanno fatto: il primo e il secondo con Paul Rodgers (che ammetto di preferire a Lambert), e quest’ultimo (foto a sinistra).
 
Quello del 2008 al Forum di Assago era stato particolarmente bello, perché ero nel parterre, abbastanza vicina alla passerella centrale, in mezzo a una folla che intonava perfettamente tutte le canzoni. In quel preciso istante sapevo di trovarmi ad assistere al concerto più bello della mia vita, ma avevo anche la netta percezione di vivere un momento di svolta nella mia vita. Mi sentivo di nuovo una ragazzina di quindici anni con davanti a sé tutte le possibilità di questo mondo, che poteva prendere in mano la propria vita e farne quello che voleva. Fu proprio allora che decisi che avrei ripreso a occuparmi di una passione nata proprio da adolescente e che avevo abbandonato, un fuoco che sembrava spento ma invece continuava a bruciare sotto la cenere: la scrittura.
 
E adesso è come se esistesse un collegamento tra il senso di realizzazione che avevo in quegli anni del passato e quello che sto sperimentando adesso che la scrittura, in tutte le sue forme, è diventata da semplice passione a un lavoro. Questo collegamento è rappresentato dai Queen, che adesso come allora allietano e ispirano le mie giornate con le loro bellissime canzoni.
 
Di seguito due video che ho filmato con la mia fotocamera durante il concerto del 10 febbraio ad Assago. Nel primo Brian May suona e canta insieme al pubblico “Love of My Life”, con una sorpresa finale. Nel secondo Roger Taylor canta “A Kind of Magic”.
 
 
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Di Carla (del 26/02/2015 @ 04:23:46, in Scrittura & Lettura, linkato 2510 volte)


 La serie che mi ha fatto rivalutare il cyberpunk

Il cyberpunk è un genere con cui non ho mai avuto grande affinità. I miei precedenti tentativi di leggerlo (“Luce virtuale” di Gibson e “Criptosfera” di Banks) non mi hanno particolarmente entusiasmato, benché, per ironia, mi sia cimentata nella scrittura (anche) di questo sottogenere della fantascienza. Sospettavo insomma che non fosse il sottogenere in sé il problema, ma che mi fossi imbattuta nei titoli sbagliati, almeno per ciò che riguardava i miei gusti personali. Infatti, leggendo libri più recenti in cui l’elemento cyberpunk era sì importante ma non predominante (come la Trilogia del Vuoto di Hamilton) mi sono sempre molto divertita.
Per fortuna, quando ho iniziato a leggere i libri di Effinger non avevo idea di trovarmi di fronte a uno dei padri del cyberpunk nel suo periodo di massimo sviluppo, gli anni ’80. Ciò dimostra come le etichette certe volte facciano più male che bene. Avevo solo due dei libri della serie, procurati in tempi diversi, senza neppure sapere che fossero collegati. Appena ho iniziato a leggere il primo, e ne sono rimasta rapita, mi sono subito prodigata a trovare una copia del terzo, poiché sapevo che mi sarebbe servito molto presto.
Avendoli letti uno di fila all’altro, ho deciso di recensirli insieme, anche perché mi è difficile giudicarli separatamente senza farmi influenzare dalle letture precedenti o successive.
 
La trilogia del Budayeen (sarebbe più corretto chiamarla serie, poiché l’autore aveva progettato almeno altri due libri, che purtroppo non ha fatto in tempo a scrivere prima di morire) non è solo cyberpunk. La storia è ambientata fra due secoli, in un quartiere malfamato, il Budayeen, di una città del mondo arabo non meglio specificata. Nel futuro immaginato da Effinger la gente si fa “circuitare” il cervello per potervi inserire dei moduli che permettono di fornire all’individuo nuove nozioni, capacità e persino personalità. L’elemento cyberpunk è fornito da questa tecnologia, che è di fatto uno dei pochi elementi fantascientifici presenti nella storia. Qui la fantascienza è solo uno strumento per raccontarci la storia dei personaggi e soprattutto per gran parte del primo libro (ma anche per ampie parti degli altri) la stessa storia funzionerebbe altrettanto bene se raccontata in un contesto al di fuori del fantastico.
 
