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Di Carla (del 11/10/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 299 volte)

 Il ritorno del Vuoto
 
Sette anni dopo aver letto la trilogia del Vuoto, ritorno nell’universo del Commonwealth creato da Hamilton con questo primo libro della dilogia della Chronicle of the Fallers e ritrovo Nigel Sheldon in una nuova storia ambientata appunto dentro il Vuoto. Cronologicamente la storia al di fuori di questa anomalia situata all’interno della nostra galassia si sovrappone in parte a quella della trilogia, ma ha contatti minimi con quest’ultima. Nel Vuoto, invece, conosciamo nuovi personaggi in un nuovo pianeta dove delle astronavi sono state condotte circa duecento anni prima (ma lì ne sono passati tremila): Bienvenido. E abbiamo modo di scoprire anche qualcosa di più sullo scopo dell’esistenza del Vuoto.
Il romanzo, suddiviso in più libri, è lungo e complesso, ma tutti i filoni vengono pian piano riuniti con precisione da parte dell’autore e con grande divertimento del lettore. Accanto alle lotte di classe di una civiltà che da tremila anni vede la propria evoluzione bloccata dall’avversione del Vuoto nei confronti delle tecnologie più avanzate c’è quella contro una nuova specie aliena, che facendo uso di un inganno che di certo non rappresenta una novità nella fantascienza (mi ha subito fatto venire in mente “L’invasione degli ultracorpi”) rappresenta una minaccia subdola e costante per gli abitanti di Bienvenido. Allo stesso tempo, però, si rivelerà una risorsa.
Alla fine della lettura del romanzo, senza dubbio il più bello che abbia letto di questo autore, il desiderio di procurarsi subito il seguito è molto forte. E credo proprio che, per quanto mi riguarda, lo asseconderò presto.
 
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Di Carla (del 05/10/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 425 volte)

Sono passati quasi quattro anni dall’uscita dell’edizione italiana di “Amantarra”, il romanzo di fantascienza di Richard J. Galloway di cui io ho avuto il piacere di curare la traduzione, e adesso l’autore sta lavorando ai suoi seguiti nell’ambito della serie intitolata L’ascensione di Valheel.
Il primo di questi è “Saranythia Parte 1: Le porte di Setergard”.
 
E anche questa volta sono io ad affiancarlo nella realizzazione dell’edizione italiana.
 
Ambientato dodici anni dopo gli eventi di “Amantarra”, nella prima parte di “Saranythia” ritroviamo i personaggi del romanzo precedente, sia sulla Terra che a Valheel (la città virtuale costruita dentro una sfera), e scopriamo che ne è stato di loro dopo tutto questo tempo.
Mentre Jack e i Bruwnan continuano la propria esistenza a Valheel e il Bibliotecario porta ancora avanti una quasi impossibile ricerca all’interno della Biblioteca, sulla Terra John, Elleria, Frank e i loro amici (e nemici) stanno ora affrontando la vita adulta, ognuno a modo proprio. Esistono però dei nuovi personaggi che vivono in un pianeta lontano dove il nome di Saranythia, la sorella perduta di Amantarra, è venerato come quello di una divinità e dove un esercito all’interno di una fortezza combatte ogni giorno contro un terribile nemico.
E saranno proprio le loro vicende a coinvolgere alcuni tra i protagonisti del primo libro in un nuovo viaggio.
 
Tra avventura, tecnologie così evolute da sembrare frutto della magia, e una notevole dose di ironia verrete condotti da Amantarra fino alle porte della fortezza di Setergard.
 
Saranythia Parte 1: Le porte di Setergard” di Richard J. Galloway e tradotto da me è ora disponibile su Amazon a soli 1,69 euro!
 
Ecco la descrizione del libro.
 