Riguardando adesso, dopo trent’anni, questo futuro immaginario, esso appare costellato di elementi anacronistici, quasi fosse un universo alternativo o semplicemente al di fuori del tempo.
Il Budayeen in realtà è una metafora del quartiere francese di New Orleans (Effinger non l’aveva mai nascosto), con i suoi night club, dove pare sia abbastanza difficile trovare una donna che sia geneticamente tale, e con la sua malavita organizzata. A ciò si aggiunge il tocco esotico dell’averlo inserito nel mondo islamico, che viene rappresentato in maniera accurata con tutte le sue contraddizioni, ancora più evidenti se viste fra duecento anni. Il rapporto dei personaggi con la religione islamica, il rispetto verso di essa, accompagnato alle azioni più efferate è un astuto richiamo al contraddittorio ma tristemente reale binomio cattolicesimo-mafia, che non può far che sorridere. È un po’ come dire che anche nel futuro, pur cambiando le persone, i luoghi e persino la religione, i risultati che si ottengono sono sempre gli stessi.
 
Al di là di questa ambientazione, i romanzi di Effinger girano tutti intorno alla figura del protagonista, Marîd Audran, un investigatore drogato, cauto (per non dire codardo), pieno di difetti, ma estremamente umano, che cerca di sbarcare il lunario facendo lavoretti più o meno legali, tra un’ubriacatura e l’altra, coadiuvato dall’assunzione di pastiglie tra le più varie (a seconda delle occasioni: una per dormire, una contro l’ansia, una per stare sveglio e così via), e rischiando di farsi ammazzare a ogni istante. In tutto questo Marîd, che ci racconta la sua storia in prima persona, non perde mai la sua autoironia, neppure nelle situazioni peggiori. Insomma, è una simpatica canaglia, anzi un simpatico antieroe.
Ho riso tanto nel leggere questi romanzi, ma ciò che li rende così belli è la loro imprevedibilità. Effinger non segue schemi. La storia è realistica grazie al modo in cui gli eventi si susseguono quasi casualmente, proprio come nella realtà, senza una logica. Non sai mai cosa accadrà nella pagina dopo e non puoi fare altro che continuare a leggere. Così ogni giorno mi ritrovavo ad attendere con trepidazione il momento in cui sarei andata a letto e avrei preso in mano il libro.
 
Marîd si infila in un guaio dopo l’altro. Quando pensi che peggio di così non gli potrebbe andare, be’, gli va peggio. Ma bene o male se ne tira fuori, nel senso che sopravvive.
Nel primo libro si trova a investigare su degli omicidi, cerca di tenere in piedi la sua storia con la bella ballerina Yasmin (di cui lui è molto innamorato), che non è sempre stata una donna, cerca di evitare di finire sotto il controllo di Friedlander Bey, il “capo mafia” del Budayeen, e ovviamente di non farsi ammazzare.
Nel secondo si trova a scoprire un oscuro programma, chiamato Fenice, a causa del quale molte persone vengono uccise, e si ritrova a lavorare con la polizia.
Nel terzo finisce in esilio nel deserto arabico, dove vive per un certo tempo con i nomadi. Questo libro sembra quasi diviso in due, con una parte ambientata nel deserto e un’altra nel Budayeen che sono completamente separate.
 
Effinger era un grande autore e lo dimostra la maestria con cui usava le tecniche narrative più disparate.
Una cosa che ho particolarmente apprezzato è l’artificio narrativo con cui ci mostra le scene in cui Marîd indossa un modulo di personalità (detto moddy). Di colpo si passa dalla prima persona alla terza, creando una distanza tra il lettore e il personaggio che simula la sensazione che questo deve avere mentre il controllo di se stesso viene filtrato da un software, mentre la sua coscienza è quasi messa da parte, come se fosse uno spettatore. Nel leggere queste scene si ha davvero l’impressione di vivere in una sorta di stato alterato, un po’ come capitava allo stesso Marîd. Particolarmente divertente è quando il protagonista prova il moddy di Nero Wolf e si sente più grasso e del tutto disinteressato alle donne.
Lo stesso artificio viene utilizzato nelle due scene ambientate nella realtà virtuale (nel secondo libro), mentre Marîd e Chirinda stanno facendo un gioco. Le scene di per sé non portano avanti la trama, ma Effinger le ha scritte lo stesso e sono comunque molto godibili proprio per via della sensazione di “partecipazione filtrata” che esse danno e che le distingue dal resto del romanzo.
 
Altro aspetto che ho apprezzato è la tendenza dell’autore di mostrarci Marîd a un certo punto della storia e poi far sì che lui ricostruisca, tramite i suoi ricordi spesso offuscati, cosa è accaduto prima, con una transizione verso il flashback che imita alla perfezione il modo associativo con cui la memoria funziona. Marîd torna indietro nei suoi pensieri e ci mostra tutto ciò che è accaduto, anche per molte pagine, fino ad arrivare al punto di apparente tranquillità da cui il capitolo è iniziato. Così pian piano scopriamo che si trova in un grosso guaio da cui è impossibile immaginare come lui riuscirà a venire fuori. Spesso questa consapevolezza viene seguita da un colpo di scena che peggiora ancora di più le cose, se possibile.
 
Proprio per l’assenza di schemi e per la sottile vena di imperfezione che attraversa tutti i libri, ognuno di essi è caratterizzato da un finale malinconico o al massimo dolceamaro, ma comunque sempre aperto. E, considerato che Effinger è morto prima di scrivere i libri successivi, questi finali ci autorizzano a immaginarne noi il seguito.
A questo proposito aggiungo che esiste una raccolta postuma di racconti, purtroppo mai pubblicata in italiano, “Budayeen Nights” (la recensirò a parte), che include tutta una serie di scritti di Effinger tra cui l’inizio del quarto libro e soprattutto un racconto che ha come protagonista Marîd (benché il suo nome non venga mai pronunciato) che ci permette di dare uno sguardo al suo futuro in cui a quanto pare si è liberato dal controllo del “capo mafioso” del Budayeen e ha una vita abbastanza tranquilla, anche se ogni tanto viene coinvolto in qualche investigazione pericolosa.
I tre romanzi della trilogia del Budayeen sono: “Senza tregua” edito dalla Nord, che è poi stato ripubblicato da Hobby & Work col titolo de “L’inganno della gravità” (fedele all’originare “When Gravity Fails”); “Programma Fenice” della Nord, poi ripubblicato da Hobby & Work come “Fuoco nel sole” (originale “A Fire in the Sun”); ed “Esilio dal Budayeen” della Nord e la sua riedizione di Tascabili Nord intitolata “La guerra di Marid Audran ­ Esiliato dal Budayeen”.
Se avete l’occasione di procurarveli, non fateveli scappare.
 
L'inganno della gravità, Fuoco nel sole ed Esilio dal Budayeen su Amazon.it.
When Gravity Fails, A Fire in the Sun e The Exile Kiss (edizioni in lingua inglese) su Amazon.it.
When Gravity Fails, A Fire in the Sun e The Exile Kiss (edizioni in lingua inglese) su Amazon.com.
 
Leggi tutte le mie recensioni e vedi la mia libreria su:
aNobii:
http://www.anobii.com/anakina/books
Goodreads: http://www.goodreads.com/anakina
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Di Carla (del 18/02/2015 @ 03:59:24, in Scrittura & Lettura, linkato 1610 volte)

Dopo quasi tre anni dalla sua uscita ho deciso di rinnovare la copertina del primo libro della serie di “Deserto rosso” e ve la presento oggi qui sul blog. Nei prossimi giorni dovrebbe apparire nei vari retailer (su Amazon la versione disponibile ha già la nuova copertina anche se potrebbe non apparire ancora nella pagina del prodotto).
 
Avendo fatto delle piccole modifiche alla grafica dei titoli, ho modificato gli stessi anche nelle copertine degli altri libri della serie, pur mantenendo la stessa immagine. Anche nel loro caso le nuove copertine appariranno presto nei retailer.
 
Questa decisione è dovuta al fatto che a breve pubblicherò i quattro libri della serie separatamente in edizione cartacea e mi serviva un’immagine della protagonista con una risoluzione maggiore. Inoltre volevo dare a “Deserto rosso - Punto di non ritorno” (sempre disponibile in ebook a partire da 69 cent), che di fatto presenta la serie ai nuovi lettori, un look più accattivante con un bel primo piano della nostra astronauta/esobiologa preferita.
I quattro libri in edizione cartacea avranno un formato più tascabile, ma nel contempo un carattere di stampa più grande rispetto all’edizione della raccolta, divenendo in questo modo più leggeri  e quindi maneggevoli, oltre che avere una leggibilità maggiore.
Inoltre mi sto attivando affinché tutti i miei libri in formato ebook approdino al più presto anche su Tolino, l’ebook reader di IBS.
 