Sono passati dodici anni dalla scomparsa dell’entità misteriosa che ha quasi annientato i Bruwnan. Gran parte degli abitanti sono stati restituiti alla città di Valheel, ma molti sono ancora dispersi.
Qualsiasi tentativo di comprendere lo scopo del genocidio da parte dell’entità, o la sua attuale sorte, è fallito. L’entità è scomparsa per sempre? Nessuno ne è convinto.
Nel frattempo la vita va avanti, accompagnata da un disagevole senso di anticipazione, che sembra destinato a continuare ancora per molto tempo.
Fino al giorno in cui Amantarra riceve un invito.
 
 
Il libro successivo, “Saranythia Parte 2: I Varton”, uscirà nel 2018.
 
Di Carla (del 27/09/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 367 volte)

 Una storia coinvolgente e imprevedibile
 
Ho letto ogni pagina di questo libro con grande curiosità, perché non era il solito thriller dall’atmosfera cupa e drammatica in cui qualcuno prima o poi muore.
A parte il prologo, “The Swimming Pool” ti trasporta nella vita di un’insegnante, una donna normale, Natalie, con un marito e una figlia adolescente, che vive un’esperienza fuori dell’ordinario: fa amicizia con Lara Channing, una celebrità locale. Si trova catapultata in un ambiente patinato che la attrae sempre di più, portandola a trascurare le vecchie amiche e la famiglia.
Cosa c’è dietro tutto questo interesse da parte di Lara nei suoi confronti?
Il bello di questo libro è che non hai la minima idea di dove voglia andare a parare. Qual è veramente il conflitto che lo definisce? Riguarda Natalie, suo marito, sua figlia o Lara? O qualcun altro?
Be’, ogni giorno aspettavo con ansia il momento di immergermi nella lettura per scoprire cosa sarebbe successo.
I personaggi sono ben costruiti e lo svolgimento della trama non è mai noioso, nonostante ci sia pochissima azione. A posteriori, mi rendo conto che questo romanzo è caratterizzato da una struttura molto ben definita, che permette al lettore di non perdersi nei tre piani temporali in cui si svolge.
Durante la lettura intuivo gli sforzi dell’autrice per farmi mantenere l’attenzione sul centro della storia, impedendomi di concentrarla troppo a lungo sulla figlia della protagonista, Molly, ma non mi rendevo conto fino a che punto questo aspetto fosse cruciale.
Il finale, poi, è la cosa più bella di tutto il libro e ha fatto sì che decidessi per le cinque stelle invece che quattro, meritate dal resto del romanzo, in particolare per il modo in cui crea un parallelismo tra madre e figlia.
Questo non significa che “The Swimming Pool” sia un romanzo perfetto.
Non ho apprezzato l’uso fuorviante del prologo, per esempio.
Attenzione, spoiler: il prologo è un sogno, non un evento reale. Per tutto il libro mi sono arrovellata nel cercare di collocarlo nella storia, per poi scoprire che non potevo, poiché non era un evento reale. E questa è stata una delusione.
Come dicevo prima, il romanzo è ben strutturato, ma a tratti lo è fin troppo, tanto da apparire artificioso. Il passaggio tra i vari piani temporali appare forzato dalla necessità di seguire uno schema piuttosto che dare l’impressione di essere spontaneo all’interno dello sviluppo della trama, e ciò mi ha distratto più volte dall’immersione nella lettura.
La protagonista, inoltre, è esageratamente ingenua e debole. È evidente da subito che Lara si è avvicinata a lei per un motivo. In particolare, l’atteggiamento di colpa della protagonista anche alla luce dell’inganno subito è irritante. Natalie ha un’eccessiva bassa considerazione di se stessa. Mi aspettavo da parte sua una reazione, una rivincita. Ciò che aveva fatto da ragazzina non poteva essere paragonato come gravità alle azioni di Lara, perché quest’ultima è un’adulta. Eppure Natalie non si arrabbia veramente, continua a sentirsi in colpa.
Arrivata al penultimo capitolo, che è un lungo noioso resoconto, ho temuto che la storia implodesse. Ma poi questa viene salvata inaspettatamente dall’ultimo capitolo e quasi mi spiace non sia stato dato più spazio al personaggio di Molly, il cui carattere è di certo molto più interessante di quello della madre.
 