Avendo da poco terminato la traduzione in inglese di “Deserto rosso - Ritorno a casa” (“Red Desert - Back Home” uscirà a luglio), sto dedicando queste due settimane a portare a termine un po’ di cose che mi ero riproposta nei mesi passati, prima di rituffarmi nell’editing del mio prossimo romanzo, “Affinità d’intenti” (è un action thriller), che dovrebbe uscire a maggio.
E tra queste cose c’è anche quella di essere più presente qui nel blog con nuovi articoli interessanti (spero), recensioni dei libri che ho letto e altri aggiornamenti sulle mie attività.
 
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Di Carla (del 16/02/2015 @ 18:00:43, in Podcast, linkato 3287 volte)
Lo scorso martedì ero a Milano per andare a vedere il concerto dei Queen, la mia band preferita di sempre, e ho colto l’occasione per incontrarmi con due ragazzi davvero simpaticissimi, che si fanno chiamare scherzosamente la Marchesa e la Baronessa e che volevano intervistarmi nel loro podcast.
 
Il tutto è nato dall’incontro virtuale tra Anna Persson e la Marchesa su Twitter, che ha incuriosito quest’ultimo tanto da leggere la serie di “Deserto rosso” e successivamente da volerne parlare nel suo blog. E così, visto che ci trovavamo nella stessa città, abbiamo deciso di registrare l’intervista di persona.
 
Ne è venuta fuori una chiacchierata di oltre mezz’ora che la Marchesa sta adesso pubblicando sul suo blog. Proprio oggi è stata postata la prima parte che potete trovare a questo link, mentre mercoledì prossimo uscirà la seconda parte (la trovate qui).
 
Nel corso dell’intervista abbiamo parlato di “Deserto rosso”, ovviamente, e di fantascienza. Mi hanno fatto un sacco di domande interessanti sulla serie, su come gestisco la scrittura di storie così complesse e sul mio lavoro di self-publisher.
 
Non entro in ulteriore dettaglio, ma vi lascio all’ascolto dell’intervista e vi consiglio di visitare un po’ tutto il blog de LaMarchesa13, dove potrete trovare molti altri articoli e podcast interessanti.

Ringrazio ancora la Marchesa e la Baronessa!

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Di Carla (del 13/02/2015 @ 18:09:07, in Scrittura & Lettura, linkato 2313 volte)


 Orrore sulla Luna

E va bene, ho comprato questo libro perché c’era la parola Luna in copertina, anche se dalla descrizione avevo intuito che si trattava di un romanzo young adult, che non è proprio il mio genere. Devo dire che non sono rimasta delusa, anche perché sapevo dove stavo andando a cacciarmi.
Il linguaggio del libro è molto semplice, come è giusto che sia trattandosi di un romanzo rivolto agli adolescenti. Per chi come me parla l’inglese come seconda lingua è sicuramente un vantaggio, poiché la lettura è andata avanti senza alcun intoppo. La parte scientifica, che poi è il motivo per cui ho deciso di leggerlo, è abbastanza accurata e alcune sequenze sulla superficie lunare sono davvero emozionanti.
C’è da specificare che si tratta di una fantascienza che sfocia nell’horror e questo in parte giustifica l’assunto assurdo che esista una stazione sulla Luna di cui nessuno sa nulla, che le missioni lunari siano state interrotte perché c’è qualcosa di pericoloso lassù e che adesso si sia deciso di mandarci dei ragazzi e non una squadra super addestrata. Ma perché? Gli assunti delle storie dell’orrore sono spesso assurdi o comunque fanno già presagire il peggio. Il finale è in piena linea col genere del libro e senza dubbio è l’unico finale possibile che impedisca alla storia di crollare su se stessa e trasformarsi in qualcosa di insulso.
Il libro però non è esente da difetti. La storia ci mette molto tempo a decollare. Il primo terzo del libro è troppo lento. L’autore si sofferma a presentare i personaggi che (sorpresa?!) saranno selezionati per la missione. Il loro background in realtà non è affatto funzionale alla trama e avrebbe potuto inserirlo qui e là, piuttosto che dedicarci interi capitoli.
L’altra cosa che era proprio evitabile è la scelta di inviare degli adolescenti sulla Luna. Se proprio volevano mandarci della gente qualunque a scopo propagandistico, considerati i rischi, non vedo perché avrebbero dovuto inviarci dei ragazzini. Va bene che il libro è rivolto a un target giovane e si vuole far immedesimare i lettori, ma credo che avrebbe funzionato ugualmente se si fosse trattato almeno di maggiorenni. Se non altro, la sospensione dell’incredulità avrebbe retto un po’ di più.
Nel complesso comunque non è un brutto libro. È stata una lettura piacevole.

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Di Carla (del 05/02/2015 @ 14:39:04, in Scrittura & Lettura, linkato 1713 volte)


 Un romanzo che ti legge nella mente

Nell’intitolare questa recensione ho volutamente giocato con la trama del libro. “Mindstar Rising” infatti ha come protagonista un ex-militare, Greg Mandel, in cui è stata impiantata una speciale ghiandola che gli permette di percepire le emozioni delle altre persone e in un certo senso leggere la loro mente, anche se non letteralmente. Mandel è ora un detective privato che si ritrova a investigare su un intrigo di portata globale incentrato sulla giovane erede di un multimiliardario. La storia è ambientata in un futuro vicino notevolmente distopico, un futuro in cui il riscaldamento globale ha trasformato l’Inghilterra in un luogo quasi desertico dove i mari hanno invaso le coste e modificato la loro morfologia, dove il petrolio è finito, e le persone vivono in un mondo degradato in una mescolanza tra bassa e alta tecnologia, la seconda soprattutto ad appannaggio dei più ricchi.
L’ambientazione è suggestiva, sebbene io non sopporti le storie post-apocalittiche, ma la trama gira intorno a ben altro e quindi questo aspetto non ha avuto influenze negative sul mio giudizio.
Nonostante ci troviamo di fronte a situazioni ben diverse da quelle dei soliti libri di Hamilton, il suo stile è riconoscibilissimo nell’estrema complessità della trama, la descrizione disinvolta di situazioni erotiche raccontate come qualcosa di naturale, le sue lunghe scene che ti tengono incollato alle pagine del libro, il suo linguaggio ricercato che ti costringe a concentrarti al massimo nella lettura, il finale che riesce a strapparti un sorriso.
Si tratta del primo romanzo di Hamilton, primo di una trilogia che continuerò presto a leggere. In un certo senso l’ho apprezzato anche di più della sua space opera, forse perché immaginare un futuro vicino mi ha dato più riferimenti nel presente e rende più semplice l’immedesimazione. I personaggi di Hamilton sono vivi e viene voglia di sapere di più su di loro. Inoltre si tratta di un thriller ambientato nel futuro con sfumature di transumanesimo, in altre parole un technothriller cyberpunk, ma molto contemporaneo, sebbene sia stato pubblicato vent’anni fa e qualche aspetto tecnologico sia leggermente sorpassato. Ma si differenzia da una certa astrusità di altri libri di questo sottogenere di dieci o più anni prima, rendendolo una lettura accessibile a un pubblico più vasto che prescinde anche la stessa fantascienza.
Purtroppo il libro non è mai stato tradotto in italiano e la lettura in inglese richiede una buona conoscenza della lingua, vista la ricchezza del linguaggio usato dall’autore e il suo registro elevato. Ma può essere anche un’occasione per migliorare il proprio inglese.
Infine l’edizione che ho letto, quella pubblicata in occasione del ventennale del romanzo (ogni copia è numerata e autografata dall’autore), contiene anche una novella precedentemente inedita riportata nella parte iniziale del libro, inserita cronologicamente alla fine della trilogia. Si tratta è un vero e proprio poliziesco, ma ambientato nel futuro e con un finale imprevedibile e politicamente scorretto, che definirei alla Hamilton e che lo fa distinguere da altre storie di questo genere.

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Di Carla (del 31/01/2015 @ 13:06:23, in Scrittura & Lettura, linkato 3389 volte)

Sappiamo bene che i lettori hanno bisogno di etichette per orientarsi nelle proprie letture e queste vengono fornite dai generi della narrativa. Succede però che, tranne in rari casi, i libri tendono a subire contaminazioni di altri generi. Talvolta sono così tante e influenzano la trama in modo tale che per chi sta dall’altra parte, l’autore, non è sempre facile definire queste benedette etichette e soprattutto decidere quale genere primario utilizzare per promuovere il proprio libro.
Non è un problema da poco perché basta usare un’etichetta piuttosto che un’altra per attirare un tipo di lettore piuttosto che un altro, anche se poi magari il libro piacerebbe a entrambi.
 