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Di Carla (del 21/09/2017 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 540 volte)
David Holt CC 2.0
Ho aperto questa serie di articoli con New Scotland Yard, che dal 1967 fino all’ottobre del 2016 si trovava in un edificio situato al numero 10 della Broadway, e mi pare giusto chiuderla con la sede del Servizio di Polizia Metropolitana di Londra che dal novembre 2016 occupa un edificio su Victoria Embankment: il Curtis Green Building.
 
Situato lungo il Tamigi, più o meno di fronte al London Eye, il Curtis Green Building deve il suo nome all’architetto che lo progettò negli anni ’30 del ventesimo secolo: William Curtis Green. Si tratta di un palazzo bianco in stile neoclassico costruito tra il 1935 e il 1940 e che è sempre appartenuto alla Polizia Metropolitana londinese. Venne inizialmente utilizzato come un’estensione della sede della polizia, ospitando i dipartimenti di scienze forensi e di tecnologia. Successivamente quando la sede fu spostata nella Broadway, divenne la stazione di polizia di Whitewall fino al 2010.
 
David Holt CC 2.0
 
Il rinnovamento dell’edificio avvenuto tra il 2015 e il 2016 è stato progettato dalla Arup (la stessa azienda che ha dato vita al London Eye e al nuovo tetto dell’area delle partenze della King’s Cross Station) e gli ha donato un tocco di modernità, pur mantenendone la struttura originale. Sul tetto del nuovo ingresso delimitato da una parete a vetro è stata posizionata un’insegna recante la scritta “New Scotland Yard”, mentre sul suo lato destro è stata installata la famosa insegna rotante, prelevata dalla vecchia sede. All’altra estremità dell’ingresso è invece situata la Eternal Flame, una fiamma sempre accesa in commemorazione degli agenti caduti.
 
Uscendo dal Curtis Green Building e attraversando la strada ci si trova sul lungofiume del Victoria Embankment, da cui si possono ammirare le costruzioni presenti sulla riva opposta. Se invece ci si incammina in direzione opposta allo scorrere delle acque del Tamigi, ben presto si arriva nei pressi del Big Ben e del Palazzo di Westminster (sede del parlamento britannico).
La Polizia Metropolitana nel trasferirsi al Curtis Green Building, oltre a portare con sé l’insegna rotante, ha spostato anche il Black Museum, che purtroppo continua a non essere aperto al pubblico.
Ovviamente, a meno che non vi facciate arrestare, non è possibile vedere l’interno di questo edificio, ma credo che valga comunque la pena, vista anche la posizione ottimale, avvicinarsi nei suoi pressi per ammirarlo dall’esterno e scattare qualche foto (le immagini in questo articolo sono di David Holt CC 2.0).
 
Essendo diventato New Scotland Yard, il Curtis Green Building appare nell’ultimo libro della trilogia del detective Eric Shaw, “Oltre il limite”, proprio in questa veste e soprattutto come sede di una delle squadre (quella di Eric) del Servizio di Scienze Forensi della Polizia Metropolitana.
Numerose scene del romanzo sono ambientate al suo interno, per descrivere il quale ho fatto affidamento sulla mia immaginazione, plasmandolo a mio piacimento in base alle esigenze della storia (in realtà è sostanzialmente diverso). In quest’ultima vediamo soprattutto Eric nel suo nuovo ufficio, il laboratorio informatico, la sala riunioni e anche l’ufficio di Jane. A dirla tutta, non so neppure se nel Curtis Green Building si trovi una qualche sezione del Servizio di Scienze Forensi (il cui laboratorio principale a Londra è situato a Lambeth Road), in ogni caso ho deciso di far muovere i personaggi tra le sue mura per via della sua posizione geografica (di fronte al London Eye) e soprattutto perché, trattandosi di un edificio rinnovato, rappresenta il luogo ideale per un nuovo inizio nella vita di Eric.
Ma per capire di cosa sto parlando temo proprio che dovrete leggere il libro.
 
Di Carla (del 13/09/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 426 volte)

 Il (quasi) thriller che non ti aspetti
 
 
Non avevo mai letto nulla della Allende, semplicemente non era ancora successo, finché non mi è capitato tra le mani questo suo libro. Ero incuriosita dal fatto che un’autrice come lei, che di certo non scrive narrativa di genere, si fosse cimentata in un thriller. Com’era possibile?
Ma, man mano che leggevo, mi rendevo conto che quella del thriller era poco più di un’etichetta data a un libro che è difficilmente etichettabile.
Certo, c’è un serial killer, delle indagini e verso la fine una notevole quantità di suspense, persino un po’ d’azione e la scoperta di un assassino impensabile, ma il fulcro di questo romanzo non è la trama, bensì i suoi personaggi bizzarri e il modo in cui la Allende dipinge un quadro della loro vita fuori dalle righe (e sicuramente divertente), immersa nella quotidianità di San Francisco. A differenza di molti thriller che sembrano pensati a tavolino utilizzando sempre gli stessi schemi, “Il gioco di Ripper” è un romanzo ad ampio respiro, ricco di digressioni che, come le tessere di un puzzle, si inseriscono nel quadro generale. Sono talmente lontane le une dalle altre che non riusciamo a indovinare ciò che vedremo nell’immagine finale, ma in fondo poco ci importa, poiché ognuna di esse ci diverte, ci ispira e, in qualche modo ci arricchisce, grazie alla quasi interminabile inventiva dell’autrice nel creare i personaggi più strani, facendo uso di una prosa semplicemente meravigliosa.
È senza dubbio uno nei libri più belli che abbia mai letto.
 
Il gioco di Ripper (Kindle, brossura) su Amazon.it.
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Di Carla (del 06/09/2017 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 429 volte)
dal sito: https://worldtravelfamily.com/platform-9-and-three-quarters-london/
Nel borgo di Camden è situata una delle stazioni ferroviarie più importanti di Londra, che rappresenta il capolinea della East Coast Main Line diretta nel nord-est dell’Inghilterra e in Scozia: King’s Cross Station.
Originariamente aperta nel 1852, ha subito numerosi ampliamenti e rinnovamenti nel corso di oltre 160 anni, l’ultimo dei quali, risalente al 2012, è responsabile del suo aspetto attuale, in particolare del nuovissimo atrio delle partenze, una struttura semicircolare con un tetto in acciaio e vetro (foto sotto di © Colin / Wikimedia Commons / CC BY-SA 3.0) progettata da Arup (la stessa azienda che ha progettato il London Eye).
 
La stazione di King’s Cross è adiacente a quella di St Pancras International, che è il capolinea dei servizi Eurostar provenienti dell’Europa continentale, e al di sotto di entrambe c’è l’enorme stazione sotterranea di King’s Cross St Pancreas, che è attraversata da più linee di qualsiasi altra stazione della rete metropolitana di Londra.
Nel loro insieme queste tre stazioni rappresentano un vero è proprio hub dei trasporti del Regno Unito, per cui è molto probabile trovarsi in una di esse quando si fa un viaggio a Londra.
 