In un post dell’anno scorso parlavo di come la fantascienza, in particolare in Italia (ma non solo), sia considerata un genere maschile. Lasciando da parte il discorso del perché, è un dato di fatto che la maggioranza dei lettori di fantascienza è costituita da uomini, anche se di certo il rapporto è meno sbilanciato rispetto a ciò che accade col romanzo rosa e le donne. È ancora più vero che questo rapporto si sposta ancora di più rispettivamente per la fantascienza verso gli uomini e per il rosa verso le donne (qui in maniera a dir poco drastica) se si va a guardare il sesso degli autori.
Mi è capitato più di una volta di sentire o leggere di donne che non prenderebbero neppure in considerazione la lettura di un romanzo di fantascienza, come pure di uomini che per partito preso non leggono fantascienza scritta da una donna. Potete immaginare quanto possa piacere a me, donna che scrive fantascienza, essere esclusa a priori dalle letture di queste persone, che in realtà non hanno la minima idea se potrebbero apprezzare ciò che scrivo. Questi sono chiaramente pregiudizi e, se questi lettori magari provassero ad andare oltre i loro paraocchi, scoprirebbero tanti bei libri che hanno deciso di ignorare.
 
Un po' li capisco. La lettura di un libro ci porta via del tempo e forse per un amante della lettura non c’è niente di peggio che perdere tempo leggendo un brutto libro. E così ognuno di noi definisce dei paletti e, per non rischiare, si attiene a quelli nelle proprie scelte.
Ma è anche vero che i libri sono qualcosa di molto più complesso del genere con cui vengono etichettati e che lo stesso libro letto da persone con gusti molto diversi può piacere in uguale misura anche se per motivi altrettanto diversi.
 
Parlando nello specifico di elemento romantico, si finisce un po’ su un campo minato. Se un libro di fantascienza (quindi non mi riferisco al science fiction romance che viene considerato un sottogenere del romanzo rosa e non della fantascienza, anche se spesso questa distinzione va a farsi benedire), tipicamente letto quindi da uomini, contiene degli elementi romantici, chi come me l’ha scritto e vuole promuoverlo si trova davanti al dilemma di far trapelare o meno questa informazione.
Il rischio è che una buona parte degli amanti della fantascienza lo snobbino a prescindere e comunque non è detto che questa scelta avvicinerebbe le lettrici visto che è pur sempre fantascienza. Peggio ancora sarebbe ricalcare sull’elemento romantico per portare a sé le lettrici di quel genere, che di fatto sono molto più numerose, giocandosi però completamente i fantascientisti di entrambi i sessi.
 
A questo proposito proprio qualche giorno fa un’autrice americana di science fiction romance mi suggeriva di fare proprio così, cioè riscrivere le descrizioni dei miei libri (le versioni inglesi di “Deserto rosso”) per farli apparire più romantici, perché le lettrici del romanzo rosa sono molto di più di quelle della fantascienza.
Vaglielo a spiegare che per raccontare la storia di Anna Persson mi sono studiata i libri di Robert Zubrin sullo stato dell’arte dell’esplorazione di Marte e sulle possibili tecnologie di colonizzazione del pianeta, o che nella storia ho messo in campo le mie conoscenze di ecologia e astrobiologia per raccontare un primo contatto credibile con qualcosa di alieno in un pianeta di fatto inospitale a ogni forma di vita, o ancora che con questa serie ambivo anche a fare un po’ di sana divulgazione scientifica e non solo a raccontare una storia.
Per tutti questi motivi, e per tanti altri, ho sempre proposto la mia serie concentrandomi sugli aspetti fantascientifici e così farebbe qualsiasi altro autore nella mia stessa situazione.
 
D’altronde alla fine succede che il lettore che vuole vedere questi aspetti fantascientifici di solito lascia da parte il resto, non lo vede proprio. Qualcuno, proprio allergico all’elemento romantico, al contrario si lamenta più o meno energicamente, altri dicono che magari se ce ne fosse stato un po’ meno la storia sarebbe stata più scorrevole, altri ancora invece riconoscono la sua funzione e cioè l’intento dell’autore nell’inserirlo.
Sì, perché se in una storia che non rientra nel romanzo rosa è presente in maniera evidente l’elemento romantico non significa che l’autore l’abbia messo lì per aumentare il numero delle pagine. Se c’è, è perché ha un suo scopo.
 