© User:Colin / Wikimedia Commons / CC BY-SA 3.0
 
In particolare, se vi trovate a prendere un treno (o ad arrivare) alla stazione di King’s Cross, ricordatevi di fare una piccola visita alla cosiddetta Platform 93/4. Si tratta di un binario fantasma situato tra il binario 9 e il binario 10, cui è possibile accedere passando attraverso una parete di mattoni (ma solo se sei un mago!) e che è citato della saga di Harry Potter.
In passato il cartello a esso riferito e il carrello incastrato nel muro erano situati proprio nei pressi dell’accesso ai binari dal 9 all’11, ma nel 2012, in seguito al rinnovamento, sono stati trasferiti vicino al negozio del merchandising ispirato al franchise nato dai libri della Rowling. In realtà, le scene dei film in cui appare l’esterno della stazione non sono state girate a King’s Cross, ma a St Pancras.
 
La stazione di King’s Cross prende il nome dal quartiere che la ospita: un’area centrale di Londra che si estende tra Camden e Islington. Per saperne di più, date un’occhiata al sito ufficiale di King’s Cross.
King’s Cross” è anche il titolo di una canzone dei Pet Shop Boy ispirata appunto alla stazione (un po’ come accadde per il West End e “West End Girls” della stessa band), come luogo di arrivo in cerca di lavoro per le persone provenienti dal nord-est dell’Inghilterra.
 
La stazione di King’s Cross fa la sua apparizione nella trilogia del detective Eric Shaw in occasione del libro finale, “Oltre il limite”. Nel tardo pomeriggio del 22 maggio 2017, la detective Miriam Leroux e il sergente Mills si recano di fretta al binario di arrivo del treno proveniente da Cambridge in cerca di una donna che potrebbe essere nel mirino di un serial killer.
Non posso però dirvi se la troveranno.
 
Di Carla (del 31/08/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 450 volte)

 Bosch non delude mai
 
Stavolta Harry Bosch dovrà fare i conti con un caso del passato che lo riguarda personalmente: l’omicidio di sua madre, una prostituta la cui morte non ha mai trovato una spiegazione. Per tanto tempo ha voluto evitare di occuparsene, ma adesso nell’ennesimo periodo di crisi che si trova ad affrontare (la sua donna l’ha lasciato, la sua casa verrà demolita ed è stato sospeso dal lavoro per aver aggredito il suo capo, mentre vede il riacuirsi dei suoi problemi con l’alcol) decide di far chiarezza su un omicidio che non è mai interessato a nessuno, tranne che a lui.
La penna di Connelly ci catapulta nei luoghi più oscuri della Los Angeles degli anni ’90 e ’60, per seguire Bosch nella sua ricerca della verità. Ancora una volta l’autore ci mostra un’altra sfaccettatura di questo meraviglioso personaggio, così complesso da essere fonte quasi inesauribile di conflitti che non annoiano e che riescono a far immedesimare il lettore.
Come nei precedenti romanzi veniamo condotti verso numerose teorie, ma la risposta è davanti ai nostri occhi, eppure invisibile fino all’ultimo, poiché il nostro coinvolgimento nelle vicende personali ed emotive di Bosch ci rendono quasi ciechi nei confronti dei dettagli, proprio come succede a lui.
 
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Di Carla (del 24/08/2017 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 513 volte)

Lasciandoci alle spalle il palazzo del parlamento e avviandoci lungo Victoria Embankement, il nostro sguardo viene immediatamente catturato da un’enorme ruota panoramica bianca situata sul lato opposto del Tamigi, tra il ponte di Westminster e quello Hungerford: il London Eye.
Si tratta di una delle attrazioni di Londra più recenti. Costruito nel 1999 e aperto al pubblico nel marzo 2000, il London Eye è la ruota panoramica più grande d’Europa e, fino al completamento dello Shard, è stato anche il punto più elevato da cui ammirare la città.
 
Protendendosi sulle acque del Tamigi, il London Eye è sostenuto da una struttura ad A, i cui tiranti sono ancorati su una piccola area dei Jubilee Gardens.
Se attraversiamo il fiume sul ponte di Westminster e ci avviciniamo alla ruota, non possiamo fare altro che sollevare sempre più il naso all’insù nell’avvicinarci a essa, nel tentativo di abbracciarla per intero col nostro sguardo. Sebbene non ci sia mai salita (finora), in tutti i miei viaggi a Londra successivi alla sua costruzione (le foto presenti in questo articolo sono state scattate nel 2008, a eccezione dell’ultima che è del 2012) mi sono ritrovata ogni volta ad ammirarla dal basso con un leggero senso di vertigine.
 
 
La biglietteria è situata nell’edificio posto quasi di fronte (un po’ sulla destra) a quello di accoglienza per l’ingresso alle cabine, in ogni caso, visto che si tratta dell’attrazione più popolare della città (3,5 milioni di visitatori l’anno) è opportuno prenotare online il proprio biglietto, sul sito ufficiale, ottenendo anche un piccolo sconto.
La durata della corsa in una delle trentadue cabine (dotate di guide interattive), che si muovono lentamente tanto da permettere di salire e scendere senza fermarle, è in tutto di trenta minuti. Si tratta senza dubbio di un’esperienza esaltante, ammesso che le condizioni climatiche non riducano la visibilità.
 
Il London Eye è gestito dalla Merlin Entertainment (la stessa che gestisce il Madame Tussauds, ma anche Gardaland!) e cambia il suo nome ufficiale ogni certo numero di anni (variabile) acquisendo di volta in volta quello dello del suo sponsor.
Per raggiungere il London Eye, la stazione della metropolitana più vicina è quella di Waterloo, ma Charing Cross, Embankement e Westminster sono abbastanza vicine. L’attrazione possiede anche un molo, il London Eye Pier, dove si fermano le imbarcazioni di Thames Clippers e di City Cruises.
 
Il London Eye ha un ruolo molto importante nel libro finale della trilogia del detective Eric Shaw. Oltre a essere situato esattamente sul lato opposto del Tamigi rispetto al Curtis Green Building (nuova sede di New Scotland Yard), e quindi visibile persino dall’ufficio di Eric, tutta l’area posta nelle sue immediate vicinanze è teatro di una drammatica scena d’azione in “Oltre il limite”, che coinvolge una delle vittime del chirurgo plastico, ma anche Eric, Miriam Leroux (detective della Omicidi), il sergente Mills (della Omicidi) e l’agente Cora Patel (un nuovo personaggio). Non posso però dirvi di più senza rischiare di rovinarvi la sorpresa nello scoprire, durante la lettura, cosa succederà in questa scena e, soprattutto, come si concluderà.
 
Di notte il London Eye diventa ancora più bello grazie alle luci colorate che illuminano la ruota e l’interno delle cabine.
 
 
Di Carla (del 16/08/2017 @ 09:30:00, in Scrittura & Lettura, linkato 580 volte)

 Amore e odio per Napoli
 
 
L’incipit di questo romanzo e tutta la sua prima parte ti investe con immagini, suoni e aromi, dipingendo un affresco impietoso di Napoli, portato sopra le righe da un’improbabile convergenza di eventi, tra il drammatico e il faceto, che travolgono una normale mattinata di lavoro del giovane protagonista. Più che una semplice lettura, è stata una vera e propria esperienza emotiva, quasi sensoriale, che ha messo in evidenza un’ulteriore sfaccettatura dell’indubbio talento dell’autore che non avevo ancora avuto il piacere di incontrare.
Per quanto in esso tornino tutti i temi cari a Giovanni Venturi, questo romanzo è un’opera profondamente diversa dalle precedenti. Dietro di essa si scorge un attento lavoro di strutturazione, ma anche di sperimentazione rispetto alla produzione passata, che crea un intreccio capace di prendere per mano il lettore e condurlo dalla prima all’ultima pagina, attraverso una realtà cruda, che non fa sconti, dove l’amore e la violenza convivono in una quasi incomprensibile normalità.
Dopo il primo impatto che ti lascia a bocca aperta, Venturi presenta più da vicino i suoi protagonisti, focalizzandosi di volta in volta su uno di essi e sul modo in cui percepisce gli eventi, in capitoli insolitamente lunghi, rispetto alle abitudini dell’autore, che costringono a una lettura senza pause. Sta al lettore immedesimarsi nelle prospettive offerte e incastrarle le une con le altre, finché tutti i filoni narrativi convergono nell’avvicinarsi all’epilogo. Questo non offre certezze, ma, come i migliori finali aperti, permette al lettore di fare propria la storia e immaginarne il seguito.
 