Lo scopo altro non è che utilizzare uno strumento comprensibile per qualunque essere umano, cioè mostrare i sentimenti, per rendere i personaggi più reali. Nella vita reale le persone hanno sentimenti. Odio, amore, rabbia, passione, desiderio, amicizia, paura sono tutte cose che ci rendono umani e i personaggi per essere credibili non possono prescindere dal mostrare dei sentimenti. Allo stesso modo nella vita reale dietro i conflitti, o come loro conseguenza, ci sono dei sentimenti. Se in un romanzo questi venissero completamente esclusi, secondo l’argomento, questo rischierebbe di trasformarsi in una cronaca o, peggio, in un libretto di istruzioni.
 
Qualcuno dirà che non è vero, che esistono tanti romanzi di fantascienza in cui non ci sono elementi romantici e in cui la storia va avanti benissimo senza far mostrare particolari sentimenti ai personaggi. Magari non in tutti i libri c’è qualcuno che si innamora o ama qualcun altro, ma oserei dire che in tutti i buoni libri i personaggi agiscono in base alle proprie emozioni, solo che il lettore che è interessato all’azione o a una certa tematica e non all’interiorità dei personaggi forse non lo nota.
 
Sto facendo questa riflessione dopo una breve discussione all’intero del gruppo del ciclo dell’Aurora, dove chiedevo ai lettori quanto secondo loro l’elemento romantico fosse importante nel funzionamento della storia in “Deserto rosso”.
 
Non mi sono affatto stupita nel leggere posizioni diametralmente opposte.
C’è chi ha detto che la sua importanza era appena del 35-20% e che quindi in parte era superfluo e rallentava a tratti la storia (nello specifico si trattava di un lettore), questo perché quando sceglie di leggere un libro di fantascienza lui si aspetta altro. Una lettrice, invece, ha detto che al contrario era molto importante tanto che lei anche nel leggere un libro di fantascienza cerca sempre l’elemento romantico.
Qui direte: niente di strano, lettore e lettrice cercano due cose diverse.
A smentire questo luogo comune arriva un altro lettore che conferma quello che poi alla fine era stato il mio intento, cioè che i sentimenti dei personaggi concorrono a renderli reali in tutta la storia e sono proprio questi a guidare tutte le loro azioni, che in ultima analisi determinano l’andamento della trama.
 
E il punto è proprio questo: l’elemento romantico in “Deserto rosso” fa parte dell’ossatura della storia, come è possibile quindi che la rallenti, se senza di esso nessuno dei conflitti descritti nella trama avrebbe avuto luogo?
A quanto pare è possibile, se anche un solo lettore lo pensa.
La verità è che esiste una diversa versione dello stesso libro per ogni suo lettore oltre che per l’autore. Quest’ultimo, dal canto suo, per quanto avesse delle precise intenzioni nel raccontare la storia in un certo modo, deve arrendersi ad alcune evidenze.
 
Primo, nessuno vedrà la storia come la vede lui.
Secondo, la storia può piacere moltissimo a persone diverse per motivi del tutto opposti.
Terzo, per quanto si impegni comunque a creare più livelli di lettura, affinché il punto due funzioni e la storia piaccia a più persone possibili, ci sarà sempre qualcuno che non apprezzerà questo sforzo e gli dirà che ha scritto una storia “stile Harmony” oppure al contrario che il romanzo è “troppo futuristico” (entrambe citazioni prese da vere recensioni di “Deserto rosso”; giuro!).
 
E comunque sia, per chi non l’avesse capito, sì, “Deserto rosso” è una serie di quattro libri (una novella e tre romanzi, quindi non un romanzo unico; questa precisazione è per quelli che invece si lamentano che è troppo lungo) di fantascienza hard, c’è tanta scienza, ci sono i veicoli spaziali, c’è tanta avventura, una giusta dose di morti ammazzati, degli elementi tipici del fantastico, insomma ci sono tutte quelle cose che piacciono agli amanti della fantascienza (più uomini che donne), ma è anche una complessa storia fatta di sentimenti contrastanti: paura, odio, passione, e intricate situazioni sentimentali, tutte cose che piacciono a chi ama il romanzo rosa (più donne che uomini). E la storia non esisterebbe se non ci fossero entrambi.
Tutto questo con buona pace di qualsiasi etichetta.
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