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Di Carla (del 07/08/2017 @ 09:30:00, in Luoghi dei romanzi, linkato 582 volte)

Uno dei quartieri più caratteristici della City of Westminster, situato nella zona est del West End, di cui costituisce il cuore pulsante, è Covent Garden. Il suo nome deriva da una storpiatura del termine “Convent Garden”, vale a dire “giardino del convento”, poiché tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo vi sorgeva l’orto di un convento, ma è perlopiù associato a due luoghi storici che si trovano al suo interno: la Royal Opera House, che spesso viene definita semplicemente Covent Garden, e il Covent Garden Market.
Quest’ultimo è situato nella piazza centrale del quartiere e in passato ospitava un vero e proprio mercato, la cui versione moderna è stata trasferita dal 1974 a Nine Elms (New Covent Garden Market). L’attuale Covent Garden Market è più che altro un centro commerciale, che ospita negozi, ristoranti e un mercatino dell’artigianato, chiamato Apple Market.
 
 
Dal punto di vista storico la prima prova dell’esistenza di un mercato a Covent Garden può essere fatta risalire addirittura al 1654, ma l’edificio neoclassico che rappresenta l’attuale cuore del quartiere viene costruito molto più tardi: nel 1830. Negli anni ’60 del ventesimo secolo l’aumento del traffico diviene un grosso problema che spinge a costruire un nuovo edificio a Nine Elms e a trasferirvi il mercato nel decennio successivo. Il vecchio edificio viene quindi convertito nell’attuale centro commerciale e riaperto nel 1980.
 
Per chiunque vada a Londra il Covent Garden Market è una tappa da non perdere per passare un po’ di tempo ad ascoltare musica dal vivo, mentre si beve qualcosa di fresco o di caldo (secondo la stagione), per provare uno dei suoi ristoranti, per fare qualche acquisto o, semplicemente, per fermarsi a guardare l’allegro viavai di persone che lo affollano ogni giorno.
Arrivarci è facile, poiché sulla Piccadilly Line è presente una stazione chiamata Covent Garden, che si trova a due passi dal mercato. Un’altra stazione particolarmente vicina è quella di Leicester Square sulla Piccadilly Line e sulla Northern Line.
 
Mi è capitato di andarci quasi tutte le volte che sono stata a Londra (le foto risalgono al 2011) e così non potevo esimermi dal citarlo anche nella trilogia del detective Eric Shaw.
In particolare il mercato è il luogo in cui si svolge una scena del libro finale, “Oltre il limite”, in cui il detective George Jankowski, collega di Eric e anche lui a capo di una squadra della Scientifica, incontra un giornalista, Burton Phillips, che gestisce un blog di cronaca nera giudiziaria e che nel 2014 ha seguito il processo contro l’uomo ritenuto essere il serial killer denominato “chirurgo plastico”. Nonostante l’uomo sia stato condannato e si trovi in prigione, il recente omicidio di una donna avvenuto al Madame Tussauds fa di nuovo pensare che dietro di esso ci sia lo stesso assassino.
La conversazione tra Jankowski e Phillips si svolge idealmente in uno dei tavolini visibili nella seconda foto in alto. Proprio a questa foto mi sono ispirata per scrivere la scena, tanto che è possibile vedere persino il ragazzo che scatta una foto ai musicisti citato al suo inizio.
 

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